Tags: scuola italiana*

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  1. Lo scopo della domanda è “Dare significato a una divisione con resto”. Il processo prevalente è “ Risolvere problemi utilizzando strategie in ambiti diversi — numerico, geometrico, algebrico”. Il traguardo di riferimento è “Riesce a risolvere facili problemi in tutti gli ambiti di contenuto, mantenendo il controllo sia sul processo risolutivo, sia sui risultati. Descrive il procedimento seguito e riconosce strategie di soluzione diverse dalla propria”. La dimensione è “Risolvere problemi”.

    Sembra, tutto sommato, una domanda piuttosto semplice: un problema “reale” facilmente comprensibile da un bambino di 10 anni.

    Veniamo ai risultati del campione:

    Da questa tabella si possono intuire (spero) il valore e l’utilità dello strumento.

    Scopriamo infatti non solo che soltanto un alunno su tre ha saputo interpretare correttamente il problema, ma anche che il 40% dei bambini dimostra di conoscere l’algoritmo della divisione (risposta C) ma di non saperlo applicare correttamente al problema proposto.

    Cosa ci dice, questo piccolo item?

    Potrebbe suggerirci qualcosa sui metodi di insegnamento della matematica nella scuola primaria?

    Possiamo forse ipotizzare che quel 40% di alunni che hanno diligentemente eseguito la divisione per 10 potrebbe avere semplicemente cercato nel testo le “parole chiave” che, secondo qualche metodologia in uso, “guidano” la risoluzione di problemi e applicato in modo “automatico” l’algoritmo della divisione, senza comprendere realmente il problema?

    Può farci riflettere sulla necessità di insistere sugli aspetti linguistici dei problemi matematici e rimandare quindi alla questione della comprensione del testo, come priorità rispetto agli algoritmi di calcolo?
    https://medium.com/nuovi-media-nuovamente/i-camion-dellinvalsi-cb6ffbda9c2d
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  2. In un post di qualche giorno fa Pietro Gavagnin raccontava della sua delusione sugli esiti della formazione alle nuove tecnologie. Tutta la mia comprensione e aggiungo a suo conforto (o sconforto ulteriore) la mia piccola esperienza.

    Quando ho iniziato questo Blog mi sono scherzosamente presentato come un ex “formatore “abusivo”.

    In effetti, nel corso del 2016 avevo fatto un’esperienza come “formatore” sulla Didattica con le Nuove tecnologie per le Scuole della Rete scolastica del comprensorio scolastico in cui insegno (Trentino), un corso di una trentina di ore modulari a cui si erano iscritti circa un centinaio di docenti dei diversi livelli scolastici, e che aveva spaziato dall’uso di piattafome e applicativi vari, ai metodi della didattica capovolta e della didattica per progetti. Nel corso dell’anno successivo avevo poi tenuto un corso sulla Flipped classroom in un Istituto tecnico della provincia, e due interventi sempre sullo stesso argomento in un altro Istituto tecnico e in una scuola media. “Ex formatore” perchè l’entusiasmo iniziale con cui avevo abbracciato l’esperienza si è presto tramutata in delusione e scoramento e in anticipata cessazione di attività.
    https://medium.com/@pietro.alotto/per...ologie-digitali-a-scuola-480b2a79a764
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  3. Il decreto Fedeli, certo indirettamente, ma con grande efficacia, offre sostanzialmente agli studenti non meritevoli una grande possibilità. Derubricare le loro bravate a goliardate. Ufficializzare che il comportamento non è parte rilevante del processo formativo degli studenti. E’ un vero peccato che si sia perpetrato questo ennesimo colpo all’autorevolezza della Scuola, al suo ruolo di formazione. E’ scriteriato che accada mentre al Miur sostengono di voler puntare sulla lotta al bullismo, alle discriminazioni.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017...e-addio-anche-alla-disciplina/3989900
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  4. La formula che m’era sfuggita e che improvvisamente mi s’è riversata addosso è quella del compito di realtà. Un bel caso, non c’è che dire. Ho l’impressione che abbia buone possibilità di essere accolta tra le più significative (almeno per quanto riguarda il funzionamento storico della regola), ma che di suo aggiunga qualcosa di decisamente originale al fenomeno. Segno dei tempi. Il titolo nobiliare, infatti, se l’è conquistato sul campo non solo per i meriti classici, ossia ambiguità e vuotaggine, gli stessi che hanno garantito fortuna a tanti altri motti. Qui c’è dell’altro. Ed è roba sopraffina. Parlerei di filosofia, o, se più vi aggrada, di epistemologia (sia pure, detto tra parentesi, nella chiave della protervia e dell’arroganza). Eh sì, la classe non è acqua. Ammettiamolo, si vivono e si parlano i tempi della complessità.

    Non vorrei adesso figurare da volgare materialista, ma mi piacerebbe che qualcuno dei promotori chiarisse sinonimi e contrari di questa bella dizione. Dunque, ci sono compiti che non sono di realtà? E se sì, in che cosa consistono? Mi viene il sospetto che possano essere i compiti scolastici. Se vado alle Linee guida ufficiali il sospetto diventa certezza, ahimè: si tratta, letteralmente, dei ‘contesti e ambiti di riferimento … resi familiari dalla pratica didattica’. Ai quali limiti (la realtà dell’irrealtà, insomma) si provvederebbe invitando gli studenti a misurarsi con compiti ‘reali’. Non c’è che dire: è una bella botta, questa, inferta alla scuola! Con tutto il pensiero che è stato impegnato nel sostenere l’istituzione in quanto baluardo e diga di difesa rispetto all’invadenza dell’illusorio e del fittizio! Dunque, vade retro principio di realtà!? Ma da che parte state, signori miei? E da che parte li facciamo stare, questi nostri ragazzi?

    Se poi volessi poggiare queste mie veloci osservazioni su più meditate considerazioni storiche, beh non potrei evitare di mostrare come in tutto ciò si faccia sentire il residuo di una scelta classica, quella che, dai collegi gesuitici in poi, ha chiesto appunto alla scuola di fare politica e morale ed estetica (insomma ‘fare e far fare vita’) soprattutto (o esclusivamente) attraverso il classicismo.

    Dunque, noi contemporanei saremmo decisamente più evoluti e generosi. Invitiamo infatti i nostri ‘collegiali’ a mettere talvolta il naso fuori, e odorare realtà, sia pure provvisoriamente. ‘Domani, ragazzi, facciamo compito di realtà. Preparatevi’.

    E’ un peccato, davvero un peccato, che la realtà stessa sia oggetto, argomento, ente di difficile inquadramento. Lo dicono pure, fin dall’inizio, le voci che troviamo nei repertori frequentemente usati nelle scuole. ‘ Questo concetto pone diverse questioni sia nella scienza sia nella filosofia, entrando in contatto con la domanda ontologica dell’essere’ (Wikipedia). ‘ La nozione di r. è legata al problema tipicamente moderno dell’esistenza del mondo esterno’ (Enciclopedia Treccani). Certo, capisco che con tutto il dire e il disdire che si fa attorno al virtuale e all’‘invasione digitale’ piace avere un concetto toccaccione. Ma quanto ci costa proporlo e imporlo?

    Una cosa comunque è chiara, o almeno lo è a me. Quando si parte con queste idee e per queste mete, quando si usa non già il rasoio ma l’accetta per isolare e usare concetti, si rischia di approdare al contrario di quel che si desidererebbe. Volete una prova? Prendete l’esempio di ‘compito di realtà’ più gettonato in rete. Si chiede ai ragazzi di produrre un video sull’eruzione di un vulcano per un’edizione speciale del telegiornale che ne dia notizia. Realmente? No, ovvio che no. Di fatto, quel che realmente si pretende da loro è una ‘simulazione’. Capito? La realtà più reale, quella che si contrappone alla non realtà scolastica, è la realtà simulata. Un bel pasticcio, insomma.
    https://medium.com/nuovi-media-nuovam...pasticcio-di-realt%C3%A0-5e32f79d5276
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  5. Al Nord è bassissima: riguarda appena un trasferimento interprovinciale ogni cento. Mentre al Sud oltre metà dei maestri rientrati a casa ha “scavalcato” colleghi con un punteggio maggiore grazie alla legge 104. Sulla questione, già due anni fa, scoppiò la polemica e il Miur assicurò controlli stringenti per stanare i potenziali furbetti. Ma la percentuale dei trasferimenti verso le regioni meridionali con “precedenza” sorprende anche i dirigenti. Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp), è netto: «Nessuno mette in discussione l’importanza della legge 104. Ma questi dati fanno temere un abuso e una totale assenza di presupposti alla base delle certificazioni. O ci sono due Italie, con due livelli di cagionevolezza completamente diversi, o dobbiamo pensare ad abusi in alcune parti del Paese. Altrimenti questi numeri non si giustificano. Le pubbliche amministrazioni si mettano in condizione di fare controlli più stringenti, soprattutto in alcune aree».
    http://www.repubblica.it/cronaca/2017...ha_usato_la_legge_104_-168217178/?rss
    Tags: , , by M. Fioretti (2017-06-16)
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  6. Con riferimento alla diffusione dei dati tramite internet, inoltre, si registra in
    molti casi una non sempre oculata gestione dell’ambito di conoscibilità dei dati; nel
    contesto scolastico molte informazioni personali possono avere un ambito di circo-
    lazione che va oltre il diretto interessato e coinvolge anche la comunità scolastica
    (alunni, studenti, genitori, insegnanti) ma non possono invece essere diffuse sulla
    rete e rese disponibili a chiunque non faccia parte di detta comunità. In questo
    senso quindi il sito web può senz’altro facilitare forme di comunicazione sistematica
    mettendo a disposizioni taluni dati all’interno di un’area ad accesso riservato, ferma
    restando la riservatezza di informazioni di carattere personale che possono essere
    conosciute però solo dagli interessati e dalla loro famiglia.
    http://194.242.234.211/documents/10160/0/Relazione+annuale+2016+-+Il+testo
    Tags: , , by M. Fioretti (2017-06-07)
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  7. Che la mano pesante delle commissioni non sarebbe passata inosservata, è stato immediatamente chiaro ai candidati. I primi risultati arrivati la scorsa estate sono stati quelli di filosofia e scienze umane: in 50 si sono presentati allo scritto, e solo in 10 hanno potuto sostenere il colloquio orale. Il rendiconto a bilancio ora conferma il trend a ribasso anche sulle classi di concorso più corpose. In 3.443 avevano infatti sostenuto il test scritto per una cattedra nella scuola dell'infanzia, a fronte di 638 posti a disposizione. Meno di un terzo ha avuto accesso allo scritto: sono soltanto 1.007 i futuri maestri che aspettano a giorni la graduatoria per titoli dopo la prova orale.

    Se Atene piange, Sparta non ride. Alla primaria va ancora peggio. I vincitori del concorso (870) sono perfino meno delle cattedre a bando (979). Peccato che ai nastri di partenza lo scorso anno si fossero posizionati 3.419 aspiranti insegnanti. Stroncatura importante anche nella categoria lingue straniere. Inglese, per esempio. Partecipanti 265, posti 126, ammessi all'orale 68.

    "È andata meglio ai colleghi di spagnolo - fa notare Giuseppe Silipo, il dirigente dell'Ufficio scolastico che tiene le fila del concorsone - in ventuno sono stati promossi, tanti quanti erano i posti, e li abbiamo già
    assunti". Si difendono dalle accuse di eccessiva severità, i componenti delle commissioni. "Sull'infanzia e sulla primaria, dove bastava come titolo in vecchio diploma magistrale e non serviva l'abilitazione, il livello era basso e tra i candidati c'era gente che si era da anni allontanata dal mondo della scuola - raccontano - e abbiamo trovato perfino compiti in bianco o candidati cinquantenni che avevano difficoltà a svolgere la prova al pc".
    http://bari.repubblica.it/cronaca/201...58346/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P6-S1.8-T1
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  8. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, dove viene propugnata la cultura scientifica e tecnico-tecnologica e discapito della cultura umanistica, che senso ha studiare ancora le materie classiche ed umanistiche? Questa cultura, quella umanistica, e in particolare il pensiero greco, possono aiutarci a uscire dalla crisi socio-politica ed etica in cui siamo immersi? In che modo?

    Sarò breve: si ignora la cultura umanistica? Può darsi che una pianta possa crescere completamente sradicata, ma quello che è certo è che si parlerebbe senza sapere quello che si dice. Voi parlate costantemente di uguaglianza, di legge, di giustizia. Ma sapete cosa dite? Se non avete la minima idea del pensiero classico, degli autori classici, voi non siete dei parlanti ma dei parlati. Voi credete di parlare, ma in realtà la lingua parla in voi, perché ripetete termini ignorandone il significato, la radice. Ignorate il significato non solo in modo linguistico, ma inmodo semantico. La conoscenza di questi autori vi dà questa arma: riuscire a dare ragione di ciò che dite. Credo che questo dia una certa superiorità.
    Voi dovete essere gli “àristoi”: una persona che fa un percorso di studi umanistici deve avere in mente di diventare àristos, ovvero il migliore. Solo così si può fare del bene alla democrazia. Non so se sia chiaro perché siete democratici. Probabilmente non lo è, poco importa: ormai sono democratici tutti! Ma perché siete democratici? Perché non siete per la monarchia assoluta? Eppure il re Sole era bravo. Qual è il motivo per cui non volete il re Sole?
    Io sono democratico perché credevo che, attraverso il mio voto e attraverso il ragionamento di sottoporre a critica razionale i programmi che mi venivano presentati, io potessi scegliere i migliori. Noi siamo democratici perché riteniamo di avere la ragione sufficiente e di essere sufficientemente informati e coscienti per scegliere a governarci i migliori. E come si dice “migliori” se non “àristoi”? Quindi, io sono democratico perché sono aristocratico. Voi dovete diventare àristoi e volere che la democrazia sia aristocrazia sul piano del merito, del valore, della conoscenza, della consapevolezza. E qual è la vera “paìdeia”? Secondo me sono gli studi liceali, ed in particolar modo il liceo classico. Nel liceo classico c’è tutto.
    C’è poi un secondo aspetto: come volete elaborare una coscienza critica se non attraverso determinate letture e conoscenze? Gli àristoi sono i migliori perché sono curiosi e non sono mai soddisfatti né contenti di quel che hanno, perciò sono sempre spinti a cercare di più. Ma la curiosità non basta, bisogna avere anche spirito critico, saper mettere in discussione. Come facciamo ad armarci dello spirito critico, unico mezzo che ci permette di essere liberi, se non attraverso determinate letture e determinati studi? È a scuola, nella scuola fatta come si deve che si impara ad essere àristoi ed è attraverso il dialogo e il confronto tra coetanei. Ognuno potrà fare poi il percorso che più gli si addice: medicina, legge, ingegneria… ma non ho mai conosciuto nessun grande medico, nessun grande fisico, nessun grande ingegnere che non avesse coscienza critica, cioè che non fosse appassionato di quei testi su cui soli ci si forma una coscienza critica. Nei classici noi ascoltiamo la voce di persona che hanno sconquassato il pregiudizio ed hanno messo a soqquadro ogni coscienza prestabilita. E se la scuola vi fa leggere i classici come un catechismo dovete ribellarvi. La ricchezza di questi studi sono le domande, i dubbi, le angosce, che hanno mosso tutti i grandi pensatori.
    Sono angosciato dall’idea dell’eliminazione del percorso di studi classico. Esso può essere arricchito, ma la sua eliminazione è angosciosa. Perché la vera omologazione, in realtà, parte da un percorso di studi che sia uguale per tutti e sia portatore della cultura che inquieta. Il classico non è qualcuno che dice autorevolmente qualcosa, ma è la domanda che non trova mai risposta. Questo è il classico. E questa è la cultura.
    http://fascinointellettuali.larionews...non-ce-pensiero-critico-ne-democrazia
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  9. Chi continua a volere dagli insegnanti i voti numerici non è vero che non ha capito nulla di competenze. Semplicemente non le vuole. La politica italiana non vuole le competenze, perché le competenze sono scomode.

    Sono inclusive, le puoi trovare in ogni alunno.

    Sono anti-competitive, non creano graduatorie.

    Sono costruttive, non riproducono nozioni.

    Sono qualitative, rendono le conoscenze significative e profonde.

    Per questo la politica non le vuole. Perché se le volesse avrebbe dovuto cacciar via i voti e far diventare quindi la formazione una cosa veramente seria, perché per lavorare alle competenze occorre modificare in profondità i paradigmi pedagogici degli insegnanti italiani e studiare, riflettere, ricercare, sperimentare. E invece la formazione deve fare in fretta perché quel che conta non è farla ma rendicontarla. Per dichiarare che si è fatta. E potere mettere in graduatoria i Dirigenti che l’hanno fatta. E potere incassare gli attestati dei docenti che l’hanno fatta. L’efficienza della formazione. La burocrazia della formazione. Che ben si concilia con la palese volontà di NON condurre gli alunni italiani verso apprendimenti competenti. Cioè intelligenti. Cioè profondi. Così è più facile credere alla bufala che le prove Invalsi constaterebbero le competenze degli studenti, quando è palesemente vero che non è così. Perché le competenze si vedono attraverso compiti e non attraverso prove. Ma la pervicacia parlamentare che induce a mantenere il virus del voto numerico – principale ostacolo alla valutazione per competenze – mostra chiaramente che al Parlamento e al Governo italiano delle competenze non interessa nulla. Di quelle degli allievi e di quelle degli insegnanti.
    https://mauriziomuraglia.com/2017/04/...ompetenze-non-le-volete-ditelo-chiaro
    Tags: , by M. Fioretti (2017-04-13)
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  10. Meno di un diplomato al liceo classico su 10 è figlio di operai e impiegati. Perché il fattore socio-economico è determinante nelle scelte dei ragazzi dopo le medie. Un gap di partenza che non abbiamo superato. E che incide nelle scelte universitarie
    http://espresso.repubblica.it/attuali...classe-sociale-1.297281?ref=HEF_RULLO
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