Tags: pensioni*

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  1. La nazionale italiana di calcio non aveva ancora vinto il Mundial di Spagna. Ma loro già prendevano la pensione. E continuano a prenderla da allora: sono 471.545 i pensionati italiani che ricevono un assegno di vecchiaia, di anzianità contributiva o ai superstiti da oltre 37 anni, ovvero con una decorrenza antecedente rispetto al 1980. Il che significa che hanno trascorso, nella loro vita, più tempo in pensione che al lavoro. Il dato emerge dagli osservatori statistici dell’Inps (2017) che calcolano invece in oltre 700 mila le persone che hanno una pensione liquidata da almeno 35 anni (dal 1982, l’anno di Pablito appunto, o negli anni precedenti). Non si includono naturalmente in questi numeri i trattamenti di invalidità e le pensioni sociali. Le pensioni private antecedenti il 1980 sono 413.157 mentre le pubbliche sono 58.388.
    http://www.corriere.it/economia/18_fe...ffa-0e49-11e8-8d80-f9c15900d75d.shtml
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  2. La disoccupazione giovanile potrebbe avere effetti devastanti sull’età di raggiungimento della pensione per le generazioni più giovani. Secondo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, chi è nato dopo il 1980 rischia di andare in pensione con i requisiti minimi non a 70 anni, ma «due, tre, forse anche cinque anni dopo». L’Inps ha condotto uno studio apposito sulla classe 1980, «una generazione indicativa» ha detto Boeri prendendo a riferimento «un universo di lavoratori dipendenti, ma anche artigiani», ed è emerso come per un lavoratore tipo «ci sia una discontinuità contributiva, legata probabilmente a episodi di disoccupazione, di circa due anni. Il vuoto contributivo pesa sul raggiungimento della pensione, che a seconda della sua lunghezza, «può slittare anche fino a 75 anni».

    Flessibilità necessaria

    «Non voglio terrorizzare ma solo rendere consapevoli dell’importanza della continuità contributiva» ha aggiunto il presidente dell’Inps, tornando a sollecitare al governo una riforma per rendere più flessibile l’età di uscita dal lavoro. «L’uscita flessibile è un terma che va affrontato non fra cinque anni ma, credo, adesso. Abbiamo studiato il comportamento di due tipi di imprese, con o senza lavoratori bloccati dalla riforma del 2011. Abbiamo visto che le prime hanno assunto meno giovani con una forte penalizzazione di questi ultimi. Dato il livello della disoccupazione giovanile e dato che rischiamo di avere intere generazioni perdute nel Paese, e dato che invece abbiamo bisogno di quel capitale umano, credo sia m0lto importante fare questa operazione in tempi stretti» ha concluso Boeri.
    http://www.corriere.it/economia/16_ap...e94-0657-11e6-98ad-d281ab178a74.shtml
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  3. La brusca accelerazione dell’adeguamento dell’età di pensionamento delle donne, anticipata dal 2026 al 2018 dall’ex ministro del Lavoro, è stato il primo vero segnale d’allarme per i pensionandi: sarebbe toccato a loro, la generazione dei nati negli anni ’50, fare i primi sacrifici veri per rimettere in equilibrio il sistema.

    Equilibrio che per altro resta precario, nonostante quel correttivo, a causa del fattore demografico, il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e crollo delle nascite, che por- terà il sistema, nel complesso, a un rapporto di uno a uno fra lavoratori e pensionati. La prima tappa critica arriverà nel 2032, quando andranno in pensione un milione e 55mila baby boomers, un record assoluto. Sono i nati nel 1964 che entreranno nel novero dei pensionati proprio quando il livello di nascite nel Paese si attesterà a un minimo di 450mila. Nel 2044, poi, tra 27 anni, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni e la spesa previdenziale salirà al 18% del Pil. Non basta: ventuno anni dopo nel 2065, il numero dei decessi doppierà quello delle nascite.

    Un’indagine focalizzata sull’Italia contenuta nel recente studio dell’Ocse sulle diseguaglianze ha svelato con chiarezza quanto sia peggiorata la prospettiva per chi ha compiuto a cinquant’anni nel decennio della crisi. Incrociando i dati su regole previdenziali e aspettative di vita, l’Ocse calcola che in media un italiano nato negli anni Quaranta quando arrivava a 50 anni doveva lavorare ancora poco meno di 6 anni per poi starsene in pensione per 18 anni, mentre l’italiano nato negli anni Sessanta a 50 anni deve lavorare ancora 11 anni e mezzo per poi stare in pensione 14 anni scarsi. Per le donne il passaggio è stato pesante: le cinquantenni nate negli anni Quaranta avevano davanti 3 anni e mezzo di lavoro e 17 anni e mezzo di pensione. Quelle degli anni Sessanta devono lavorare il triplo e stare in pensione due anni e mezzo in meno. Meglio non allargare l’indagine a quelli nati dopo gli anni Sessanta: l’Ocse nella sua indagine fa presente che sarà difficile pagare loro pensioni decenti. Si poteva immaginare che sarebbe finita così. Cioè che a un certo punto l’Italia avrebbe dovuto pagare il conto della sua ostinata generosità previdenziale. Una prodigalità suicida per il Paese, se la si guarda con un orizzonte di tempo che va oltre l’interesse di un paio di generazioni, ma salvifica per i governi che l’hanno realizzata, non vedendo mai oltre la prossima scadenza elettorale.

    Il quarto rapporto sul 'Bilancio del Sistema previdenziale italiano' elaborato dal centro di ricerca Itinerari Previdenziali mette insieme cifre impressionanti sui costi di quella generosità.
    https://www.avvenire.it/economia/pagi...ource=twitter.com&utm_campaign=buffer
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  4. McWhinney-Morse and her like-minded friends brainstormed creative ways that they could stay in their homes and continue to be active participants in life. They spent two years talking to service providers about everything they could possibly need, organizing their ideas into plans and laying the foundation for what would become the first senior community of its kind, Boston’s Beacon Hill Village. “The idea began to form that everything we need in our older lives is here,” says McWhinney-Morse. “The question is how to put it together in a way that is manageable. We decided that we would become consolidators of services.”

    The concept of a village is simple, practical and visionary. For an annual membership fee that averages about $600 per person (with discounted fees for lower income individuals), members are able to stay in their own homes, living their lives as they see fit as part of an extended network that provides social events, meet-ups, discussion groups, fitness classes, field trips and more. Unlike other social organizations, villages take the notion of independence and security to the next level and provide members with a phone number for everything they could possible need that they can’t manage on their own. Whether they need a ride to the grocery store, someone to change a light-bulb, a plumber, help with paperwork, a daily check-in, help navigating the world of service providers or anything else, members can call the village.
    https://www.shareable.net/blog/senior...ing-through-cohousing-senior-villages
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  5. il calo delle nascite va avanti dal 2008, anno in cui sono nati 9,8 bambini ogni mille abitanti contro i 7,8 del 2016. Anche i decessi sono calati, dopo il picco del 2015, a 32mila unità, in linea con i trend degli anni precedenti che, appunto, confermano la longevità crescente degli italiani. Che cosa ne deriva? Un movimento naturale della popolazione che segna un altro saldo (nati meno morti) negativo per quasi 142mila unità. E se il saldo naturale è positivo per i cittadini stranieri (quasi 63mila unità), per i residenti italiani il deficit è molto ampio e pari a 204.675 unità. La popolazione si restringe: 60.589.445 persone residenti, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera, pari all'8,3% dei residenti a livello nazionale (10,6% al Centro-nord, 4,0% nel Mezzogiorno). Rispetto al 2015 il calo è di 76.106 unità, determinato dalla flessione della popolazione di cittadinanza italiana (96.976 residenti in meno) mentre la popolazione straniera aumenta di 20.870 unità.

    Le proiezioni
    Sulla base di questi dati trovano conferma le proiezioni sulla popolazione in età da lavoro: nel 2040 sarebbe pari al 56,9% del totale della popolazione mentre nel 2015 era pari al 64,5%. Vuol dire che tra poco più di vent'anni forze lavoro minori dovranno pagare le pensioni a grandi coorti di baby boomers: gli over 64enni saranno oltre il 31% del totale contro il 27,7% del 2015. Chi si preoccupa del fatto che la tecnologia o i lavoratori senior rubano posti ai giovani si faccia due conti. Se per comporre un quadro di finanza pubblica compatibile con la crescita e capace di garantire il calo del debito il “sentiero è stretto”, l'ipotesi di frenare il declino demografico diventa un esercizio pressoché impossibile. Per lo meno nel breve termine.
    http://mobile.ilsole24ore.com/solemob...e-pensioni-104924.shtml?uuid=AEvV8RdB
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  6. nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

    Le nuove classi sociali. "La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia", osserva l'Istat. L'istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d'argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito, che viene valutato in termini di spesa media mensile: si va dai 1.697 euro delle famiglie a basso redditocon stranieri agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d'argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.
    http://www.repubblica.it/economia/201...17/news/rapporto_istat-165634199/?rss
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  7. Nello schema di decreto legislativo di riforma del d.lgs. 165/2001 (Testo unico pubblico impiego) si immagina che nei prossimi anni si stabilizzino i precari degli ultimi 8 anni. Quindi il reclutamento dei prossimi anni verrà “prenotato” dalle assunzioni del passato.

    Al contempo nella PA mancano gravemente figure informatiche, tecnici, ingegneri, esperti in programmazione dei fondi europei, analisti economici, ma anche esperti in diritto comunitario purtroppo.

    Inoltre, sono anni che riformiamo la scuola nazionale della PA ma senza aver aumentato l’offerta formativa o i percorsi di reclutamento.

    Che fare allora? Basta riaprire il turnover? Se si utilizzano le norme attuali, negli attuali inquadramenti e nelle attuali organizzazioni non serve a nulla o comunque a poco.

    Il capitale umano nella PA deve essere un importante elemento di innovazione e non solo un tassello da sostituire. In una visione della PA fordista si sostituiscono i profili di 40 anni nello stesso posto e nello stesso modo senza accompagnare i cambiamenti. Pensiamo a cosa è accaduto nel resto del terziario: credito, poste, assicurazioni, ma anche nella sanità. Pertanto dire che i comuni potranno reintegrare il 70 o il 100 per cento dei cessati degli anni precedenti, non produrrà un miglioramento della situazione sui servizi. Molti comuni piccoli, che fanno fatica ormai a chiudere i bilanci, dovrebbero essere obbligati ad associarsi e certe professionalità, nuove e qualificate, essere reclutate per aree e poli di pubbliche amministrazioni.
    http://www.amicimarcobiagi.com/dipendenti-sempre-piu-vecchi-che-fare
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  8. Il declino demografico è un problema di welfare, congedi, permessi, incentivi. Vero. Ma non solo. La verità è che in un’ottica individuale i figli sono una fatica pazzesca, consumano energie, sottraggono risorse, rendono molto più difficile un tipo di vita. Come si fa a competere sul lavoro, viaggiare, andare al cinema, uscire, fare tanti sport, con 3, 4 o 5 figli? I conti con l’idea moderna di libertà sono duri, ma vanno fatti. A un Paese con un tasso di fertilità di 1,35 figli per donna e una popolazione declinante quello che manca non sono i figli unici, ma i fratelli: i secondi, e soprattutto i terzi e anche i quarti figli. Ma nell’era della stagnazione secolare e della crisi spirituale si può giudicare chi preferisce un’esistenza un po’ meno dura di quanto già non sia senza (o con pochi) bambini? Inutili i confronti con le nascite del Dopoguerra, quando le macerie erano altre. Ogni scelta va rispettata, a prescindere dai costi sociali che comporta.

    È in questo che si scorge il valore di un’operazione culturale, che deve muovere anche dal basso.

    Il mercato che conosciamo si nutre di individui soli, disposti a muoversi in assenza di legami stabili, altamente flessibili, bisognosi di una lunga formazione prima di essere accettati, ha bisogno di due genitori al lavoro per poter mantenere un figlio. E ora improvvisamente chiede più bambini per non implodere. Qualcosa non torna. La questione è ritrovare un equilibrio demografico in un contesto culturale declinante perché impregnato di individualismo. È in questa dimensione che i bambini devono tornare a essere considerati un bene pubblico, e la famiglia un capitale sociale. Fate figli? Sì. Ma prima (o poi) sposatevi. E restate insieme.
    http://www.avvenire.it/Commenti/Pagin...natalit-pi-dura-senza-matrimoni-.aspx
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  9. con i 10,3 miliardi di euro dei contributi previdenziali dei lavoratori nati all’estero è possibile pagare la pensione a circa 620mila pensionati italiani. Nel complesso, a fronte di circa 17 miliardi di entrate provenienti allo Stato italiano dai lavoratori migranti, gli esborsi dello Stato destinati a persone nate all’estero sono pari a 13 miliardi circa, con un saldo di attivo per circa 4 miliardi.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...a-620mila-pensionati-italiani/2896774
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  10. Se si confronta il dato dei minori con quello degli anziani emerge che la crisi economica sta profondamente cambiando il profilo dei poveri. Se infatti gli anziani hanno tradizionalmente rappresentato una categoria particolarmente colpita dalla povertà, oggi la povertà colpisce molto più i minori rispetto agli anziani. Fra il 1997 e il 2011, il tasso di povertà relativa fra i minori era compreso fra l’11 e il 12%, nel 2012 superava il 15% e nel 2014 ha raggiunto il 19%. Se si guarda agli anziani il trend è inverso. Nel 1997, l’incidenza della povertà fra gli anziani superava di oltre il 5% quella dei minori. Nel 2008, il dato nei due sottogruppi era simile, ma nel 2014 l’incidenza tra gli anziani è quasi 10 punti percentuali inferiore (9,8%) rispetto a quella registrata tra i minori (Grafico 2).

    In termini generali, il miglioramento della condizione degli anziani si spiega considerando il pensionamento di persone con titoli di studio più alti e con una storia contributiva migliore rispetto a quella dei predecessori. Inoltre, nel periodo della crisi il fatto di percepire un reddito sicuro, come la pensione, ha notevolmente ridotto il rischio di povertà.

    Non è quindi un caso che, allo stato attuale, il reddito pensionistico offre un contributo di rilievo al reddito familiare complessivo. Le famiglie in cui un compente riceve una pensione sono infatti meno esposte al rischio di povertà e deprivazione materiale rispetto a quelle in cui non ci sono pensionati e questo nonostante il reddito medio delle famiglie con pensionati sia più basso rispetto a quello delle famiglie dove non ci sono pensionati. I trasferimenti pensionistici giocano allora un ruolo non secondario nella prevenzione del disagio economico. Questo è vero in particolare, all’interno dei nuclei vulnerabili, come ad esempio quelli con genitori soli, dove la presenza di un reddito da pensione dimezza il rischio di povertà (che passa dal 35,3% al 17,2%) (tabella 1).
    http://www.secondowelfare.it/povert-e...mica-chi-paga-il-prezzo-piu-alto.html
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2016-07-01)
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