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  1. «non so votare, è troppo difficile e con gente sconosciuta». Da nord a sud, attraversando il centro Italia, la Generazione Zero che nel ’18 arriva alla maggiore età di fronte al primo voto appare disorientata, distratta, lontana, nonostante i politici parlino sempre più come loro: in digitale. Tweet, post Facebook e video su Youtube non lasciano memoria di volti e contenuti. E il distacco non dipende solo dai ragazzi.

    Da Trento arriva solo una manciata di voti. «Il sondaggio è stato vietato dalla preside», ammette mortificato uno dei rappresentanti. Un no che aiuta a comprendere come nell’istituzione Scuola la dialettica politica negli ultimi anni sia stata bandita. «Ci dicono che dobbiamo prima pensare a noi stessi e impegnarci nella realizzazione della carriera professionale», confida un ragazzo che vuole rimanere anonimo perché schierarsi contro i professori «non è intelligente».

    La politica viene vista come qualcosa di sbagliato, a volte anche pericolosa, in ogni caso inutile. Storie di volantini sequestrati perché politicizzati. Racconti di ragazzi lasciati fuori dall’istituto perché intenti in qualche campagna. Nel gruppetto di studenti davanti alla scuola del centro di Roma si allarga e le voci si alzano di tono: «Ci sono professori che ci dicono che i politici fanno tutti schifo»

    Dopo sei mesi l’indottrinamento ha attecchito. Non sono gli ideali, il fascismo o la paura del diverso. L’estrema destra vince sui giovani con l’identità. Il messaggio che arriva ai cittadini del domani è: «Siamo solo noi ad aiutare il prossimo». E lo fanno mandando questi ragazzi a regalare la spesa o spedendoli a “conquistare” condomini “invasi”, a loro dire, da extracomunitari irregolari.

    La destra avanza, la sinistra arretra. «Siamo gli ultimi diciottenni a votare per un partito moderato e vicino a esponenti come Massimo D’Alema», dice Damiano Moscardini rappresentante del liceo Russell di Roma. Una frase che riflette le contraddizioni nazionali. «Gli studenti di primo e secondo superiore si stanno spostando verso movimenti estremisti e populisti». La sinistra ha posato il megafono tra mille sigle studentesche che raccolgono il consenso solo a suon di tessere. Si dividono in correnti, partitini, fazioni, come i loro leader senior.

    vedi anche:
    AGF-EDITORIAL-792042-jpg
    I giovani di oggi né ribelli né debosciati: sono la copia conforme dei loro genitori
    L'inchiesta dell'Espresso fornisce un'immagine diversa della classe 2000 che presto sarà chiamata al voto. Lontana da quella dei fratelli maggiori trentenni e con le stesse ansie e paure di padri e madri
    «Ci sono i Future Dem», spiega Damiano. «Sono quelli che appoggiano Matteo Renzi, ma con il casino dell’Alternanza scuola-lavoro non se la passano bene». Il rosario continua: Fronte Gioventù Comunista, Giovani Democratici, Federazione degli Studenti e infine i più apartitici, ma comunque schierati, la Rete degli Studenti Medi. Giammarco Manfreda, il coordinatore nazionale della Rete, fa chiarezza: «Si perdono in scissioni e congressi sanguinari che dividono. Ad esempio i Future Dem adesso parlano solo di Ius Soli. Per loro non ci sono altri argomenti visto che criticare la buona scuola è un compito arduo se appoggi il segretario del Pd». Il tutto nell’indifferenza della maggior parte degli studenti. La sinistra giovanile, a volte, si desta dal torpore dell’autoreferenziale e scende in piazza per protestare come lo scorso 17 novembre dove ha alzato la voce contro l’alternanza scuola lavoro. Lo fa senza falce e martello, senza Che Guevara di sorta e senza il mito della ribellione del ’68. Bandiere tramontate da tempo, in realtà.
    http://espresso.repubblica.it/attuali...?ref=twhe&twitter_card=20171212114128
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  2. La disoccupazione giovanile potrebbe avere effetti devastanti sull’età di raggiungimento della pensione per le generazioni più giovani. Secondo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, chi è nato dopo il 1980 rischia di andare in pensione con i requisiti minimi non a 70 anni, ma «due, tre, forse anche cinque anni dopo». L’Inps ha condotto uno studio apposito sulla classe 1980, «una generazione indicativa» ha detto Boeri prendendo a riferimento «un universo di lavoratori dipendenti, ma anche artigiani», ed è emerso come per un lavoratore tipo «ci sia una discontinuità contributiva, legata probabilmente a episodi di disoccupazione, di circa due anni. Il vuoto contributivo pesa sul raggiungimento della pensione, che a seconda della sua lunghezza, «può slittare anche fino a 75 anni».

    Flessibilità necessaria

    «Non voglio terrorizzare ma solo rendere consapevoli dell’importanza della continuità contributiva» ha aggiunto il presidente dell’Inps, tornando a sollecitare al governo una riforma per rendere più flessibile l’età di uscita dal lavoro. «L’uscita flessibile è un terma che va affrontato non fra cinque anni ma, credo, adesso. Abbiamo studiato il comportamento di due tipi di imprese, con o senza lavoratori bloccati dalla riforma del 2011. Abbiamo visto che le prime hanno assunto meno giovani con una forte penalizzazione di questi ultimi. Dato il livello della disoccupazione giovanile e dato che rischiamo di avere intere generazioni perdute nel Paese, e dato che invece abbiamo bisogno di quel capitale umano, credo sia m0lto importante fare questa operazione in tempi stretti» ha concluso Boeri.
    http://www.corriere.it/economia/16_ap...e94-0657-11e6-98ad-d281ab178a74.shtml
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  3. Non considerano un’opportunità dividere le responsabilità ma non i profitti, hanno altri paradigmi di professionalità (mi dici cosa vuoi, lo faccio, mi paghi, ciao) e di vita (mi piace la montagna, fanculo te e la tua reperibilità, vado 3 mesi in Nepal).
    Non comprano casa e quindi sticazzi della garanzia del mutuo (tanto magari domani parto per Glasgow a imparare come si addestrano i salmoni).

    E tutte queste cose gliele avete insegnate voi, in oltre 10 anni di crisi in cui avete mantenuto le vostre rendite di posizione sulle spalle di chi non aveva modo di “difendersi”. In 10 anni di “il tuo contratto scade tra 1 settimana e non te lo rinnoviamo, scusa il poco preavviso ma aspettavamo delle risposte dai clienti”, in 10 anni di stipendi striminziti, ingiusti e senza prospettive.

    E così è arrivata la mutazione genetica e siete voi ora quelli spiazzati, quelli con le strutture mastodontiche, ministeriali, che non solo non riescono ad accogliere le forme di lavoro “liquide” che avete fortemente contribuito a creare, ma non rappresentano più nemmeno una reale attrattiva economica e professionale perché a queste persone l’idea di stare 10 o 20 anni nella stessa azienda a sudarsi 100 euro lordi d’aumento ogni 5 (quando va bene), fa venire l’orticaria.

    Dove porterà tutto questo in termini economici e di mercato sul lungo termine di certo non so dirvelo io.

    L’unica cosa che dal profondo del cuore mi sento di dire è:
    loro hanno ragione e voi, davvero, avete rotto il cazzo.
    https://acidorsa.wordpress.com/2017/06/07/avete-rotto-il-cazzo/amp
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  4. Vorrei dirlo subito, chiaro e tondo: il Blue Whale Challenge, la serie di sfide che porterebbero al suicidio di cui si parla tanto ultimamente, soprattutto dopo un servizio trasmesso da Le Iene il 14 maggio scorso, per ora è un mito senza prove; ma rischia di trasformarsi in realtà se si continua a parlarne in modo irresponsabile, sensazionalista e acchiappaclic, quasi compiacendosi di raccontarne i dettagli, di descrivere l'elenco preciso delle sfide da superare, come stanno facendo tanti giornali e come ha fatto appunto Le Iene con un servizio agghiacciante, durato oltre mezz'ora, che ha indugiato lungamente su immagini scioccanti ma ha portato ben pochi elementi concreti e ha spesso creato accostamenti falsi e ingannevoli.
    http://attivissimo.blogspot.it/2017/0...e-whale-mito-pericolosamente.html?m=1
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  5. Esplora il significato del termine: L’attenzione a come ci sentiamo, di cui adesso comprendiamo bene la ragione, non è una novità: nel giugno del 2014, Facebook ha pubblicato i risultati di un esperimento che aveva esposto quasi 700 mila utenti a contenuti soprattutto positivi o soprattutto negativi. Lo scopo? Studiare le reazioni. Il passo successivo? Rivendersele, pare. » L’attenzione a come ci sentiamo, di cui adesso comprendiamo bene la ragione, non è una novità: nel giugno del 2014, Facebook ha pubblicato i risultati di un esperimento che aveva esposto quasi 700 mila utenti a contenuti soprattutto positivi o soprattutto negativi. Lo scopo? Studiare le reazioni. Il passo successivo? Rivendersele, pare.
    http://www.corriere.it/tecnologia/soc...f16-2e64-11e7-8176-4e0249fd95d5.shtml
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  6. Esplora il significato del termine: Ogni Paese ha assistito a un forte calo, dovuto alla crisi e al cambiamento degli stereotipi sulla maggiore età. A livello europeo prevale il concetto di condivisione», spiega Angelo Sticchi Damiani, presidente dell’Automobile Club d’Italia, che snocciola dati per lui poco incoraggianti: rispetto al ‘92, nel 2012 le patenti B sono crollate del 39%, quelle A del cinquanta. L’anno scorso hanno preso la licenza di guida 654.335 under 21; dieci anni fa erano 743.799. «L’automobile oggi è solo uno strumento per muoversi, ma per dove? La Rete occupa la maggior parte del tempo dei giovani, il social network sostituisce l’andare al bar o in piazza», interviene l’antropologo Marco Aime. E allora ecco perché il possesso della tecnologia diventa qualcosa di più personale e liberatorio di un’auto. «Ai miei due figli, 22 e 28 anni, una macchina non interessa: prendono quella del padre o del car sharing», spiega Alberto Marinelli, sociologo dei nuovi media. «Per dirla con McLuhan, in un mondo analogico la vettura era legata alla possibilità di spostarsi nello spazio e nel tempo ed era sinonimo di libertà. Oggi questa funzione è riposta nelle tecnologie: smartphone, tablet o computer non mi chiudono in me stesso, al contrario mi aprono allo scambio di esperienze. Mi introducono in un mondo che attraverso loro posso esplorare». » Ogni Paese ha assistito a un forte calo, dovuto alla crisi e al cambiamento degli stereotipi sulla maggiore età. A livello europeo prevale il concetto di condivisione», spiega Angelo Sticchi Damiani, presidente dell’Automobile Club d’Italia, che snocciola dati per lui poco incoraggianti: rispetto al ‘92, nel 2012 le patenti B sono crollate del 39%, quelle A del cinquanta.

    L’anno scorso hanno preso la licenza di guida 654.335 under 21; dieci anni fa erano 743.799. «L’automobile oggi è solo uno strumento per muoversi, ma per dove? La Rete occupa la maggior parte del tempo dei giovani, il social network sostituisce l’andare al bar o in piazza», interviene l’antropologo Marco Aime. E allora ecco perché il possesso della tecnologia diventa qualcosa di più personale e liberatorio di un’auto. «Ai miei due figli, 22 e 28 anni, una macchina non interessa: prendono quella del padre o del car sharing», spiega Alberto Marinelli, sociologo dei nuovi media. «Per dirla con McLuhan, in un mondo analogico la vettura era legata alla possibilità di spostarsi nello spazio e nel tempo ed era sinonimo di libertà. Oggi questa funzione è riposta nelle tecnologie: smartphone, tablet o computer non mi chiudono in me stesso, al contrario mi aprono allo scambio di esperienze. Mi introducono in un mondo che attraverso loro posso esplorare».
    http://www.corriere.it/cronache/15_se...7f8-60ea-11e5-9c25-5a9b04a29dee.shtml
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  7. CANNABIS e cocaina, ma anche crack, eroina, metanfetamina, ecstasy. Le droghe insomma non sembrano più di moda tra gli studenti americani. A rivelarlo è l’indagine Monitoring the Future, un report annuale che fotografa l’andamento dei consumi di sostanze d’abuso negli Usa, e che, per la prima volta dal 1975 segna un netto calo in quasi tutte le voci, compresi alcol e sigarette. Capire il perché non è facile: secondo qualcuno potrebbe essere merito dello stigma crescente per le sigarette che elimina una delle porte di ingresso principali al consumo di sostanze stupefacenti; per altri l’effetto è dovuto alla sempre più diffusa legalizzazione della marijuana, o all’efficacia delle campagne di sensibilizzazione degli ultimi anni. Alcuni esperti americani però iniziano a vedere un pattern preciso, e meno rassicurante. Come racconta un articolo del New York Times, il minor consumo di sostanze d’abuso potrebbe essere collegato al crescente problema della dipendenza da internet, smartphone e computer. I millennials, insomma, starebbero solamente cambiando vizio.

    Due facce della stessa medaglia. Ne è convinta ad esempio Nora Volkow, direttrice del National Institute on Drug Abuse americano, che racconta al New York Times di avere organizzato un convegno per il prossimo aprile, per iniziare a indagare seriamente questa possibilità. L’utilizzo ossessivo di internet, social media, computer e smartphone, spiega l’esperta, ha iniziato a diffondersi tra i giovanissimi proprio negli ultimi anni, e potrebbe aver tolto tempo per droghe e festini, sostituendo però una nuova forma di dipendenza allo sballo derivante dal consumo di sostanze illegali. È presto per spiegare come ma, spiega Volkow, “c’è chiaramente sotto qualcosa”: per la prima volta da 40 anni il consumo di cannabis è in calo tra gli studenti dei licei e lo stesso si nota per cocaina, allucinogeni, ecstasy, crack. E mentre cala il desiderio di sballarsi, aumenta il tempo trascorso tra giochi, social media e altre attività online. Un’indagine del 2015 svela che tra i 13 e i 18 anni gli americani trascorrono in media sei ore e mezza davanti allo schermo di computer, tablet e telefoni.
    http://www.repubblica.it/salute/2017/...net_dipendenza_giovani-160667917/?rss
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  8. Il numero degli spermatozoi è crollato, il testosterone di un uomo di 60 anni oggi è molto più basso rispetto a quello di suo padre quando aveva la stessa età, in Italia un ragazzo su 3 è a rischio infertilità e la sterilità maschile è raddoppiata in 20 anni. Nel nostro paese ormai una coppia su 5 non riesce ad avere figli e ricorre alla fecondazione in vitro, tecnica complessa e molto costosa. Non solo, anche il pene dei giovani d’oggi è più corto di quasi un centimetro rispetto al passato. Poi ci sono casi più estremi, ma in fondo non così rari, di uomini che sviluppano il seno. Il fenomeno è da diversi anni oggetto di ricerca in tutto il mondo
    http://www.huffingtonpost.it/2017/03/...aschio-presa-diretta_n_15328366.html#
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  9. Facebook e Whatsapp sono i servizi preferiti e costituiscono l’accoppiata vincente della comunicazione in pubblico e in privato, sia per i giovani (entrambi all’89% di utilizzo) che per l’intera popolazione.

    Grande salto ha fatto registrare YouTube, che è passato da una penetrazione del 38,7% del 2013 al 46,8%, ma con una spiccata preferenza da parte dei giovani (73,9%).

    Anche Instagram ha fatto un balzo, passando dal 4,3% di utenti del 2013 al 16,8% del 2016 (con il 39,6% di giovani).

    Sorprende la persistenza di Google+ tra i minori di 29 anni ed emerge la forza di Amazon, che viene usato dal 39% dei giovani intervistati, seguito da eBay. Ancora allo stadio iniziale app come Telegram, Viber e Snapchat.

    Il rapporto evidenzia anche un divario profondo tra i consumi mediatici giovanili e quelli degli over 65. L’89,3% dei giovani dice di usare Facebook, contro il 16,3% degli anziani. Su YouTube il divario va dal 73,9% all’11,2% e su Twitter si passa dal 24% all’1,7% degli over 65.
    https://vincos.it/2017/02/20/censis-s...e-i-servizi-web-piu-usati-dai-giovani
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  10. TRENTO. Corso di educazione o, piuttosto, di addestramento sessuale a scuola? La contrarietà di un’insegnante cittadina è netta.

    Si è seduta al computer ed ha scritto una lettera ai genitori dei suoi studenti, una classe seconda, del liceo pedagogico Rosmini di via Malfatti: «Nella classe di vostro figlio, dove insegno scienze naturali, tra breve verrà proposto un corso di educazione sessuale. Ebbene questo sarà invece un corso d'addestramento sessuale che, frettolosamente ed in modo parziale, viene proposto a scuola. Un fatto che costituisce un'ingerenza inammissibile, una violenza inaccettabile» scrive la professoressa Katia Ricciardi che, come chiarisce nell'incipit della lettera alla famiglia, al Rosmini insegna scienze naturali.

    Una presa di posizione messa nera su bianco, in evidente contrapposizione con un progetto, a suo tempo approvato dal consiglio scolastico, che la bacheca elettronica della scuola sintetizza così: “educazione socio affettiva e sessuale per le classi II. Promosso dalla scuola e gestito da psicologi e operatori sanitari”.

    Ma la realizzazione del progetto scolastico vede la presa di distanza della professoressa Ricciardi che, però, fa capire di doversi attenere agli ordini della preside: «Il corso dovrebbe essere neutrale. Ma, nel momento in cui si impone che, in vista dello stesso, la classe riceva una lezione sugli aspetti anatomici e fisiologici della riproduzione (nonostante ciò non c'entri nulla con la programmazione annuale dell'insegnamento di scienze naturali) è evidente quale approccio alla sessualità stiamo avallando e quale invece mostriamo di disprezzare. E questo avviene anche nel momento i cui si calpestano il pudore e la purezza, invitando i ragazzi a confrontarsi liberamente sulle proprie esperienze e aspettative sessuali», osserva ancora la docente riferendosi al corso che, come detto, verrà impartito a studenti di 15 anni.

    Alla professoressa Ricciardi, come si legge nella lettera, il corso in questione non è parso adatto sin dalle premesse: «Il pensiero di chi promuove il corso è : “Vogliamo essere il più possibile neutri”. “I ragazzi sono grandi e ognuno si è già fatto un'idea”. “Forniamo ai ragazzi informazioni e strumenti, senza dire cosa è giusto e cosa è sbagliato”. Ma questo corso respinge l'istanza morale. C'è educazione – continua la prof – soltanto se si agisce affinchè qualcuno diventi eticamente migliore, altrimenti si sta facendo dell'addestramento. Ovvero ci si limita a trasmettere delle competenze».

    Insomma a pochi giorni dalla polemica sollevata da uno spettacolo teatrale “gender” proposto ad alcuni studenti trentini, arriva una lettera che sembra per certi versi riaprire una discussione che pareva sopita: sui tempi ed i modi di fare educazione sessuale a scuola. La professoressa del Rosmini, per dirla tutta, una sua convinzione ce l’ha: «L’educazione sessuale dei figli spetta soltanto alla famiglia. L’educazione si realizza, gradualmente e pienamente, solo nella famiglia i cui ilo ragazzo è accolto, allevato ed amato».

    In una scuola laica come il Rosmini la lettera della professoressa Ricciardi si staglia come un atto di obiezione di coscienza. Lecito ma, forse, tardivo come tempistica. Di certo i dubbi didattici dell’insegnante non appaiono disgiunti da convinzioni religiose di un’ortodossia difficile da trovare nella scuola. Anche non laica: «La disgiunzione tra componente unitiva e la componente procreativa dell’atto sessuale oggi è imperante. I frutti di questa frattura sono amari. Da una sessualità spogliata dalla componente procreativa scaturiscono la pornografia, la pedofilia, l’ideologia omosessualista, la promiscuità sessuale e l’ipersessualizzazione dell’infanzia e dell’intera società», scrive la professoressa chiudendo la lettera ma, di certo, non la discussione.
    http://m.trentinocorrierealpi.gelocal...-scuola-io-prof-non-ci-sto-1.14851207
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