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  1. Il dato certo è che le competenze relative a cittadinanza e Costituzione vanno sviluppate nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto per le stesse. Lo stabilisce l’art.1 del D.l. n. 137 del 2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 169 del 2008. Detto più semplicemente, cittadinanza e Costituzione non sono una materia a sé stante ma un argomento da inserire nell’insegnamento di storia e geografia. Più propriamente, un argomento per il quale trovare spazio, nel corso della settimana, nell’ora di geografia e nelle due di storia. Impresa quasi proibitiva. Ben inteso, proibitiva non certo per l’incapacità degli insegnanti di modulare i tempi, organizzare le attività, programmare la didattica. E neppure perché la gran parte degli insegnanti non considerino cittadinanza e Costituzione un fondamento imprescindibile. La gran parte dei professori lo sa che non se ne dovrebbe fare a meno. Ma poi accade, spesso; verrebbe da dire, loro malgrado.

    Il problema non sono storia e geografia. E neppure gli insegnanti. Ma piuttosto i programmi ministeriali che prevedono quel che nella realtà è sostanzialmente impossibile
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018...conta-davvero-formare-persone/4370815
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  2. Come suggerisce De Mauro, lo sviluppo culturale dei singoli e della società nel suo complesso è essenziale per garantirne la sua sopravvivenza in forme democratiche e partecipate.
    In tutto ciò, cosa c’entra il digitale?

    C’entra in quanto in questo tempo partecipa in modo decisivo alla definizione del concetto stesso di cultura. Malauguratamente, troppo spesso ne abbiamo invece una visione distorta o parziale.

    In realtà, il digitale vive al centro della nostra società. È un suo costituente cardine che ne determina nel bene e nel male dinamiche e comportamenti. Non può quindi essere visto come un optional, un elemento marginale del quale se appena possibile fare a meno, o un ambito tra i tanti del nostro vivere quotidiano.

    Se, come afferma De Mauro, senza cultura non ci possono essere democrazia e conseguentemente rapporti sociali maturi, e se è vero come è vero che il digitale ha un impatto molto significativo sul concetto moderno di cultura, allora ne deriva che il digitale determina e contribuisce a definire l’idea stessa di cittadinanza. Oggi non è possibile essere cittadini consapevoli senza una comprensione dei fenomeni, delle dinamiche e delle dimensioni del digitale.
    https://www.techeconomy.it/2018/05/03/moderna-cultura-ai-tempi-del-digitale
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  3. Seppur con le dovute proporzioni anche in Italia le pressioni sociali sono molto forti. Determinanti fin dai primi casi di hikikomori diagnosticati nel 2007, sono il calo delle nascite con il conseguente aumento dei figli unici, di norma sottoposti a pressioni maggiori, la crisi economica che rende più lontano l’ingresso (reale) nel mondo del lavoro e l’esplosione della cultura dell’immagine, esasperata dalla diffusione capillare dei social network.

    Leggi anche: Bill Gates e Steve Jobs hanno cresciuto i loro figli senza tecnologia, e questo dovrebbe insegnarci qualcosa

    In Italia la sindrome non colpisce solo i maschi, come avviene in Giappone, ma riguarda anche un discreto numero di hikikomori-femmine, con un rapporto di 70 a 30. “Per una questione culturale le famiglie considerano, tuttavia, la reclusione della figlia come un problema minore – spiega Crepaldi – Probabilmente perché la vedono come una futura casalinga o sperano che un domani si sposi ed esca di casa”.

    All’interno del contesto italiano, ci sono poi differenze addirittura tra una regione e l’altra: gli hikikomori del Nord Italia hanno, infatti, delle caratteristiche diverse rispetto a quelli del Sud Italia. Proprio per questo il sito di Hikikomori Italia mette a disposizione chat regionali, in cui i ragazzi possono discutere dei problemi con i loro conterranei affetti dalla stessa sindrome.
    https://it.businessinsider.com/hikiko...italiani-che-si-autorecludono-in-casa
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  4. Per anni abbiamo eroso la credibilità dell’autorità, eliminando dalla cultura ogni elemento verticale, ogni criterio guida, sostituendo la validità di un’eredità, sempre e comunque da vagliare e rinnovare, con un’effimera immaginazione al potere. L’autorità viene dalla verità di un’esperienza da trasmettere perché vissuta e valida ma, in assenza di adulti che incarnano ciò che pretendono e in mancanza di proposte di senso credibili, narrazioni e identità diventano tutte provvisorie. Così diventa normale irridere chi rappresenta l’autorità, perché non rappresenta nulla, al massimo un ostacolo alla felicità narcisistica, che non ammette critiche e fallimenti, la pazienza del lavoro quotidiano, il merito, ma pretende la soddisfazione immediata del piacere, e un rassicurante 6 politico. Da qui emergono i due atteggiamenti, apparentemente contraddittori, tipici di chi ha autorità senza di fatto averla conquistata veramente: autoritarismo e lassismo. Da un lato l’inasprirsi di norme, vincoli e punizioni, con l’invocazione di un passato idealizzato, dall’altro l’eliminazione di qualsiasi gerarchia di verità e validità delle proposte, con il conseguente appiattirsi della felicità sul piacere individualistico, per un liberi tutti che poi significa liberi contro tutti.

    Una cultura senza proposte di senso credibili genera a cascata tre conseguenze: perdita di identità, narcisismo e vergogna. Il narcisismo è la conseguenza di un’identità volatile e smarrita, che non è stata trasmessa e liberamente elaborata: non si è parte di una storia e non c’è un fondamento di verità su cui costruire se stessi. L’identità, il livello profondo di consapevolezza di sé, fondato su ciò che possiamo dare per scontato, svanisce e deve essere quindi comprata o procurata con una prestazione: ognuno è spinto a usare e abusare del proprio io come oggetto di una performance, che porta alcuni ragazzi ad abbandonare la competizione prima di cominciare, altri a vincerla con ogni mezzo fino a sfinirsi. Lo sguardo altrui ha un potere fondante ma, in assenza di identità, mortale: ci illude di esistere ma ci imprigiona, perché la folla anonima non basta per essere veramente amati. Così cresce la cultura della vergogna, in cui le crisi e le fragilità non sono ferite da riconoscere, accettare e curare attraverso relazioni sane e stabili, ma colpe da eliminare o nascondere perché inadatte al successo, come mostra la lettera dei familiari del famosissimo dj 28enne Avicii, appena scomparso in circostanze suicidarie: «Il nostro amato Tim era un’anima fragile in cerca di risposte a domande esistenziali. Ha lavorato a un ritmo che lo ha portato a uno stress estremo. Voleva trovare un equilibrio per essere felice. Voleva trovare pace. Non era fatto per quella macchina da business».
    http://www.corriere.it/alessandro-dav...a1e-4bdb-11e8-8cfa-f9edba92b6ed.shtml
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  5. «Quest’ultima è particolarmente presente in Italia, dove il 20% di tasso di disoccupazione scolastica si concentra solamente in alcune regioni: Sardegna, Sicilia, Campania. La media nazionale, invece, è diminuita: alcuni anni fa eravamo al 20%, ora siamo al 13%. La questione della trasmissione intergenerazionale della povertà è legata al contesto in cui si vive e al livello culturale dei genitori: per un ragazzo con entrambi i genitori che non hanno conseguito il diploma di scuola superiore, la possibilità di laurearsi si ferma all’8%, mentre se entrambi i genitori sono laureati, i ragazzi si laureano nel 68% dei casi», continua Piziali.
    http://www.retisolidali.it/educazione...-weworld-index/#.WuHR-Ta65UE.facebook
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  6. Perché siamo arrivati a tanto? Perché il ministero ha messo al primo posto la lotta alla dispersione scolastica. Bocciare o anche solo rimandare un ragazzo innalza la dispersione scolastica e quindi è l’ultima cosa che il ministero si possa permettere. La qualità della scuola è al secondo posto. Finanche l’utilità della scuola è al secondo posto. Meglio una scuola inutile ma che non perde nessuno che una scuola utile che lasci indietro anche un solo ragazzo. Non sto parlando di messaggi impliciti ma di ordini molto espliciti da rispettare che si trovano nero su bianco nelle direttive ministeriali, che a loro volte recepiscono direttive europee.
    https://www.corriere.it/cronache/card...ere-sera/insegnanti-poco-severi.shtml
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  7. Sarà, ma intanto - quarto dato - la scuola ha smesso di essere un ascensore sociale, come per altro ha raccontato il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini nel suo ultimo libro “La maestra e la camorrista” (Mondadori Strade Blu, 2018). Fa specie e orrore vedere che per diamo tra le famiglie con più laureati, se i genitori lo sono. E uno di quelli con meno studenti universitari, se i genitori non lo sono stati. Ergo: quei pochi ragazzi che laureiamo qua in Italia rappresentano nella stragrande maggioranza dei casi uno strato sociale che già era ricco o benestante. E poi venite a parlarci di bomba sociale, per colpa di quattro sfigati fascisti.

    Un piccolo suggerimento: i venti miliardi all’anno che volete buttare per abolire la Legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, buttateli nella scuola, una volta in Parlamento. Fatelo per innovare corsi e materiali didattici, per far crescere la formazione lungo l’arco della vita, per adattare programmi e metodologie al presente, per fare del sistema scolastico italiano un’eccellenza mondiale per la preparazione degli studenti. Poi vedete se le cose non cambiano davvero.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...-e-il-primo-problema-dellitalia/37240
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  8. avevamo introdotto una sperimentazione che ha dato a noi insegnanti, ma, soprattutto, a loro grandi soddisfazioni in termini di riconoscimenti esterni e di prodotti realizzati. Nei due anni della sperimentazione i ragazzi hanno prodotto, infatti, un iBook sul Basso Medioevo, una mostra in realtà aumentata sulla Peste del ‘300 (presentati e apprezzati in presentazioni pubbliche a scuola e in due diversi Tablet School a Belluno e a Milano) e un Webdoc sulla prima rivoluzione astronomica.

    La sperimentazione, denominata (ammetto, con poca fantasia) “Progetto Classe digitale”, intendeva promuovere l’integrazione delle tecnologie digitali, in primis il Tablet, nella didattica.
    Va subito detto che il focus non era il tablet in classe, quanto sulla possibilità di sperimentare un modello di didattica innovativa, fondata su una forma di apprendimento attivo e collaborativo; un approccio interdisciplinare in cui il curricolo invece di essere suddiviso in discipline separate, viene costruito attorno a tematiche e progetti che attraversano le discipline in modo da seguire i collegamenti tra i vari domini del sapere, ridando in questo modo senso alle conoscenze disciplinari stesse; un’organizzazione della giornata scolastica interamente ripensata per non frammentare il lavoro; modalità di lavoro collaborativo e cooperativo in cui gli studenti lavorano insieme su progetti condivisi, in modo da poter imparare tra pari e condividere strategie di apprendimento; un prolungamento dell’aula fisica in un’aula virtuale...
    https://medium.com/la-scuola-che-non-...cnologie-nella-didattica-1b519cdba7a7
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  9. Ecco, quella che evidenzia Riccardo Scandellari è proprio una differenza del linguaggio che caratterizza le giovani generazioni, più propense alla forma di contenuto video, quindi al visual content. Una caratteristica che spiegherebbe meglio questa “fuga da Facebook” dei più giovani che si spostano verso piattaforme che fanno del contenuto visivo la propria ragion d’essere.

    Questo è un dato che certamente non metterà in difficoltà Facebook che, nonostante tutto, continuerà a crescere ancora, negli Usa quanto in altri paesi, ma è indicativo di come, per i giovani, la scelta dello strumento venga determinata dalla tipologia del contenuto che questa permetta di usare. Un approccio diverso rispetto a quelle delle generazioni “più anziane”, che spesso inseguono la piattaforma lasciandosi trasportare dalle caratteristiche che offre.
    https://www.franzrusso.it/condividere...tti-dal-visual-content-anche-effimero
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  10. Ricerche condotte negli Stati Uniti indicano che per la grande maggioranza dei teenager i siti porno sono la principale fonte di apprendimento della sessualità. Un gap educativo che genitori, scuola e istituzioni formative devono colmare, affinché non sviluppino una percezione distorta

    Cosa imparano gli adolescenti dal porno online? Dato che visitano i siti porno molto di più di quanto i loro genitori possano supporre - e plasmano così le loro idee sul piacere e sull’intimità - come si devono comportare gli adulti di riferimento? Si può insegnare ai ragazzi a confrontarsi con questi siti in modo critico? A porsi questi quesiti, è un lungo articolo del New York Times, a firma di Maggie Jones. Il servizio spiega, con dovizia di storie di adolescenti ed esempi più che concreti, come già i 13-14 enni inizino a «documentarsi» sul sesso tramite i siti porno, percepiti come strumenti di «apprendimento tecnico» e «fonti di idee per le future posizioni sessuali con le future fidanzate». Il problema è che sia maschi che femmine, basandosi prevalentemente su quel tipo di immagini, sviluppano una percezione distorta della sessualità. «Dal porno, ho imparato che i ragazzi devono essere forti e dominanti nel letto. Le ragazze godono molto e si eccitano se un ragazzo è sicuro di sé», racconta un adolescente intervistato dal New York Times durante un seminario scolastico sulla sessualità. Una scena porno in particolare è rimasta impressa al ragazzino: una donna appariva annoiata da un uomo che si avvicinava dolcemente a lei sul piano sessuale, mentre era estasiata dall’approccio «duro» di un uomo molto più aggressivo. Lo ha colpito anche la sequenza di un uomo che spingeva una donna contro un muro, mentre una ragazza commentava: «Io voglio un ragazzo come questo ». Un’altra ragazza intervistata menzionava la scena della “pain room” (la stanza del dolore) di “ Cinquanta sfumature di grigio “ esclamando: «Era fantastica!» Un altro ragazzo rivela che visitare i siti porno ha aumentato la sua ansia da prestazione: «Gli uomini dei video hanno fisici ben costruiti e prestazioni notevoli. Temo che se non sarò in grado di averne di simili e che alle ragazze non piacerà farlo con me».
    http://www.corriere.it/cronache/cards...dato/dati-percezioni_principale.shtml
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