Tags: disoccupazione*

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  1. Noi pensavamo ai diritti. E più a quelli civili (ci sono storie di amore, di sofferenze indicibili, non voglio essere frainteso). Bene, benissimo. Meno bene è stato fermarsi non appena quei diritti si tingevano di una qualche sfumatura sociale, come sullo ius soli. Il fatto, però, è che accanto ai diritti erano tornati i bisogni. E noi nemmeno li riconoscevamo più. Erano esplosi con la crisi ma la ripresa li lasciava intatti, allargando i divari: tra i cittadini, tra le imprese. Una minoranza ce la faceva per tutti, la media cresceva, ma la maggioranza non vedeva vie d’uscita. Avremmo avuto bisogno di ricostruire lo Stato, le istituzioni, dare ad esse credibilità, forza, capacità di incidere, migliorare la vita delle persone. Farlo in Europa, certo. Ma se l’Europa non lo fa? L’eccesso di zelo nella ricerca delle “compatibilità” ci ha fatto perdere di vista ogni interesse nazionale. L’ideologia del “vincolo esterno” – che è stata cara anche alla meglio classe dirigente della sinistra – ha diffuso sfiducia in noi stessi e si è risolta nel suo contrario: ha finito per deresponsabilizzare non solo i cittadini ma anche le classi dirigenti. Se, nel governare, metti il “pilota automatico”, se a scegliere non sei tu, a che servi? A cosa serve la politica? Tutto questo ha privato l’Europa di uno spazio di conflitto politico, e ha privato di ruolo la sinistra. La crisi ci restituiva un’Europa divisa, rivelando nel volgere di pochi anni, dalla vicenda greca (in cui c’è stato il primo suicidio della socialdemocrazia) a quella dei migranti, le falle di una costruzione non “incompiuta”, ma segnata
    http://www.largine.it/index.php/sinis...ro-il-discorso-di-giuseppe-provenzano
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  2. Il mercato del lavoro è in rapida trasformazione, la parola chiave è certamente “flessibilità nelle forme contrattuali”, ma anche nelle mansioni si sta realizzando un enorme turn over di competenze a livello mondiale. Secondo il forum di Davos, entro il 2020 si prevede la perdita di 7.1 milioni di posti di lavoro, la maggior parte nei ruoli amministrativi. Contemporaneamente però ci sarà anche un incremento fino a 2 milioni di posti di lavoro nelle professioni del settore delle tecnologie, della matematica e dell’ingegneria. Tra i posti perduti e quelli guadagnati, resta un “buco” di 5,1 milioni di posti di lavoro.
    http://www.corriere.it/dataroom-milen...-0c1d-11e8-ac00-e73bcae47d08-va.shtml
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  3. Il sistema educativo e della formazione va cambiato velocemente. La riforma della Buona Scuola mette in fortissima evidenza l’importanza dell’educazione digitale, ma non basta. Deve essere realizzata in fretta perché il 65% dei bambini che sono ora alle scuole elementari, saranno occupati in tipi di lavoro che al momento ancora non esistono, come è possibile leggere nel lungo report disponibile sempre sul sito del WEF.

    La formazione permanente deve essere adeguata a un mondo del lavoro sempre più in contatto con le macchine e con i software e soprattutto va ridefinito il sistema di ammortizzatori sociali per massimizzare la riconversione dei lavoratori che verranno sostituiti dall’automazione. La politica industriale deve essere decisa. Nell’economia della conoscenza il valore più grande, l’investimento migliore, come dice anche Schwab, è nei talenti, nel capitale umano. Il cambiamento che il digitale porta nel nostro mondo è fortissimo, profondo, dirompente. Se la politica vuole dare risposte adeguate a questo cambiamento, per evitare il più possibile le tensioni sociali di cui parla Schwab e cogliere il maggior numero di opportunità, non può continuare a operare timidi cambiamenti rispetto al passato.
    http://www.agendadigitale.eu/industry...llo-per-prepararci-al-futuro_2020.htm
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  4. I nostri genitori, anziché chiedere rigore nei conti, hanno votato quelle classi dirigenti e le hanno tenute al governo, acquistando i titoli di Stato che pagavano interessi favolosi e zavorravano ancora di più il futuro del paese, costruendo attraverso le cedole di quei Bot, Btp, Cct il proprio gruzzolo di risparmio privato. Perché si dice sempre questo: è vero che l’Italia ha di gran lunga il peggior dato in termini di debito pubblico, ma ha tanto risparmio privato, che fa da ammortizzatore sociale. Ma in mano di chi è quel risparmio privato? Lo gestiscono i padri o i figli? I padri si sono comprati le case di proprietà, con tutto quell’attivo circolante l’inflazione ha galoppato, i prezzi delle case si sono impennati. Quali sono le generazioni che detengono il patrimonio immobiliare del paese e quali sono quelle che non possono neanche trovarsi una stanza in affitto per studiare fuori sede perché la fanno pagare uno sproposito? Tutte conseguenze del dramma del debito pubblico.
    https://medium.com/italia/la-generazi...nta-e-ottanta-8b397a92f25b#.yqnh399qm
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  5. Un contratto di lavoro a tutti gli effetti, ma flessibile al punto da non garantire neanche un minimo di ore lavorative a settimana. Solo che, in caso di necessità, sarà chi ha firmato il contratto a essere chiamato.

    Ecco, in sintesi, gli “zero hours contracts”, rapporti di lavoro inizialmente nati per studenti e giovani lavoratori, ma che in Regno Unito hanno raggiunto una diffusione tale da regolare essere utilizzanti in circa il 3.5% dei contratti di lavoro.

    Sono circa un milione le persone che hanno firmato questo tipo di contratto oltremanica, spiega Elisabetta Cassaneti, partner dello studio legale LabLaw.

    Una diffusione tale, spiega Cassaneti, che questo contratto viene utlizzato anche da Buckingham Palace. “Mc Donald’s UK impiega il 90% del personale con zero hours e i famosi negozi Sport Direct hanno 20.000 dipendenti a zero hours su 23.000,” spiega l’avvocato.

    Eppure, per il momento il successo di questo tipo di rapporto lavorativo resta quasi esclusivamente inglese, e in particolare nei settori dei servizi e della grande distribuzione.

    Il meccanismo è semplice. “Il lavoratore attende che il datore di lavoro lo chiami e una volta ricevuta la chiamata, spesso con un brevissimo preavviso, è tenuto a presentarsi a lavoro” spiega Cassaneti.
    http://nuvola.corriere.it/2015/05/15/...s-conquistano-anche-buckingham-palace
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  6. A dire il vero i giovani migranti non sono i primi a indossare le casacche gialle dell’iniziativa Attiviamoci perCesena. Già da tempo altri 32 cittadini ‘indigeni’ di Cesena, facevano volontariato pulendo le strade, anche semplicemente il proprio marciapiede: “Non è schiavismo il nostro – spiega Simona Benedetti, assessore comunale per i Servizi alla persona – perché ai ragazzi è stato chiesto se volevano dare una mano esattamente come già lo fanno altri cesenati. Questo è solo un modo perché questi ragazzi possano incontrare gli altri cesenati. Questo non è lavoro, è volontariato. Il lavoro è un’altra cosa ed è retribuito”.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...-bene-vogliamo-ripagarvi-cosi/1693104
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  7. L’ennesimo paradosso. Adesso i camionisti italiani per ottenere un posto di lavoro chiedono la residenza nei Paesi dell’Est Europa, in particolare Romania, Slovenia e Polonia. In questo modo possono sperare di essere reclutati da una agenzia del lavoro locale per ottenere un contratto di somministrazione con un’azienda di autotrasporto.

    Un fenomeno innescato dal dumping sociale causato dalla disparità di trattamento economico tra gli autotrasportatori europei, che nel nostro Paese sta mandando in tilt il settore. Un camionista romeno o polacco che viene distaccato in una azienda italiana, infatti, al datore di lavoro costa circa il 50 per cento in meno, grazie al carico contributivo e fiscale meno elevato.
    http://espresso.repubblica.it/affari/...no-si-finge-polacco-1.198003?ref=twhe
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  8. A dicembre, certifica l’Istat, scende la disoccupazione e salgono gli occupati. Ma un dato non fa una tendenza. Aumentano anche gli inattivi, soprattutto tra i giovani. Diminuiscono solo fra gli over 55.
    http://www.valigiablu.it/i-dati-sulloccupazione-spiegati-meglio
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  9. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare.

    Per molti ragazzi italiani servire dietro il banco anonimo di una catena è una tappa provvisoria. Macchine del caffè, una stanza in affitto in zona 3, la metro per andare al lavoro. Per altri si tratta di un compromesso. Per altri è semplicemente un lavoro – quello che non c’era nella provincia italiana da cui arrivano. Lo stereotipo della fuga dei cervelli ha smesso da tempo di adattarsi ai nuovi flussi migratori. Si tratta di una fuga, punto.

    Dunque, mettere un tetto agli ingressi di lavoratori europei nel Regno Unito è al momento impossibile, oltre che poco auspicabile per le grandi aziende che li impiegano. Come dare un segnale rassicurante agli elettori di destra? Ecco il problema di Cameron. La sua soluzione è concentrarsi sul welfare.

    Il premier ha annunciato un piano per escludere i lavoratori europei dal sistema dei benefit, i sussidi dello stato. Il piano prevede che i cittadini europei potranno chiedere sussidi solo dopo aver vissuto e lavorato nel paese, ovvero pagato tasse, per quattro anni. Inoltre saranno espulsi se ancora disoccupati dopo sei mesi di permanenza. Voci critiche hanno evidenziato che si tratta di misure demagogiche, visto che il ricorso degli immigrati dall’Unione europea al sistema dei sussidi finora è stato marginale.
    http://www.internazionale.it/opinione...ni-che-il-regno-unito-non-vuole-piu-2
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  10. La disoccupazione è aumentata molto nei paesi del Sud, a tutti i livelli d’istruzione, seppure molto di più tra i lavoratori con istruzione più bassa. Ma la cosa interessante da notare è che, prima della crisi, il tasso di disoccupazione tra i lavoratori con livelli d’istruzione base era molto più basso nel Sud che nel Nord e nel Centro. Questo potrebbe riflettere il boom pre-crisi di settori tradizionalmente unskilled, come quello delle costruzioni. L’economista spagnolo Luis Garicano, per esempio, ha mostrato l’esistenza di una distorsione nelle decisioni d’investimento in capitale umano dei giovani spagnoli prima della crisi, legato al boom del settore immobiliare. Essendo molto più facile e conveniente trovare un lavoro in questo settore surriscaldato, la Spagna ha visto un aumento del tasso di abbandono dell’istruzione superiore (cosa molto rara in un paese sviluppato). Ed è proprio in Spagna, Grecia e Irlanda, dove la bolla immobiliare pre-crisi è stata più pronunciata, che il tasso di disoccupazione è aumentato maggiormente tra i lavoratori con istruzione bassa. Ma essendo legata allo scoppio della bolla immobiliare, che difficilmente e poco auspicabilmente si ripeterà a breve, parte di questa disoccupazione potrebbe essere difficile da riassorbire anche quando il ciclo economico migliorerà.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...ne-non-uneurozona-per-giovani/1310778
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