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  1. In sintesi: diversamente da tutti gli altri partiti, il sostegno al PD appare confinato nella classe sociale medio-alta. Messo insieme agli altri dati visti precedentemente (l’effetto di disoccupazione e immigrazione), questo dato appare un ulteriore tassello rilevante per comporre il mosaico del risultato del 4 marzo. Il fatto che il PD (il grande sconfitto di queste elezioni, il cui tracollo elettorale costituisce una gran parte – come mostrato dalle analisi di flusso dell’Istituto Cattaneo – del successo della Lega e del M5S) appaia confinato nella classe medio-alta – che lo configura quindi come partito delle élite – è infatti coerente con la strategia scelta dal partito di puntare su temi come l’innovazione tecnologica, i diritti civili, l’integrazione europea, la globalizzazione, e più in generale con una narrazione ottimistica delle trasformazioni dell’economia e della società contemporanea. Tuttavia l’altra faccia di questa strategia è che, inevitabilmente, i ceti che si sentono minacciati dagli effetti negativi di queste trasformazioni non hanno percepito il PD come un partito in grado di ascoltare le loro istanze.

    Questo è accettabile per un partito d’élite; ma chiaramente non lo è per un grande partito di massa a vocazione maggioritaria che voglia esprimere una cultura di governo. Nella storia d’Italia simili grandi partiti (dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia, dal PdL fino all’esperienza dell’Ulivo) hanno sempre espresso la capacità di conciliare l’attenzione ai ceti più dinamici della società con la capacità di comprendere e sostenere chi rimaneva indietro. Ignorare i ceti più deboli è una strategia legittima, ma bisogna sapere che questo porta inevitabilmente a restringere in modo radicale il proprio bacino di consenso. Vedremo come evolverà la strategia del Pd.
    https://cise.luiss.it/cise/2018/03/06...ero-se-il-pd-e-il-partito-delle-elite
    Tags: , , by M. Fioretti (2018-03-07)
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  2. Esplora il significato del termine: Ci sono varie possibilità.La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna. La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’ insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti. Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs Act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività. Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose. Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano e più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda. Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs Act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino. » Ci sono varie possibilità.La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

    La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’ insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

    Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs Act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

    Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

    Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano e più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

    Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs Act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.
    http://www.corriere.it/cultura/16_nov...f2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml
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  3. In dieci anni perse 65mila matricole, con un calo del 20% dei diplomati che scelgono di continuare gli studi. Colpa della crisi, ma anche dalle scarse prospettive di lavoro che dà la laurea. La contrazione del sistema universitario italiano oltre ad ampliare il divario fra Nord e Sud mina però gravemente il potenziale di crescita del Paese. C'è chi dà la colpa all'aumento delle tasse, all'introduzione del numero chiuso e al taglio dei fondi statali per borse e alloggi, mentre per gli studenti il colpo di grazia è arrivato con la riforma dell'Isee
    http://inchieste.repubblica.it/it/rep..._dall_universita_-130049854/?rss#isee
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  4. Lavori di potatura, manutenzione stradale e pittura per saldare i debiti con il fisco comunale. La novità è stata introdotta un anno fa dal governo per aiutare le famiglie travolte dalla crisi, ma tra le grandi città solo Milano e Bari hanno deciso di offrire effettivamente questa possibilità ai loro residenti. Fortemente sostenuta dai movimenti promotori di forme di economia alternativa, la misura è stata accolta infatti con scetticismo dalla maggioranza dei municipi a corto di soldi contanti e da chi lamenta le somiglianze con le corvée di antica memoria
    http://inchieste.repubblica.it/it/rep..._tra_futuro_e_medioevo-125163282/?rss
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  5. La popolazione residente in Italia è sostanzialmente arrivata alla crescita zero: i flussi migratori riescono a malapena a compensare il calo demografico dovuto alla dinamica naturale. Lo rende noto l’Istat. Nel 2014 siamo arrivati a 60.795.612 unità, con un aumento di appena 12.944 rispetto all’anno precedente. Del totale della popolazione più di 5 milioni (una percentuale che si attesta all’8,2%) è di cittadinanza straniera.

    Diminuiscono anche i nati stranieri

    Il movimento naturale della popolazione (nati meno morti) ha fatto registrare nel 2014 un saldo negativo di quasi 100 mila unità, che segna un picco mai raggiunto nel nostro Paese dal biennio 1917-1918 (primo conflitto mondiale). Sono stati registrati quasi 12 mila nati in meno rispetto al 2013. Anche i nati stranieri continuano a diminuire (-2.638), pur rappresentando il 14,9% del totale dei nati. La mortalità resta stabile, con una lieve diminuzione in valore assoluto (-2.380).

    Italia sempre meno attraente

    L’Italia è sempre meno attraente per gli stranieri. Gli iscritti in anagrafe provenienti dall’estero nel 2014 stati quasi 280 mila, di cui il 90% sono stranieri. Gli italiani che rientrano dopo un periodo di emigrazione all’estero sono poco meno di 30 mila. Al contrario, coloro che hanno lasciato il nostro Paese sono circa 136 mila, di cui 90 mila sono italiani. Rispetto agli anni precedenti diminuiscono gli immigrati e aumentano gli emigrati, con un saldo tra flussi in entrata e in uscita di 140 mila.
    http://www.corriere.it/cronache/15_gi...a22-1342-11e5-8f7b-8677cfd62f52.shtml
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  6. Il crollo delle immatricolazioni nasconde un altro dato: in realtà dai licei arrivano più iscritti, mentre da tecnici e professionali sono crollati di quasi il 50% dieci anni. La conferma che la crisi morde impiegati ed operai, e che l'ascensore sociale è ormai bloccato
    http://www.repubblica.it/scuola/2015/.../news/scuola_-115404871/?ref=HREC1-10
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  7. Quelli diffusi dall'Istat qualche settimana fa sono dati da brivido: i nuovi nati nel 2014 sono stati 509mila, 5mila in meno dell'anno precedente. Un record al negativo che non ha precedenti guardando all'indietro nella storia d'Italia, fino all'anno dell'Unità, il 1861. Il nostro tasso di natalità è il penultimo d'Europa, a pari merito con Grecia ed Estonia, davanti al Portogallo. E per fortuna ancora ci “salvano” gli immigrati, poiché circa il 15% dei neonati è figlio di due genitori stranieri. I media internazionali, quando sono uscite queste cifre, hanno dato grande enfasi alla notizia: il Guardian ha citato alcune dichiarazioni del ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin: «Siamo molto vicini alla soglia di “non sostituzione”, quella dove le persone che nascono non riescono a sostituire quelle che muoiono. Questo significa che siamo un Paese che sta morendo», spiegava il ministro italiano alla testata inglese, aggiungendo che «questa situazione ha enormi ripercussioni per ogni settore: economia, società sanità, pensioni, solo per dare pochi esempi». In realtà già adesso i nuovi nati (509mila) non riescono a sostituire i decessi (597mila). Ma la natalità è solo uno dei problemi demografici italiani. Ci sono anche le migrazioni. Vediamo cosa sta accadendo.

    Altro dato impressionante: gli italiani in fuga oltreconfine. Stando ai dati dell'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) l'anno scorso hanno superato quota 100mila, arrivando per la precisione a 101.297, contro i 94.126 dell'anno precedente (+7%). In pratica, in un anno è scomparsa dalla carta geografica italiana una città come Piacenza, o come Novara. Stranieri a parte, il saldo migratorio con l'estero relativo ai soli cittadini italiani risulta negativo secondo l'Istat per 65mila unità. Dove vanno? Soprattutto in Germania, Regno Unito e Svizzera. E si tratta di forze vitali: la fascia di età più giovane e produttiva della popolazione (20-40 anni) rappresenta infatti quasi la metà del totale (47.901). Rispetto al 2013 è cresciuta la percentuale di 20-30enni (23.503), che sta per eguagliare ormai quella dei 30-40enni (24.398). Ma c'è un altro numero che pesa sul destino dell'Italia.

    Questa è una buona notizia: in Italia si vive più a lungo. Sempre l'Istat attesta infatti che la speranza di vita degli italiani nel 2014 è aumentata a 80,2 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. E' in calo anche il numero dei decessi, che l'anno scorso sono stati 597mila, circa quattromila in meno del 2013. Quanto all'età media, al 1° gennaio 2015 è di 44,4 anni. Ma è prevista in aumento, fino a sfiorare quota 50 anni nel 2050, contro i 43,3 anni del Regno Unito e i 43,4 anni della Francia, per non parlare dei 36,7 anni dell'India (dati Onu). Quanto tutto ciò pesi in termini di sostenibilità del welfare, è facile immaginarlo.
    http://www.ilsole24ore.com/art/notizi...-181356.shtml?uuid=ABDtZkfD&nmll=2707
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  8. National economic data always mask regional differences. In Italy, however, they disguise a divide that is deeper than normal (see charts). The country is, in effect, made up of two economies. Take that 2001-13 stagnation. In that period northern and central Italy grew by a slightly less miserable 2%. The economy of the south, meanwhile, atrophied by 7%.

    This is partly because the south grew more slowly than the north before the financial crisis. But the main source of the divergence has been the south’s disastrous performance since then: its economy contracted almost twice as fast as the north’s in 2008-13—by 13% compared with 7%. The mezzogiorno—eight southern regions including the islands of Sardinia and Sicily—has suffered sustained economic contraction for the past seven years. Unicredit, Italy’s biggest bank, expects it to continue this year. The Italian economy is both weaker and stronger than it appears, depending on the part of the country in question
    http://www.economist.com/news/finance...src=scn/tw_ec/a_tale_of_two_economies
    Tags: , , , by M. Fioretti (2015-06-03)
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  9. Resta forte la dinamica della produzione di autoveicoli, che aumenta del 36,9% sul marzo 2014: si tratta del sesto mese di rialzo a due cifre consecutivo. Nella media del primo trimestre il rialzo è pari al 36,2%.

    I dati statistici, diffusi senza briefing con la stampa a causa della protesta dei lavoratori dell'Istat, mostrano variazioni congiunturali positive nei raggruppamenti dei beni di consumo (+1,4%) e dei beni intermedi (+0,3%); diminuiscono invece i beni strumentali (-0,2%) e l’energia (-0,1%). In termini tendenziali, cioè sul 2014, "gli

    indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a marzo 2015, aumenti nei comparti dell’energia (+4,8%), dei beni di consumo (+3,5%) e, in misura più lieve, dei beni strumentali (+1,4%); segnano invece una diminuzione i beni intermedi (-2,0%)".
    http://www.repubblica.it/economia/201...industriale_marzo_2015-113839961/?rss
    Tags: , , , by M. Fioretti (2015-05-08)
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  10. Riprendendo una tesi che ha solidi argomenti e che di recente è stata rilanciata anche dal Washington Post, un articolo del Wall Street Journal ha scritto ieri che il cuore della crisi europea non è la Grecia bensì l’Italia. “Forse la Grecia è il canarino nella miniera di carbone dell’eurozona. Ma l’Italia è l’elefante nella stanza”.

    Il problema dell’Italia è che la crisi della sua economia precede la crisi globale. “Negli anni Ottanta”, scrive il Wall Street Journal, “la crescita annuale del PIL era del 2,1 per cento circa. È diventata l’1,4 per cento negli anni Novanta, lo 0,6 per cento nel primo decennio del nuovo secolo ed è in media -0,5 per cento ogni anno dal 2010″. Se la crisi della Grecia ha il problema di essere particolarmente acuta, e quindi di generare a momenti la plausibilità di ipotesi estreme come una nuova bancarotta o l’uscita dell’euro, quella italiana ha il problema di essere un fenomeno cronico: ed è un fenomeno cronico che riguarda la terza più grande economia dell’eurozona.

    conclude l’articolo, la data importante da tenere d’occhio è quella del prossimo 13 maggio, quando l’ISTAT diffonderà i nuovi dati sulla crescita trimestrale del PIL. “Il 13 maggio l’Italia dovrà uscire ufficialmente dalla sua triennale recessione. Se non succederà, aspettatevi di sentire nuove domande riguardo l’euro e i problemi che provoca ai paesi che lo hanno adottato”.
    http://www.ilpost.it/2015/04/03/crisi-europa-italia-grecia-wsj
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