Tags: appalti pubblici*

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  1. Secondo alcuni studi ed esperienze, questo tipo di progettazione innovativa può consentire almeno il 10% di risparmi di spese di gestione e risparmi lungo tutto il ciclo dell’opera, abbattendo il ricorso alle varianti e prevedendo per tempo le manutenzioni necessarie.

    Il decreto è il risultato di un lavoro complesso e approfondito, avviato da una Commissione appositamente istituita dal ministro e composta da rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di Anac, Agid, delle Università degli Studi di Brescia, Sapienza di Roma, Federico II di Napoli, del Politecnico di Milano, della Rete delle Professioni Tecniche, che ha proceduto alle audizioni dei principali stakeholder del settore e predisposto una prima bozza del provvedimento. La bozza è stata poi sottoposta a consultazione pubblica, i cui contributi sono stati valutati ed integrati nella stesura finale del testo.

    Il provvedimento disciplina inoltre gli adempimenti preliminari delle stazioni appaltanti, che dovranno adottare un piano di formazione del proprio personale, un piano di acquisizione o di manutenzione di hardware e software di gestione dei processi decisionali e informativi e un atto organizzativo che espliciti il processo di controllo e gestione, i gestori dei dati e la gestione dei conflitti.

    E’ previsto l’utilizzo di piattaforme interoperabili a mezzo di formati aperti non proprietari da parte delle stazioni appaltanti ed è definito l’utilizzo dei dati e delle informazioni prodotte e condivise tra tutti i partecipanti al progetto, alla costruzione e alla gestione dell’intervento.

    Il decreto prevede, già dall’entrata in vigore, l’utilizzo facoltativo dei metodi e degli strumenti elettronici specifici per le nuove opere e per interventi di recupero, riqualificazione o varianti, da parte delle stazioni appaltanti che abbiano ottemperato agli adempimenti preliminari.

    L’obbligo all’utilizzo dei metodi e degli strumenti elettronici di modellazione decorre dal 1° gennaio 2019 per le opere di importo pari o superiore a 100 milioni di euro, e poi via via per importi minori a decorrere dagli anni successivi al 2019 fino alle opere di importo inferiore a 1 milione di euro, per le quali il termine decorre dal 1° gennaio 2025.
    https://www.corrierecomunicazioni.it/...prechi-digitale-obbligatorio-dal-2019
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  2. In carcere il pm genovese Paola Calleri gli contesta altre intercettazioni con parole pesantissime: «Sta venendo giù la galleria di Cravasco. E anche in quella di Campasso si sono arricciate le centine!». I magistrati, preoccupati, hanno chiesto una serie di perizie sui tre tunnel più importanti della nuova ferrovia Milano-Genova. Una prima consulenza è stata consegnata: gli esperti, per ora, escludono l’ipotesi di forniture tanto scadenti da provocare crolli. Le indagini sulla sicurezza però continuano e l’allarme resta altissimo.
    http://espresso.repubblica.it/inchies...-delle-grandi-opere-1.297123?ref=fbpe
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  3. Il taglio delle finanze locali, l’ignoranza e la corruzione delle classi dirigenti hanno delegato a pochi grumi di interesse privato (palazzinari e banche, in sostanza) lo sviluppo delle città, secondo questa logica perversa: “io amministratore permetto a te speculatore di prenderti un pezzo di spazio pubblico, se in cambio mi fai quei servizi, quelle urbanizzazioni, quelle infrastrutture necessarie alla comunità che io non ho i soldi per fare, né la voglia di pensare”. È la fine dell’urbanistica, e dunque la fine della città pubblica. Questa abdicazione è stata compiuta indifferentemente da destra e da sinistra. Un simbolo di questa continuità perfetta è stata la figura di Maurizio Lupi: assessore allo Sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano nella giunta di Gabriele Albertini e poi ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi. La linea Lupi è quella della Legge Obiettivo di Berlusconi del 2001: che resuscita, peggiorata, nello Sblocca Italia di Renzi (e Lupi, appunto) nel 2014. Il motto delle due leggi era lo stesso: “padroni in casa propria”. Parole che volevano solleticare i cittadini, ma che di fatto descrivevano perfettamente le figure di amministratori che si sentono padroni del territorio solo per svenderlo ad interessi particolari. Un pensiero unico che tende ad inghiottire tutti: basti pensare ad Enrico Rossi, che mentre si candida a guidare il Pd e il Paese con idee socialiste, impone ai cittadini della Maremma un’autostrada che essi non vogliono.

    Ora è il turno dei 5 Stelle. In campagna elettorale il loro slogan (sommario, ma efficace) era: riprendiamoci il governo della città. Non come 5 stelle, come cittadini. Ed è su questo che hanno avuto il voto di moltissimi romani di sinistra. La prima cosa che i vincitori avrebbero dovuto fare una volta entrati in Campidoglio era dunque ritirare la delibera 132/2014: quella con cui la giunta Marino aveva stabilito che il progetto dello stadio — un progetto della Roma (la società, non la città), che prevede un milione di metri cubi di cemento

    con destinazione prevalente a uffici per ospitare multinazionali e attività commerciali — fosse “di pubblico interesse”.
    Era una battaglia difficile, ovviamente: una battaglia che si poteva vincere solo spiegando molto chiaramente agli elettori la situazione, chiedendo pubblicamente l’appoggio dei romani contro chi minacciava — e minaccia — di mettere in ginocchio la città attraverso cause miliardarie. D’altra parte, tutti sappiamo che per invertire la rotta pluridecennale della privatizzazione delle città occorre una clamorosa rottura della continuità: una rottura che affermi il primato della politica e del bene comune sugli affari e sugli interessi privati. Ma è successo tutto il contrario
    https://emergenzacultura.org/2017/02/...montanari-la-linea-dombra-del-cemento
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  4. Francia, Germania e Regno Unito si confermano i Paesi più all’avanguardia negli acquisti pubblici. Un aspetto che sicuramente li accomuna è l’aver già recepito a pieno nei loro ordinamenti giuridici le tre direttive (la 23/2014, la 24/2014 e la 25/2015) con cui la Commissione Europea ha chiesto a tutti gli Stati membri di riformare le procedure di procurement pubblico entro il 18 aprile 2016. Ad oggi l’Italia non ha ancora concluso il processo di adozione dei provvedimenti attuativi necessari a rendere pienamente operativo il nuovo codice. Tale incertezza sta rallentando le iniziative di procurement pubblico e, in particolare, quelle di innovazione digitale.

    Con riferimento a questo ambito, si registra in tutta Europa un utilizzo limitato delle procedure innovative di acquisto precedentemente descritte. Prendendo infatti come riferimento il solo acquisto di servizi digitali nei sei mesi a valle dell’approvazione del nuovo codice dei contratti pubblici:

    solo 471 delle 4.288 procedure competitive con negoziazione sono state utilizzate per l’acquisto di servizi digitali; esse pertanto pesano l’11% delle totali; solo una di queste è stata utilizzata in Italia;

    231 (29%) delle 809 procedure di nuovo dialogo competitivo sono state utilizzate per l’acquisto di servizi digitali; solo una di queste è stata utilizzata in Italia;

    3 delle 8 procedure di partenariato per l’innovazione sono state utilizzate per l’acquisto di servizi digitali, di cui una in Italia.

    È urgente che il nostro Paese adotti completamente il nuovo codice dei contratti pubblici e incentivi l’utilizzo delle nuove procedure di acquisto in esso contenute da parte delle PA italiane. Solo così si può sperare di aumentare le collaborazioni tra pubblico e privato tanto auspicate dalla Commissione Europea e di utilizzare gli acquisti pubblici di ICT come volano per la trasformazione digitale del nostro Paese.
    http://www.agendadigitale.eu/infrastr...-nuove-procedure-di-acquisto_2787.htm
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  5. se alla semplificazione si aggiunge anche la digitalizzazione dell’azione amministrativa allora la trasparenza è massima e ancor più tutto ciò incide positivamente sul processo corruttivo, circoscrivendolo a situazioni molto più sostenibili dal punto di vista sociale, giudiziario, morale, politico.

    Tutta la catena decisionale, amministrativa e documentale deve essere formata in modalità digitale e deve essere posta a disposizione del cittadino (in rete) per le finalità di cui all’art. 1 del dlgs 33/2013.

    In particolare, un “momento cruciale” dei contratti pubblici è costituito dai collaudi (parziali, in corso d’opera, finali). Il collaudo ha lo scopo di registrare e verificare lo stato dei lavori e del contratto e di effettuare i pagamenti relativi alle fasi contrattuali esaminate. Per una trasparenza totale i collaudi dovrebbero essere registrati nella loro effettuazione (registrazione audio-video con relativa sottoscrizione di firma digitale




    Il settore dei contratti pubblici costituisce l’area a più elevato tasso di rischio corruzione e quindi un settore da sempre caratterizzato da un livello molto basso di semplificazione, trasparenza, accessibilità, digitalizzazione. Per dare una risposta concreta al processo anticorruzione è necessario stabilire regole per rendere semplificate, trasparenti, digitalizzate le azioni relative ai contratti pubblici e agli stessi appalti.



    La sequenza logica, amministrativa e documentale dei contratti è caratterizzata da una serie di “decisioni pubbliche” che devono essere pubblicate subito e in modo completo e chiaro sui siti web degli enti.
    http://www.key4biz.it/appalti-pubblic...-pubblicarli-sui-siti-della-pa/126983
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  6. ci si chiede quante fra le attività demandate agli uffici pubblici - e ai c.e.d. in particolare - siano effettivamente produttive e quante altre, invece, siano frutto di operazioni di lifting o (peggio ancora) di manovre autoreferenziali che scarsa o nulla rilevanza hanno nella vita di tutti i giorni dei cittadini italiani.

    Molte delle azioni in argomento sono state varate sull’onda della lotta senza quartiere alla corruzione: “Amministrazione trasparente”, “Soldipubblici.gov.it”, le pubblicazioni dei dati legate alla legge 190/2012 “Legge Anticorruzione”, “AcquistinRetePA”, “PerlaPA”, “AVCPass”, “Simog” ed altri ancora si sono rivelati interventi parziali, in molti casi ripetitivi, spesso affetti da errori macroscopici.

    Ad esempio, esaminando i dati presenti nella piattaforma “Soldipubblici.gov.it” ci si accorgerà immediatamente della loro assoluta incongruità, frutto del non corretto allineamento dei codici SIOPE dei bilanci dei singoli Enti, o se si volesse fare il punto sull’operazione “Amministrazione trasparente” (pubblicizzata come la panacea contro la corruzione e il mal governo) ci si renderebbe conto che di fatto la stessa si è rivelata una bolgia infernale di pagine web e di dati frutto della individualità creatività, organizzativa e interpretativa di ciascun ente.

    Il risultato immediatamente verificabile è che non ci sono due siti web di enti pubblici italiani nei quali i dati sono organizzati in modo simile, per cui un confronto agevole diventa quasi impossibile.

    Non è perciò un caso che le pagine dell’ “Amministrazione trasparente” siano oggetto, in media, del 2% delle visite complessive del sito web istituzionale di una P.A. di medie dimensione.

    Tragicomico è poi rilevare come le norme vigenti impongano che lo stesso dato sia inserito: in “Amministrazione trasparente”; nei dati pubblicati relativi alla L. 190/2012; nella piattaforma “Acquistinrete”; nell’AVCPass e così via.

    E’ legittimo chiedersi quindi se tali disfunzioni (o meglio tali sperperi) siano frutto dell’assenza di una regìa politica sugli interventi varati per la trasparenza amministrativa.

    Urge pertanto una razionalizzazione, per almeno due ordini di motivi: in primo luogo la P.A. italiana non può permettersi di sprecare centinaia di migliaia di ore uomo in attività ripetitive, scoordinate e pertanto inutili; in secondo luogo, se si vuole fare vera trasparenza è indispensabile realizzare strumenti per l’auditing semplici che consentano una confronto omogeneo dei dati osservati.
    http://www.opensipa.it/notizie/quando...%80%9D-trasparente-diventa-invisibile
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  7. Al di là dei disastri inconcepibili compiuti dai black bloc e di cui si parlerà ancora a lungo, dei ritardi inspiegabili, dei costi lievitati, dei presunti lavoratori in nero (ma non vogliamo assolutamente crederci per via dell’obbligatorietà delle Leggi e del Durc), delle Certificazioni di Regolare Esecuzione al posto dei collaudi (obbligatori per opere al di sopra di 1 milione di euro), della poca trasparenza sulle gare, rimane aperta la questione del “dopo che fare”.

    Assodato che l’unico padiglione a non essere smantellato, sarà il Palazzo Italia, simbolo della nostra creatività, il cui involucro ricorda molto il simbolo di Beijing 2008, il cosiddetto nido d’uccello, appare del tutto evidente che la futura destinazione d’uso di una, a quel punto unica struttura immobile in un contesto desertificato, sarà un problema non trascurabile.

    Nell’enfasi e nella retorica del non spreco, delle risorse da attivare, dell’equilibrio tra paesi poveri e paesi ricchi, risulta viceversa un’evidente contraddizione: lo spreco di padiglioni costruiti con gran dispendio di mezzi e materiali, il cui smaltimento comporterà tra l’altro anche un alto costo. Ipotesi del riutilizzo in altro loco di queste strutture appare del tutto impraticabile, già
    un’idea del genere emerse dopo le Olimpiadi invernali di Torino 2006
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...-un-problema-etico-o-estetico/1686672
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  8. In sostanza stanno ripetendo il giochetto sperimentato in passato per costringere tutti a non opporsi al prolungamento da San Giovanni a piazza Venezia, inoltrando i lavori sulla tratta T3, sotto il Colosseo e i Fori Imperiali, in un percorso sotterraneo tra i più delicati del mondo, dove ogni metro può riservare una sorpresa archeologica. In quell’occasione lo stratagemma usato fu più complicato. Consistette nello spostamento del tronchino di inversione di marcia dei treni da prima a dopo la stazione di San Giovanni (tuttora in costruzione), rendendo tecnicamente inevitabile il prolungamento del tracciato fino al Colosseo (tratta T3) e poi a piazza Venezia (tratta T3A). Con una spesa enorme (quasi 2 miliardi di euro) e un beneficio assai dubbio. Perché se ha poco senso un tracciato come quello in via di ultimazione dall’estrema periferia di Pantano fino a San Giovanni, non è che le cose migliorino prolungando il percorso fino a piazza Venezia.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...z-incalza-vale-mezzo-miliardo/1614826
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  9. La sola cosa certa della Metro C è il punto di partenza. Il resto, nebbia fittissima. È un mistero quanto l’opera costerà, anche se non c’è da stare allegri. Mesi fa l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone ha sfornato un rapporto costellato di dettagli raccapriccianti, fra i quali spiccano, oltre alle 45 varianti, i 700 milioni di aumento della spesa per un tracciato che non è arrivato neppure a metà. Che poi sarebbe proprio interessante sapere qual è questa metà. E qui i misteri si moltiplicano.

    Destinazione ignota

    La Metro C è l’unica metropolitana al mondo della quale è ignota la destinazione. Doveva arrivare a piazzale Clodio, finché si è scoperto che sarebbe costata troppo. Allora c’è stato chi ha ipotizzato di farla arrivare almeno fino al Colosseo. Oppure di scavare ancora fino all’altra parte del Tevere in direzione San Pietro. Ma senza più fermate: impossibile, per problemi archeologici, realizzare le stazioni di largo Argentina e della Chiesa Nuova. Anche se a quel punto avrebbe perduto pressoché del tutto la funzione per la quale era stata pensata, venticinque anni fa. Mentre c’è chi in segreto cova la speranza che possa arrivare non soltanto a piazzale Clodio, ma addirittura a Grottarossa. Il tutto senza che nessuno abbia ancora fatto i conti con l’Oste. Ovvero, dove si trovano i soldi...
    http://roma.corriere.it/notizie/crona...d7e-ea49-11e4-850d-dfc1f9b6f2f5.shtml
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  10. L’Italia della Prima Repubblica era florida e funzionava bene? È smentito dai costi e dai tempi di realizzazione delle opere pubbliche: la linea 3 della metropolitana a Milano costa 192 miliardi di lire a chilometro, contro i 45 della metropolitana di Amburgo; il passante ferroviario milanese 100 miliardi a chilometro in dodici anni di lavori, mentre il passante di Zurigo, costruito in sette anni, costa 50 miliardi a chilometro; i lavori per l’ampliamento dello stadio di San Siro durano più di due anni e costano oltre 180 miliardi, quelli dello stadio olimpico di Barcellona vengono completati in diciotto mesi, con un investimento che non supera i 45 miliardi.

    Non solo. Tangentopoli è un sistema di finanziamento dei partiti, ma è, contemporaneamente: per le imprese un sistema di accordi di cartello che azzera il mercato e la libera concorrenza, dilatando i costi delle opere pubbliche; per i partiti un sistema di formazione del consenso che usa il denaro pubblico senza badare né all’utilità delle opere realizzate, né all’efficienza dei servizi prestati, né alla compatibilità con i conti dello Stato.

    Gli effetti sono devastanti: il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo in Italia è del 60 per cento nel 1980 e sale al 70 per cento nel 1983 (fine del governo Spadolini); nel quadriennio successivo fino al 1987 (governo Craxi) raggiunge il 92 per cento e tocca addirittura il 118 per cento nel 1992, anno del crollo della lira e del rischio d’insolvenza dello Stato. In quel fatidico 1992, il tasso d’inflazione è al 6,9 per cento, il deficit di bilancio all’11 per cento, il debito pubblico al 118 per cento del Pil.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...craxi-era-davvero-il-paradiso/1607467
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