Tags: analfabetismo funzionale*

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  1. Lo scopo della domanda è “Dare significato a una divisione con resto”. Il processo prevalente è “ Risolvere problemi utilizzando strategie in ambiti diversi — numerico, geometrico, algebrico”. Il traguardo di riferimento è “Riesce a risolvere facili problemi in tutti gli ambiti di contenuto, mantenendo il controllo sia sul processo risolutivo, sia sui risultati. Descrive il procedimento seguito e riconosce strategie di soluzione diverse dalla propria”. La dimensione è “Risolvere problemi”.

    Sembra, tutto sommato, una domanda piuttosto semplice: un problema “reale” facilmente comprensibile da un bambino di 10 anni.

    Veniamo ai risultati del campione:

    Da questa tabella si possono intuire (spero) il valore e l’utilità dello strumento.

    Scopriamo infatti non solo che soltanto un alunno su tre ha saputo interpretare correttamente il problema, ma anche che il 40% dei bambini dimostra di conoscere l’algoritmo della divisione (risposta C) ma di non saperlo applicare correttamente al problema proposto.

    Cosa ci dice, questo piccolo item?

    Potrebbe suggerirci qualcosa sui metodi di insegnamento della matematica nella scuola primaria?

    Possiamo forse ipotizzare che quel 40% di alunni che hanno diligentemente eseguito la divisione per 10 potrebbe avere semplicemente cercato nel testo le “parole chiave” che, secondo qualche metodologia in uso, “guidano” la risoluzione di problemi e applicato in modo “automatico” l’algoritmo della divisione, senza comprendere realmente il problema?

    Può farci riflettere sulla necessità di insistere sugli aspetti linguistici dei problemi matematici e rimandare quindi alla questione della comprensione del testo, come priorità rispetto agli algoritmi di calcolo?
    https://medium.com/nuovi-media-nuovamente/i-camion-dellinvalsi-cb6ffbda9c2d
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  2. I started taking Latin by accident, thanks to a scheduling error in my first year, but it is the best mistake I have ever made. I now see that in today’s digital world, the language is more necessary than ever to teach us critical thinking and powerful expression.

    For centuries, Latin was at the core of western education precisely because it trains you to assess information critically, articulate ideas and convey them eloquently. As an inflected language, reading Latin involves inspecting the ending of each word to determine its syntactic function. Being able to break down and rebuild sentences — that is, being able clearly to comprehend or construct a thought — is a skill that translates well into English.

    Latin’s greatest use may lie where English fails in an age when thoughts become jumbled into 140 or 280 characters. Ideally, we would learn to think and write like the Roman authors. Julius Caesar was renowned for his clarity in writing, perhaps born out of his experience as a military general. Cicero brought down the Catiline conspiracy against the government through four extensive speeches using stirring rhetoric. Read these masters and you will discover a rich legacy of literature that makes most Twitter feeds look like cave paintings.

    It is ironic that the digital age should suffer from its own success. Language is powerful, but it has been subsumed into a revolution of liking and disliking, binary options rather than articulate responses.

    In a society in which we are increasingly unwilling to listen to each other, the classics may offer the greatest hope of recovering not merely a shared civility, but the ability to use our own language.
    https://www.ft.com/content/73f75fb4-da8f-11e7-a039-c64b1c09b482
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  3. I medici dovrebbe piantarla di fare esperimenti per cercare di capire se i trattamenti omeopatici siano efficaci o no: per definizione l’omeopatia sfugge al controllo sperimentale. E’ una questione di fede. Il ricorso diffuso all’omeopatia, malgrado non abbia basi scientifiche, è un fenomeno socioculturale che possono studiare e spiegare scientificamente psicologi, psichiatri, neuroscienziati, sociologi, epistemologi e storici della medicina. Non i metodologi clinici.



    Come conseguenza del fatto che non se li fila nessuno, gli scienziati se ne stanno tra di loro e solo qualcuno più socievole, narcisista o un po’ esaltato si agita per andare sui giornali o magari finisce a fare il giullare in qualche trasmissione televisiva. Fatto salvo Piero Angela, non conosco nessuno che in Italia tratti appropriatamente la scienza in televisione. Mentre i ricercatori che si fanno intervistare, di regola accettano intimiditi o ansiosi di farsi conoscere in contesti volti a banalizzare o spettacolarizzare gli argomenti. Gli scienziati che hanno un senso di dignità, diventano invece facilmente insofferenti verso i giornalisti che non li ascoltano, li manipolano, li trattano altezzosamente, gli fanno la morale, etc.



    Si dice anche che gli scienziati non facciano abbastanza divulgazione. Torniamo a un aspetto già visto: ma se non li fanno scrivere sui giornali o se magari fanno scrivere sui giornali non l’esperto in questione, ma uno un po’ famoso al quale fanno parlare di tutto. Cosa che non accade nei media anglosassoni. Inoltre, in Italia si legge pochissimo, molti meno saggi e una manciata di libri scientifici. Gli editori non sono associazioni di beneficenza e fanno i libri che si aspettano i cittadini, cioè che poi comprano. Se questi non comprano saggi scientifici perché dovrebbero pubblicarli?



    Qualcuno dirà che gli scienziati nessuno li legge perché non si fanno capire. Calma un momento. Io diffido in genere quando gli scienziati si fanno capire troppo. Ma questo è un problema diverso. Certo che se uno scienziato ha studiato venti anni e scritto per riviste specializzate migliaia di pagine di calcoli e figure allo scopo di circoscrivere complicati concetti, ipotesi ed esperimenti per spiegare un fenomeno complesso, è difficile che possa essere esaustivo e brillante in 5-6 mila caratteri (spazi inclusi). A parte che ha anche disimparato di solito a scrivere in italiano. Ma il punto vero è che sono necessari adeguati livelli di alfabetizzazione funzionale per capire certe informazioni o seguire taluni ragionamenti. Se ben il 30 per cento dei cittadini italiani è funzionalmente analfabeta, contro il 12 per cento della Finlandia o della Repubblica ceca – e se un altro 50 per cento verosimilmente rimane al di sotto delle prestazioni cognitive richieste per capire le complicate dinamiche delle economie della conoscenza – forse questo avrà un ruolo nel fatto che le persone non riescono a capire certi argomenti. Al di là degli sforzi che possono fare gli scienziati. I guru che vanno per la maggiore, che non dicono niente quando scrivono, invece li capiscono tutti.
    https://www.ilfoglio.it/scienza/2017/...enziati-167158/#.WkJMwlOPQ5s.facebook
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  4. Dal movimento dei Forconi ai neofascisti delle periferie romane, dai complottisti agli anti gender fino ai giustizieri della notte de noartri, difensori improvvisati dell'ordine pubblico e paladini della legittima difesa, ma anche buongiornisti, gonzonauti e boccaloni di ogni tipo: la galassia della Gente — che altri chiamano la Ggente, con la doppia — è dispersa per tutta la penisola, da Nord a Sud, e pure al Centro, non fa distinzione geografiche, né campanilistiche. Il denominatore comune di questa ggente è la rabbia, il risentimento, il richiamo all'autorità — della polizia, delle armi, della legittima difesa — e il rigetto verso qualsiasi cosa c'entri con l'autorevolezza, la conoscenza e l'intellettualità.

    Attorno ai popoli sono nate le nazioni, che anche se nell'ultimo mezzo secolo stanno dimostrando di essere arrivate al capolinea della loro utilità storica, restano la più grande invenzione politica della modernità occidentale. Attorno alla gente stanno crollando le democrazie. I popoli erigevano monumenti ai propri eroi e ci si raccoglieva intorno al momento delle proprie rivendicazioni politiche, la gente, che non ha nemmeno più grandi rivendicazioni da fare, la strada la teme, la guarda di sottecchi dalle finestre dei piani alti di qualche caseggiato popolare, covando rabbia, rancore, risentimento. Con il popolo una volta si poteva immaginare di costruire delle comunità, con la gente, ora, non si costruisce nulla, ma al contrario, si distrugge.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...irselo-luomo-comune-e-una-merda/35933
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  5. The trouble with ignorance is that it feels so much like expertise. A leading researcher on the psychology of human wrongness sets us straight.
    https://psmag.com/social-justice/confident-idiots-92793
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  6. i lettori in Italia stanno sparendo, letteralmente, e a una velocità degna di una estinzione di massa ad opera di qualche sciagura catastrofica interstellare. La percentuale dei lettori in Italia, ovvero di quelle persone sopra i 6 anni di età che hanno aperto almeno un libro nel corso dell'anno si è attestata al 40,5%.

    40,5 per cento. Significa che in un tram su cui ci sono 20 persone, statisticamente solo in 8, durante i 365 giorni precedenti, hanno avuto per le mani un libro. È un numero imbarazzante, sul serio, su cui c'è bisogno di riflettere talmente tanto che sarebbe da dichiarare lo stato di emergenza, come dopo che esplodono i vulcani o le autobombe. Emergenza. Questo è il termine da usare, prima di sostituirlo, l'anno prossimo o quello dopo ancora, con il termine catastrofe.

    L'esatta dimensione della debacle culturale del nostro paese la potevamo già supporre dal crollo verticale della qualità del dibattito in ogni luogo, ad ogni livello, da Facebook al parlamento, dal bar alle aule di università.

    Sapete a quanto ammonta il numero dei lettori altrove? In Spagna siamo al 62 per cento. In Germania quasi 68. Negli Stati Uniti 73. In Canada 83. in Francia 84. E, ehm, in Norvegia il 90 per cento. E quasi dovunque, negli ultimi anni, queste percentuali sono cresciute.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...-italia-a-leggere-siamo-rimasti/35835
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  7. Da un’indagine Ocse-Piaac pubblicata nel 2016 risulta che in Italia il 28% delle persone tra i 16 e i 65 anni appartiene ai primi due livelli: sono i cosiddetti analfabeti funzionali, ovvero adulti che sanno leggere e scrivere, ma che non sono in grado di usare queste capacità nella vita quotidiana e che spesso non comprendono i linguaggi delle nuove tecnologie. Gli analfabeti funzionali, per esempio, potrebbero non essere in grado di risalire a un’informazione di base contenuta in un sito web, come il numero di telefono nella sezione “Contattaci”. Con il 28% di analfabeti funzionali, l’Italia si colloca al penultimo posto in Europa, insieme alla Spagna, e al quartultimo nel mondo, rispetto ai 33 paesi analizzati.
    https://www.agi.it/data-journalism/al...le_italia_onu-2135455/news/2017-09-09
    Tags: by M. Fioretti (2017-09-10)
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  8. la diffusione capillare dell'analfabetismo funzionale è altrettanto pericolosa, perché relega chi ne è affetto in un'area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione orale e scritta, con enormi disagi nella vita quotidiana. L'analfabeta funzionale (condizione che per altro tutti possono sfiorare) non sa seguire istruzioni elementari, non sa scrivere una mail, non riesce a trovare le parole per esprimersi coi propri simili, non riesce a decifrare il bugiardino di un medicinale, non riesce a intendere una notifica, un avviso, un suggerimento. Ora, ricercare le cause di questo progressivo e inesorabile impoverimento culturale e sociale non è semplice, tuttavia i recenti dati ISTAT (gennaio 2017) potrebbero dare una valida indicazione: il 18,5% degli italiani, cioè quasi uno su cinque, lo scorso anno non ha mai aperto un libro o un quotidiano e ha vissuto utilizzando la televisione come unico strumento informativo di riferimento.
    http://www.treccani.it/lingua_italian...ato/bufale.html#.WT7EuWq0RYM.facebook
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  9. potremo mai far serenamente grammatica e letteratura senza la colpevole sensazione di non essere democratici? Arriveremo mai a pensare che proprio insegnare ai massimi livelli la nostra lingua, facendo leggere i testi più difficili del nostro patrimonio culturale, aiuterebbe i giovani (tutti i giovani!) ad avere gli strumenti per migliorare la loro sorte, di cittadini e lavoratori, ma prima di tutto di persone? Siamo destinati ancora per quanto a trascinarci appresso vecchi fantasmi e arrugginite catene?
    Io credo che dovrebbe starci molto a cuore che i nostri ragazzi scrivano niente e non gnente, ce n’è e non cé né. E soprattutto, che sappiano capire quel che leggono, e costruire un discorso loro, dotato di senso e ben organizzato. Che sappiano cogliere i nessi logici, le sfumature e i significati più profondi di un testo, orale o scritto. Credo che dovrebbe stare a cuore a tutti questo, a pessimisti e ottimisti, gente di destra o di sinistra, cattolici e non. E credo che la strada sarebbe estremamente semplice e piana: se vogliamo che i giovani sappiano l’italiano, bisogna insegnare italiano a scuola, dal primo anno all’ultimo. Ma bisogna volerlo, volerlo veramente, tutti quanti. E decidere di farlo. Non risolveremo mai nulla, se non decideremo tutti quanti – come società, come Italia – che nella scuola sia bene tornare a insegnare a leggere, scrivere e parlare, a partire dalla prima elementare.
    Ma noi vogliamo veramente che i giovani sappiano l’italiano? O una scuola dove si insegnino soltanto e umilmente le basi della nostra lingua, con rigore e serietà, ci sembra ancora una scuola troppo reazionaria, antiquata, banale, inutile, poco creativa, poco gratificante e… per niente democratica?
    http://cinquantamila.corriere.it/stor...lerArticolo.php?storyId=58d7dbda04988
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  10. > Chi da anni si occupa di grammatica a livello scientifico, di educazione linguistica e di formazione degli insegnanti - pur ammettendo la realtà di quella che proprio Tullio De Mauro chiamava (dati alla mano) "caduta verticale delle competenze" - mai potrebbe accettare di sottoscrivere una lettera che propone soluzioni così semplici (la severità, la riscrittura di documenti ministeriali di fatto ignorati, il controllo autoritario) a problemi tanto complessi (che chiamano in causa non tanto e non solo i contenuti, ma le metodologie didattiche, i contesti educativi, le nuove modalità di apprendimento).
    > 2- A pag. 16 del suo libro "Togliamo il disturbo", Mastrocola dichiarava di non aver mai sostenuto un esame di grammatica all'università. Ora, leggendo questo suo articolo e altri che l'hanno preceduto (come la Paginetta "In difesa dell'analisi logica"), è evidente che la grammatica di cui parla e di cui rivendica l'urgenza è la grammatica scolastica, basata sulle pratiche di analisi grammaticale, logica e del periodo in larga parte prive di un fondamento scientifico e diffuse solo nella scuola italiana, come specialità nostrane non imitate all'estero (perché solo noi studiamo la grammatica dell'italiano per prepararci allo studio del latino). Non è certo questa la grammatica da difendere, ma quella basata su basi scientifiche solide, sviluppata in Italia a partire dagli Ottanta proprio su impulso di quel movimento di rinnovamento dei saperi e delle pratiche che Mastrocola bolla come un fenomeno da tifoseria cattocomunista - "donmilanismo".
    > 3- Il problema della scuola italiana non è che si fa poca grammatica esplicita: è che se ne fa tanta ma se ne impara pochissima perché viene insegnata in modo deduttivo (definizione - esempio - esercizio), non motivante e privo di ancoraggi alla grammatica implicita e alla pratica dei testi (quindi senza ricadute sulle competenze e sulle abilità linguistiche). La grammatica viene introdotta troppo presto (e di conseguenza banalizzata) e viene abbandonata troppo presto (essendo considerata "cosa da scuolette") per passare a cose più impegnative (lo studio dei testi letterari).
    http://valenziale.blogspot.it/2017/03...ire-dal-mastrocolismo-lettera-al.html
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