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  1. Per quanto riguarda poi la tipologia di professionisti ricercati, dalle job description pubblicate emerge poca consapevolezza dei meccanismi della pubblica amministrazione e delle figure che sono davvero necessarie per digitalizzarla: avremo nel team lo sviluppatore di mobile e app ma non un esperto di semplificazione dei procedimenti amministrativi, si ricerca l'esperto in business metrics e analytics ma non quello in informatica giuridica, benché nel "nuovo" Codice dell'Amministrazione digitale si preveda espressamente che Cdo, dirigenti, funzionari pubblici e persino cittadini (previsione quest'ultima forse esagerata) debbano possedere delle competenze in questa disciplina. A meno che, a voler pensar male, anche gli esperti di informatica giuridica non siano stati già scovati e messi sotto contratto senza passare attraverso alcuna candidatura pubblica ...o magari anche loro sono dei "buoni samaritani" (e quindi selezionati pro bono e senza procedure trasparenti)? A tal proposito, che fine farà il Direttore generale di AgID, Antonio Samaritani? Deve ritenersi commissariato anche lui? E che senso ha rafforzare nella riforma del Cad tutte le competenze di AgID, se poi intendiamo metterla "sotto sequestro" per ben tre anni?
    http://www.huffingtonpost.it/andrea-l...-digitale-piacentini-_b_12307846.html
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  2. Un Piacentini consulente non pagato dal governo italiano e sempre dipendente da un colosso come Amazon, nella bufera nei mesi passati per non aver pagato il dovuto di tasse (e che ha una potente azione di lobby sulla politica italiana), desta più di una condizione di imbarazzo.

    Negli Usa quando la Casa Bianca attinge professionalità dall’industria privata, i prescelti si dimettono dai loro incarichi nelle aziende.

    È una regola che regna ovunque, in tutto il mondo avanzato: politica e istituzioni non possono essere confuse con gli interessi dell’industria privata.

    Purtroppo in Italia quello di Piacentini non è neanche il primo caso, proprio in materie attinenti lo sviluppo del digitale.

    Ora sembrerebbe che addirittura Diego Piacentini sarebbe disposto a dimettersi da Amazon per assumere l’incarico gratuito offerto dal governo italiano.

    Va tutto bene, ma Piacentini non ci venga a dire che lo fa per amore del suo Paese o per dare un contributo al suo sviluppo digitale o per mettere la sua esperienza a disposizione dell’Italia.

    No, questo no, per favore.



    Il secondo dubbio riguarda l’ulteriore aggiunta di nuove personalità, più o meno dirompenti, oltre a quelle esistenti.

    Se guardiamo al settore pubblico, abbiamo l’AGID, agenzia governativa per la digitalizzazione della PA, che deve lavorare proprio per l’Italia digitale. Forse il suo direttore generale Antonio Samaritani non è in condizione di poter procedere da solo?

    In aggiunta abbiamo a Palazzo Chigi anche un altro consigliere sull’innovazione, in questo caso addirittura un imprenditore, Paolo Barberis, incaricato di costruire Italia Login, il mega progetto dell’Italia digitale, la porta d’accesso a tutti i siti della PA digitale, insomma la madre di tutte le battaglie, che purtroppo è ancora rappresentato solo in poche slide che vengono di volta in volta aggiornate.

    Abbiamo poi il nostro Digital Champion Riccardo Luna,
    https://www.key4biz.it/ecco-perche-la...-problemi-di-quanti-ne-risolva/149381
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  3. Si tratta delle attività de “I prestatori di servizi fiduciari qualificati, i gestori di posta elettronica certificata, i gestori dell’identità digitale di cui all’articolo 64 e i soggetti di cui all’articolo 44-bis, ovvero i soggetti pubblici e privati che svolgono attività di conservazione dei documenti informatici”.

    Firma digitale dunque, SPID, posta elettronica certificata e conservazione dei documenti informatici.

    I soggetti che esercitano ( o che intendono esercitare) queste attività da domani si potrebbero trovare a dover avere un capitale sociale di 5, o addirittura di 10 milioni di euro, per poter aspirare a svolgere la funzione soggetta alla vigilanza dell’AGID.

    Questo, peraltro in aperta contraddizione con quanto stabilito dal TAR Lazio, che già aveva censurato la Presidenza del Consiglio per il limite troppo elevato di capitale sociale per esercitare le attività all’interno dello SPID.

    Evidentemente sorda alle rimostranze delle PMI ed a quanto stabilito dalla giustizia amministrativa, la Presidenza del Consiglio ha infatti introdotto l’art 25 dello schema di decreto legislativo in discussione
    http://www.agendadigitale.eu/infrastr...gitali-nel-testo-preliminare_1960.htm
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  4. Pur essendo nata per innovare profondamente le PA, oggi la legge n.241/1990 (e la mentalità connessa) è diventata, paradossalmente, il più grande problema dell’Amministrazione pubblica ed ostacolo per l’esecuzione dell’Agenda digitale.

    Fondamentalmente sono due le materie trattate dalla legge 241, ed entrambe sono da superare (in massima parte) per motivi diversi:

    norme sul diritto di accesso, che ad oggi richiede che il cittadino abbia un interesse diretto, concreto ed attuale per vedere un documento pubblico e non permette una vera trasparenza come nei paesi in cui vige un “Freedom of Information Act” (FOIA);
    norme sul procedimento amministrativo, che oggi ostacola la trasformazione digitale impedendo di avere Amministrazioni che passino “dal documento al dato” e lavorino secondo il paradigma “servizi non procedimenti”.
    http://www.agendadigitale.eu/smart-ci...re-la-crescita-digitale-del-paese.htm
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  5. A mio modestissimo avviso il problema non è nel manico dell’AgID, è nella stratificazione geologica, con cui è stata istituita. Come ho detto poco sopra l’AgID nasce dall’esperienza fallimentare di DigitPA e dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, ereditandone non solo le attribuzioni, ma anche le zavorre.

    Specie nella Pubblica Amministrazione bisogna lavorare sul personale e sui processi organizzativi e decisionali. Non esistono scorciatoie

    Non sono assolutamente convinto della bontà del metodo della “staccionata di Tom Sawyer”, con cui i vari governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese hanno approcciato alla materia del digitale. Ogni volta che sento parlare di misure per la digitalizzazione mi riviene in mente questa storiella: Tom Sawyer viene incaricato da zia Polly di dipingere la staccionata del cortile. Al ragazzo non va neanche un po’ e dopo svariarti tentativi falliti di coinvolgere qualcuno più competente di lui (lo schiavo Jim), inizia a fingere che stia facendo qualcosa di divertentissimo e che richiede grande perizia. Così riesce a incuriosire i propri amichetti, che giungono a comprarsi l’onore di dipingere, cedendo a Tom svariati giochi.

    L’approccio è un po’ quello della staccionata di Tom Sawyer. I vari Enti che dovrebbero occuparsi dell’innovazione digitale del Paese sono ingessati, lenti, pieni di zavorre organizzative e funzionali. Così la trovata che viene sempre più spesso riproposta è quella di tirare fuori dal cappello qualche personaggio carismatico, con una buona presenza online, che generi entusiasmo attorno al progetto di fare “qualcosa di digitale”. Tutto ciò nella speranza che grazie a una sorta di volontariato di lusso si sopperisca alle deficienze della macchina pubblica. Poi ci si sveglia tutti sudati e chi si stupisce del disinteresse generale.

    Parole come quelle riportate nell’intervista concessa a Wired, poi ritrattate dalla Poggiani, palesano il solito dispiacere per la mancata partecipazione delle professionalità del digitale al grande progetto. Ora leggete questo passaggio e sostituite “mondo digitale” con mondo dell’avvocatura, dell’ingegneria, della medicina per giustificare le dimissioni di un qualche Direttore Generale:

    Il mondo digitale è un circo ristretto, una camera dell’eco. Ce la raccontiamo tra di noi, piccole invidie, rivalità da cortile, divisioni personali. Ci sono troppi protagonismi, nemmeno le rockstar! Il 90% delle cose che vengono raccontate non sono vere, il 7 sono presunte e forse solo un 3% è costituito da fatti
    http://giovanniscrofani.it/2015/03/30...id-dopo-laddio-di-alessandra-poggiani
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  6. Dice ora a Formiche.net un addetto ai lavori che conosce bene il dossier e che preferisce l’anonimato: “Lì, in Agid, ci deve andare un manager con 4 vice e 40 persone nuove, rimandando alla stazione di partenza 40 dei 90 che ci sono adesso”. E’ quello che ha detto anche a qualche consigliere del premier Matteo Renzi, come Andrea Guerra.

    Solo questo? “No, occorre anche che ciò che si decide sia vincolante, almeno in certe materie, e non solo un simpatico suggerimento come avviene di fatto adesso”. Ma ci vuole anche un chiaro impulso politico: “Servirebbe un ministro di coordinamento, altrimenti non se ne esce. Occorre qualcuno che abbia l’autorità e l’autorevolezza di essere il punto di riferimento per i vari ministeri”.
    http://www.formiche.net/2015/04/12/agid-cosa-succede-poggiani
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  7. Affrontando il tema della governance gli ho spiegato un po’ chi ha le redini del comando, insomma chi disegna strategie, chi le attua, chi decide, ecc. Dopo avermi ascoltato a lungo mi ha liquidato con un: ‘siete tutti matti da legare‘.

    Da un lato è paradossale ma allo stesso tempo fantastico ed esaltante che le attività di deploy conseguenti agli switch-off siano demandate al Digital Champion e alla sua rete associativa (leggasi Fatturazione elettronica). Può bastare tutto ciò?

    quando passammo dalla televisione analogica a quella digitale furono proprio i Digital Champion a salvarci da qual switch-off. Quei Digital Champion erano i nipoti che installavano alle nonne i decoder, li configuravano e smanettavano nella giungla dei firmware televisivi. Una pagina storica. Che si ripete troppo spesso.
    http://www.pionero.it/2015/03/31/la-complessita-della-governance
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  8. -
    https://drive.google.com/file/d/0BzODa0SikOyZdmd6dndYdDBvdm8/view?pli=1
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  9. In queste ore circola la notizia che Renzi, su suggerimento di Andrea Guerra, ex amministratore delegato di Luxottica, attualmente suo consigliere, vorrebbe ripensare l’Agenzia per l’Italia Digitale diretta da Alessandra Poggiani per ricostruire da zero il piano digitale per il nostro paese. Agid in questi anni ha cambiato molto spesso nomi e loghi, ma meno il modus operandi e le persone. Nonostante ci siano stati molti cambi ai vertici, con l’entrata di Poggiani che ha buone intenzioni, l’Agid ha ancora all’interno un personale che in questi anni non ha sicuramente brillato per capacità e competenze. In questi anni Agid ha speso più in eventi e comunicazione che in ricerca e sviluppo di tecnologie, trasformando il tutto in una vetrina.

    Se guardiamo a quello che non funziona potremmo scrivere un libro, ma questa mia breve analisi che rivolgo direttamente al presidente del Consiglio Matteo Renzi è un invito alle opportunità, ma anche un invito a fare molta attenzione. È ovvio che Agid non è abbastanza, innanzitutto perché è un sistema obsoleto: mancano le competenze, i poteri, non c’è una visione internazionale ed è stato pensato come un ufficio burocratico. Agid del domani, o come si chiamerà, dovrebbe avere al vertice un gruppo di persone, con una visione a lungo termine.

    C’è poi la questione legata del potere di questa Agenzia: fino a quando un Ministero sarà libero di fare siti, come verybello.it, senza passare dall’ok di un gruppo alle dipendenze dirette del presidente del Consiglio, verrà sconfessata l’idea di piano nazionale. Piano nazionale significa che una volta stabilite le regole, i requisiti e le modalità nessuno può fare diversamente e questo è un punto cruciale.
    http://www.corriere.it/tecnologia/15_...7dc-b6ae-11e4-a17f-176fb2d476c2.shtml
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  10. non ha senso replicare su Internet, e in generale nel mondo digitale, i confini e le divisioni tipiche del mondo “fisico”. Che senso ha replicare su Internet i tanti sportelli territoriali per il lavoro, tutti uguali tra loro? E non è forse un diritto di tutti i cittadini godere dello stesso insieme minimo di servizi, indipendentemente dal comune, provincia o regione dove risiede? E ha senso replicare soluzioni sostanzialmente identiche solo per mere ragioni di potere o di interesse locale? Al tempo stesso, non si possono cancellare o ignorare specificità e giusti livelli di autonomia. Pertanto, è necessario definire dei criteri e dei principi in base ai quali gestire il rapporto centro-periferia.

    In realtà, la storia dell’informatica ci ha già insegnato molto bene vantaggi e svantaggi dei diversi approcci e, conseguentemente, criteri guida da seguire nella distribuzioni di funzioni tra “centro e periferia”.

    Tutto ciò che è funzionalmente standardizzato e indifferenziato deve essere “tenuto al centro” (ripeto, in senso strategico prima ancora che tecnico). È più economico, è più sicuro, è più efficiente. È il caso, per esempio, dell’anagrafe dei cittadini.
    Tutto ciò che si differenzia in modo sostanziale da territorio a territorio può e deve essere sviluppato e gestito localmente. Per esempio, se dal punto di vista delle politiche e delle modalità di intervento i sistemi sanitari continuano ad essere definiti e gestiti a livello regionale con politiche e criteri gestionali differenziati, allora gioco forza anche i sistemi informativi dovranno essere specializzati a livello regionale.
    Devono comunque esistere servizi infrastrutturali che garantiscano interoperabilità e standardizzazione (vedi SPC e SPID, o il progetto E015, per esempio).

    È quindi chiaro che l’assetto dell’informatica pubblica non può e non deve essere guidato da una cieca e stupida replica delle divisioni amministrative territoriali classiche. Il criterio deve essere il bisogno/necessità di differenziare a livello locale le soluzioni da mettere in campo, in quanto non riconducibili ad un’unica soluzione “centrale” universalmente accettabile.

    Peraltro, qualunque sia la distribuzione di funzioni tra centro e periferia, è vitale che si garantisca piena interoperabilità tra i diversi sistemi informatici e una forte distinzione tra front-end e back-end. Ciò richiede che ogni sistema informativo offra API e servizi ai propri interlocutori pubblici e privati secondo standard tecnologici e applicativi condivisi (ecco quindi il ruolo di governo e indirizzo del Pubblico).
    Quindi, che fare?

    Ovviamente, come sempre, non è facile riassumere in poche righe strategie complesse di intervento su temi così delicati (per ulteriori considerazioni rimando chi fosse interessato ad un mio documento che analizza queste tematiche in modo un po’ più approfondito).

    Alla fin fine, servono poche “semplici” (!) cose:

    Chiarezza di idee: che vogliamo fare e, soprattutto, con quale visione politica e strategica?
    Forte indirizzo politico e modello di governance: chi decide? chi coordina? chi indirizza? chi progetta? chi standardizza? quali autonomie? quando? per cosa?
    Coerenza tra indirizzo politico, strategie, e scelte organizzative, tecniche e istituzionali: chi garantisce l’allineamento tra strategie, norme, leggi, e scelte tecnico-organizzative?
    Competenze e professionalità adeguate: chi mettiamo a fare queste cose? con quali competenze?

    Domande semplici, dopo tutto.
    http://www.techeconomy.it/2015/02/16/...-periferia-questione-troppo-irrisolta
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