mfioretti: whatsapp*

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  1. "Continueremo a lavorare con le autorità francesi per garantire che gli utenti comprendano quali informazioni vengono raccolte e come vengono utilizzate", ha affermato WhatsApp in una dichiarazione inviata per posta elettronica. "Ci impegniamo a risolvere le diverse e talvolta contraddittorie preoccupazioni che hanno sollevato le autorità per la protezione dei dati, con un approccio comune a livello europeo prima che nuove norme sulla protezione dei dati a livello di blocco entrino in vigore nel maggio 2018".

    I trasferimenti di dati da WhatsApp a Facebook avvengono in parte senza il consenso dell'utente, ha ribadito l'ente francese che ha anche respinto le argomentazioni di WhatsApp secondo le quali l'azienda sarebbe soggetta solo alla legge degli Stati Uniti. Il monito francese, è "un avviso formale, non una sanzione", ma il colosso dei messaggi rischierebbe di incorrere in multe in una fase successiva.
    http://www.repubblica.it/tecnologia/2...ncia_il_garante_fb_whatsapp-184580045
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  2. Most of Facebook’s uncanny guesswork is the result of a healthy percentage of users simply handing over their address books.

    But that doesn’t mean Facebook hasn’t thought about employing users’ metadata more strategically to make connections between them. Patents filed by Facebook that mention People You May Know show some ingenious methods that Facebook has devised for figuring out that seeming strangers on the network might know each other. One filed in 2015 describes a technique that would connect two people through the camera metadata associated with the photos they uploaded. It might assume two people knew each other if the images they uploaded looked like they were titled in the same series of photos—IMG_4605739.jpg and IMG_4605742, for example—or if lens scratches or dust were detectable in the same spots on the photos, revealing the photos were taken by the same camera.

    It would result in all the people you’ve sent photos to, who then uploaded them to Facebook, showing up in one another’s “People You May Know.” It’d be a great way to meet the other people who hired your wedding photographer.
    https://gizmodo.com/facebook-knows-ho...you-using-the-dust-on-your-1821030620
    Tags: , , , by M. Fioretti (2018-01-13)
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  3. Be smart: We can't say it too often: The real problem with fake news is that people don't believe real news. That's terrible for society and democracy, making good decisions less likely.
    https://www.axios.com/the-trump-cry-heard-round-the-world-2520976693.html
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  4. Il 28 giugno 2016 la Hill aveva pubblicato un articolo in cui sosteneva che Facebook stesse utilizzando la geolocalizzazione degli utenti per migliorare i propri suggerimenti. Menlo Park inizialmente conferma (due volte, stando a quanto riporta Hill), precisando però che questo sarebbe solo uno dei fattori che determinano chi compare nella sezione “persone che potresti conoscere”, per poi fare dietrofront e dire che no, assolutamente, la geolocalizzazione non viene usata. Il che però non spiega in che modo il padre di un ragazzino con tendenze suicide, dopo aver frequentato un incontro di supporto, il giorno dopo si sia trovato tra i suggerimenti un altro dei genitori presenti.

    Kashmir Hill, che da qualche mese ormai tiene d’occhio la sezione “persone che potresti conoscere”, scaricando e stampando di volta in volta la lista di suggerimenti che le viene proposta (circa 160 nomi al giorno), ha tentato più volte di chiedere delucidazioni sul funzionamento dell’algoritmo. Dopo aver ragionevolmente ipotizzato che lo spunto per queste serie di nomi arrivasse da blocchi di informazioni vendute da data broker, un portavoce le risponde in modo piuttosto secco che “Facebook non utilizza informazioni di fornitori di dati per la sezione ‘persone che potresti conoscere’”. Nel frattempo raccoglie testimonianze di gente che con quella sezione non ha avuto interazioni del tutto felici. Hill racconta del caso di una prostituta, Leia (ovviamente uno pseudonimo), che ha visto comparire tra le “persone che avrebbe potuto conoscere” alcuni dei propri clienti. Questo nonostante avesse usato la massima cautela sul social, registrandosi con un indirizzo email accademico e non facendo mai menzione della propria professione. C’è poi il caso di una psichiatra che si è vista suggerire molti dei propri pazienti come possibili amici, due dei quali a loro volta sono comparsi l’uno nella lista di suggerimenti dell’altro. O quello di un avvocato che racconta di aver cancellato il proprio account dopo che tra le possibili amicizie aveva trovato il nome del difensore di una controparte in uno dei casi di cui si era occupato. I due avevano corrisposto solo tramite l’indirizzo email di lavoro, che Facebook non avrebbe avuto modo di ottenere per cessione volontaria dell’utente, visto che quest’ultimo non aveva dato il consenso per la condivisione dei proprio contatti.

    Tutto ciò è possibile perché oltre all’enorme mole di dati che forniamo volontariamente, Facebook immagazzina tutta una serie di altre informazioni su di noi e sui nostri contatti, che va a costituire il cosiddetto “shadow profile”. Immaginate un ipotetico iceberg, la cui punta sono i dati che cediamo di nostra spontanea volontà: ne rimane una gigantesca porzione nascosta, che è appunto utilizzata dal social non solo per decidere chi sarà la prossima persona a cui chiederemo l’amicizia, ma anche per arricchire il nostro pacchetto di preferenze e caratteristiche personali – pacchetto che andrà a migliorare le targhettizzazioni delle inserzioni.

    Come vengono raccolte queste informazioni? Stando a quanto riporta Hill, nel momento in cui si decide di utilizzare il servizio “Trova amici” si accetta di trasmettere tutti i propri contatti a Facebook. Il che significa: numeri di telefono (se si utilizza l’app per mobile), indirizzi email (se si usa in desktop o da cellulare), nomi ed eventuali soprannomi degli intestatari. Avete appena ceduto a terzi tutta la vostra rubrica. Questi contatti vengono quindi messi a confronto e incrociati. Se anche un solo indirizzo email e numero di telefono tra quelli che avete appena ceduto è presente nella rubrica di un qualsiasi altro utente – che deve però a sua volta aver accettato di condividere i contatti – allora sarete reciprocamente suggeriti come amici. Se il vostro nome è salvato nella rubrica di un user che dà il proprio consenso per caricarla online, il vostro contatto entrerà nel sistema con il vostro nome e cognome, che voi abbiate o meno deciso di caricare i dati su Facebook.

    Tornando al caso dell’avvocato citato prima, com’è possibile che gli sia stato proposto come amico un altro legale con cui ha corrisposto solo tramite la propria mail lavorativa? Non serve nemmeno che l’avvocato in questione decida di condividere i propri contatti. Basta che un qualsiasi altro utente abbia quella mail salvata sotto il nome del legale e che la condivida con Facebook. A questo punto il sito, avendo il suo nome, cognome e indirizzo email, è in grado di metterlo in contatto con qualsiasi altro utente in possesso di quella stessa mail. Nel caso in questione, il legale di controparte.

    Gli shadow profile non sono una novità. L’iniziativa Europe v. Facebook aveva presentato un reclamo formale già nel 2011 (vi vengono elencate sette istanze in cui Facebook, con sede in Irlanda, avrebbe violato la legge irlandese per la protezione dei dati personali), ma la questione è esplosa nel giugno 2013, quando un bug colpì il social media rendendo pubblici indirizzi email e numeri di telefono privati di 6 milioni di utenti. Molti fra questi non avevano condiviso volontariamente le proprie informazioni. Scaricando il proprio file personale da Facebook, si potevano vedere non solo i dati “ufficiali” relativi alla propria lista di amici, ma anche i loro shadow profile. Il bug, insomma, ha dimostrato l’esistenza di un profilo ombra la cui esistenza si ipotizzava già da un paio di anni.

    Pensate a tutti i numeri che avete salvati in rubrica. Pensate a tutte le persone che avete visto una volta e di cui avete salvato il contatto, per un motivo o per l’altro. Se voi o le persone in questione caricate le vostre rispettive info su Facebook, i vostri profili saranno aggiornati. E così i suggerimenti diventeranno sempre più accurati, fino a includere qualsiasi pittoresco individuo che per qualche ragione ha anche un solo contatto in comune con voi. Tale profilo finirà per costituire una sorta di cronologia della vostra rubrica, con tutte le informazioni annesse a quest’ultima.

    Complice una piattaforma che non sempre dà prova di tutta la trasparenza che decanta, siamo convinti che tutto ciò che Facebook sa di noi sia frutto di interazioni dirette e delle nostre scelte consapevoli. In molti casi, purtroppo, ciò si rivela un clamoroso errore.

    Questo è uno di quei casi. L’elenco di “persone che potresti conoscere”, in realtà, non è altro che una delle possibili dimostrazioni di ciò che Facebook potrebbe conoscere su di voi.
    http://thevision.com/scienza/facebook-sa
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  5. notification technology also enabled a hundred unsolicited interruptions into millions of lives, accelerating the arms race for people’s attention. Santamaria, 36, who now runs a startup after a stint as the head of mobile at Airbnb, says the technology he developed at Apple was not “inherently good or bad”. “This is a larger discussion for society,” he says. “Is it OK to shut off my phone when I leave work? Is it OK if I don’t get right back to you? Is it OK that I’m not ‘liking’ everything that goes through my Instagram screen?”
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    His then colleague, Marcellino, agrees. “Honestly, at no point was I sitting there thinking: let’s hook people,” he says. “It was all about the positives: these apps connect people, they have all these uses – ESPN telling you the game has ended, or WhatsApp giving you a message for free from your family member in Iran who doesn’t have a message plan.”

    A few years ago Marcellino, 33, left the Bay Area, and is now in the final stages of retraining to be a neurosurgeon. He stresses he is no expert on addiction, but says he has picked up enough in his medical training to know that technologies can affect the same neurological pathways as gambling and drug use. “These are the same circuits that make people seek out food, comfort, heat, sex,” he says.

    All of it, he says, is reward-based behaviour that activates the brain’s dopamine pathways. He sometimes finds himself clicking on the red icons beside his apps “to make them go away”, but is conflicted about the ethics of exploiting people’s psychological vulnerabilities. “It is not inherently evil to bring people back to your product,” he says. “It’s capitalism.”

    That, perhaps, is the problem. Roger McNamee, a venture capitalist who benefited from hugely profitable investments in Google and Facebook, has grown disenchanted with both companies, arguing that their early missions have been distorted by the fortunes they have been able to earn through advertising.

    It’s changing our democracy, and it's changing our ability to have the conversations and relationships we want
    Tristan Harris, former design ethicist at Google

    He identifies the advent of the smartphone as a turning point, raising the stakes in an arms race for people’s attention. “Facebook and Google assert with merit that they are giving users what they want,” McNamee says. “The same can be said about tobacco companies and drug dealers.”


    Williams and Harris left Google around the same time, and co-founded an advocacy group, Time Well Spent, that seeks to build public momentum for a change in the way big tech companies think about design. Williams finds it hard to comprehend why this issue is not “on the front page of every newspaper every day.

    “Eighty-seven percent of people wake up and go to sleep with their smartphones,” he says. The entire world now has a new prism through which to understand politics, and Williams worries the consequences are profound.

    The same forces that led tech firms to hook users with design tricks, he says, also encourage those companies to depict the world in a way that makes for compulsive, irresistible viewing. “The attention economy incentivises the design of technologies that grab our attention,” he says. “In so doing, it privileges our impulses over our intentions.”

    That means privileging what is sensational over what is nuanced, appealing to emotion, anger and outrage. The news media is increasingly working in service to tech companies, Williams adds, and must play by the rules of the attention economy to “sensationalise, bait and entertain in order to survive”.
    https://www.theguardian.com/technolog...icon-valley-dystopia?CMP=share_btn_fb
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  6. i messaggi vocali sono il male. E sono il male perché sono totalmente disfunzionali alla comunicazione del XXI secolo, veloce, rapida, sintetica. I messaggi vocali sono il contrario: sono spesso lunghi e, per la loro stessa natura registrata, che si palesa sul telefono con una neutra notifica di ricezione, senza alcuna possibilità di preview, questi mostri della comunicazione fanno perdere un sacco di tempo. Non puoi scorrerli, non puoi leggere solo l'inizio per capire se è urgente: per chi li riceve, una richiesta di aiuto e di emergenza e un messaggio di auguri di onomastico, sono la stessa notifica, persa nel flusso di tutte le altre come tutti quei momenti come lacrime nella pioggia.

    Da ultimo, i messaggi vocali sono ridicoli, spesso imbarazzanti per chi li riceve, ma sono anche l'ultimo atto della vittoria dell'ego sulla socialità. Sì, perché non esiste messaggio più autoreferenziale di un messaggio vocale. Sono i selfie della comunicazione, inviati da un mittente che non tempo da perdere per mandarvi un messaggio scritto e a cui interessa talmente tanto la vostra opinione che non si prende nemmeno la briga di chiamarvi.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...gi-vocali-sono-il-male-assoluto/34619
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  7. The High Court of Delhi (‘the High Court’) pronounced, on 23 September 2016, its decision in a public interest litigation case, Karmanya Singh Sareen and Anr v. Union of India and Ors (‘the Decision’), in relation to WhatsApp Inc.’s new privacy policy that allows for the sharing of users’ data with Facebook, Inc., for advertising and marketing purposes. The High Court ordered WhatsApp to delete users’ data completely from its servers and refrain from sharing users’ data with Facebook, provided that the users requested the deletion of their WhatsApp account before 25 September 2016, the date on which the users were asked to agree to the new terms, and also prohibited WhatsApp from sharing existing users’ data dated before 25 September 2016.

    Parul Sharma, Analyst at the Centre for Communication Governance at National Law University of Delhi, told DataGuidance, “In the absence of a privacy law and strong data protection measures it is a strong judgement. » The general implication of the case on mobile application providers and internet based messaging services is dependent on how courts interpret this judgement in the future.”

    Although the High Court ordered WhatsApp not to share its users’ data with Facebook, which have been collected before WhatsApp changed its privacy policy on 25 September 2016, it emphasised that WhatsApp users have voluntarily agreed and are bound by the new terms of service offered. In addition, WhatsApp’s 2012 privacy policy provides that in the event of a merger WhatsApp reserves the right to transfer or assign users’ information.

    While the existence of this right is pending before the Supreme Court in K.S. Puttaswamy, multiple courts have affirmed the constitutional right to privacy since then

    Smitha Krishna Prasad and Abhishek Senthilnathan, Associates at Nishith Desai Associates noted, “There is no statutory framework to govern the functioning of internet based messaging services like WhatsApp in India » Therefore, the High Court has correctly taken the view that WhatsApp may choose to change the terms and conditions of service and users cannot compel WhatsApp to operate within specific parameters.”

    It was argued in the case that the right to privacy guaranteed under Article 2I of the Constitution of India could be a valid ground to prevent WhatsApp sharing data with Facebook. However, the High Court rejected this argument on the basis that the existence of the fundamental right to privacy is yet to be decided in the pending case K.S. Puttaswamy and Anr. v. Union of India & Ors. (2015) 8 SCC 735.
    http://www.dataguidance.com/india-high-court-case-whatsapp-strong-judgment
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  8. Facebook, which now owns WhatsApp, is fighting a challenge to its new privacy policy that it unveiled last year. According to the new privacy policy WhatsApp can share some user data with Facebook, which the Mark Zuckerberg-led company can then use in various ways. Although WhatsApp says that it will (still) not share all the information that users generate through their chats, India Today Tech noted earlier , Facebook only needs the phone number of a user to build a full WhatsApp profile for that user. The company most likely already has other details on users.

    Also Read: WhatsApp will ONLY share phone number but that is all Facebook needs

    The new WhatsApp privacy has been criticised worldwide. Just days ago, a court in Germany asked Facebook to stop harvesting user information from WhatsApp. After the court order, Facebook said that it was pausing the sharing of WhatsApp user data with Facebook in whole of Europe. The ruling came even as the European Union privacy watchdog continues to probe the new privacy policy.

    However, in India where privacy laws are non-existent, Facebook and WhatsApp have so far defended their new privacy policy. It is also important to note that India is one of the biggest markets for both Facebook and WhatsApp and that could also be one of the reasons why Facebook wants to enforce its new privacy policies here. Data from Indian users could be commercially very attractive for the company.
    http://indiatoday.intoday.in/technolo...hatsapp-facebook-lawyer/1/940551.html
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  9. Facebook e Whatsapp sono i servizi preferiti e costituiscono l’accoppiata vincente della comunicazione in pubblico e in privato, sia per i giovani (entrambi all’89% di utilizzo) che per l’intera popolazione.

    Grande salto ha fatto registrare YouTube, che è passato da una penetrazione del 38,7% del 2013 al 46,8%, ma con una spiccata preferenza da parte dei giovani (73,9%).

    Anche Instagram ha fatto un balzo, passando dal 4,3% di utenti del 2013 al 16,8% del 2016 (con il 39,6% di giovani).

    Sorprende la persistenza di Google+ tra i minori di 29 anni ed emerge la forza di Amazon, che viene usato dal 39% dei giovani intervistati, seguito da eBay. Ancora allo stadio iniziale app come Telegram, Viber e Snapchat.

    Il rapporto evidenzia anche un divario profondo tra i consumi mediatici giovanili e quelli degli over 65. L’89,3% dei giovani dice di usare Facebook, contro il 16,3% degli anziani. Su YouTube il divario va dal 73,9% all’11,2% e su Twitter si passa dal 24% all’1,7% degli over 65.
    https://vincos.it/2017/02/20/censis-s...e-i-servizi-web-piu-usati-dai-giovani
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  10. Since its founding, Facebook has purchased many different companies, the most famous of which were Instagram in 2012 and WhatsApp in 2014. Let’s take a look at the top 11 companies that Facebook has acquired over the years.
    Improving Facebook

    As a young technology company, Facebook needed to stay innovative and continue developing products and services that its clientele didn’t know they needed. Most people don’t remember a Facebook without the “like” button or the newsfeed, but before borrowing these technologies from FriendFeed, Facebook was just a place you went to individually check out each of your friends' profiles. This acquisition also resulted in new employees for Facebook, including some ex- Alphabet Inc. (GOOG) staff members.

    Facebook also acquired both Karma and face.com to improve its social networking service. Karma was a gift-giving service that has since been used to develop Facebook Gifts, and face.com had technology that Facebook now uses to recognize faces and find your friends whenever you upload new pictures.
    http://www.investopedia.com/articles/...5/top-11-companies-owned-facebook.asp
    Tags: , , by M. Fioretti (2017-02-19)
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