mfioretti: storia*

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  1. la nuova produzione, concentrata e automatizzata, richiede più conoscenze ai suoi clienti che ai suoi dipendenti.”

    La grande maggioranza degli studenti finirà semplicemente con l’assumere l’uno o l’altro degli infiniti ruoli di mediazione tra produzione e consumo nati per alimentare il mercato. Le capacità e le competenze per tali ruoli sono minime e diminuiscono di anno in anno.

    La società del consumo ha bisogno di una scuola che prepari consumatori, i quali possono ignorare i processi produttivi e devono concentrarsi sui processi del consumo.

    Nel secondo dopoguerra l’insegnamento della geometria razionale entrò in crisi sotto l’azione di un duplice attacco. Molti sostennero che il metodo dimostrativo fosse troppo difficile per i ragazzi delle scuole secondarie, che rischiavano di memorizzare inutilmente discorsi astratti senza comprendere completamente la "verità fisica" delle affermazioni dimostrate. Questi critici suggerirono di limitarsi a verifiche empiriche, studiando la "matematica pratica". Ad esempio, invece di dimostrare sulla base dei postulati euclidei che in un triangolo ogni lato è più corto della somma degli altri due, ci si può limitare a dare ai ragazzi dei bastoncini e far loro verificare che se un bastoncino è più lungo della somma degli altri due non è possibile "chiudere" un triangolo. La seconda critica fu di segno opposto e venne da chi accusava la geometria classica di essere troppo legata alle percezioni visive e tattili, trascurando in particolare quei sistemi di postulati alternativi a quello classico introdotti dalle geometrie non euclidee. Si sostenne che nella scuola fosse meglio rinunziare all’intuizione visiva, insegnando a effettuare deduzioni formali all’interno di teorie astratte molto generali.

    La prima direzione fu la più seguita nei paesi anglosassoni, dove si rinunziò quasi ovunque a insegnare nelle scuole secondarie il metodo dimostrativo. La seconda direzione fu invece propugnata in particolare dal gruppo di matematici francesi che si raccolse sotto lo pseudonimo di Nicolas Bourbaki e si impose rapidamente in Francia. È rimasta famosa l’invettiva "abbasso Euclide!" di uno dei principali animatori del gruppo, Jean Dieudonné, che divenne quasi uno slogan della nuova didattica.

    In ambedue i casi, rinunziando a uno dei due elementi essenziali, veniva disgregato nell’insegnamento scolastico quel doppio binario astratto-concreto che aveva costituito l’essenza della scienza esatta sin dalla sua nascita.

    In Italia, che è stata la patria di una scuola di geometria di grande valore, tenutasi saldamente nella tradizione classica, l’insegnamento della geometria razionale è sopravvissuto finora. Nella formulazione dei programmi e nella tradizione manualistica vi sono stati però vari ondeggiamenti, prima nella direzione “bourbakista” e più recentemente, quando il vento americano ha cominciato a prevalere anche in matematica su quello francese, nella direzione opposta. L’ondata bourbakista provocò per la verità in Italia pochi danni, essendo arrivata ritardata e smorzata; si trattò solo di un’infatuazione superficiale di "insiemistica" e si ridusse nella maggior parte dei casi a premettere ai manuali un capitoletto di teoria degli insiemi, poco letto e con scarse relazioni con il resto del programma.

    La tendenza attuale sembra molto più pericolosa, consistendo in una lenta disgregazione del metodo ipotetico-deduttivo attuata, con vari sistemi, nell’ambito di una concezione eclettica che evita scelte nette. Volendo sintetizzare si può dire che l’insegnamento della geometria razionale si trova oggi in Italia in uno stato di pre-liquidazione. Può sembrare una questione poco rilevante in sé, ma bisognerebbe essere consapevoli che, in mancanza di plausibili alternative, con la geometria razionale sarebbe espulso dalla scuola secondaria (come è già avvenuto negli Stati Uniti e in molti altri paesi) il concetto di dimostrazione e quindi uno dei cardini della tradizione scientifica.

    I membri della commissione Brocca, credendo di bilanciare impostazioni alternative con compromessi eclettici, hanno di fatto eliminato uno dei capisaldi dell’insegnamento matematico, minando alla base il metodo ipotetico-deduttivo sia nell’insegnamento della geometria sia in quello dei numeri reali. Va detto tuttavia che in questo modo non hanno fatto altro che seguire un indirizzo largamente diffuso a livello internazionale.

    Qualunque docente universitario di materie scientifiche con sufficiente anzianità ha verificato che il livello medio delle conoscenze matematiche di chi si iscrive all’università è crollato negli ultimi decenni. Neppure trent’anni fa la scuola secondaria italiana forniva una buona cultura matematica. Alcune idee fondamentali, come quella di dimostrazione, vi erano però in genere assorbite. Grazie all’antica geometria euclidea, allora studiata sistematicamente in tutti i licei, alcuni studenti più fortunati si esercitavano sin dall’età di quattordici anni a dimostrare teoremi; a tutti gli altri, che si limitavano a ripetere le dimostrazioni riportate sul manuale, diveniva se non altro familiare la natura del metodo dimostrativo. Inoltre gli studenti ricevevano (insieme a molta zavorra) alcune altre nozioni abbastanza chiare: si forniva loro, ad esempio, una complessa ma corretta definizione di numero reale. Oggi gli studenti si iscrivono anche a facoltà scientifiche ignorando spesso la differenza tra un postulato e un teorema e non conoscendo quasi mai una definizione di numero reale.

    Il crollo delle conoscenze matematiche (che del resto, come vedremo, è un fenomeno generale del mondo occidentale) non è imputabile che in minima misura alla commissione Brocca. Tra le varie cause (quali l’abbassamento del livello della scuola dell’obbligo e il diffondersi di sperimentazioni in cui lo studio della matematica viene compresso a favore dell’informatica) un elemento particolarmente importante è stato la diffusione, in varie forme, della "matematica pratica" di cui abbiamo già parlato. Le sostituzioni di segmenti con bastoncini cominciano ad avere effetto, convincendo gli studenti dell’inutilità degli enti teorici.
    http://www.matematicamente.it/cultura...bastoncini-dove-sta-andando-la-scuola
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  2. abbiamo permesso a noi stessi di dimenticare perché stiamo costruendo un’Europa unita.

    L’Europa fa molte cose. Produce standard, per esempio, come GSM per i telefoni cellulari. Gli standard sono utili. Permettono innovazione e crescita, e riducono il rischio di impresa. Ma non sono un fine in sé. Sono solo il mezzo per costruire il mercato unico europeo. E il mercato unico stesso è solo un mezzo. Il suo fine è prevenire le guerre in Europa.

    Il fine dell’Europa è la pace. Ci sono state molte iniziative di pace nel corso della storia, ma l’Unione Europea è progettata in modo da essere irreversibile.

    Nel corso dei decenni, le istituzioni europee hanno permesso a noi, i cittadini, di costruire una fitta rete di rapporti che ci unisce. All’inizio abbiamo fatto commercio internazionale. Poi integrato i sistemi educativi (diplomi e lauree riconosciuti in tutta Europa; Erasmus); poi partenariati negli affari; poi migliaia e migliaia di amicizie e matrimoni. Gli “altri” sono diventati i nostri clienti, partner, amici, famiglia. La guerra è diventata impossibile, impensabile.
    La vision appannata dell’Unione Europea

    Questa visione del mondo non si ferma ai confini dell’Unione. Pace e prosperità attraverso il commercio sono il cardine anche della nostra politica estera. Ai paesi con cui confiniamo questo piace, e quindi vogliono entrare nel club. E noi li abbiamo fatti entrare.

    Un continente pacifico dove muoversi liberamente è il nostro dono al mondo. Ci rende unici; fonda la nostra identità. Con i loro discorsi di spezzettamenti e limitazioni, i politici in Gran Bretagna e altrove possono guadagnare un po’ di visibilità mediatica, e forse consensi a breve termine. Ma si stanno giocando l’anima. E non la loro: la nostra.
    http://www.chefuturo.it/2016/05/brexit-migranti-allarme-europa
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  3. Quando i denunciati erano 'normali' cittadini tedeschi le brutalità della Gestapo erano quasi inesistenti, il che confermerebbe l’idea per cui il sistema di terrore nazista, «se mostrava il suo volto feroce nei confronti di uno specifico gruppo di oppositori, esibiva un volto umano e più professionale nei confronti dei comuni connazionali». A questo proposito l’autore ricorda la circostanza, quasi incredibile, che il direttore della Gestapo, Heinrich Müller, si iscrisse al partito unico solo nel 1939 e che tutta la catena operativa di funzionari e burocrati di questa polizia segreta non era formata solo da fanatici nazisti, ma da servitori dello Stato in buona parte formatisi professionalmente nella repubblica di Weimar.

    Lo studio dello storico britannico si inserisce dunque nel solco di un parziale revisionismo attento a ricostruire, nelle pieghe delle più approfondite ricognizioni documentarie, le ragioni del consenso sul quale il regime di Hitler poté contare, dentro la società germanica del tempo, per effetto della forza ipnotica e di fascinazione esercitata dalla narrazione nazista.

    Resta da evidenziare che McDonough, nel suo volume, dedica spazio considerevole al tipo di resistenza che le confessioni cristiane di Germania, tanto quella riformata, a cui aderiva il 66% della popolazione, quanto quella cattolica romana, opposero al regime di Hitler. In campo protestante fu soprattutto la cosiddetta “Chiesa confessante” (la quale rivendicava uno spazio di libertà dai condizionamenti del sistema totalitario, rompendo la continuità rispetto alla lunga tradizione di “Chiesa di Stato”, o meglio dei principi, che il luteranesimo incarnò) ad animare un braccio di ferro con il potere nazista. Questa dissidenza scatenò la Gestapo che tuttavia fu misurata nel procedere agli arresti e alle deportazioni dei pastori.

    La reazione fu invece più agguerrita nei confronti dei cattolici.
    http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/GESTAPO-.aspx
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  4. «Libertà? Questo Paese non ama la libertà. Ama l’abitudine, il conservatorismo, ama tirare avanti».

    Parole dure di chi, ancora diacono, venne mandato dal cardinale Schuster, nel 1944, a benedire i corpi dei partigiani ammazzati dai nazifascisti a Milano, in piazzale Loreto. «Sognavamo un’Italia diversa, democratica e libera. Sognavamo un’Italia religiosa ma non clericale. Oggi c’è un fascismo strisciante, mediatico. La stampa impone un pensiero, una realtà. Per noi la libertà era un sogno. Oggi contro di noi, contro la libertà, non ci sono di certo i mitra, ma molti limiti, troppi».

    Dopo l’8 settembre 1943, don Barbareschi fondò, con uomini di valore come Mario Apollonio, Carlo Bianchi, Dino Del Bo, Teresio Olivelli, il musicologo Claudio Sartori e David Maria Turoldo, un giornale clandestino, e il nome di quella testata dice tutto dell’anelito di libertà che quel gruppo e tanti altri italiani sentivano: Il ribelle. «Bisogna tornare ad amare la libertà, non i miti odierni del successo e del denaro, perché quando si cammina verso un mito si fallisce. Il fascismo sta tornando, ed è un nuovo fascismo. Vuole un esempio? Oggi non si ama più la persona, ma il gruppo, la massa. Non si pensa al bene comune ma a quello privato. Quando vedo nei cortei uomini e donne che urlano sempre gli stessi slogan, penso che alla fine quelle persone vivranno per lo slogan stesso, senza interrogarsi nel profondo. O si vive come si pensa, o si finisce a pensare per come si vive».
    http://www.famigliacristiana.it/artic...lla-liberta-il-bene-piu-prezioso.aspx
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  5. Sia l’elettricità che il lavoro possono essere pensati come merci. Tanto i datori di lavoro quanto i lavoratori lottano per mercificare il lavoro. I datori di lavoro usano tutta la loro ingegnosità, e quella dei loro manager delle risorse umane, per quantificare, misurare e omogeneizzare il lavoro. Allo stesso tempo i potenziali impiegati si dannano l’anima in un tentativo ansioso di mercificare il loro potere lavorativo, scrivendo e riscrivendo i loro curricula per ritrarsi come fornitori di unità di lavoro quantificabili. E questo è il problema! Perché se lavoratori e datori di lavoro riuscissero a mercificare completamente il lavoro, il capitalismo morirebbe. Questa è una prospettiva senza la quale la tendenza del capitalismo di generare crisi cicliche non potrà mai venire pienamente compresa, una prospettiva alla quale nessuno, senza una conoscenza di base del pensiero di Marx, avrà mai accesso.

    ogni singola teoria economica non marxista che tratta gli impulsi produttivi umani e non-umani come se fossero intercambiabili, quantità qualitativamente equivalenti, adotta il presupposto che la de-umanizzazione del lavoro umano sia completa. Ma se tale processo giungesse mai ad essere completo, il risultato sarebbe la fine del capitalismo inteso come sistema capace di creare e distribuire valore. Innanzitutto, una società di simulacri de-umanizzati, o automi, assomiglierebbe ad un orologio meccanico pieno di ingranaggi e molle, ognuno con la sua propria funzione, e che nel complesso producono un “bene”: la misurazione del tempo. Ma se questa società contenesse nient’altro che automi, la misurazione del tempo non sarebbe un “bene”. Sarebbe un “prodotto”, certamente, ma perché mai un “bene”? Senza esseri umani reali a sperimentare il funzionamento dell’orologio, non potrebbero esserci cose come “beni” o “mali”. Una “società” di automi sarebbe, così come gli orologi meccanici o dei circuiti integrati, piena di ingranaggi funzionanti, dimostrando una funzione, una funzione che però non potrebbe venire descritta né in termini morali, né di valore.

    Dunque, per ricapitolare, se il capitale dovesse mai riuscire nel quantificare, e dunque nel mercificare completamente, il lavoro, così come prova a fare in ogni momento, lo prosciugherebbe anche di quell’indeterministica, recalcitrante libertà umana che permette la generazione del lavoro. La brillante rivelazione di Marx riguardo l’essenza più profonda delle crisi capitaliste era precisamente questa: maggiore sarà il successo del capitalismo nel convertire il lavoro in una merce, minore sarà il valore che ogni unità genererà, minore il profitto e, infine, più vicina la prossima odiosa recessione sistemica dell’economia. Il ritratto della libertà umana intesa come categoria economica è un aspetto unico del pensiero di Marx, rendendo possibile una peculiare e astute interpretazione drammatica e analitica della propensione del capitalismo a piombare nella recessione, persino nella depressione, a partire dalle fasi più sfrenate di crescita.

    Questi erano i tempi in cui Marx aveva capito, e confessato, di aver sbagliato sul versante del determinismo. Una volta passato alla stesura del terzo volume del Capitale aveva capito che, persino una minima variazione (ad esempio l’ammettere differenti gradi di intensità del capitale in differenti settori) avrebbe confutato la sua argomentazione contro Weston. Ma egli era così dedito al proprio monopolio sulla verità che passò sopra la questione, in maniera stupefacente ma troppo brusca, imponendo per legge l’assioma che avrebbe, alla fine, difeso la sua dimostrazione originale; quello che avrebbe inferto il colpo fatale a Citizen Weston. Strani sono i rituali della fatuità e tristi sono quando portati avanti da menti eccezionali, quali Karl Marx e un numero considerevole di suoi discepoli del XX secolo.
    Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Si rivelò, alla fine, responsabile di una gran quantità di errori e, ancora di più, di autoritarismo. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista.

    Un’uscita greca, portoghese o italiana dall’Eurozona si trasformerebbe ben presto in una frammentazione del capitalismo europeo, producendo una regione in forte recessione a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa giacerebbe in una palude senza scampo di stagnazione economica e inflazione. Chi pensate trarrebbe profitto da questa situazione? Una sinistra progressista, risorgente dalle ceneri delle pubbliche istituzioni europee come una fenice? O i nazisti di Alba Dorata, i neofascisti vari, gli xenofobi e i maneggioni? Non ho assolutamente dubbi in proposito. Non sono pronto a spingere per la realizzazione di questa versione postmoderna degli anni Trenta. Se questo significa che è compito nostro, dei marxisti eretici, salvare il capitalismo europeo da se stesso, così sia. Non per amore o apprezzamento del capitalismo europeo, dell’Eurozona, di Bruxelles o della Banca Centrale Europea, ma solo perché vogliamo minimizzare i superflui tributi umani a questa crisi; le innumerevoli vite le cui prospettive sarebbero ulteriormente distrutte senza un qualsiasi beneficio per le future generazioni in Europa.
    http://www.controlacrisi.org/notizia/...-marxista-irregolare-nel-mezzo-di-una
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  6. Il fatto resta: questi grandi laici ronzano intorno a Dio come le api al miele. E sembrano abbiano come principale scopo somigliare a teologi, a vescovi, a grandi nuovi preti. Comprensibile, e anche un po’ buffo.

    Siamo meno clericali noi cattolici. Evidentemente – e su questo Eco era d’accordo – essere laici non significa non essere religiosi. Ma significa distanziarsi, come lui fece, dalla fede cristiana. In questo sta una ennesima quasi simpatica furbizia del pensiero cosiddetto laico: si distanzia o addirittura vorrebbe eliminare il cristianesimo e i suoi segni dalla nostra storia, ma per sostituirlo con un’altra idea religiosa, di rapporto con un Dio che assume di volta in volta altri connotati rispetto a quello del volto del Nazareno. Può essere la vecchia acciaccata Dea Ragione, o una idea di Umanità, o di Giustizia o di Libertà, o una delle tante parole che amano scrivere con la maiuscola. A volte persino l’Arte. Ovadia e gli altri officianti riti del genere dovrebbe saperlo: non esistono gli atei, ma i credenti e gli idolatri.

    E certo, si può credere in tanti modi e a diversi dei, compreso in quel dio triste che è la Fama. In tal modo, proprio coloro che impropriamente amano definirsi laici dimostrano che – per l’uomo moderno – non c’è cosa più interessante di Dio, come sapeva già Dostoevskij.

    Non occore essere studiosi del Medioevo per sapere che infatti la parola 'laico' diversamente da quanto usato in questi giorni, non significa senza fede. Ma semplicemente non chierico. E invece appunto – paradosso – questi laici sembrano proprio dei chierici. Peraltro un po’ fissati con Dio. Finiscono per dimostrare che aveva ragione Charles Péguy, visto che a Eco piacevano le citazioni. Il poeta francese infatti metteva i guardia in cristiani da due tipi opposti di 'clericalesimo': quelli dei clericali e quello degli anti-clericali.

    Per entrambe la fazioni, infatti, il mondo viene ridotto solo a pretesto, e gli avvenimenti – compreso il grande Avvenimento storico della figura di Cristo – sono solo uno spunto per poi seguire solo la propria mente e il proprio potere.
    http://mobile.avvenire.it/Commenti/Pa...O-PENSIERO-E-UN-AUGURIO-PER-ECO-.aspx
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  7. E’ ovvio che una scuola che fa fare vacanza ai ragazzi per il 1° Maggio o per il 25 aprile debba spiegare loro perché fanno vacanza e cosa si celebra.

    Così come è ovvio che, dando quindici giorni di festa ai ragazzi, per il Natale, si spieghi chi e cosa si festeggia: non “l’inverno” o altre corbellerie, ma la nascita di Gesù Cristo. E a Pasqua non si celebra la pace, ma la Resurrezione di Gesù.

    Questo taglia la testa al toro, spazzando via tutte le chiacchiere sulla “scuola laica” che non dovrebbe parlare del Natale cristiano o della Pasqua.

    INTEGRAZIONE

    Tanto più dovrà spiegarlo agli studenti immigrati e di altre religioni: proprio a scuola questi giovani possono imparare un fatto fondamentale della nostra cultura, quel fatto in base al quale si dice che oggi siamo nel 2015 (perché si computano gli anni a partire dalla nascita di Gesù), quel fatto per cui abbiamo la settimana e la domenica facciamo festa.

    Il fatto cristiano, che è rappresentato in gran parte del nostro patrimonio artistico, ha “inventato” le Cattedrali, gli ospedali e le università....

    Fortini stava fuori dagli schemi: era marxista, ma antistalinista, era ebreo (lui e suo padre subirono la persecuzione delle leggi razziali), ma critico con lo Stato d’Israele. Noi facevamo discussioni accesissime, furono scontri epici. Ma fecondissimi.

    Una mattina iniziò la lezione leggendo (meravigliosamente) dei versi. In pochi riconoscemmo che era il “Mercoledì delle ceneri” di Eliot: “Perch’i’ non spero più di ritornare/ Perch’i’ non spero..”.

    Quel giorno era appunto il Mercoledì delle ceneri e lui si mise a chiedere se sapevamo cosa significava. La maggior parte non ne sapeva niente. Così Fortini fece lezione per spiegarci che non era possibile studiare letteratura, filosofia, storia dell’arte o storia in Italia senza sapere tutto del cattolicesimo. Tanto più, disse, se uno si professa marxista.

    Le stesse, identiche considerazioni poi mi furono fatte, qualche anno dopo, da Massimo Cacciari, quando lavoravo al “Sabato”, durante un’intervista. Cacciari, originariamente marxista, si occupa da sempre di teologia ed era inorridito dall’ignoranza in materia religiosa che riscontrava nei suoi studenti. È una questione centrale della formazione e la scuola non l’ha ancora compreso. Non è una questione confessionale, ma culturale e educativa.
    http://www.antoniosocci.com/quello-ch...a-musica-gli-ospedali-e-le-universita
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  8. conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).

    Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.
    http://corrieredelmezzogiorno.corrier...d16-293b-11e5-a9e7-030a682fda66.shtml
    Tags: , by M. Fioretti (2015-11-11)
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  9. L'Europa, per come la conosciamo, è una formidabile costruzione fondata sulla razionalità diurna. Il più grande edificio politico mai realizzato in tempi di pace, in punta di diritto, tra gli uffici squallidi del vecchio Berlaymont foderato di amianto e le cancellerie malinconiche di antiche potenze ridotte al rango di parchi a tema. Un miracolo di visione che ha camminato per decenni sulle spalle di uomini vestiti di grigio e di marrone, che costruivano poco a poco l'Unione a furia di direttive sulla pesca sportiva e di regolamenti sui fermenti lattici. Erano tutt'altro che sprovveduti, gli uomini e le donne che hanno intessuto la trama sempre più fitta degli interessi burocratici comuni. Parlavano il linguaggio diurno della tecnocrazia perché era l'unico che conoscevano, ma anche perché sapevano che l'altro, quello notturno dei sogni e delle passioni, rischiava di risvegliare i vecchi fantasmi europei: le culture, le identità e le nazioni che già troppe volte avevano condotto i popoli alla guerra e il continente alla rovina.

    Se io adesso smetto di scrivere questo articolo, scendo sotto casa e mi metto in macchina, posso guidare ininterrottamente per 2.700 chilometri fino a Tallinn senza mai attraversare una frontiera che sia una, né cambiare moneta. Questo è merito degli uomini vestiti di grigio e di marrone. Ed è un fatto. Concreto, eppure strabiliante, se ci pensate bene. Il problema è che intorno a questo fatto non c'è uno straccio di mitologia. Se fossimo in America ci avrebbero già costruito su un'epopea degna dell'anello del Nibelungo. Pare di vederli i romanzi, i road movies, le avventure, i miti e i riti che si sarebbero inventati, tra Hollywood e Hbo. Da noi, invece, nulla.

    La cultura pop è la mitologia del nostro tempo. Il luogo nel quale gli eroi inventano mondi e fondano comunità. Attraversano le differenze, superano la frammentazione di una vita sempre più dispersa in mille schegge e ci parlano di cosa significhi essere vivi qui e oggi. Di quanta magia la nostra esistenza possa ancora contenere nonostante gli algoritmi e le capsule di Arpeggio. Non dicono la verità, ma intensificano la vita. Reincantano il mondo e lo rendono nuovamente degno di essere conquistato. Un luogo di avventure, non solo di lampadine a basso consumo. In Europa non riusciamo a produrre pop. Né Guerre stellari né supereroi, né Jay-Z né Clint Eastwood, né Lady Gaga né House of Cards (tranne gli inglesi, che qualche James Bond e qualche Harry Potter di tanto in tanto lo tirano fuori ma loro, come si sa, con l'Europa c'entrano fino a un certo punto). Tant'è vero che importiamo dagli Stati Uniti, dal Giappone, ormai perfino dal Brasile e dalla Corea, mentre si contano sulle punte delle dita i casi di fenomeni culturali che, nati in un Paese dell'Unione, riescono a diffondersi su tutto il continente.

    Chi ha mancato l'appuntamento con il grandioso processo dell'integrazione europea non sono i politici e i burocrati. Sono in primo luogo gli scrittori e i registi, gli artisti e i creatori: tutti quelli che, in questi anni, avrebbero potuto partecipare alla più grande avventura collettiva del nostro tempo, costruendo una cultura europea contemporanea e popolare, e hanno invece scelto di guardarsi l'ombelico, di dare la caccia alle sovvenzioni o di crogiolarsi nella depressione. Con il risultato che l'unica cultura europea esistente oggi è archeologia (i convegni, la République des Lettres, Erasmo e Goethe) o trash purissimo (l'Eurovisione della canzone).
    http://www.ilsole24ore.com/art/cultur...a-hollywood-103824.shtml?uuid=ACeBdik
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  10. il rapporto nascite/morti non è mai stato così negativo da circa un secolo: quasi 100mila persone decedute in più rispetto ai nati (95.768). E la cicogna ha portato 11.712 bimbi in meno rispetto al 2013.
    Solo la prima Guerra Mondiale ci ha fatto registrare risultati negativi al livello demografico più gravi di questo. L'età media nazionale, poi, continua inesorabilmente ad alzarsi, 44,4 anni, con punte di oltre 48 anni in Liguria in tutte le quattro province della regione.
    Oltre un compatriota su 5, il 21,7%, è entrato nella terza età, ha cioè dai 65 anni in su, e circa 7 su 100 sono ottantenni e più. Mentre i bebè e i ragazzini fino ai 14 anni sono scesi al 13,8%. Siamo al 183simo posto su 195 nella classifica della natalità stilata dalle Nazioni Unite, e al penultimo su 193 Paesi in quella della Cia, i servizi segreti americani. Entro il 2050, saremo tra i Paesi con più vecchi al mondo, dopo Giappone, Corea del Sud e Spagna. Un abitante del Bel Paese su 3 sarà ultrasessantacinquenne (dati del Pew Research Center).

    FERTILITÀ AI MINIMI STORICI
    Ma poi, anche volendo, abbiamo sempre più problemi a concepire figli. Ed è questo ultimo aspetto che forse più colpisce e che comunque dovrebbe quanto meno far riflettere.
    Sono davvero pesanti gli ultimi dati forniti dal Ministero della Salute su questa realtà: una coppia tricolore su 5 ha difficoltà ad avere figli naturalmente, circa il doppio di 20 anni fa. Nell'ultimo mezzo secolo il numero degli spermatozoi nel maschio italico si è dimezzato. E si è dimezzato - come si rileva dai dati Istat - anche il tasso di natalità negli ultimi 40 anni: l'anno scorso sono nati 8,5 bimbi ogni mille abitanti, nel 1974 questo valore era 16,08.
    Nel 1862, all'indomani dell'unità d'Italia, i neonati del nuovo Stato erano 991mila, ma eravamo 26 milioni e 328mila residenti. Quello che gli statistici chiamano tasso di natalità era di 37,5 nuovi bebè ogni mille abitanti. Oggi è quasi quattro volte e mezzo più basso, ma siamo oltre 60 milioni. L'anno scorso sono arrivati solo 502.596 bimbi.


    Possibile che di fronte alla quasi sparizione dei bambini in Italia, in contrapposizione al sacro desiderio di procreare, il focus sia tutto su soluzioni tecnologiche quali congelatori per embrioni, uteri in affitto o gravidanze surrogate, come preferiscono dire alcuni, provette e laboratori? Cosa trovano le coppie che vogliono dei figli? Vengono davvero, onestamente, sanamente, aiutate ad andare alla radice più profonda del problema?

    CONOSCERE LA PROPRIA NATURA
    «Attualmente siamo indeboliti proprio nella concezione della nostra identità di persone, di coppie, di esseri umani parte del creato e generati dall’amore e non dal caso, ma se riscopriamo la nostra natura possiamo fare molto. I metodi naturali - sottolinea la dottoressa Saporosi - sono spesso visti come i contraccettivi dei cattolici, ma ciò è molto riduttivo. Il progetto familiare della coppia, in cui vanno inseriti, non può prescindere da valori fondamentali, quali la dignità della persona, l'amore coniugale, la fecondità nel senso di dono di sé all’altro e del dono della vita ai figli, e che va ben oltre la fertilità biologica. Questi valori, nel relativismo attuale, si stanno scomponendo, non si vede più la persona nella sua completezza ed unità, ma solo nei suoi desideri e nell’esigenza dei diritti, individuali e non. Si è arrivati a proporre la procreazione senza la coppia. La vita diventa una sorta di bene di consumo: desidero un figlio e cerco di ottenerlo attraverso quello che la scienza e la tecnica mi promettono. In un tempo come quello attuale – dove i valori del rispetto della vita umana, della famiglia, dell’amore coniugale sembrano voler essere oscurati da un relativismo che pare negare, oltre alla verità della natura umana, il senso stesso della vita - avvertiamo ancora di più l’importanza della proposta dei metodi naturali come percorso di autoconoscenza e educazione alla sessualità e alla procreazione responsabile, nella prospettiva di offrire un servizio utile a quanti operano nel campo della difesa della vita nascente. Vediamo, invece, la proposta diffusa di una medicina spesso più sostitutiva che riparativa - sottolinea la scienziata -. Meglio invece conoscerci ed aiutare le persone e le coppie a conoscere e valorizzare la propria natura, perché conoscere la natura della persona non fa male a nessuno, anzi, arricchisce, fa crescere e dà valore alle scelte che facciamo e ai progetti che vogliamo realizzare. Siamo assai lontani dalla consapevolezza della nostra creazione. Come siamo noi?». Già: cosa è, come è la Persona? Siamo chiamati a coltivare certe domande e partorire risposte su noi stessi, sulla Vita, sulla procreazione. O vogliamo perderci in sterili, è il caso dirlo, ideologie, moralismi, business?
    http://www.ioacquaesapone.it/articolo.php?id=1962
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