mfioretti: storia* + geopolitica*

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  1. Sebbene l’impianto teocratico dell’Islam - cioè la congiunzione tra ciò che è politico e ciò che è spirituale - sia ben sedimentato nella Umma, vale a dire nella comunità islamica globale, imputare il sorgere di tali movimenti estremisti/terroristici alla sola reazione antioccidentale o a cause quali la povertà e lo sfruttamento è riduttivo e semplicistico.



    Fin dalle sue origini, l’Islam è stato attraversato ciclicamente da ondate di integralismo e di intolleranza, cui si sono alternate stagioni di grande apertura. Basti pensare ai kharigiti del primo secolo islamico che combattevano per un’ideologia purista e integralista.


    Di converso, lo Stato islamico medievale, in alcune sue fasi, fu flessibile e tollerante. Cosa dire del sufismo che un tempo ispirava i musulmani alla pacifica convivenza? Una duttilità che si manifestò, peraltro, anche nel Novecento (almeno fino agli anni Settanta) quando in Medio Oriente le donne erano libere, ad esempio, di circolare senza il velo. Ecco perché oggi è indispensabile il contributo di musulmani che sappiano vincere le spinte intransigenti che si alimentano di un pensiero mitologico acritico, imposto mediante il monopolio culturale.

    In questi anni, i paesi occidentali hanno fatto poco o niente per aiutare la società civile musulmana a uscire dall’immobilismo e sostenere politicamente e finanziariamente l’intellighenzia islamica moderata. Una sfida che, visti i tempi, deve vedere in prima fila chi fa informazione raccontando la verità dei fatti, andando al di là di ogni genere di manicheismo. Ad esempio, non si capisce come mai nell’areopago mainstream del “villaggio globale”, la stampa occidentale sia sempre così distratta rispetto ad altri scenari come quello nigeriano.

    A questo proposito, sovviene però un interrogativo: è prudente utilizzare la satira in un contesto geopolitico così incandescente? Tradizionalmente, l’obiettivo di questo genere letterario associato al vignettismo consiste nell’accertare quanto una società sia sufficientemente in grado di tirare la corda. La redazione di Charlie Hebdo, prescindendo dalle possibili controindicazioni determinate dal terrorismo, aveva assunto com’è noto questo indirizzo editoriale, ottenendo un risultato che - alla prova dei fatti - ha generato un fiume di sangue.

    Ecco che allora il cordoglio per le vittime non può prescindere dal giudizio sull’opportunità di brandire le matite per difendere il pluralismo culturale e religioso.
    http://temi.repubblica.it/limes/come-...ivilta-dopo-la-strage-di-parigi/67596
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  2. A otto anni di distanza, la Lezione di Ratisbona appare sotto una luce molto diversa. Infatti, coloro che la lessero per davvero nel 2006, compresero che, lungi dall’aver fatto una “gaffe”, Benedetto XVI aveva analizzato, con la precisione dello studioso, due domande chiave, la cui risposta avrebbe influenzato profondamente la guerra civile che sta tuttora infuriando all’interno del mondo islamico; una guerra il cui esito determinerà se, nel XXI Secolo, l’islam sarà sicuro per i suoi fedeli e per il mondo.

    La prima domanda chiave riguarda la libertà di religione. I musulmani possono trovare, all’interno del loro bagaglio culturale e spirituale, argomenti islamici a favore della tolleranza religiosa (compresa la tolleranza nei confronti di chi si converte ad altre religioni)? Questo auspicabile sviluppo, che il papa suggerì, potrebbe richiedere molto tempo (anche secoli) per elaborare una più completa teoria islamica della libertà religiosa.
    http://www.papaboys.org/macche-gaffe-ratisbona-ratzinger-laveva-previsto
    Tags: , , , by M. Fioretti (2014-09-26)
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  3. E’ l’unica nazione di tradizione cristiana capace di vietare (per Cento Anni!) le manifestazioni pubbliche delle lobby omosessuali “infischiandosene” bellamente delle accuse di autoritarismo lanciatele dai “democratici” d’ogni latitudine; uno dei pochi paesi al mondo dove, stando a tutti i sondaggi e le statistiche, la religione è in crescita esponenziale e la chiesa nazionale (quella Ortodossa) è di gran lunga l’istituzione più popolare; un paese devastato per decenni dalla denatalità e dalla pratica dell’aborto facile che, al giorno d’oggi, “premia” ogni nuova nascita con un bonus equivalente a 9.000 euro1; un paese che ha schiacciato senza pietà il terrorismo islamico locale (quello ceceno di tipo salafita, finanziato dall’Arabia Saudita) ma che intrattiene relazioni amichevoli con buona parte del mondo islamico ed è visto, con evidente simpatia, da tutte quelle forze che si oppongono, per i più svariati motivi, al cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale concepito dalle elite occidentali. Una nazione che, recentemente, sembra essere entrata nelle grazie e nelle speranze persino di molti Cattolici (soprattutto laici), i quali cominciano a vedere in essa quasi una sorta di rinnovato “bastione” o baluardo della Cristianità.
    http://www.papalepapale.com/develop/s...o-e-ultimo-bastione-del-cristianesimo
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  4. la partita aperta fra Putin e Obama è molto più della classica partita a scacchi che Washington e Mosca giocarono fino al 1991, usando situazioni, Paesi, governi, come pedoni sulla scacchiera, sempre facendo molta attenzione a non passare direttamente alle mani. Quella di oggi è una scacchiera multidimensionale, una Nuova Yalta a più piani che mescola economia e fondamentalismi religiosi, avventure militari e comunicazione istantanea di immagini e di propaganda della quale le cancellerie hanno perso completamente il controllo.

    È questa, la sensazione di avere perduto il controllo della storia il movente che spinge «il caro amico Vladi», come diceva Berlusconi, a muoversi per tenersi stretti brandelli di Ucraina. L’operazione militare di Putin in quella Crimea che gli scolari italiani dovrebbero ricordare bene dallo studio del nostro Risorgimento è un conflitto realmente limitato e, per una volta, niente affatto sgradito agli stessi abitanti della regione invasa, che sono largamente filo russi.
    L’elemento davvero preoccupante dell’operazione Crimea è appunto che la Russia di Putin applica tattiche, e visioni strategiche, ottocentesche al mondo del XXI secolo, dimostrando la profonda arretratezza culturale di una leadership che si rifà a modelli addirittura pre-sovietici, zaristi. Putin non è il successore di Stalin, di Kruscev, di Gorbaciov e neppure di Eltsin, ma di Nicola II, l’ultimo dei Romanov.
    http://www.repubblica.it/la-repubblic...ama_di_vittorio_zucconi-80095473/?rss
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  5. In Ucraina sta succedendo qualcosa di grave, le cui conseguenze potrebbero essere imprevedibili. Un governo odiato da una parte della popolazione e amato viceversa dagli ucraini russofoni, circa 14 milioni contro 32 milioni di ucraini, è stato deposto con la forza, dalla piazza. Il presidente Viktor Yanukovich, eletto in regolari elezioni, non un dittatore in termini politici, è fuggito in Russia ed è sotto la protezione di Putin. L'Ucraina è vitale per la Russia per ragioni geopolitiche. La sua flotta militare è ospitata a Sebastopoli in Crimea che appartiene all'Ucraina.
    http://www.beppegrillo.it/2014/03/191...illo%2Frss+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29
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  6. Se dovessimo fare due più due l’analogia con l’attuale situazione europea è molto forte: sia nella Jugoslavia di ieri che nell’Unione Europea di oggi il collante ideologico era praticamente morto e sepolto (il comunismo titino e l’europeismo democratico), l’emigrazione era tornata ad essere uno sbocco per un numero impressionante di disoccupati delle repubbliche più tramortite dalla crisi, ma soprattutto da ogni parte ci si sentì paralizzati ed affossati dallo Stato centrale jugoslavo, furono quindi frequenti le manifestazioni di insofferenza 1 » . Le misure attuate per saldare i ‘debiti’ con l’Occidente a poco a poco erosero risorse allo stato centrale e contribuirono a smantellare lo stato sociale (Bianchini, 2012, pp.311-318). Intanto la Jugoslavia ricorse agli ‘aiuti’ del FMI e proprio con tale organismo si indebitò pesantemente; oltre a ciò utilizzò gli ultimi ‘aiuti’ provenienti da quest’organizzazione per attuare ‘riforme economiche’ volte a far calare l’inflazione, privatizzare i mezzi di produzione e liberalizzare i mercati (Marcon, 2000, p.77). Ovviamente il malcontento delle repubbliche federate aumentò a dismisura: con l’avvento degli anni ’90 in pratica da un lato era crollata la fiducia nel socialismo jugoslavo e al contempo le forze nazionaliste divennero le principali formazioni politiche, questo fece sì che tutte le formazioni, per lo più riformiste, legate ad un ottica multietnica perdessero ovunque consensi.
    http://www.eurasia-rivista.org/perche...-fare-la-fine-dellex-jugoslavia/20684
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