mfioretti: storia* + europa*

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  1. abbiamo permesso a noi stessi di dimenticare perché stiamo costruendo un’Europa unita.

    L’Europa fa molte cose. Produce standard, per esempio, come GSM per i telefoni cellulari. Gli standard sono utili. Permettono innovazione e crescita, e riducono il rischio di impresa. Ma non sono un fine in sé. Sono solo il mezzo per costruire il mercato unico europeo. E il mercato unico stesso è solo un mezzo. Il suo fine è prevenire le guerre in Europa.

    Il fine dell’Europa è la pace. Ci sono state molte iniziative di pace nel corso della storia, ma l’Unione Europea è progettata in modo da essere irreversibile.

    Nel corso dei decenni, le istituzioni europee hanno permesso a noi, i cittadini, di costruire una fitta rete di rapporti che ci unisce. All’inizio abbiamo fatto commercio internazionale. Poi integrato i sistemi educativi (diplomi e lauree riconosciuti in tutta Europa; Erasmus); poi partenariati negli affari; poi migliaia e migliaia di amicizie e matrimoni. Gli “altri” sono diventati i nostri clienti, partner, amici, famiglia. La guerra è diventata impossibile, impensabile.
    La vision appannata dell’Unione Europea

    Questa visione del mondo non si ferma ai confini dell’Unione. Pace e prosperità attraverso il commercio sono il cardine anche della nostra politica estera. Ai paesi con cui confiniamo questo piace, e quindi vogliono entrare nel club. E noi li abbiamo fatti entrare.

    Un continente pacifico dove muoversi liberamente è il nostro dono al mondo. Ci rende unici; fonda la nostra identità. Con i loro discorsi di spezzettamenti e limitazioni, i politici in Gran Bretagna e altrove possono guadagnare un po’ di visibilità mediatica, e forse consensi a breve termine. Ma si stanno giocando l’anima. E non la loro: la nostra.
    http://www.chefuturo.it/2016/05/brexit-migranti-allarme-europa
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  2. Sia l’elettricità che il lavoro possono essere pensati come merci. Tanto i datori di lavoro quanto i lavoratori lottano per mercificare il lavoro. I datori di lavoro usano tutta la loro ingegnosità, e quella dei loro manager delle risorse umane, per quantificare, misurare e omogeneizzare il lavoro. Allo stesso tempo i potenziali impiegati si dannano l’anima in un tentativo ansioso di mercificare il loro potere lavorativo, scrivendo e riscrivendo i loro curricula per ritrarsi come fornitori di unità di lavoro quantificabili. E questo è il problema! Perché se lavoratori e datori di lavoro riuscissero a mercificare completamente il lavoro, il capitalismo morirebbe. Questa è una prospettiva senza la quale la tendenza del capitalismo di generare crisi cicliche non potrà mai venire pienamente compresa, una prospettiva alla quale nessuno, senza una conoscenza di base del pensiero di Marx, avrà mai accesso.

    ogni singola teoria economica non marxista che tratta gli impulsi produttivi umani e non-umani come se fossero intercambiabili, quantità qualitativamente equivalenti, adotta il presupposto che la de-umanizzazione del lavoro umano sia completa. Ma se tale processo giungesse mai ad essere completo, il risultato sarebbe la fine del capitalismo inteso come sistema capace di creare e distribuire valore. Innanzitutto, una società di simulacri de-umanizzati, o automi, assomiglierebbe ad un orologio meccanico pieno di ingranaggi e molle, ognuno con la sua propria funzione, e che nel complesso producono un “bene”: la misurazione del tempo. Ma se questa società contenesse nient’altro che automi, la misurazione del tempo non sarebbe un “bene”. Sarebbe un “prodotto”, certamente, ma perché mai un “bene”? Senza esseri umani reali a sperimentare il funzionamento dell’orologio, non potrebbero esserci cose come “beni” o “mali”. Una “società” di automi sarebbe, così come gli orologi meccanici o dei circuiti integrati, piena di ingranaggi funzionanti, dimostrando una funzione, una funzione che però non potrebbe venire descritta né in termini morali, né di valore.

    Dunque, per ricapitolare, se il capitale dovesse mai riuscire nel quantificare, e dunque nel mercificare completamente, il lavoro, così come prova a fare in ogni momento, lo prosciugherebbe anche di quell’indeterministica, recalcitrante libertà umana che permette la generazione del lavoro. La brillante rivelazione di Marx riguardo l’essenza più profonda delle crisi capitaliste era precisamente questa: maggiore sarà il successo del capitalismo nel convertire il lavoro in una merce, minore sarà il valore che ogni unità genererà, minore il profitto e, infine, più vicina la prossima odiosa recessione sistemica dell’economia. Il ritratto della libertà umana intesa come categoria economica è un aspetto unico del pensiero di Marx, rendendo possibile una peculiare e astute interpretazione drammatica e analitica della propensione del capitalismo a piombare nella recessione, persino nella depressione, a partire dalle fasi più sfrenate di crescita.

    Questi erano i tempi in cui Marx aveva capito, e confessato, di aver sbagliato sul versante del determinismo. Una volta passato alla stesura del terzo volume del Capitale aveva capito che, persino una minima variazione (ad esempio l’ammettere differenti gradi di intensità del capitale in differenti settori) avrebbe confutato la sua argomentazione contro Weston. Ma egli era così dedito al proprio monopolio sulla verità che passò sopra la questione, in maniera stupefacente ma troppo brusca, imponendo per legge l’assioma che avrebbe, alla fine, difeso la sua dimostrazione originale; quello che avrebbe inferto il colpo fatale a Citizen Weston. Strani sono i rituali della fatuità e tristi sono quando portati avanti da menti eccezionali, quali Karl Marx e un numero considerevole di suoi discepoli del XX secolo.
    Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Si rivelò, alla fine, responsabile di una gran quantità di errori e, ancora di più, di autoritarismo. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista.

    Un’uscita greca, portoghese o italiana dall’Eurozona si trasformerebbe ben presto in una frammentazione del capitalismo europeo, producendo una regione in forte recessione a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa giacerebbe in una palude senza scampo di stagnazione economica e inflazione. Chi pensate trarrebbe profitto da questa situazione? Una sinistra progressista, risorgente dalle ceneri delle pubbliche istituzioni europee come una fenice? O i nazisti di Alba Dorata, i neofascisti vari, gli xenofobi e i maneggioni? Non ho assolutamente dubbi in proposito. Non sono pronto a spingere per la realizzazione di questa versione postmoderna degli anni Trenta. Se questo significa che è compito nostro, dei marxisti eretici, salvare il capitalismo europeo da se stesso, così sia. Non per amore o apprezzamento del capitalismo europeo, dell’Eurozona, di Bruxelles o della Banca Centrale Europea, ma solo perché vogliamo minimizzare i superflui tributi umani a questa crisi; le innumerevoli vite le cui prospettive sarebbero ulteriormente distrutte senza un qualsiasi beneficio per le future generazioni in Europa.
    http://www.controlacrisi.org/notizia/...-marxista-irregolare-nel-mezzo-di-una
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  3. E’ ovvio che una scuola che fa fare vacanza ai ragazzi per il 1° Maggio o per il 25 aprile debba spiegare loro perché fanno vacanza e cosa si celebra.

    Così come è ovvio che, dando quindici giorni di festa ai ragazzi, per il Natale, si spieghi chi e cosa si festeggia: non “l’inverno” o altre corbellerie, ma la nascita di Gesù Cristo. E a Pasqua non si celebra la pace, ma la Resurrezione di Gesù.

    Questo taglia la testa al toro, spazzando via tutte le chiacchiere sulla “scuola laica” che non dovrebbe parlare del Natale cristiano o della Pasqua.

    INTEGRAZIONE

    Tanto più dovrà spiegarlo agli studenti immigrati e di altre religioni: proprio a scuola questi giovani possono imparare un fatto fondamentale della nostra cultura, quel fatto in base al quale si dice che oggi siamo nel 2015 (perché si computano gli anni a partire dalla nascita di Gesù), quel fatto per cui abbiamo la settimana e la domenica facciamo festa.

    Il fatto cristiano, che è rappresentato in gran parte del nostro patrimonio artistico, ha “inventato” le Cattedrali, gli ospedali e le università....

    Fortini stava fuori dagli schemi: era marxista, ma antistalinista, era ebreo (lui e suo padre subirono la persecuzione delle leggi razziali), ma critico con lo Stato d’Israele. Noi facevamo discussioni accesissime, furono scontri epici. Ma fecondissimi.

    Una mattina iniziò la lezione leggendo (meravigliosamente) dei versi. In pochi riconoscemmo che era il “Mercoledì delle ceneri” di Eliot: “Perch’i’ non spero più di ritornare/ Perch’i’ non spero..”.

    Quel giorno era appunto il Mercoledì delle ceneri e lui si mise a chiedere se sapevamo cosa significava. La maggior parte non ne sapeva niente. Così Fortini fece lezione per spiegarci che non era possibile studiare letteratura, filosofia, storia dell’arte o storia in Italia senza sapere tutto del cattolicesimo. Tanto più, disse, se uno si professa marxista.

    Le stesse, identiche considerazioni poi mi furono fatte, qualche anno dopo, da Massimo Cacciari, quando lavoravo al “Sabato”, durante un’intervista. Cacciari, originariamente marxista, si occupa da sempre di teologia ed era inorridito dall’ignoranza in materia religiosa che riscontrava nei suoi studenti. È una questione centrale della formazione e la scuola non l’ha ancora compreso. Non è una questione confessionale, ma culturale e educativa.
    http://www.antoniosocci.com/quello-ch...a-musica-gli-ospedali-e-le-universita
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  4. L'Europa, per come la conosciamo, è una formidabile costruzione fondata sulla razionalità diurna. Il più grande edificio politico mai realizzato in tempi di pace, in punta di diritto, tra gli uffici squallidi del vecchio Berlaymont foderato di amianto e le cancellerie malinconiche di antiche potenze ridotte al rango di parchi a tema. Un miracolo di visione che ha camminato per decenni sulle spalle di uomini vestiti di grigio e di marrone, che costruivano poco a poco l'Unione a furia di direttive sulla pesca sportiva e di regolamenti sui fermenti lattici. Erano tutt'altro che sprovveduti, gli uomini e le donne che hanno intessuto la trama sempre più fitta degli interessi burocratici comuni. Parlavano il linguaggio diurno della tecnocrazia perché era l'unico che conoscevano, ma anche perché sapevano che l'altro, quello notturno dei sogni e delle passioni, rischiava di risvegliare i vecchi fantasmi europei: le culture, le identità e le nazioni che già troppe volte avevano condotto i popoli alla guerra e il continente alla rovina.

    Se io adesso smetto di scrivere questo articolo, scendo sotto casa e mi metto in macchina, posso guidare ininterrottamente per 2.700 chilometri fino a Tallinn senza mai attraversare una frontiera che sia una, né cambiare moneta. Questo è merito degli uomini vestiti di grigio e di marrone. Ed è un fatto. Concreto, eppure strabiliante, se ci pensate bene. Il problema è che intorno a questo fatto non c'è uno straccio di mitologia. Se fossimo in America ci avrebbero già costruito su un'epopea degna dell'anello del Nibelungo. Pare di vederli i romanzi, i road movies, le avventure, i miti e i riti che si sarebbero inventati, tra Hollywood e Hbo. Da noi, invece, nulla.

    La cultura pop è la mitologia del nostro tempo. Il luogo nel quale gli eroi inventano mondi e fondano comunità. Attraversano le differenze, superano la frammentazione di una vita sempre più dispersa in mille schegge e ci parlano di cosa significhi essere vivi qui e oggi. Di quanta magia la nostra esistenza possa ancora contenere nonostante gli algoritmi e le capsule di Arpeggio. Non dicono la verità, ma intensificano la vita. Reincantano il mondo e lo rendono nuovamente degno di essere conquistato. Un luogo di avventure, non solo di lampadine a basso consumo. In Europa non riusciamo a produrre pop. Né Guerre stellari né supereroi, né Jay-Z né Clint Eastwood, né Lady Gaga né House of Cards (tranne gli inglesi, che qualche James Bond e qualche Harry Potter di tanto in tanto lo tirano fuori ma loro, come si sa, con l'Europa c'entrano fino a un certo punto). Tant'è vero che importiamo dagli Stati Uniti, dal Giappone, ormai perfino dal Brasile e dalla Corea, mentre si contano sulle punte delle dita i casi di fenomeni culturali che, nati in un Paese dell'Unione, riescono a diffondersi su tutto il continente.

    Chi ha mancato l'appuntamento con il grandioso processo dell'integrazione europea non sono i politici e i burocrati. Sono in primo luogo gli scrittori e i registi, gli artisti e i creatori: tutti quelli che, in questi anni, avrebbero potuto partecipare alla più grande avventura collettiva del nostro tempo, costruendo una cultura europea contemporanea e popolare, e hanno invece scelto di guardarsi l'ombelico, di dare la caccia alle sovvenzioni o di crogiolarsi nella depressione. Con il risultato che l'unica cultura europea esistente oggi è archeologia (i convegni, la République des Lettres, Erasmo e Goethe) o trash purissimo (l'Eurovisione della canzone).
    http://www.ilsole24ore.com/art/cultur...a-hollywood-103824.shtml?uuid=ACeBdik
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  5. Il nostro modo di scrivere – di tracciare a mano le parole – ha una data di nascita abbastanza precisa: una trentina d’anni prima dell’800 dopo Cristo. Siamo davanti a un’iniziativa di Carlomagno, attuata per mano dei suoi intellettuali, primo dei quali Alcuino di York. Costoro – non il gran re: leggere e scrivere non facevano per lui – s’inventarono un alfabeto latino confacente al programma carolingio di unificazione della cultura europea. Così: a b c d eccetera, quasi esattamente nelle forme che io sto vedendo realizzate dal mio computer e che tu, lettore, stai percorrendo con gli occhi. Quell’alfabeto fu l’alfabeto minuscolo di base di tutte le scritture, molte e diverse, che se ne svilupparono nel corso del tempo; ed è tuttora l’alfabeto minuscolo del carattere tipografico romano tondo.

    Che la carolina, la nuova scrittura del testo elaborata in ambito carolingio, fosse una reazione al modo di scrivere corsivo è dimostrato dal suo requisito principale: il “canone” alfabetico. La carolina è una scrittura per lettere: lettere sempre uguali a se stesse, ciascuna chiaramente distinta da tutte le altre. Jacques Fontaine ha parlato di una scrittura «cartesiana», David Ganz di una «grammatica della leggibilità». Si aggiungano altri elementi di innovazione. Lo scarso o nullo uso di compendi, che fa della carolina una scrittura “a tutte lettere”. L’attento uso dell’interpunzione. L’accuratezza delle distinzioni e partizioni del testo, con l’utilizzo di una gamma di scritture ampia e gerarchizzata, ripresa dalle scritture del passato.
    La scrittura per lettere separate era funzionale a una lettura analitica, discorsiva, lenta, lettera dopo lettera, parola dopo parola, eseguita dall’occhio che scorre placidamente riga dopo riga. Fosse effettuata a voce alta, a voce bassa o in silenzio, la lettura carolina, chiamiamola così, era basata sulla sequenza continua dei segni trasformati in suono, come se il lettore capisse ascoltandosi leggere (mentalmente o a voce alta). La carolina portava a perfezione, realizzandola visivamente sulla pagina, la progressione insegnata dalla precettistica classica, dalla littera (il grafema e fonema elementare) al sensus (il significato) alla sententia (l’idea, il concetto).
    http://www.accademiadellacrusca.it/it...omagno-poi-mano-scrive-l-occhio-legge
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  6. Con le varie riforme ministeriali dell’ultimo quindicennio, i programmi hanno via via spostato l’attenzione verso il Novecento: oggi chi si presenta alla maturità deve conoscere il XX secolo dall’inizio alla fine, con particolare attenzione agli eventi degli ultimi decenni: la stagione del terrorismo, la caduta del Muro, l’epoca di Tangentopoli fino ai fatti di inizio XXI secolo. Questa attenzione per il Novecento ha comportato alcuni cambiamenti nella preparazione dei manuali scolastici e nell’insegnamento della storia nelle scuole.



    Prima di tutto si è avuta una riperiodizzazione dei testi scolastici che ha mutato il peso dato ai diversi periodi storici. Prima del 1997 i manuali scolastici destinati al triennio delle scuole superiori coprivano un arco temporale che andava dal 476 d.C. (fine dell’impero romano d’Occidente) alla seconda guerra mondiale, con solo un breve excursus finale sugli eventi del secondo dopoguerra. In particolare, il primo volume copriva l’epoca medievale (fino alla scoperta dell’A merica), il secondo la storia moderna (fino alla rivoluzione francese e Napoleone), il terzo era dedicato all’Ottocento e al Novecento (con i limiti detti precedentemente per il XX secolo).



    Tale suddivisione comportava che buona parte dell’ultimo anno delle scuole superiori fosse dedicato all’Ottocento, al Risorgimento e all’Unità italiana, nonché alla sue vicende iniziali; raramente gli insegnanti riuscivano a spingersi nello studio al di là dei prodromi della seconda guerra mondiale. Risorgimento, lotte per l’indipendenza e per l’unificazione, Destra storica, Sinistra, Crispi e Giolitti rappresentavano la base dell’apprendimento storico dell’anno della maturità.



    Le recenti riforme ministeriali hanno mutato questa situazione. Oggi l’Ottocento va a costituire la parte finale del secondo volume del corso di storia del triennio, volume che comprende anche il Seicento e il Settecento. Il peso degli eventi risorgimentali e post-unitari, anche semplicemente dal punto di vista quantitativo (cioè di pagine dedicate all’argomento), è certamente diminuito: l’Ottocento ha perso di centralità a scapito del Novecento, secolo cui viene dedicato un intero volume, con conseguenze che vedremo tra poco.



    Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale.

    Il risultato sono manuali di storia che affrontano il Novecento, e in particolare la storia italiana, in maniera quasi annalistica, con un’analisi storica piuttosto limitata anche perché sulle vicende più recenti riguardanti il nostro paese è molto facile per editori e autori essere esposti a critiche e attacchi da parte dei media oppure dello stesso ministero dell’Istruzione. Nell’Italia contrapposta di oggi è più facile fare un discorso storico di carattere problematico su Muzio Scevola che su Gramsci, per non parlare di Craxi o personaggi ancora più vicini a noi nel tempo.

    Le indicazioni ministeriali, per quanto riguarda la storia, non si limitano alla prescrizione dei periodi da trattare, ma entrano in merito anche alle rilevanze storiche, esprimono quindi una sorta di giudizio di merito e danno indicazioni su quali siano le priorità da seguire. Talvolta pesantemente. Scriveva Curzio Maltese in un articolo sulla Repubblica nel novembre del 2000: «Sulla storia patria si è abbattuto un revisionismo all’italiana, alimentato piuttosto da polemiche giornalistiche che da rigorose ricerche storiografiche, gonfiato di passioni e risentimenti piuttosto che sostenuto da documenti, sotto l’influsso di sbornie ideologiche uguali e contrarie a quelle della sinistra anni Settanta, che sovente hanno colto gli stessi, prima comunisti e ora ferocemente anti, ma sempre dove tira il vento».



    L’episodio cui faceva riferimento l’articolo era quello che aveva visto il consiglio regionale del Lazio approvare una mozione, nel novembre del 2000, in cui si impegnava il presidente della Regione Francesco Storace e gli assessori competenti a «istituire una commissione di esperti che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie » con lo scopo di radicare una specifica conoscenza e un conseguente senso di appartenenza». L’iniziativa prendeva spunto dalla denuncia da parte di Azione studentesca delle «falsità» raccontate da molti autori di manuali di storia, la cui pericolosa «faziosità» «alimentava in modo artificiale uno scontro generazionale che durava ormai da troppi anni impedendo la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale». Le denunce si estendevano dai giudizi riportati nei manuali scolastici su Togliatti e il ruolo del Pci (troppo benevoli) a quelli sul primo governo Berlusconi (troppo faziosi), dal silenzio sulle foibe alla scarsa applicazione della «categoria decisiva del secolo: il totalitarismo». Ultimamente è capitato che nella riforma Gelmini la parola Resistenza finisse per un attimo sospesa tra una redazione e l’altra del documento: pare infatti che nella prima versione non se ne facesse cenno.

    Per arrivare alla conclusione del nostro discorso vale la pena richiamare un tema di carattere forse meno storico e più tecnico, ma comunque non secondario: quello del manuale come tipico esempio di prodotto redazionale, piuttosto che di opera d’autore. Il livello sempre più sofisticato degli apparati (immagini, box informativi, supporti didattici e via discorrendo) e la necessità di continui aggiornamenti (spesso affidati dalle case editrici a redattori interni o collaboratori occasionali, piuttosto che agli autori stessi) indica che il manuale è spesso il risultato del lavoro di un autore collettivo, controllato in molti casi più dai direttori editoriali che dalle firme di copertina. Anche questa è una conseguenza del discorso fatto in fase di premesse, cioè della mancanza di un legame forte tra storici ufficiali e manualistica scolastica. Spesso l’autore fatica, infatti, a trovare un coinvolgimento nel progetto e non conosce i meccanismi di produzione e realizzazione del manuale, lasciati di buon grado e totalmente alla cucina redazionale.



    Si hanno così autori che faticano a pensare a un prodotto direzionato a un pubblico di studenti e come tale caratterizzato anche da prospettive non solo di narrazione e analisi storica, ma anche di comprensione didattica. E si perde così anche la possibilità di avere manuali più fortemente caratterizzati, magari più innovativi e originali, realmente differenti e non omologati. Di fronte a scritti che in molti casi sono solo nominalmente opera d’autore il testo ministeriale risulta ancora più significativo e riesce dunque difficile siglare giudizi sul nesso autori/ contenuti.
    http://www.limesonline.com/la-storia-...lia-malraccontata-agli-italiani/23300
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  7. però l’89 non fu solo gio­iosa rivo­lu­zione liber­ta­ria. Fu un pas­sag­gio assai più ambi­guo, gra­vido di con­se­guenze, non tutte mera­vi­gliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolo­ro­sa­mente nella memo­ria che evoca in me. Peral­tro quel 9 novem­bre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dis­so­cia­bile dalle date che segui­rono di pochi giorni: il 12 novem­bre, quando Achille Occhetto, alla Bolo­gnina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comu­nicò uffi­cial­mente alla trau­ma­tica riu­nione della dire­zione del par­tito di cui, dopo che il Pdup era con­fluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così impo­nen­doci – a tutti – la ver­go­gna di pas­sare per chi sarebbe stato comu­ni­sta per­ché si iden­ti­fi­cava con l’Unione sovie­tica e le orri­bili demo­cra­zie popo­lari che essa aveva creato.

    Non c’era biso­gno della caduta del muro per con­vin­cersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo pos­si­bile che vole­vamo, non solo per noi che ave­vamo dato vita al Mani­fe­sto, ovvia­mente, ma nem­meno più per la stra­grande mag­gio­ranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori.

    Ma non si trat­tava sol­tanto della sini­stra ita­liana, il muta­mento che segnò l’89 ha avuto por­tata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vit­to­ria a livello mon­diale di que­sta glo­ba­liz­za­zione che tut­tora viviamo, acce­le­rata dalla con­qui­sta al domi­nio asso­luto del mer­cato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riu­scito a fare il socia­li­smo gli era tut­ta­via rima­sto estraneo.

    Ci fu, certo, libe­ra­zione da regimi diven­tati oppres­sivi, ma solo in pic­cola parte per­ché non aveva vinto un largo moto ani­mato da un posi­tivo dise­gno di cam­bia­mento: c’era stata, piut­to­sto, la bru­tale ricon­qui­sta da parte di un Occi­dente che pro­prio in que­gli anni, con Rea­gan, Tat­cher, Kohl, aveva avviato una dram­ma­tica svolta rea­zio­na­ria. Al dis­sol­versi del vec­chio sistema si fece strada, arro­gante e per­va­sivo, il capi­ta­li­smo più sel­vag­gio, sra­di­cando valori e aggre­ga­zioni nella società civile, lasciando sul ter­reno solo ripie­ga­mento indi­vi­duale, egoi­smi, cor­ru­zione, vio­lenza. Il corag­gioso ten­ta­tivo di Gor­ba­ciov non era riu­scito, il suo par­tito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rima­sero passive.

    E così il paese anzi­ché demo­cra­tiz­zarsi divenne preda di un furto sto­rico colos­sale, ci fu un vero col­lasso che privò i cit­ta­dini dei van­taggi del brutto socia­li­smo che ave­vano vis­suto senza che potes­sero godere di quelli di cui il capi­ta­li­smo avrebbe dovuto essere por­ta­tore. (A pro­po­sito di demo­cra­zia: chissà per­ché nes­suno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liqui­dato Gor­ba­ciov, arrivò a bom­bar­dare il suo stesso Par­la­mento col­pe­vole di non appro­vare le sue proposte?).

    Come scrisse Eric Hob­sbawm nel ven­te­simo anni­ver­sa­rio del crollo «il socia­li­smo era fal­lito, ma il capi­ta­li­smo si avviava alla ban­ca­rotta.

    se la sto­ria ha preso un’altra strada non è per­ché il «destino è cinico e baro», ma per­ché a quell’appuntamento di Ber­lino si è giunti quando si era già con­su­mata una sto­rica scon­fitta della sini­stra a livello mon­diale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.

    Le respon­sa­bi­lità sono mol­te­plici. Per­ché se è vero che il campo sovie­tico non era più rifor­ma­bile e che una rot­tura era dun­que indi­spen­sa­bile, altro sarebbe stato se i par­titi comu­ni­sti , in Ita­lia e altrove, aves­sero avan­zato una cri­tica aperta e com­ples­siva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limi­tarsi – come avvenne nel ’68 in occa­sione dell’invasione di Praga – a par­lare solo di errori.

    In que­gli anni i rap­porti di forza sta­vano infatti posi­ti­va­mente cam­biando in tutti i con­ti­nenti ed era ancora ipo­tiz­za­bile una uscita da sini­stra dall’esperienza sovie­tica, non la capi­to­la­zione al vec­chio che invece c’è stata. E così nell’89, anzi­ché avviare final­mente una vera rifles­sione cri­tica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socia­li­smo che pro­prio non si poteva fare.

    Gor­ba­ciov restò così senza inter­lo­cu­tori per por­tare avanti il ten­ta­tivo di dar almeno vita, una volta spez­zata la cor­tina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva per­se­guito con tena­cia, offrendo più volte lui stesso alla Ger­ma­nia la riu­ni­fi­ca­zione in cam­bio della neu­tra­liz­za­zione e denu­clea­riz­za­zione del paese.

    Fu l’Occidente a rifiu­tare. Mancò all’appello, quando uni­la­te­ral­mente il pre­si­dente sovie­tico diede via libera all’abbattimento della cor­tina di ferro, il più grande par­tito comu­ni­sta d’occidente, quello ita­liano, fret­to­lo­sa­mente appro­dato all’atlantismo e impe­gnato ad accan­to­nare, quasi con irri­sione, il ten­ta­tivo di una “terza via” fon­data su uno scio­gli­mento dei due bloc­chi avan­zata da Ber­lin­guer alla vigi­lia della sua morte improvvisa.

    E mancò la social­de­mo­cra­zia, che aveva in quell’ultimo decen­nio mar­gi­na­liz­zato gli uomini che pure si erano con lun­gi­mi­ranza bat­tuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Krei­ski. È così che l’89 ci ha con­se­gnato un’altra scon­fitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi final­mente un ruolo e una sog­get­ti­vità auto­nome, quella “Casa comune euro­pea” che Gor­ba­ciov aveva soste­nuto e indi­cato, e che trovò solo un sim­pa­tiz­zante – ma debo­lis­simo — in Jaques Delors, allora pre­si­dente della Com­mis­sione europea.
    http://ilmanifesto.info/dove-la-festa
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  8. la partita aperta fra Putin e Obama è molto più della classica partita a scacchi che Washington e Mosca giocarono fino al 1991, usando situazioni, Paesi, governi, come pedoni sulla scacchiera, sempre facendo molta attenzione a non passare direttamente alle mani. Quella di oggi è una scacchiera multidimensionale, una Nuova Yalta a più piani che mescola economia e fondamentalismi religiosi, avventure militari e comunicazione istantanea di immagini e di propaganda della quale le cancellerie hanno perso completamente il controllo.

    È questa, la sensazione di avere perduto il controllo della storia il movente che spinge «il caro amico Vladi», come diceva Berlusconi, a muoversi per tenersi stretti brandelli di Ucraina. L’operazione militare di Putin in quella Crimea che gli scolari italiani dovrebbero ricordare bene dallo studio del nostro Risorgimento è un conflitto realmente limitato e, per una volta, niente affatto sgradito agli stessi abitanti della regione invasa, che sono largamente filo russi.
    L’elemento davvero preoccupante dell’operazione Crimea è appunto che la Russia di Putin applica tattiche, e visioni strategiche, ottocentesche al mondo del XXI secolo, dimostrando la profonda arretratezza culturale di una leadership che si rifà a modelli addirittura pre-sovietici, zaristi. Putin non è il successore di Stalin, di Kruscev, di Gorbaciov e neppure di Eltsin, ma di Nicola II, l’ultimo dei Romanov.
    http://www.repubblica.it/la-repubblic...ama_di_vittorio_zucconi-80095473/?rss
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  9. ciò che «più di ogni altro fattore mi ha allontanato dalla Chiesa -spiega- è la legittimazione dell'islam come vera religione di Allah come vero Dio, di Maometto come vero profeta, del Corano come testo sacro, delle moschee come luogo di culto».

    LA SVOLTA - «Sono invece convinto - aggiunge - che l'Islam sia un'ideologia intrinsecamente violenta così come è stata storicamente conflittuale al suo interno e bellicosa al suo esterno. Ancor più sono convinto che l'Europa finirà per essere sottomessa all'islam, così come è già accaduto a partire dal Settimo secolo
    http://www.corriere.it/politica/13_ma...27c-9528-11e2-84c1-f94cc40dd56b.shtml
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  10. Retrodatato di circa cinque secoli. La più estesa minoranza europea: 11 milioni di persone
    http://www.corriere.it/scienze_e_tecn...-c89e7517e938.shtml?fr=box_primopiano
    Tags: , , , , , by M. Fioretti (2012-12-17)
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