mfioretti: social networks*

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  1. Ho smesso di seguire diligentemente Report, pochi anni fa, dopo alcuni servizi su una materia che conoscevo molto bene (era la questione multinazionali / fisco / webtax; poi parlarono anche di social network) perché fecero in questi casi un lavoro estremamente superficiale. Talvolta completamente fuorviante, persino scorretto. Col tempo mi sono reso conto, empiricamente, che le trasmissioni di inchiesta televisiva mi facevano impressione soltanto quando affrontavano un tema che non conoscevo per nulla, mentre ogni volta che toccavano un tema che studio per lavoro mi risultavano intollerabili per quanto erano banali oppure, peggio, deformanti. Così ho pensato: "Quante probabilità esistono che siano scarsi soltanto in quei temi che conosco e bravissimi in tutti gli altri?".
    http://www.linkiesta.it/it/blog-post/...i-social-lhanno-fatta-scoppiare/25512
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  2. Chi chiede il visto d’ingresso deve consentire l’accesso a tutti i contatti che sono stati registrati nella propria rubrica telefonica e in quella della posta elettronica. Ma non basta. Devono essere “consegnate” anche le parole chiave che assicurano l’accesso ai propri profili sui social network e alle caselle mail normalmente utilizzate.

    Per entrare sul suolo a stelle e strisce occorre anche fornire il consenso all’acquisizione delle informazioni finanziarie attraverso la consultazione delle movimentazioni bancarie di conto corrente e ad altre eventuali operazioni. Non manca nemmeno l’obbligo di rispondere alle domande che sul formulario sono predisposte per individuare ideologie e convinzioni religiose. Quesiti di questa natura non sono certo nuovi perché in passato non sono mancate le schede da compilarsi prima di scendere dall’aeromobile e che sollecitavano a confidare se si era o meno “terroristi”.

    L’entrata in vigore della nuova disciplina è destinata a modificare le abitudini e ad innescare l’ennesimo arrembaggio alla privacy. Gli agenti dell’Immigration Service potranno farsi consegnare cellulari, palmari e computer, curiosare tra i contatti e la cronologia della navigazione in Internet, scandagliare l’iscrizione a partiti politici o l’appartenenza a movimenti e associazioni, ricostruire la mappa di parentele, amicizie e relazioni di lavoro. L’obiettivo (legittimo) è quello di identificare (in maniera un po’ troppo invasiva) i soggetti potenzialmente pericolosi che – sapendo di questo screening o vivisezione digitale – si guarderanno bene dal presentarsi con diavolerie informatiche che possano farli incastrare.

    L’intrusione nella vita privata è stata considerata eccessiva non solo dalle organizzazioni a tutela dei diritti civili, ma persino da April Doss, ex “associate general counsel” (ossia avvocato addetto all’ufficio legale) della National Security Agency. Doss ha dichiarato infatti che “l’esecuzione di una simile raccolta di dati potrebbe recare detrimento alle attività di intelligence, perché si corre il rischio di raccogliere tanta immondizia che non ha nulla a che vedere con niente”.

    Vedremo se le tante Authority in materia di privacy faranno sentire la loro voce…
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...cumenti-e-password-per-favore/3500365
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  3. Movim
    When social network meets IM,
    you can expect some surprises…

    Our main motto? Don't reinvent the wheel. Since the beginning all the Movim communications are made using XMPP.
    https://movim.eu/#features
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  4. Because if you're selling your soul, you may as well do it asynchronously.

    Socialite provides a very easy way to implement and activate a plethora of social sharing buttons — any time you wish. On document load, on article hover, on any event!

    Demo: Hover over the following social links to load them dynamically. Socialite can be triggered by page scrolling (lazy loading the social links as they are needed) or when the user hovers over an area on the page.

    Socialite works by asynchronously loading social networks required javascript files and only loading the Social Sharing buttons as the user needs them. For example, rather than loading all social networking buttons at once on a page, we can load them while the user scrolls.
    http://socialitejs.com
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  5. Can outside sources verify what God believes to be holy? Can anyone verify God’s existence? Can anyone think of more hypothetical questions like this to underscore the point?

    As religious leaders expressed their concerns to The Literalist, The Literalist in turn became increasingly worried about Facebook deciding what is “fake” and “real” news. So The Literalist sent a short note to Facebook headquarters reading, “Now, don’t take this literally, but The Literalist encourages you to let users use reason when it comes to fake news. Satire included.”
    http://religionnews.com/2016/11/29/fa...ws-crackdown-threatens-religious-news
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  6. Now what can be done? Certainly the explanation for Trump’s rise cannot be reduced to a technology- or media-centered argument. The phenomenon is rooted in more than that; media or technology cannot create; they can merely twist, divert, or disrupt. Without the growing inequality, shrinking middle class, jobs threatened by globalization, etc. there would be no Trump or Berlusconi or Brexit. But we need to stop thinking that any evolution of technology is natural and inevitable and therefore good. For one thing, we need more text than videos in order to remain rational animals. Typography, as Postman describes, is in essence much more capable of communicating complex messages that provoke thinking. This means we should write and read more, link more often, and watch less television and fewer videos—and spend less time on Facebook, Instagram, and YouTube.
    https://www.technologyreview.com/s/60...iscourse-because-its-too-much-like-tv
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  7. non voglio farla lunga, ma in allora, come oggi, io non controllavo affatto il dato e l’informazione personale volontariamente o forzosamente appresa ad ogni mio movimento; ciò che in qualche modo mi salvava nella tribolata adolescenza (non sempre invero) era il controllo della situazione sociale e del contesto.

    Il controllo sul dato-informazione non l’avevo con il macellaio del paese e non posso pensare di averlo oggi sul web con Google, Facebook e soprattutto con le mille agenzie statuali affette, per svariate e talvolta encomiabili ragioni, da bulimia informativa. Ma in allora avevo contezza e in qualche modo governavo le banali regole tecniche (le vie del paese, gli orari della corriera) e quelle sociali di prossimità del mio territorio.

    Oggi non ci riesco più. E non è solo per la quantità dei dati captati e memorizzati ad ogni passo ma per la totale opacità del contesto e delle regole tecniche e sociali che governano la nostra vita digitale.

    Algoritmi ignoti, insondabili ai loro stessi creatori, ricostruiscono la nostra immagine, creano punteggi e giudicano rilevanze e congruità a nostra totale insaputa. Banche, assicurazioni, imprese di ogni risma e fattezza (a breve l’internet delle cose ci stupirà) ma soprattutto lo Stato, con le sue mille agenzie di verifica e controllo, accedono ad ogni informazione decontestualizzandola, creando relazioni e correlazioni di cui non abbiamo coscienza, ma di cui subiamo quotidianamente le conseguenze.

    Non possiamo impedire tutto questo, il big data e gli open-data salveranno il mondo, d’accordo. Ma possiamo e dobbiamo pretendere di sapere il chi, il come e il quando. Abbiamo bisogno di sapere qual è il contesto, e quali sono le regole; solo così troveremo strategie, non per delinquere o eludere la legge (come sostiene parte della magistratura), ma per esercitare i diritti fondamentali della persona.

    Nel mondo fisico sappiamo quando lo Stato ha il diritto di entrare in casa nostra, o a quali condizioni possa limitare le nostre libertà personali, di movimento, d’espressione; nel mondo digitale non sappiamo, e neppure ci chiediamo, chi, quando e a quali condizioni possa impossessarsi dei nostri dati, dei nostri dispositivi tramite software occulti, della nostra vita. Accettiamo supinamente un’intollerabile opacità.

    Io ho qualcosa da nascondere da quando ho ricordi: sono riservatezze variabili a seconda dell’interlocutore, del tempo, del luogo e del contesto. E non voglio per me e i miei figli una società stupidamente disciplinata da una costante sorveglianza e decerebrata dagli algoritmi. Vorrei una società in cui l’asimmetria dell’informazione sia l’esatto opposto dell’attuale, dove purtroppo il cittadino è totalmente trasparente e lo Stato e le sue regole sono opache e incerte.
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    Carlo Blengino
    Carlo Blengino

    Avvocato penalista, affronta nelle aule giudiziarie il diritto delle nuove tecnologie, le questioni di copyright e di data protection. È fellow del NEXA Center for Internet & Society del Politecnico di Torino. @CBlengio su Twitter
    http://www.ilpost.it/carloblengino/2016/11/02/ho-qualcosa-da-nascondere
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  8. The more inaccurate the article, the more popular it was likely to be on Facebook. This is more troubling when you realize that social media is second only to cable news as Americans’ primary political news source.
    https://www.wired.com/2016/11/2016-el...s-dark-side-tech/?mbid=social_twitter
    Tags: , , by M. Fioretti (2016-11-07)
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  9. Soon, foreign visitors to the United States will be expected to tell U.S. authorities about their social media accounts.

    U.S. Customs and Border Protection wants to start collecting “information associated with your online presence” from travelers from countries eligible for a visa waiver, including much of Europe and a handful of other countries. Earlier this summer, the agency proposed including a field on certain customs forms for “provider/platform” and “social media identifier,” making headlines in the international press. If approved by the Office of Management and Budget, the change could take effect as soon as December.

    Privacy groups in recent weeks have pushed back against the idea, saying it could chill online expression and gives DHS and CBP overbroad authority to determine what kind of online activity constitutes a “risk to the United States” or “nefarious activity.”

    The United Nations special rapporteur on the right to freedom of opinion and expression wrote last month that the scope of information being collected was “vague and open-ended,” and that he was “concerned” that with the change, “government officials might have largely unfettered authority to collect, analyze, share and retain personal and sensitive information about travelers and their online associations.”

    “If a ‘follower’ of an applicant raises a red flag for the agency, the applicant herself may be denied permission to travel to the United States.”

    CBP and its parent agency, the Department of Homeland Security, said that the social media question will be optional, and that the agencies “would only have access to information publicly available on those platforms, consistent with the privacy settings of the platforms.”

    A CBP spokesperson provided a statement saying that collecting social media information “may help detect potential threats because experience has shown that criminals and terrorists, whether intentionally or not, have provided previously unavailable information via social media that identified their true intentions.”
    https://theintercept.com/2016/10/21/t...avelers-tweets-before-letting-them-in
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  10. We’re stuck, therefore, on that first-step level of finally admitting that being religious doesn't entitle us to forgo basic religious responsibilities with regard to the internet. We furthermore tend to simplify the challenge of practicing faith online by regarding as fixed and static the nature, structure and economies of the internet. A non-moving target is easier to hit. “Engagement,” therefore, can be satisfied by ensuring that one’s parish has Facebook, Twitter and possibly Snapchat accounts, and that those who dare to operate these machines do so prayerfully, charitably and with ample opportunities for digital detox.

    This strikes me as inadequate. Just as the offline economy forms us, the online one does too. It helps determine what kind of Christians and humans we become. It does so not only through our day-to-day behavior and that of others, but through its nature and structure. Concerns about the structure of the status quo economy, after all, have inclined many parishes to form credit unions, job boards, food pantries, thrift stores and other economic alternatives for their members and the surrounding communities. What if we did the same for the internet? Its structure has made corporate surveillance over our everyday lives and relationships a tolerable business model, while perpetuating gross inequalities of access that accentuate already existing inequalities of other kinds. The dominant internet culture encourages non-Christian values like planned obsolescence and idolatry of the new. Can parishes do better?

    I think they can. I’ve been gathering some ideas about how parishes can create the credit unions and thrift stores of 21st-century connectivity.
    http://www.americamagazine.org/conten...ngs/six-hacks-toward-networked-parish
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