mfioretti: social network*

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  1. Le ragioni sono molte. Uno dei punti messi sul tappeto ruota proprio intorno ai social network come Facebook e Instagram. Queste piattaforme hanno reso molto semplice confrontarsi con altre persone e soprattutto innescato una sorta di competizione sbilanciata e reciproca, basata su ciò che vediamo sulle bacheche che, come noto, non sempre rispecchia esattamente la vita reale. Piuttosto, l'immagine che gli "amici" intendono dare di se stessi, spesso lavorandoci in profondità. La tendenza alla competizione non è certo prerogativa delle piattaforma ma è innata all'essere umano già in età prescolare. Il problema, semmai, è che - come hanno denunciato molti ex manager delle piattaforme poi sganciati dalle loro creature - quei social sfruttano le debolezze psicologiche per innescare anche queste forme di atteggiamenti e reazioni.

    I Millennials hanno dunque a disposizione un'enorme quantità di "metriche" per giudicare la propria esistenza. Senz'altro molte di più dei loro genitori. Like, follower e "amici" sono una di queste. Difficile capire come se ne possa uscire o almeno provare a fare un passo indietro da questo circolo vizioso. Il primo passo, suggerisce Curran, è focalizzare su altre qualità della propria personalità (diligenza, flessibilità, perseveranza) piuttosto che guardare alla perfezione come una dimensione monodimensionale. In generale occorrerebbe insomma spostare l'attenzione sui propri traguardi e sui propri desideri, non impostarli o stabilirli in base a quelli degli altri.
    http://www.repubblica.it/tecnologia/s...dio_accusa_facebook_co-185853568/?rss
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  2. I social network sono stati creati per manipolare il nostro desiderio di approvazione, ed è questo che l’aveva portata a sbagliare in prima istanza. I suoi critici erano stati molto apprezzati dagli altri utenti, e quindi nel tempo hanno continuato a criticarla. Ciò che li spingeva a farlo era la stessa cosa che aveva fatto sbagliare Sacco: volere attirare l’attenzione di persone sconosciute.
    http://www.ilpost.it/2015/02/14/justine-sacco
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  3. Sono stati intervistati circa 800 adolescenti tra i 12 e i 17 anni e altrettanti adulti tra i 25 e i 65 anni. “I risultati dimostrano che adulti e ragazzi condividono gli stessi livelli di consapevolezza delle conseguenze dei loro comportamenti in rete e spesso anche i comportamenti stessi” spiega Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children, secondo cui “si tratta di un dato preoccupante se pensiamo che gli adulti dovrebbero invece esercitare un ruolo di guida in un contesto complesso e in continua evoluzione, come quello del mondo e delle tecnologie digitali”.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...-protegge-la-propria-immagine/3369504
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  4. I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

    Parole durissime, ma dietro l’attacco c’è anche una riflessione più specifica su un tema che non può essere ignorato: “Il grande problema della scuola oggi è insegnare ai ragazzi come filtrare le informazioni di Internet. Anche i professori sono neofiti di fronte a questo strumento”. Il problema delle fonti esiste, e non solo per i ragazzi a scuola. Sono i media i primi che rischiano di restare impelagati tra le secche delle bufale, ma forse basta saper fare il proprio mestiere con scrupolo per evitare tali intoppi.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...parola-a-legioni-di-imbecilli/1766817
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  5. il presente testo non ambisce ad offrire una selezione delle migliori pratiche e soluzioni esistenti, ma delle migliori pratiche e soluzioni compatibili con i vincoli — economici, organizzativi, culturali — delle PA locali in Italia a inizio 2015.

    Di seguito la struttura del documento. Nella prima parte sono presentati alcuni consigli generali, validi cioè su tutte le piattaforme, pensati per consentire un uso sufficientemente sociale dei social. Nella seconda si propongono esempi di impiego sostenibili e rilevanti collegati ai singoli servizi, con particolare riferimento a Facebook, Twitter e YouTube.
    https://medium.com/socialpa-magazine/...ei-social-media-nella-pa-282dbcd8f5e9
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  6. Un articolo di Repubblica parla di isolamento (causa anche di mortalità) dovuto ai social network, citando i risultati di un ricerca americana. Peccato però che lo studio non parli affatto dei social network intesi come Facebook o Twitter, ma come reti sociali reali, in carne ed ossa.

    da quale elemento Enrico Franceschini ritiene di poter dedurre, già in apertura del suo articolo, che l’isolamento di cui parla lo studio sia provocato da Facebook, Twitter e Instagram e che siamo di fronte, addirittura, a «una vera e propria malattia»? Non certo da una lettura della review Solitudine e isolamento sociale come fattori di rischio per la mortalità, dato che questa, così come le altre, non contiene un solo accenno ai social media o al loro utilizzo, come causa di solitudine o isolamento sociale volontario. Le uniche social networks citate sono le reti sociali delle conoscenze e dei contatti umani, misura, appunto, della condizione di solitudine o isolamento di un individuo.


    non sapremmo dire quanto sia più o meno difficile immaginare questo scenario, quel che è certo è che gli autori della review su solitudine, isolamento e mortalità non parlano di correlazioni statistiche tra hamburger e adolescenti connessi a uno o più dispositivi elettronici. Tutto l’articolo di Repubblica, dunque, si fonda su una argomentazione fallace per cui, poiché stiamo vivendo in un momento in cui si registra un elevato tasso di solitudine e isolamento e questo momento storico coincide con l’era digitale, dunque la responsabilità va attribuita ai social media. E in questo contesto l’identificazione del XXI secolo come «il secolo della rivoluzione digitale, degli smartphone, dei social network» (addirittura dei «messaggini», benché fossero ormai di uso comune già alla fine degli anni ’90) e il continuo e insistente riferimento ai social media e all’«era digitale», a partire dal titolo, risultano scorretti e ingannevoli perché inducono il lettore a pensare che gli autori dello studio abbiano individuato una correlazione o, addirittura, un rapporto di causa-effetto tra un aumentato rischio per la mortalità e l’utilizzo dei social media, invece che la solitudine e l’isolamento sociale, qualsiasi siano le loro motivazioni.
    http://www.valigiablu.it/la-ricerca-i...stente-su-social-network-e-solitudine
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  7. Il 93% di loro si collegano attraverso il telefonino: secondo i dati di un'indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria (SIP), sono otto su dieci i teenager che si collegano a internet tutti i giorni. A farla da padrone, come previsto, sono i social network. Ma, insieme ai "like", secondo gli esperti, cresce l'insicurezza e aumentano i comportamenti a rischio.
    http://www.repubblica.it/tecnologia/2...ovanissimi_su_10-96542635/?ref=search
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  8. Non c’è niente di virtuale nello stare sui social. Questa parola abusata è un errore. Le amicizie, i seguaci sui social non sono una sostituzione irreale delle amicizie vere, dei rapporti concreti. Gli utenti stanno imparando che il linguaggio è decisamente sufficiente per stabilire connessioni che permettono comunicazione e comprensione, scambio di suggestioni e narrazioni di sé. Il punto non è il non vedersi, non si è soli perché si parla con qualcuno dall’altra parte del mondo che magari non si conoscerà mai. Si è soli perché il web non permette il silenzio, non permette la condivisione di un luogo fisico e non permette l’orientamento. Per andare all’etimologia del termine, il rivolgersi a oriente, il trovare l’origine delle cose, il punto dove il sole sorge.
    http://robertocotroneo.me/2014/10/17/social-2
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  9. «Non bluffate, ce ne potremmo accorgere». È quanto consigliano oggi gli addetti alle risorse umane riguardo all’“aggiustamento” dei curriculum. E questo perché sempre più aziende utilizzano i social network per la selezione di candidati per la ricerca di profili mirati, difficili da trovare con i metodi tradizionali. Oggi almeno il 50% dei selezionatori si serve del web come strumento di lavoro
    http://www.linkiesta.it/consigli-lavoro-social-network
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  10. Nel testo di legge, infatti, non c’è alcuna norma che contribuisca a far iniziare ai provider un “processo di responsabilizzazione dei contenuti”, non è una “legge pensata per le ragazze”, e soprattutto non c’è previsione di pubblicazione dei volti degli haters online (cosa che comunque il Garante per la protezione dei dati personali bloccherebbe). Per quest’ultima proposta, comunque, c’è da dire che la Moretti aveva precisato che era solo una “provocazione”.
    http://www.valigiablu.it/odio-insulti...eb-e-gli-annunci-fuffa-della-politica
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