mfioretti: sinistra*

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  1. Marco ieri ha proposto l’unica alternativa: le frattaglie di sinistra si uniscono, da Bersani a Pisapia a Civati a Fratoianni eccetera; trovano un leader credibile, sperando nell’effetto Melenchon; e raccattano un 5-10%. A quel punto i 5 Stelle, qualora baciati da un largo consenso (e non è affatto detto), dovrebbero bussare alla porta della sinistra, per fare un governo di scopo con pochi punti fondamentali. Per esempio reddito di cittadinanza, seria legge anticorruzione, legge sul conflitto di interessi, lotta all’evasione, recupero del sommerso, abolizioni dei vitalizi e più in generali degli sprechi, interruzione delle cosiddette “grandi opere” (inutili). Eccetera. Non un’alleanza pre-elettorale, ma un accordo programmatico post-elettorale limitato ad alcuni punti. Del resto, nel Parlamento Europeo, il M5S vota quasi sempre con la sinistra (alla faccia dell’alleanza tattica con Ukip) e il Pd quasi sempre col centrodestra: “Renzusconi” esiste già e l’unico a non averlo capito è Zucconi. Tale accordo, per quanto complicato per motivazioni personali ma pure politiche (pensate alla tematica migratoria e a quella europeista), sarebbe possibile. E sarebbe bello. Ma non credo che accadrà. Per questi motivi.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/31/m5s-sinistra-si-puo/3626746
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  2. L’argomentazione di Brancaccio (l’intervista ha avuto sul web una eco enorme, è stata ripresa da “Mediapart”, continua a circolare, e del resto è in sintonia con lo sciagurato ponziopilatismo di Melanchon) in sostanza è la seguente: la politica finanziaria iperliberista è la causa del lepenismo, dunque sarebbe assurdo immaginare di combattere l’effetto sostenendo la politica che l’ha causato.

    L’argomento ha fatto presa, sembra accattivante, come del resto tutte le più efficaci fallacie logiche. Perché di violazione della logica innanzitutto si tratta.

    La politica finanziaria (ma anche economica in tutti i suoi aspetti) liberista, infatti, non è la causa del lepenismo, è la responsabile della crisi economica, della mostruosa hybris di diseguaglianza che avvilisce e mina la democrazia in Europa e negli Usa, della crescente e giusta rabbia di masse popolari sempre più vaste, del loro anelito sacrosanto e razionale a punire gli establishment. Il lepenismo è solo una delle risposte a questa situazione. La politica di Sanders, di Podemos, e altre che potranno nascere, costituiscono altrettante risposte possibili alla mostruosità sociale e all’inefficienza economica che il liberismo sempre più selvaggio (ma egemone ahimè da tre decenni e mezzo) incuba e produce.

    Insomma, il liberismo finanziario sfrenato, di cui Macron è grand commis, non produce una risposta politica (il lepenismo), produce una catastrofe sociale, il cui esito politico dipende dalla capacità delle culture, dei cittadini, e soprattutto delle elités politiche, che quel liberismo combattono.
    http://temi.repubblica.it/micromega-o...minore-e-una-scelta-assurda-e-tragica
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  3. Certo: ci sono anche vantaggi nel progresso. Però Ratzinger, quando era cardinale, disse che il progresso non ha migliorato l’uomo e si prospetta anzi come un pericolo. Proviamo ad allargare l’orizzonte pensando alle comunità e non solo agli individui, quindi alle società e alla politica. Destra e sinistra sono categorie nate due secoli e mezzo fa – due secoli che hanno corso a velocità sempre maggiore – e non sono più in grado di comprendere le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo. Entrambe le “visioni del mondo” sono economiciste, hanno il mito del lavoro, mentre in realtà il vero valore della vita è il tempo. Oggi il discorso politico è sempre scandito da numeri: Pil, decimali, statistiche. Cifre che non sono la cifra della felicità.

    Oltretutto le persone sono impaurite dall’impoverimento.
    Non è solo questo. Banalizziamo: una volta che hai di che sfamarti e vestirti, una volta che hai un tetto sulla testa, il resto è superfluo. In realtà tutto il sistema è incentrato sul consumo, sulla rincorsa di obiettivi. Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche più coerenti teorici del capital-industrialismo, afferma – e lo fa dando alla sua tesi un’accezione positiva – che tutto il sistema è basato sull’invidia. Un sentimento che non mi risulta abbia mai fatto bene a nessuno. Nel Dopoguerra eravamo tutti poveri, ma più sereni. Nella povertà c’era una solidarietà che non esiste nell’individualismo della ricchezza.

    Nella prefazione Salvatore Veca sottolinea la sua anima di ribelle anticonformista. Si è mai chiesto se questo sguardo non sia diventato un riflesso pavloviano?
    Non credo, sta nel mio Dna. Dell’illuminismo dovremmo recuperare il dubbio sistematico. E il dubbio si attua in prima battuta su se stessi. Io vado sempre nella direzione contraria e qualche volta mi sono domandato se non ero io ad aver preso la strada sbagliata. Ma riflettendoci di solito penso alla metafora dei lemming, i roditori che si suicidano in massa seguendo il loro capo.

    Non abbiamo più anticorpi rispetto al “pensiero dominante”?
    Questo è legato a un altro totem della modernità, la tecnologia. Di cui teoricamente l’individuo potrebbe fare un uso euristico e intelligente, ma che si rivela a livello di massa impoverente. È diminuita, anzi quasi scomparsa, la capacità di concentrazione e riflessione.

    In questa raccolta è contenuto anche Sudditi, uscito dieci anni fa. Allora sosteneva che la democrazia – il sedicente migliore tra i sistemi possibili – si era rivelata il contrario di ciò che pretendeva essere. Oggi è cambiato qualcosa?
    Se uno osserva antropologicamente le folle festanti davanti alla Clinton o a Trump – non importa il giudizio sui due – si domanda come siamo finiti male se quello è il Paese più avanzato del mondo. La democrazia continua a essere un modo sofisticato, accettabile, elegante di metterlo in culo alla povera gente con il suo consenso.

    L’alternativa?
    Non lo so. Questo è limite del mio pensiero che è stato più sottolineato, e non a torto. Però se mi trovo davanti a una truffa, non posso non denunciarla.

    Le reazioni contro la Brexit dimostrano che la democrazia va bene finché le decisioni non scontentato qualcuno. I mercati per esempio.
    Mi sfugge tutta la polemica contro i populismi. Se in democrazia è la maggioranza del popolo a decidere, la parola populismo non ha alcun senso.

    Ci salveremo?
    Spero di no. Spero in un collasso del sistema che permetta ai più giovani di ricominciare. Magari facendo gli stessi errori.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/premi...dremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero
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  4. Tutto è come vaporizzato: il capitale e il lavoro. Il capitale è diventato finanziario, e in Occidente ha abbandonato quasi del tutto il cimento imprenditoriale, quello della produzione. Il lavoro è sbriciolato e disperso, in parte annichilito dalla più grande rivoluzione tecnologica della storia umana, per altri versi dalla delocalizzazione e dal precariato.

    A parità di fatturato, il rapporto di occupati tra Silicon Valley e il vecchio capitalismo fordista è uno a cento. Tra i lavoratori bianchi disoccupati o sottoccupati che votano Trump, questa decimazione (al quadrato) non è passata inosservata… Non siamo in un’altra epoca. Siamo in un altro evo. In breve, e per non annoiare te e i lettori: penso, esattamente come quando avevo vent’anni, che sia sempre più vero il celebre assunto di Rosa Luxemburg: «socialismo o barbarie».

    O si ritrovano forme di nuova solidarietà, di ripartizione del reddito, di alleanza tra i deboli e gli esclusi, di allargamento delle basi del potere, insomma di democrazia e di uguaglianza, o il futuro sarà sempre più iniquo e – di conseguenza – sempre più doloroso e cruento. In questo senso non solo sono ancora «di sinistra», ma lo sono perfino più radicalmente di come lo ero da ragazzo: per esempio sulle questioni ambientali e agricole, sulla sovranità alimentare dei popoli, sui cambiamenti climatici e sull’impatto delle nostre scelte di consumo e dei nostri stili di vita, penso si giochi moltissimo del futuro del pianeta. Ma di una sinistra che di queste cose si occupi con radicalità e fantasia, libera da pregiudizi, rivoluzionaria nello spirito e ragionevole nella prassi, quasi debba riscrivere daccapo i propri statuti, per ora non vedo tracce sostanziose.
    http://www.unita.tv/opinioni/la-mia-sinistra-fantasiosa-e-senza-pregiudizi
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  5. Lakoff indica una strada al Partito Democratico americano per rispondere efficacemente alla retorica di Trump. Queste quattro indicazioni sono a mio avviso valide anche per la sinistra italiana ed europea.

    1) Non ripetere gli slogan falsi del proprio avversario, anche se si usano per dimostrarne la loro falsità.

    2) Rinunciare all'idea per la quale se si hanno i dati e si hanno le prove che si sta dicendo la verità, allora basterà dirla in modo razionale e puntuale per vincere le elezioni. Potrà funzionare qualche volta, ma il sistema 1, quello nel quale i processi di elaborazione del pensiero non sono consci, decide nel 98% dei casi. Bisognerà dunque imparare a dire la verità: usando le stesse tecniche di Trump, ma per far arrivare un altro tipo di messaggio. Usare le stesse tecniche di Trump non significa però comunicare "come lui": la semplificazione dei nessi causali non funziona su un elettorato democratico. Significa, piuttosto, accettare l'idea che non basta essere razionali nell'argomentazione per convincere qualcuno.

    3) Rifiutare la discesa nell'inferno dell'insulto. Trump sarà sempre migliore in questa disciplina. Perdere dignitosamente in una disciplina che esalta i repubblicani e non convince i democratici non serve a nulla.

    4) Comunicare valori, non solo numeri. Principi, non solo risultati. Comunicare per qualcosa, non contro qualcuno.
    http://www.valigiablu.it/perche-la-co...zione-di-trump-puo-funzionare-ovunque
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  6. Mentre in Inghilterra i giovani delusi dal blairismo votano Corbyn, mentre negli Stati Uniti i ragazzi di Occupy Wall Street scelgono Sanders, mentre in Spagna il movimento degli Indignados ha generato Podemos, da noi il voto contro la ex sinistra diventata di centro va al M5S.

    Perché questo accade, beh, è tema che meriterebbe ben più di un altro post.

    Alcune motivazioni sono storiche: per anni in Italia la cosiddetta sinistra radicale è rimasta ambiguamente limitrofa al Pd e alle poltrone che questa alleanza garantiva. E questo si paga, in termini di reputazione. Chi ha rotto subito (come de Magistris) non subisce questo destino, anzi strappa voti al M5S.

    Altre cause hanno invece a che fare con il presente: a tutt'oggi, con poche eccezioni, nell'area della sinistra radicale si parlano linguaggi, si implementano pratiche e si venerano simbologie che somigliano più agli Anni Settanta che a Podemos o a Occupy Wall Street.
    http://gilioli.blogautore.espresso.re...?ref=twhe&twitter_card=20160607122013
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  7. Neanche Sel aderisce (ufficialmente, anche se molti dei suoi militanti si sono attivati con convinzione), e forse la spiegazione è in una recente intervista di Vendola a Repubblica, in cui annunciava che alle prossime elezioni amministrative il suo partito si sarebbe alleato con il Pd ovunque fosse possibile. Se si ha questa intenzione, difficile gettarsi in una battaglia contro tutti gli ultimi provvedimenti importanti che il Pd ha fatto passare, non sarebbe un buon viatico per l'alleanza.

    E gli altri? Gli altri, va detto, non erano d'accordo fin dall'inizio con l'iniziativa. Qualcuno riteneva che i tempi fossero troppo stretti, con l'estate di mezzo; qualcun altro non condivide del tutto la formulazione di questo o quel quesito (ma Civati aveva invitato tutti a contribuire alla stesura e concordarla). E poi, forse la cosa che pesa di più.

    Tutto ciò che si muove a sinistra del Pd - a parte la Coalizione sociale di Landini, che ha ripetuto più volte che il suo non è un movimento politico) sa bene che alle prossime politiche, per avere qualche speranza di entrare in Parlamento, dovrà presentarsi unita. Ma senza dare l'impressione di essere una sommatoria di gruppetti, tipo la Sinistra Arcobaleno che infatti ottenne solo un flop. Lo sanno tutti, ma questo non impedisce a ognuno dei protagonisti di continuare a fare quelle che le sinistre hanno più volte dimostrato di saper fare meglio: marciare in ordine sparso. Manca uno Tsipras o un Iglesias (il leader di Podemos), cioè una personalità di cui sia riconosciuta la leadership e che sia il fulcro della costituzione del nuovo soggetto politico. E allora, questi sono probabilmente visti come "i referendum di Civati" e impegnarsi per farli riuscire potrebbe avere l'effetto di conferire a Civati l'investitura di leader. Hai voluto fare di testa tua? E allora cavatela da solo...
    http://clericetti.blogautore.repubbli.../09/18/otto-referendum-e-un-paradosso
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  8. se il Pd attuale fosse un partito di sinistra, ma anche solo più semplicemente un partito con un senso minimo del pudore, le parole dette da Fantinati le avrebbe scandite l’altroieri Renzi. E i primi a goderne, giustamente, sarebbero stati i tanti “intellettualoni” che gridano ora allo scandalo come tanti piccoli Formigoni. I tanti Lerner in giro qua e là amavano (forse) Berlinguer (Enrico) e si ritrovano ora Gasparri qualsiasi di Picierno impalpabili: solidarietà.

    C’è però un aspetto ancora più importante in questa vicenda, che ribadisce quale sia una delle maggiori forze del Movimento 5 Stelle. Il deputato Fantinati ha fatto quello che gli elettori di sinistra sognavano facesse – prima o poi – un leader di sinistra. È questo il punto. Gli “esperti” di politica non hanno ancora capito (o non vogliono capire) che i 5 Stelle hanno e avranno successo anche per questo: perché fanno (e dicono) quello che speravano che la “sinistra” italiana facesse in questi 20 anni. Lo scrivevo già ai tempi del primo V-Day, nel 2007, e i soliti esperti tonnati non capivano. I Cinque Stelle hanno un vasto seguito anche (non solo) per questo: perché hanno finalmente tolto il tappo a una bottiglia di indignazione (e di merda) che covava da più di due decenni, e che l’intellighenzia sterile “de sinistra” (da D’Alema a Vendola) si guardava bene dallo stappare. A volte un vaffanculo, e una reale opposizione, sono salutari. Salutari e liberatori. Chissà se gli “osservatori” della politica lo ammetteranno mai.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...inquestelle-togliere-il-tappo/1986950
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  9. Stefano Rodotà taglia le gambe alla sinistra italiana, quella che sta cercando di creare una nuova formazione politica che si ispiri al leader greco Tsipras. "Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia". Parole ferme e nette quelle del giurista, che poi rincara la dose: "Mentre capisco la scelta del papa straniero Tsipras, non condivido l’idea di una Syriza italiana. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente". Come a dire: la sinistra nostrana è tutta chiacchiere e distintivo. Pochi fatti e tante parole.

    "Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società, nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente
    http://www.ilgiornale.it/news/politic...lia-gambe-fassina-civati-1085137.html
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  10. La verità è che il Pd nei suoi quasi dieci anni di vita si è profuso in grandi annunci di principio sul risanamento economico, il rinnovamento morale, la modernizzazione del sistema-paese ben sapendo che mai ci sarebbe riuscito o avrebbe solo potuto farlo virando decisamente a sinistra. E questo proprio perché come forza politica nasce come frutto di un pesante e impegnativo compromesso.

    Nato dall’aggregazione-fusione di partiti come i Democratici di sinistra eredi del vecchio Patico comunista (Pci) e quella Margherita che incorporava pezzi importanti dell’ex Democrazia cristiana, sin dall’inizio il Pd è sembrato un cartello elettorale più che un partito. Un cartello con valori fondanti non condivisi, ma esposto pericolosamente ai mutamenti di umori e interessi della sua classe dirigente. Ovviamente della classe dirigente che di volta in volta, grazie anche a campagne di tesseramento e primarie spesso edulcorate con l’intervento di fameliche clientele, sarebbe stata in grado di conquistarsi e monopolizzare le posizioni di comando.

    Anche per questo nel Pd è oggi aperta una questione morale molto più grande e pesante di come i suoi dirigenti e gli organi di informazione-portavoce se (ce) la stanno rappresentando.

    Non c’è solo la presenza di Gomorra nelle liste meridionali a gettare ombre sul presente e sul futuro dei democratici. La verità è che da tempo e in occasione di quasi ogni appuntamento elettorale i dirigenti del Pd stanno imbarcando di tutto nelle proprie liste, dagli indagati ai ras locali interessati solo a occupare poltrone e riscuotere stipendi e indennità sul territori.

    Il loro obiettivo non sembra più quello di raccogliere i consensi necessari per cambiare veramente l’Italia, ma tutti quelli che servono per conquistare il potere. Turandosi il naso, se serve. E ricorrendo a qualsiasi compromesso. Pur di comandare.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...ta-di-renzi-di-sinistra-a-chi/1666093
    Tags: , , , by M. Fioretti (2015-05-09)
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