mfioretti: scuola italiana*

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  1. Il dato certo è che le competenze relative a cittadinanza e Costituzione vanno sviluppate nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto per le stesse. Lo stabilisce l’art.1 del D.l. n. 137 del 2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 169 del 2008. Detto più semplicemente, cittadinanza e Costituzione non sono una materia a sé stante ma un argomento da inserire nell’insegnamento di storia e geografia. Più propriamente, un argomento per il quale trovare spazio, nel corso della settimana, nell’ora di geografia e nelle due di storia. Impresa quasi proibitiva. Ben inteso, proibitiva non certo per l’incapacità degli insegnanti di modulare i tempi, organizzare le attività, programmare la didattica. E neppure perché la gran parte degli insegnanti non considerino cittadinanza e Costituzione un fondamento imprescindibile. La gran parte dei professori lo sa che non se ne dovrebbe fare a meno. Ma poi accade, spesso; verrebbe da dire, loro malgrado.

    Il problema non sono storia e geografia. E neppure gli insegnanti. Ma piuttosto i programmi ministeriali che prevedono quel che nella realtà è sostanzialmente impossibile
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018...conta-davvero-formare-persone/4370815
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  2. «Quest’ultima è particolarmente presente in Italia, dove il 20% di tasso di disoccupazione scolastica si concentra solamente in alcune regioni: Sardegna, Sicilia, Campania. La media nazionale, invece, è diminuita: alcuni anni fa eravamo al 20%, ora siamo al 13%. La questione della trasmissione intergenerazionale della povertà è legata al contesto in cui si vive e al livello culturale dei genitori: per un ragazzo con entrambi i genitori che non hanno conseguito il diploma di scuola superiore, la possibilità di laurearsi si ferma all’8%, mentre se entrambi i genitori sono laureati, i ragazzi si laureano nel 68% dei casi», continua Piziali.
    http://www.retisolidali.it/educazione...-weworld-index/#.WuHR-Ta65UE.facebook
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  3. Perché siamo arrivati a tanto? Perché il ministero ha messo al primo posto la lotta alla dispersione scolastica. Bocciare o anche solo rimandare un ragazzo innalza la dispersione scolastica e quindi è l’ultima cosa che il ministero si possa permettere. La qualità della scuola è al secondo posto. Finanche l’utilità della scuola è al secondo posto. Meglio una scuola inutile ma che non perde nessuno che una scuola utile che lasci indietro anche un solo ragazzo. Non sto parlando di messaggi impliciti ma di ordini molto espliciti da rispettare che si trovano nero su bianco nelle direttive ministeriali, che a loro volte recepiscono direttive europee.
    https://www.corriere.it/cronache/card...ere-sera/insegnanti-poco-severi.shtml
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  4. Spesso vengono combinate varie forme di stage: alternanza, stage universitari (non post-universitari, perché la normativa prevede l’obbligatorietà del rimborso spese), stage internazionali. Gli studenti si rendono conto che: quando usciranno da scuola, molti posti nel settore turistico non saranno più disponibili, essendo coperti dai compagni più giovani; il tempo che, durante l’estate, spesso passavano a lavorare per un compenso ora devono passarlo a lavorare gratis. Così anche studenti di istituti o professionali del settore elettrico: d’estate facevano i bocia (in Veneto, gli apprendisti) presso elettricisti artigiani o singole imprese, ricevendo un compenso, ora si trovano a doverlo fare gratis.

    Un’altra questione va presa in considerazione. È prevista una differenza oraria: 200 ore per i licei, 400 per i tecnici. I motivi sono evidenti, alcune scuole hanno una vocazione di orientamento al lavoro. Nella pratica, che cosa succede? I licei non sanno dove mandare i ragazzi, che non hanno conoscenze né competenze (secondo il lessico del MIUR) per entrare nel mondo del lavoro qualificato, in fabbrica ecc.. Che si fa? Si trasformano le attività culturali in alternanza (visite di istruzione, assemblee di istituto, attività culturali pomeridiane, ecc.) e si prendono quelle possibilità di alternanza ‘comoda’ che ci sono. Chi le offrirà?

    a) la Confindustria: che si attiva su tutti i territori per proporre percorsi di educazione all’imprenditorialità da tenersi a scuola, sommando alla pratica del lavoro gratuito anche la teoria vuoi del self made man, vuoi della start up, vuoi delle skills, vuoi della prossima trovata inglesizzante.
    b) le agenzie interinali: già prendono fondi europei per fare i corsi per ‘garanzia giovani’, per i disoccupati: tanto vale attivare progettualità e richieste di finanziamento anche per le attività di alternanza. Abbiamo trovato addirittura responsabili ASL che sostengono di preferirle ai sindacati, in quanto più ‘neutre’.

    La tendenza, dunque, vede gli studenti di istituti e professionali al lavoro, e i coetanei a bottega dalla classe dirigente, proponendo un classismo che se non è da tutti distinguibile negli intenti lo diviene nei fatti. Chi va all’istituto diventerà dipendente, chi al liceo imprenditore. Che poi i dati disconoscano questo profilo (solo il 14,6% dei nuovi imprenditori italiani dispone quantomeno di laurea triennale xii » ) non intacca la lettura ideologica della Buona scuola.

    Come dovrebbe fare il sindacato, davanti a questa potenza di fuoco, a inserirsi nell’alternanza per mettere una pezza? Per infilare il dito nella diga che crolla? Cosa rappresentano 4 o 8 ore di diritto ed etica del lavoro davanti all’esempio di un intero sistema sociale che coinvolge milioni di studenti, la cui idea stessa del lavoro sarà formata su impiego gratuito e corsi di educazione all’imprenditorialità? Quello del sindacato è solo un esempio che vale per molte altre cose: gli studenti della ReDS, ad esempio, o – su una scala completamente diversa – il PD e i partiti socialisti europei che, accettando di scendere sul terreno del loro competitors (il capitalismo neoliberista) hanno fatto la fine che conosciamo.
    https://www.laletteraturaenoi.it/inde...it%C3%A0-dell%E2%80%99alternanza.html
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  5. Meno della metà della popolazione nel nostro Paese legge romanzi, saggi o altro. E per di più la lettura di libri nel tempo libero è in forte calo. Abbiamo perso 3 milioni e 300 mila lettori dal 2010 a oggi. Tra questi vi sono senz’altro molti maestri e professori. In più di dieci anni d’insegnamento ho visto ben pochi docenti arrivare a scuola con un libro che non fosse quello di testo. Penso a un collega che ho visto scrivere “arancie”: il maestro in questione, animatore digitale con tanto di laurea, non è mai venuto a scuola con un libro o un quotidiano da prendere in mano durante l’ora buca. Immagino già le critiche a questa mia osservazione: i maestri leggono a casa loro! Speriamo….
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018...nanti-italiani-sono-ignoranti/4219329
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  6. Sarà, ma intanto - quarto dato - la scuola ha smesso di essere un ascensore sociale, come per altro ha raccontato il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini nel suo ultimo libro “La maestra e la camorrista” (Mondadori Strade Blu, 2018). Fa specie e orrore vedere che per diamo tra le famiglie con più laureati, se i genitori lo sono. E uno di quelli con meno studenti universitari, se i genitori non lo sono stati. Ergo: quei pochi ragazzi che laureiamo qua in Italia rappresentano nella stragrande maggioranza dei casi uno strato sociale che già era ricco o benestante. E poi venite a parlarci di bomba sociale, per colpa di quattro sfigati fascisti.

    Un piccolo suggerimento: i venti miliardi all’anno che volete buttare per abolire la Legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, buttateli nella scuola, una volta in Parlamento. Fatelo per innovare corsi e materiali didattici, per far crescere la formazione lungo l’arco della vita, per adattare programmi e metodologie al presente, per fare del sistema scolastico italiano un’eccellenza mondiale per la preparazione degli studenti. Poi vedete se le cose non cambiano davvero.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...-e-il-primo-problema-dellitalia/37240
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  7. avevamo introdotto una sperimentazione che ha dato a noi insegnanti, ma, soprattutto, a loro grandi soddisfazioni in termini di riconoscimenti esterni e di prodotti realizzati. Nei due anni della sperimentazione i ragazzi hanno prodotto, infatti, un iBook sul Basso Medioevo, una mostra in realtà aumentata sulla Peste del ‘300 (presentati e apprezzati in presentazioni pubbliche a scuola e in due diversi Tablet School a Belluno e a Milano) e un Webdoc sulla prima rivoluzione astronomica.

    La sperimentazione, denominata (ammetto, con poca fantasia) “Progetto Classe digitale”, intendeva promuovere l’integrazione delle tecnologie digitali, in primis il Tablet, nella didattica.
    Va subito detto che il focus non era il tablet in classe, quanto sulla possibilità di sperimentare un modello di didattica innovativa, fondata su una forma di apprendimento attivo e collaborativo; un approccio interdisciplinare in cui il curricolo invece di essere suddiviso in discipline separate, viene costruito attorno a tematiche e progetti che attraversano le discipline in modo da seguire i collegamenti tra i vari domini del sapere, ridando in questo modo senso alle conoscenze disciplinari stesse; un’organizzazione della giornata scolastica interamente ripensata per non frammentare il lavoro; modalità di lavoro collaborativo e cooperativo in cui gli studenti lavorano insieme su progetti condivisi, in modo da poter imparare tra pari e condividere strategie di apprendimento; un prolungamento dell’aula fisica in un’aula virtuale...
    https://medium.com/la-scuola-che-non-...cnologie-nella-didattica-1b519cdba7a7
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  8. La strada che il Miur ha scelto di imboccare va nella direzione opposta rispetto alla Francia, dove da pochi giorni il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha introdotto il divieto di usare gli smartphone a scuola. Due risposte alternative al medesimo fenomeno: in Italia l’89,3% dei giovani usa i 'telefoni intelligenti', col primo apparecchio posseduto già a 8-9 anni. L’Italia punta sull’educazione a partire dalla convinzione che «proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione » (n.2). Chi avrà ragione?
    Il decalogo

    1 Ogni novità comporta cambiamenti. Ogni cambiamento deve servire per migliorare l’apprendimento e il benessere delle studentesse e degli studenti e più in generale dell’intera comunità scolastica.

    2 I cambiamenti non vanno rifiutati, ma compresi e utilizzati per il raggiungimento dei propri scopi. Bisogna insegnare a usare bene e integrare nella didattica quotidiana i dispositivi, anche attraverso una loro regolamentazione. Proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione. A questo proposito ogni scuola adotta una Politica di Uso Accettabile (PUA) delle tecnologie digitali.

    3 La scuola promuove le condizioni strutturali per l’uso delle tecnologie digitali. Fornisce, per quanto possibile, i necessari servizi e l’indispensabile connettività, favorendo un uso responsabile dei dispositivi personali (BYOD). Le tecnologie digitali sono uno dei modi per sostenere il rinnovamento della scuola.

    4 La scuola accoglie e promuove lo sviluppo del digitale nella didattica. La presenza delle tecnologie digitali costituisce una sfida e un’opportunità per la didattica e per la cultura scolastica. Dirigenti e insegnanti attivi in questi campi sono il motore dell’innovazione. Occorre coinvolgere l’intera comunità scolastica anche attraverso la formazione e lo sviluppo professionale.

    5 I dispositivi devono essere un mezzo, non un fine. È la didattica che guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi. Non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa.

    6 L’uso dei dispositivi promuove l’autonomia delle studentesse e degli studenti. È in atto una graduale transizione verso situazioni di apprendimento che valorizzano lo spirito d’iniziativa e la responsabilità di studentesse e gli studenti. Bisogna sostenere un approccio consapevole al digitale nonché la capacità d’uso critico delle fonti di informazione, anche in vista di un apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

    7 Il digitale nella didattica è una scelta: sta ai docenti introdurla e condurla in classe. L’uso dei dispositivi in aula, siano essi analogici o digitali, è promosso dai docenti, nei modi e nei tempi che ritengono più opportuni.

    8 Il digitale trasforma gli ambienti di apprendimento. Le possibilità di apprendere sono ampliate, sia per la frequentazione di ambienti digitali e condivisi, sia per l’accesso alle informazioni, e grazie alla connessione continua con la classe. Occorre regolamentare le modalità e i tempi dell’uso e del non uso, anche per imparare a riconoscere e a mantenere separate le dimensioni del privato e del pubblico.

    9 Rafforzare la comunità scolastica e l’alleanza educativa con le famiglie. È necessario che l’alleanza educativa tra scuola e famiglia si estenda alle questioni relative all’uso dei dispositivi personali. Le tecnologie digitali devono essere funzionali a questa collaborazione. Lo scopo condiviso è promuovere la crescita di cittadini autonomi e responsabili.

    10 Educare alla cittadinanza digitale è un dovere per la scuola. Formare i futuri cittadini della società della conoscenza significa educare alla partecipazione responsabile, all’uso critico delle tecnologie, alla consapevolezza e alla costruzione delle proprie competenze in un mondo sempre più connesso.
    https://www.avvenire.it/attualita/pag...10-regole-per-lo-smartphone-in-classe
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  9. Lo scopo della domanda è “Dare significato a una divisione con resto”. Il processo prevalente è “ Risolvere problemi utilizzando strategie in ambiti diversi — numerico, geometrico, algebrico”. Il traguardo di riferimento è “Riesce a risolvere facili problemi in tutti gli ambiti di contenuto, mantenendo il controllo sia sul processo risolutivo, sia sui risultati. Descrive il procedimento seguito e riconosce strategie di soluzione diverse dalla propria”. La dimensione è “Risolvere problemi”.

    Sembra, tutto sommato, una domanda piuttosto semplice: un problema “reale” facilmente comprensibile da un bambino di 10 anni.

    Veniamo ai risultati del campione:

    Da questa tabella si possono intuire (spero) il valore e l’utilità dello strumento.

    Scopriamo infatti non solo che soltanto un alunno su tre ha saputo interpretare correttamente il problema, ma anche che il 40% dei bambini dimostra di conoscere l’algoritmo della divisione (risposta C) ma di non saperlo applicare correttamente al problema proposto.

    Cosa ci dice, questo piccolo item?

    Potrebbe suggerirci qualcosa sui metodi di insegnamento della matematica nella scuola primaria?

    Possiamo forse ipotizzare che quel 40% di alunni che hanno diligentemente eseguito la divisione per 10 potrebbe avere semplicemente cercato nel testo le “parole chiave” che, secondo qualche metodologia in uso, “guidano” la risoluzione di problemi e applicato in modo “automatico” l’algoritmo della divisione, senza comprendere realmente il problema?

    Può farci riflettere sulla necessità di insistere sugli aspetti linguistici dei problemi matematici e rimandare quindi alla questione della comprensione del testo, come priorità rispetto agli algoritmi di calcolo?
    https://medium.com/nuovi-media-nuovamente/i-camion-dellinvalsi-cb6ffbda9c2d
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  10. In un post di qualche giorno fa Pietro Gavagnin raccontava della sua delusione sugli esiti della formazione alle nuove tecnologie. Tutta la mia comprensione e aggiungo a suo conforto (o sconforto ulteriore) la mia piccola esperienza.

    Quando ho iniziato questo Blog mi sono scherzosamente presentato come un ex “formatore “abusivo”.

    In effetti, nel corso del 2016 avevo fatto un’esperienza come “formatore” sulla Didattica con le Nuove tecnologie per le Scuole della Rete scolastica del comprensorio scolastico in cui insegno (Trentino), un corso di una trentina di ore modulari a cui si erano iscritti circa un centinaio di docenti dei diversi livelli scolastici, e che aveva spaziato dall’uso di piattafome e applicativi vari, ai metodi della didattica capovolta e della didattica per progetti. Nel corso dell’anno successivo avevo poi tenuto un corso sulla Flipped classroom in un Istituto tecnico della provincia, e due interventi sempre sullo stesso argomento in un altro Istituto tecnico e in una scuola media. “Ex formatore” perchè l’entusiasmo iniziale con cui avevo abbracciato l’esperienza si è presto tramutata in delusione e scoramento e in anticipata cessazione di attività.
    https://medium.com/@pietro.alotto/per...ologie-digitali-a-scuola-480b2a79a764
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