mfioretti: report*

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  1. Ho smesso di seguire diligentemente Report, pochi anni fa, dopo alcuni servizi su una materia che conoscevo molto bene (era la questione multinazionali / fisco / webtax; poi parlarono anche di social network) perché fecero in questi casi un lavoro estremamente superficiale. Talvolta completamente fuorviante, persino scorretto. Col tempo mi sono reso conto, empiricamente, che le trasmissioni di inchiesta televisiva mi facevano impressione soltanto quando affrontavano un tema che non conoscevo per nulla, mentre ogni volta che toccavano un tema che studio per lavoro mi risultavano intollerabili per quanto erano banali oppure, peggio, deformanti. Così ho pensato: "Quante probabilità esistono che siano scarsi soltanto in quei temi che conosco e bravissimi in tutti gli altri?".
    http://www.linkiesta.it/it/blog-post/...i-social-lhanno-fatta-scoppiare/25512
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  2. Report è uno dei rari programmi di approfondimento giornalistico nei quali le buone intenzioni escono spesso soverchiate dal metodo. Il metodo purtroppo è quello tipico di una certa forma mentis informativa italiana. Accogliere e dar spazio alle notizie che concordano con un’ipotesi iniziale (in genere concreta e molto navigata dentro il “si dice” della gente comune) minimizzare o tacere delle altre. Lo hanno fatto spessissimo, talvolta rendendosi ridicoli, altre volte avvicinando molto la verità. Il cattivo giornalismo delle buone intenzioni della ggente.

    5) Ai lettori ed ai cittadini non servono ne l’uno né l’altro. O meglio servono entrambi pur nella loro azione di perturbazione della verità. Meglio ancora, servono le informazioni che Report raccoglie su Eni e serve il punto di vista di Eni su quelle informazioni. Poi serve (servirebbe) una sintesi culturale di entrambi i punti di vista, un approccio non solo onesto (non ho motivo di dubitare del fatto che Gabanelli lo sia) ma soprattutto “terzo” in maniera da risultare autorevole.

    6) La qualità del giornalismo di inchiesta prescinde dai media sui quali compare. Inutile parlare di TV vs. Twitter, della grande innovazione di Eni che conversa direttamente o di Report che twitta le proprie risposte accusando la grande azienda di Stato di falsità. È tutto teatro, cibo per gli esperti di comunicazione, slide per i loro prossimi convegni.

    Quello che ci servirebbe (non a noi che siamo come è noto esperti di tutto ma alla massa dei cittadini, all’opionione pubblica in generale) è un giornalismo adulto, capace di decodificare i segni con cultura e approfondimento. Nella battaglia attuale è impossibile fidarsi di Report così come è impossibile fidarsi di Eni.
    http://www.mantellini.it/2015/12/14/ne-con-report-ne-con-eni
    Tags: , , , by M. Fioretti (2015-12-14)
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  3. Alimentarsi è un modo civile di cambiare il mondo, non violento ed efficace in mano ai consumatori. Quando sanno cosa mangiano. Non a caso le aziende dell’agroalimentare (paradossalmente anche due partner a Expo) hanno per decenni evitato di indicare in etichetta l’utilizzo dell’olio di palma camuffandolo dietro la scritta “olii e grassi vegetali”.

    Avvantaggiati dalla normativa europea (chi le scrive?), trasparente soltanto dallo scorso 13 dicembre. Fino a un certo punto, visto che le industrie possono ancora oggi non dichiarare le quantità della materia grassa. Qual è il problema di quest’olio esotico, saturo (contiene l’acido palmitico, sostanza aterogena, capace di favorire la genesi dell’aterosclerosi) versatile (usato per shampoo e dolci) e duttile come il burro ma molto più conveniente?
    http://www.corriere.it/inchieste/repo...b0e-f043-11e4-ab0f-6f7d8bd494ab.shtml
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  4. er Eurostat l'"aiutino" che le operazioni di finanza derivata ci hanno fornito per entrare nell'Euro alla fine degli anni Novanta vale uno 0,2-0,3% del Pil. Poca roba, verrebbe da dire, ma ce la stanno raccontando tutta intera la storia?

    Siamo andati a Berlino ad incontrare l'ex consigliere politico di Helmut Kohl, Joachim Bitterlich, che rivela: «I derivati erano un sistema di scommesse. O avrebbe funzionato e l'Italia sarebbe stata a posto, oppure avreste corso dei rischi, allo stesso tempo. E l'Italia ne era consapevole». Lo sapevano tutti che gli Italiani non avevano i numeri per entrare, ma l'Italia doveva essere ammessa "Per ragioni politiche - spiega Bitterlich che era a fianco del Cancelliere nei negoziati in quegli anni cruciali - Perché era l'Italia. Scusi, immaginiamo per un momento che gli Stati membri dell'Unione Europea avessero deciso di andare avanti senza l'Italia. Abbiamo accettato i trucchi di quasi tutti, da una parte o dall'altra, e non quelli degli Italiani? Noi sapevamo, e Ciampi aveva detto ai Tedeschi: vi prego, abbiamo bisogno di questa unione monetaria per riuscire a salvare l'Italia e la sua economi. E aveva ragione". Insomma, più statisti che ragionieri, a differenza di oggi. Ma che operazioni ha fatto poi il Tesoro negli anni successivi, con quei derivati? L'equivalente di un'assicurazione contro il rialzo dei tassi, come dicono, o ci sono dentro anche delle scommesse pure che ci potrebbero costare care?
    http://www.corriere.it/inchieste/repo...d5a-eb59-11e4-aaae-29597682dafd.shtml
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  5. E’ il marchio fiorentino Gucci, di proprietà del gruppo francese Kering, a trovarsi questa volta nell’occhio del ciclone dopo la puntata di Report andata in onda il 21 dicembre: la trasmissione condotta da Milena Gabanelli è riuscita a entrare “dentro” il sistema produttivo della maison fiorentina, tenendolo sotto controllo per cinque mesi. Grazie alla collaborazione di un artigiano e del suo socio occulto cinese (che sarebbe responsabile del reclutamento di manodopera a basso costo), il servizio di Sabrina Giannini ha cercato di mostrare come i controlli che Gucci effettua sulle aziende alle quali affida la produzione di abbigliamento e accessori siano sommari e poco accurati: operai che lavorano molte più ore di quelle segnate per i loro part time e borse pagate ai fornitori poco meno di 30 euro vendute poi, in negozio, a 830 euro. Ma la casa di moda non ci sta: “Il servizio ha accusato Gucci di consigliare l’utilizzo di “forza lavoro cinese a basso costo”. Tutto ciò è falso e destituito di ogni fondamento e fortemente diffamatorio” – contesta l’azienda in una nota – così come lo è la frase del servizio : ‘… all’interno dell’azienda… ci deve essere un prestanome italiano…”.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/...asmissione-falsa-diffamatoria/1290076
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  6. Bertelli considera stupido chi realizza un servizio sul rispetto dell’etica nel lavoro, nei lavoratori, nella legge (piaccia o no, esiste un regolamento sulla spiumatura delle oche che viene violato, cosa c’entra il Palio di Siena da lui evocato?).

    Giudichino i consumatori-telespettatori: sono stati 4 milioni a vedere la puntata (e la replica). Il picco dello share c’è stato sull’esempio virtuoso che non ha mai voluto delocalizzare a produce lusso in Italia dando lavoro a 1200 dipendenti e 4000 dell’indotto (stranamente i commentatori e i critici hanno starnazzato solo sulle oche, minimizzando il senso del servizio che mostrava lo sfruttamento e un profitto non sostenibile a danno di uomini e animali da parte dei marchi del lusso che hanno ampi margini di profitto, soprattutto quelli che amano pavoneggiarsi da primi della classe).

    Nella clip estrapolata dal servizio “Siamo tutti oche” mostriamo come Prada delocalizzi il lavoro di confezionamento in Transnistria spendendo soli 30 euro (se non meno) per un giaccone venduto nelle boutique a 2000 euro (trattasi di piumone con collo in pelliccia nero Made in Moldova anche se prodotto in Transnistria grazie alle leggi sull’etichettatura “di occultamento” in vigore in Europa).
    http://www.corriere.it/inchieste/repo...17c-69e8-11e4-96be-d4ee9121ff4d.shtml
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  7. "In questo modo non capisco la distinzione tra una gallina e una balena - ha aggiunto Bertelli -. Naturale che in un mondo globalizzato una impresa cerchi risorse produttive con costi più contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si può impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo. Lo stesso discorso vale per Prato, dove il popolo orientale ha trovato una opportunità economica e l'ha sfruttata".
    http://www.huffingtonpost.it/2014/11/...i-piumini-oca_n_6138126.html?ref=fbph
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2014-11-12)
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  8. e mie tasse le verso fino all’ultimo centesimo; mentre lui, che è indagato per elusione per 470 milioni (nonostante sia uno degli uomini più ricchi del mondo), può propriamente definirsi ‘furbo'”. Nella puntata del 2 novembre, ha trovato spazio un “capitolo” che tira in ballo anche il marchio con a capo Bertelli. Nel servizio si vede come gli accessori Prada vengano prodotti all’estero, in paesi dell’est come la Transnistria, per abbattere i costi di fabbricazione. “Quella di Prada è avidità – continua Gabanelli – perché parliamo dell’industria del lusso che si fregia del titolo ‘Made in Italy’, producendo invece in Paesi lontani dall’Italia. Posso capire una piccola azienda con un margine di guadagno di pochi euro che decide di delocalizzare per sopravvivenza. Capisco molto meno le aziende che hanno margini di guadagno altissimi come Prada”. L’affondo della conduttrice di Report si conclude con un accenno ai soldi che il marchio italiano investe per apparire sui media nazionali: “Bertelli – insiste la giornalista – investe molte risorse nel monitorare la stampa, ne potrebbe investire un po’ nel monitorare i suoi fornitori, altrimenti i codici etici sono tutta fuffa”.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/...maggio-oche-gabanelli-stupida/1204825
    Tags: , , , by M. Fioretti (2014-11-12)
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  9. Il giorno dopo la messa in onda a Report dell’inchiesta “Siamo tutti oche” Moncler ha dichiarato: “I nostri fornitori sono obbligati a garantire il rispetto dei principi a tutela degli animali, come riportato dal codice etico”. Ma la comparsa del paragrafo sulla tutela degli animali nel citato codice etico dell’azienda è misteriosa.


    Quando lo abbiamo scaricato dal sito di Moncler, qualche mese fa, non vi era alcun riferimento alla tutela animale. Nell’ultima versione del codice etico è stato aggiunto un punto al paragrafo numero 6, proprio quello sul “rispetto dei principi a tutela dell’ambiente e degli animali". A noi risulta che la modifica sia stata fatta il 7 ottobre scorso, quando Moncler era a conoscenza dell’inchiesta che stavamo realizzando. E quando avevamo già concluso le interviste in Ungheria.


    Moncler nell’annunciare azioni giudiziarie contro Report ha utilizzato (anche) questa argomentazione.

    Chi l’ha pubblicata avrebbe potuto approfondire la “smentita” di Moncler. Noi l’avremmo fatto nel corso del contraddittorio che abbiamo più volte richiesto. Sarebbe stato interessante approfondire un dubbio sulle date, che non tornano.

    Sul documento che mostriamo anche nel video si legge: il presente codice etico è stato adottato dal gruppo Moncler con delibera del consiglio di amministrazione della Moncler s.p.a. in data 24 gennaio 2014. È stato modificato senza delibera? Non serve? Perché non viene dichiarato? Domande rimaste senza risposta
    http://www.report.rai.it/dl/Report/ex...b4cb-8d07-4941-8c80-55562dae106d.html
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  10. DOMANDA. Sapelli, in un giorno bruciati oltre 140 milioni di capitalizzazione. Un male necessario al racconto di una realtà complessa?
    RISPOSTA. Fossi nell'amministratore delegato di Moncler Ruffini farei un'azione di responsabilità contro la dottoressa Gabanelli.
    D. L'azienda ha annunciato un'azione legale.
    R. Credo che sia necessario farla per il rispetto delle regole del mercato.
    D. Qualcuno le risponderebbe che bisogna rispettare anche le oche.
    R. Per carità, io sono molto dispiaciuto per le oche. Però si è trattato di un attacco proditorio verso una società quotata. Credo che queste cose debbano essere fatte con meno leggerezza e più sensibilità. Conosco la giornalista che ha firmato il servizio, è molto brava e capace. Ma mi sembra che i suoi commenti andassero molto al di là di quello che abbiamo visto.
    D. Che idea si è fatto?
    R. Che è naturalmente deprecabile, e penso che la giornalista avesse ragione a dire che quelle produzioni si potevano mantenere in Italia. Da olivettiano sto con Cucinelli, ha tutta la mia stima e il mio cuore. Credo però che bisognerebbe avere rispetto per chi lavora, per chi ha investito. Report è andata troppo in là.
    http://www.lettera43.it/economia/azie...43675146639.htm#.VFnwY7MfDaM.facebook
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