mfioretti: quantitative easing*

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  1. Yaroufakis agrees that there are numerous design flaws with the currency. Not least, he adds, “the fact that there are no controls, no democratic checks and balances of a bit issue and no way of back-stopping financial transactions by means of some kind of insurance policy for those that get defrauded.” Yet his central criticism focuses upon what he refers to as “the fantasy of apolitical money.”

    To Varoufakis, money is inherently political. The decisions regarding whether money is produced or not, how it is distributed and who receives it, all have significant political consequences, benefiting certain social groups over others. Bitcoin’s central design feature, that it is not governed by a central bank or decision-making authority, means that responsibility for its distribution is forfeited. This can have profound social and political implications in times of crisis.

    To understand what Varoufakis means by the political nature of money, consider how governments respond to financial crises. When a major financial crisis occurs, it is usually caused by the failure of widespread and interconnected debts. Once these debts fail, what happens is that a large part of the money supply effectively disappears. With this money gone, governments have a choice whether to replace it or not. Choosing not to replace it through the creation of new money (inflation) becomes a political decision with political repercussions. As Varoufakis suggests, “effectively you are choosing to shift the burden of a crisis onto the debtors and usually the weakest and poorest of debtors. So effectively you are redistributing power and wealth against the weaker members of society.”

    If the decision is made to replenish the money supply, like it was in 2008 through Quantitative Easing (QE), then how this money is channeled through the economy will also influence the political economy. In Varoufakis’ opinion, QE was engineered in a way to benefit large corporations.
    https://www.wired.co.uk/article/yanis-varoufakis-bitcoin-bubble-interview
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  2. Potremmo parlare del buco nero di Alitalia, che senza più azionisti né pubblici né privati continua a perdere 1 milione di euro al giorno. Potremmo parlare dei voucher e delle norme sugli appalti, su cui pendono i due referendum e su cui nessuno, tra Palazzo Chigi e Parlamento, ha ancora indicato una via d'uscita di tipo legislativo. Potremmo parlare delle misure di lotta contro la povertà, che a fine anno qualche incauto ministro aveva invocato addirittura per decreto, e che invece sono scomparse dall'agenda, mentre 6 milioni di italiani stanno scivolando sotto la soglia di sussistenza.

    Volendo, potremmo parlare persino della riforma elettorale, che secondo vincitori e vinti del referendum costituzionale si sarebbe dovuta fare in due settimane, senza neanche aspettare la Consulta, e invece dopo due mesi giace ancora nel limbo, con 18 proposte diverse e una commissione che neanche è riuscita a riunirsi, perché il Pd non trova l'accordo sulla sostituzione di Anna Finocchiaro.

    C'è un Paese che ha bisogno di essere governato, qualunque sia la data del voto. C'è un Paese che non può permettersi un'escalation come quella che nel novembre 2011 ci portò a un passo dalla bancarotta. L'inflazione sta risalendo. Nel giro di qualche mese la Bce dovrà archiviare la fase dei tassi d'interesse a zero e del "Quantitative easing", che finora ci hanno messo al riparo dai disastri. Quando l'ombrello di Mario Draghi si sarà chiuso, sull'Italia pioveranno pietre. Il tempo non c'è più. Ma la politica c'è ancora?
    http://www.repubblica.it/politica/201...lia_e_manca_l_ombrello-158971171/?rss
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  3. A scorrere le dichiarazioni che arrivano da Bruxelles, da Berlino e dalle altre capitali europee in questa interminabile telenovela della trattativa con il governo Tsipras, uno è portato a concludere che l’effetto di un default di Atene sui suoi debiti e conseguente uscita dall’euro sarebbe la caduta della Grecia in una tragica spirale di crisi e recessione, nel caos di un ritorno alla dracma. Tutto vero. Solo che è metà della storia. L’altra metà - di cui nessuno sembra parlare volentieri, a Bruxelles, a Berlino e nelle altre capitali europee - è che un default greco avrebbe un impatto massiccio, drammatico sui conti degli altri paesi di Eurolandia. In particolare, devastante per l’Italia. Al confronto, il pasticcio delle pensioni e della Corte costituzionale, in cui è invischiato il governo Renzi, che pure rischia di far saltare i nostri conti, è un bicchiere d’acqua.

    Il debito pubblico totale della Grecia è di 323 miliardi di euro, di cui solo un quinto è in mano a banche e investitori privati. L’Fmi ne ha un trentina di miliardi (il 10 per cento), la Bce il 6 per cento. Il grosso, il 60 per cento, è detenuto dal resto dell’Eurozona: 142 miliardi dal Fondo salvastati e 53 miliardi dai singoli governi. Ed è qui che il default greco creerebbe sconquassi. In assoluto, il paese più esposto verso Atene - fra prestiti diretti, quota del Fondo salvastati, quota dell’intervento Bce - è la Germania: quasi 60 miliardi di euro. Poi viene
    la Francia (poco oltre 40 miliardi). L’Italia è terza, con 39 miliardi.

    Ma se, invece, che alla cifra in quattrini, la si considera in rapporto al prodotto interno lordo, cioè per quanto è effettivamente costata al paese che ha sborsato quei soldi, la classifica cambia. I 60 miliardi di prestiti tedeschi che andrebbero in fumo con un default sono l’1,9 per cento del Pil della Germania. In proporzione, la piccola Slovenia è più esposta: 2,6 per cento del Pil. Ma il caso più preoccupante è quello italiano: l’esposizione di Roma equivale al 2,4 per cento del prodotto interno lordo. Un crac greco sarebbe una mazzata. Soprattutto per l’impatto che avrebbe sulla dinamica del debito pubblico, già oggi il nostro maggior cruccio con Bruxelles. Oggi, il Fmi prevede che il debito netto italiano, nel 2015, salga di 35 miliardi di euro. Con un default greco e il volatilizzarsi dei 39 miliardi che Roma ha prestato, in varia forma, ad Atene, il debito netto schizzerebbe verso l’alto, in un colpo solo, non di 39, ma di 74 miliardi di euro, dieci volte il buco delle pensioni.

    Peraltro, anche se nei conti che si fanno abitualmente non se ne parla, i prestiti diretti di Eurolandia ad Atene non sono l’unica trappola di un default greco. L’altra voragine è l’Eurosistema, cioè la rete di conti bilaterali delle banche centrali. Quando un italiano compra una Mercedes o un greco porta i suoi euro su un conto della Deutsche Bank di Colonia, la Bundesbank registra un credito, Bankitalia e Banca di Grecia un debito. Prima o poi verrà saldato, ma, per il momento, tutto va avanti come se niente fosse. Tuttavia, se la Grecia fa default ed esce dall’euro, esce anche dall’Eurosistema e quei debiti si volatilizzano. Ai 323 miliardi di debito pubblico ufficiale, bisogna, dunque, aggiungere, fra i costi del default, altri 99 miliardi di debiti verso l’Eurosistema, che verrebbero cancellati. Su questa voce, a pagare il prezzo del crac non sarebbe principalmente l’Italia che, complessivamente, è anche più indebitata della Grecia. Quei 100 miliardi di debiti della Banca centrale greca sono, probabilmente, soprattutto sui libri della Bundesbank che, verso l’Eurosistema, è in attivo per 532 miliardi di euro. Un crac greco sarebbe una cosa seria per tutti.
    http://www.repubblica.it/economia/rub...i_di_italia_e_germania-114446961/?rss
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  4. Tutto è iniziato con un ricorso presentato dinanzi alla Corte costituzionale federale tedesca (BverfG) che per la prima volta nella storia rinvia alla Corte di Giustizia Europea (CGE) in via pregiudiziale, in particolare sulla asserita illegittimità dell’OMT rispetto al diritto primario dell’UE. La contestazione verte sostanzialmente su due punti: l’assunzione di atti di politica economica (il rinvio al terzo comma dell’art. 136 del TFUE, a mio parere forzato, ne riparleremo) e la violazione del divieto di finanziamento dei bilanci degli stati membri (art. 123 del TFUE) da parte della BCE.
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    Così come ho ipotizzato diversi mesi fa, la decisione della Corte di Giustizia Europea potrebbe essere il pretesto politico della Germania per sganciarsi dall’euro, e addirittura per porre fine all’Ue. Per comprendere le strategie in campo bisogna tener conto del recentissimo parere dell’avvocato generale della CGE, Cruz Villalòn, sull’OMT. A suo dire – ma bisognerà pur sempre attendere la decisione definitiva della Corte Europea – lo strumento non convenzionale messo in campo dalla BCE è, in linea di principio, compatibile con le citate norme del TFUE. Cruz esprime dunque un parere contrario rispetto a quello dei tedeschi, afferma cioè che i futuri acquisti della BCE non violano i trattati.

    la paura dei tedeschi è che il quantitative easing potrebbe consentire agli Stati beneficiari una maggiore autonomia politica, e quindi essere nelle condizioni di rifiutare o non rispettare il commissariamento, o più in generale il “ricatto dei mercati”. D’altra parte la BCE tende ad assicurare che ciò non avverrà, ed in effetti l’OMT è subordinato al rispetto del programma imposto dalla Troika. E’ di questo che si discuterà probabilmente il 22 gennaio al board della BCE: come riuscire ad ottenere questo compromesso.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...to-leurozona-la-deflagrazione/1346883
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  5. Il primo segnale della forte crisi montante è il crollo del prezzo del petrolio, sceso in pochi mesi di oltre il 40%. I consumatori esultano perché ancora non ne conoscono le cause, e la causa principale è che la finanza internazionale ha cominciato ad alleggerire le proprie posizioni (cioè a vendere) per fronteggiare la tensione che si sta creando su tutti i mercati finanziari dovuta alla minore liquidità circolante collegata allo stop dei QE (quantitative easing americani).

    Il problema vero però non è la carenza di liquidità circolante, ma è l’eccesso di libertà lasciata agli operatori finanziari per le loro “scommesse” sui mercati.

    In poco più di un decennio le liberalizzazioni nel mercato finanziario hanno prodotto una massa incontrollata (o comunque insufficientemente controllata) di capitali che oggi ammonta, per i soli Cds (Credit Default Swaps – i piu rischiosi) approssimativamente a 2,77 trilioni di dollari (circa duemiladuecentoventidue miliardi di euro).

    Quando scoppierà la nuova bolla (forse nel 2015, ma più probabilmente nel 2016) sarà un gioco da ragazzi dare tutta la colpa ad Obama e ai democratici. Ha già funzionato pefettamente nelle due elezioni di medio termine, funzionerà ancora meglio in presenza di una nuova crisi finanziaria gravissima (come quella del 2008 o peggio).

    La gente avrà perso di nuovo un sacco di soldi ma sarà arrabbiatissima con chi ha governato negli ultimi 8 anni, quindi voterà in maggioranza (o starà a casa) a chi prometterà di risolvere la crisi grazie alla libertà finalmente raggiunta dei mercati. Così i “liberisti” otterranno una vittoria schiacciante che forse consentirà davvero al Paese di superare finalmente la crisi, ma sarà una ripresa con un welfare in disfacimento, e il Paese si dividerà ancor più pesantemente tra ricchi e poveri, regalando agli oligarchi che tirano le fila del potere reale una montagna di potere e di ricchezza che non si vedeva più dai tempi dei faraoni egizi.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/...gio-nessuno-se-ne-cura-perche/1274641
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  6. Despite all of the statements made about renewables, they don’t really substitute for oil. Biofuels come closest, but they are simply oil-extenders. We add ethanol made from corn to gasoline to extend its quantity. But it still takes oil to operate the farm equipment to grow the corn, and oil to transport the corn to the ethanol plant. If oil isn’t around, the biofuel production system comes to a screeching halt.

    Conclusion

    There are really two different problems that a person can be concerned about:

    Peak oil: the possibility that oil prices will rise, and because of this production will fall in a rounded curve. Substitutes that are possible because of high prices will perhaps take over.
    Debt related collapse: oil limits will play out in a very different way than most have imagined, through lower oil prices as limits to growth in debt are reached, and thus a collapse in oil “demand” (really affordability). The collapse in production, when it comes, will be sharper and will affect the entire economy, not just oil.

    In my view, a rapid drop in oil prices is likely a symptom that we are approaching a debt-related collapse–in other words, the second of these two problems. Underlying this debt-related collapse is the fact that we seem to be reaching the limits of a finite world. There is a growing mismatch between what workers in oil importing countries can afford, and the rising real costs of extraction, including associated governmental costs. This has been covered up to date by rising debt, but at some point, it will not be possible to keep increasing the debt sufficiently.

    The timing of collapse may not be immediate. Low oil prices take a while to work their way through the system. It is also possible that the world’s financiers will put off a major collapse for a while longer, through more QE, or more programs related to QE. For example, actually getting money into the hands of customers would seem to be temporarily helpful.
    http://ourfiniteworld.com/2014/12/07/...evere-drop-in-oil-prices-is-a-problem
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