mfioretti: privacy* + social networks*

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  1. il consenso di uno dei genitori non potesse escludere l’illiceità della condotta di chi pubblica le foto del minore se la diffusione è dannosa. Il principio è condiviso dal Garante della privacy che, in più occasioni (e in linea con la Carta di Treviso del 1990), ha invitato a non pubblicare sui giornali i dati identificativi dei minori se non è essenziale per l’interesse pubblico della notizia.
    http://www.ilsole24ore.com/art/commen...figlio-web-073203.shtml?uuid=AEvC46bD
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  2. Chi chiede il visto d’ingresso deve consentire l’accesso a tutti i contatti che sono stati registrati nella propria rubrica telefonica e in quella della posta elettronica. Ma non basta. Devono essere “consegnate” anche le parole chiave che assicurano l’accesso ai propri profili sui social network e alle caselle mail normalmente utilizzate.

    Per entrare sul suolo a stelle e strisce occorre anche fornire il consenso all’acquisizione delle informazioni finanziarie attraverso la consultazione delle movimentazioni bancarie di conto corrente e ad altre eventuali operazioni. Non manca nemmeno l’obbligo di rispondere alle domande che sul formulario sono predisposte per individuare ideologie e convinzioni religiose. Quesiti di questa natura non sono certo nuovi perché in passato non sono mancate le schede da compilarsi prima di scendere dall’aeromobile e che sollecitavano a confidare se si era o meno “terroristi”.

    L’entrata in vigore della nuova disciplina è destinata a modificare le abitudini e ad innescare l’ennesimo arrembaggio alla privacy. Gli agenti dell’Immigration Service potranno farsi consegnare cellulari, palmari e computer, curiosare tra i contatti e la cronologia della navigazione in Internet, scandagliare l’iscrizione a partiti politici o l’appartenenza a movimenti e associazioni, ricostruire la mappa di parentele, amicizie e relazioni di lavoro. L’obiettivo (legittimo) è quello di identificare (in maniera un po’ troppo invasiva) i soggetti potenzialmente pericolosi che – sapendo di questo screening o vivisezione digitale – si guarderanno bene dal presentarsi con diavolerie informatiche che possano farli incastrare.

    L’intrusione nella vita privata è stata considerata eccessiva non solo dalle organizzazioni a tutela dei diritti civili, ma persino da April Doss, ex “associate general counsel” (ossia avvocato addetto all’ufficio legale) della National Security Agency. Doss ha dichiarato infatti che “l’esecuzione di una simile raccolta di dati potrebbe recare detrimento alle attività di intelligence, perché si corre il rischio di raccogliere tanta immondizia che non ha nulla a che vedere con niente”.

    Vedremo se le tante Authority in materia di privacy faranno sentire la loro voce…
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...cumenti-e-password-per-favore/3500365
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  3. non voglio farla lunga, ma in allora, come oggi, io non controllavo affatto il dato e l’informazione personale volontariamente o forzosamente appresa ad ogni mio movimento; ciò che in qualche modo mi salvava nella tribolata adolescenza (non sempre invero) era il controllo della situazione sociale e del contesto.

    Il controllo sul dato-informazione non l’avevo con il macellaio del paese e non posso pensare di averlo oggi sul web con Google, Facebook e soprattutto con le mille agenzie statuali affette, per svariate e talvolta encomiabili ragioni, da bulimia informativa. Ma in allora avevo contezza e in qualche modo governavo le banali regole tecniche (le vie del paese, gli orari della corriera) e quelle sociali di prossimità del mio territorio.

    Oggi non ci riesco più. E non è solo per la quantità dei dati captati e memorizzati ad ogni passo ma per la totale opacità del contesto e delle regole tecniche e sociali che governano la nostra vita digitale.

    Algoritmi ignoti, insondabili ai loro stessi creatori, ricostruiscono la nostra immagine, creano punteggi e giudicano rilevanze e congruità a nostra totale insaputa. Banche, assicurazioni, imprese di ogni risma e fattezza (a breve l’internet delle cose ci stupirà) ma soprattutto lo Stato, con le sue mille agenzie di verifica e controllo, accedono ad ogni informazione decontestualizzandola, creando relazioni e correlazioni di cui non abbiamo coscienza, ma di cui subiamo quotidianamente le conseguenze.

    Non possiamo impedire tutto questo, il big data e gli open-data salveranno il mondo, d’accordo. Ma possiamo e dobbiamo pretendere di sapere il chi, il come e il quando. Abbiamo bisogno di sapere qual è il contesto, e quali sono le regole; solo così troveremo strategie, non per delinquere o eludere la legge (come sostiene parte della magistratura), ma per esercitare i diritti fondamentali della persona.

    Nel mondo fisico sappiamo quando lo Stato ha il diritto di entrare in casa nostra, o a quali condizioni possa limitare le nostre libertà personali, di movimento, d’espressione; nel mondo digitale non sappiamo, e neppure ci chiediamo, chi, quando e a quali condizioni possa impossessarsi dei nostri dati, dei nostri dispositivi tramite software occulti, della nostra vita. Accettiamo supinamente un’intollerabile opacità.

    Io ho qualcosa da nascondere da quando ho ricordi: sono riservatezze variabili a seconda dell’interlocutore, del tempo, del luogo e del contesto. E non voglio per me e i miei figli una società stupidamente disciplinata da una costante sorveglianza e decerebrata dagli algoritmi. Vorrei una società in cui l’asimmetria dell’informazione sia l’esatto opposto dell’attuale, dove purtroppo il cittadino è totalmente trasparente e lo Stato e le sue regole sono opache e incerte.
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    Carlo Blengino
    Carlo Blengino

    Avvocato penalista, affronta nelle aule giudiziarie il diritto delle nuove tecnologie, le questioni di copyright e di data protection. È fellow del NEXA Center for Internet & Society del Politecnico di Torino. @CBlengio su Twitter
    http://www.ilpost.it/carloblengino/2016/11/02/ho-qualcosa-da-nascondere
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  4. Original sharing of personal stories -- rather than posts about public information like news articles -- dropped 21 percent year over year as of mid-2015, The Information, a tech news site, reported Wednesday. Facebook said in a statement that "the overall level of sharing has remained not only strong, but similar to levels in prior years."
    http://www.sott.net/article/316056-Fa...g-more-news-less-personal-information
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  5. Messages posted on Facebook, Twitter and other online spaces may feel like they carry less weight than things said in the physical world -- but that's not the case, argues Brazilian civil-rights group Criola. This year, Criola launched a campaign labeled, "Virtual racism, real consequences," which pulls racially bigoted comments from the internet and places them on billboards in the neighborhoods where the commenters live. Criola finds racist messages online and then uses geotag data to locate the author's neighborhood; the group then rents billboard space nearby and prints the comments for the world -- and the original writer -- to see. The names and images of the commenters are blurred out, but the message rings clear: Things said online affect people in real life, in real ways.
    http://www.engadget.com/2015/11/30/racist-comments-billboards-brazil-criola
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  6. è espressamente previsto che non sono ammessi broadcast di tipo pornografico e contenuti sessualmente espliciti. Periscope, inoltre, non può essere utilizzato per molestare qualcuno, diffondere informazioni di terzi (come indirizzi o numeri di carte di credito) oppure per spam.

    E questa, non è difficile immaginarlo, sarà una delle frontiere principali fonti di preoccupazione per la piattaforma di streaming: l’app, infatti, potrebbe essere utilizzata per riprendere i contenuti di una trasmissione televisiva (così come accaduto qualche giorno fa in occasione della trasmissione del primo episodio della nuova stagione di “Game of Thrones”), di un concerto o di una rappresentazione teatrale. Questi comportamenti sono quindi doppiamente vietati (non solo dai termini e dalle condizioni d’uso ma anche dalla normativa vigente in materia di diritto d’autore) ed espongono gli utenti al rischio di rimozione dell’account.

    Altra previsione degna di nota è quella per cui – utilizzando il servizio – l’utente conserva la titolarità dei contenuti trasmessi ed ospitati dalla piattaforma, ma cede gratuitamente a Periscope la licenza di utilizzare e trasmettere il video in futuro anche su altre piattaforme.
    La privacy degli utenti di Periscope

    Altro tema assai rilevante è quello della privacy, innanzitutto con riferimento alle terze persone che vengono riprese nei video trasmessi e caricati attraverso l’app.

    A tal proposito, bisogna ricordare a tutti gli utenti come il Garante Privacy abbia più volte chiarito il principio per cui come – se riprendo altri soggetti in video che ho intenzione di diffondere sui social network – devo chiedere il consenso al momento della ripresa, prima di poterli pubblicare (e renderli disponibile – sia pure solo per 24 ore – attraverso la piattaforma).

    questo dato Periscope non solo lo trasmette nel live, ma per tutto il tempo per cui il video rimane disponibile.

    Si tratta di un aspetto che potrebbe avere un grande impatto: pensate, ad esempio, al fatto che tutti – sia pure per 24 ore – possono visualizzare chi ha guardato (e come ha commentato) i video di una manifestazione politica, quelli in cui un medico suggerisce come curare una patologia oppure un broadcast a sfondo erotico.
    http://www.chefuturo.it/2015/04/ecco-...non-su-periscope-altrimenti-sono-guai
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  7. It's the notion that in a free society, anyone should be able to read, learn, and debate without being monitored and recorded. Americans have long cherished this freedom, but author Neil Richards says it's being threatened by pervasive online tracking of digital habits and social media discussions.

    intellectual privacy is for anyone with an intellect – which is to say, it’s for everyone. Intellectual privacy is about needing to have protections from being watched and interfered with when we’re making up our minds about the world – when we’re reading, surfing the Web, talking on the phone, and sending e-mail to confidants. It's a way of understanding why people get so annoyed when the government and companies monitor our lives, and it was perhaps the greatest interest threatened by the surveillance Edward Snowden leaked. Although intellectual privacy is incredibly important, the right hasn't been well understood. We didn’t have to think about our beliefs, desires, and fantasies as matters of intellectual privacy until recently when we started interacting over digital devices that keep long and detailed records of our thoughts and reading habits.

    Beyond government surveillance, is anything else undermining intellectual privacy?

    Richards: Yes, corporations are. A few years ago Facebook offered “social reading” and automatically shared things we clicked on and read with our friends. People ended up accidentally disclosing embarrassing things. Amongst all the shame, the trend died a secret and unheralded death. But while this obvious case of intellectual privacy infringement is behind us, we’re still stuck with the fuel that keeps Facebook and so many other companies going: Internet advertising.
    http://www.csmonitor.com/World/Passco...ivacy-and-how-yours-is-being-violated
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  8. Your personal information and content is yours, not ours. We do not spy on you, track your data, or share your information.
    Fun

    MeWe lets you share anything– photos, videos, voice messages, editable documents, mail, chat, and more. Capture your entire world or just a moment in time.
    Next Generation

    Our unique permission controls let you decide who can see your content, preventing creepy strangers and 'friends of friends' from peeking. You can even make yourself invisible to other members if you want.
    Comprehensive

    MeWe delivers awesome features so you can stay connected to your friends, family, and world. Communicate 1:1 and in private groups. You even get your own personal cloud storage with breakthrough content controls for saving content you've already shared.
    https://mewe.com
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  9. Lei pubblica sul suo profilo Facebook le foto del suo viaggio di nozze che la ritraggono accanto al marito. «Le ha pubblicate senza il mio consenso», afferma lui in un ricorso al giudice che gli dà ragione e ordina la rimozione delle immagini, facendo riferimento nel suo provvedimento a una legge del 1941, e prospettando anche una eventuale condanna della donna al risarcimento dei danni. La decisione è stata adottata a Napoli dal giudice monocratico del Tribunale civile Raffaele Sdino che ha accolto il ricorso di urgenza ex articolo 700 dell’uomo.

    LA MOGLIE: «FB È COME UN ALBUM» - Soddisfazione è stata espressa del legale del marito, l’avvocato Ciro Renino e dai legali dello studio che si sono occupati della controversia giudiziaria: «Si tratta di una decisione inedita, destinata a costituire un punto di riferimento per gli utenti Facebook»
    http://corrieredelmezzogiorno.corrier...s-infuria-denuncia-223736105080.shtml
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  10. le variabili socio-demografiche come sesso, età, e istruzione, non incidono sulla gestione delle informazioni. Segna, invece, il grado di mobilità. Spiega Staiano: "Più l'utente si sposta durante il giorno, più tende a considerare i suoi dati importanti. La geolocalizzazione è considerata la notizia più personale e, quindi, più privata". "M'inquieta far sapere dove sono stato", "non voglio essere geolocalizzato": sono le frasi che il team ha sentito ripetere più spesso. "Tutto, si presuppone, che avvenga a un livello inconscio. Abbiamo poi notato delle anomalie: giorni in cui i volontari chiedevano, in cambio, una somma di denaro più alta". Si trattava di momenti particolari, in cui si sfuggiva alla solita routine: l'otto dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione, e una mattina in cui a Trento c'era stata una tempesta che aveva bloccato il traffico. "Anche in quei casi, però, le persone monitorate non hanno chiesto che pochi euro e la cifra si abbassava tra chi era abituato a usare più applicazioni".

    i cosiddetti data broker, che grazie a smartphone, social network, cookies e sensori collezionano informazioni su chi siamo, chi conosciamo, dove siamo, dove siamo stati e persino dove progettiamo di andare. Con l'obiettivo di rivenderle, a nostra insaputa e con buona pace della privacy, alle grandi compagnie commerciali, assicurative e finanziarie pronte a usarle per pubblicità, polizze e crediti su misura. Il prezzo è di circa 0.0005 centesimi di dollari l'una, ha stimato il Financial Times lo scorso anno, ma la valenza è molto più alta perché, come avverte un report del World Economic Forum del 2011, minando e analizzando i gigabyte disseminati in rete e non solo è possibile "avere l'abilità di capire e persino predire dove gli umani focalizzeranno la loro attenzione e le loro attività a livello individuale, di gruppi, e globale", quindi anche che cosa compreranno.

    Uno scambio difficile da fermare e controllare: impossibile dire con esattezza che cosa finisce nelle mani di chi; una sola certezza: "L'unico a non aver alcuna voce in capitolo è proprio chi produce le notizie, cioè gli utenti",
    http://www.repubblica.it/tecnologia/2...a_venderli_per_due_euro-91389441/?rss
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