mfioretti: nativi digitali*

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  1. La strada che il Miur ha scelto di imboccare va nella direzione opposta rispetto alla Francia, dove da pochi giorni il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha introdotto il divieto di usare gli smartphone a scuola. Due risposte alternative al medesimo fenomeno: in Italia l’89,3% dei giovani usa i 'telefoni intelligenti', col primo apparecchio posseduto già a 8-9 anni. L’Italia punta sull’educazione a partire dalla convinzione che «proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione » (n.2). Chi avrà ragione?
    Il decalogo

    1 Ogni novità comporta cambiamenti. Ogni cambiamento deve servire per migliorare l’apprendimento e il benessere delle studentesse e degli studenti e più in generale dell’intera comunità scolastica.

    2 I cambiamenti non vanno rifiutati, ma compresi e utilizzati per il raggiungimento dei propri scopi. Bisogna insegnare a usare bene e integrare nella didattica quotidiana i dispositivi, anche attraverso una loro regolamentazione. Proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione. A questo proposito ogni scuola adotta una Politica di Uso Accettabile (PUA) delle tecnologie digitali.

    3 La scuola promuove le condizioni strutturali per l’uso delle tecnologie digitali. Fornisce, per quanto possibile, i necessari servizi e l’indispensabile connettività, favorendo un uso responsabile dei dispositivi personali (BYOD). Le tecnologie digitali sono uno dei modi per sostenere il rinnovamento della scuola.

    4 La scuola accoglie e promuove lo sviluppo del digitale nella didattica. La presenza delle tecnologie digitali costituisce una sfida e un’opportunità per la didattica e per la cultura scolastica. Dirigenti e insegnanti attivi in questi campi sono il motore dell’innovazione. Occorre coinvolgere l’intera comunità scolastica anche attraverso la formazione e lo sviluppo professionale.

    5 I dispositivi devono essere un mezzo, non un fine. È la didattica che guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi. Non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa.

    6 L’uso dei dispositivi promuove l’autonomia delle studentesse e degli studenti. È in atto una graduale transizione verso situazioni di apprendimento che valorizzano lo spirito d’iniziativa e la responsabilità di studentesse e gli studenti. Bisogna sostenere un approccio consapevole al digitale nonché la capacità d’uso critico delle fonti di informazione, anche in vista di un apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

    7 Il digitale nella didattica è una scelta: sta ai docenti introdurla e condurla in classe. L’uso dei dispositivi in aula, siano essi analogici o digitali, è promosso dai docenti, nei modi e nei tempi che ritengono più opportuni.

    8 Il digitale trasforma gli ambienti di apprendimento. Le possibilità di apprendere sono ampliate, sia per la frequentazione di ambienti digitali e condivisi, sia per l’accesso alle informazioni, e grazie alla connessione continua con la classe. Occorre regolamentare le modalità e i tempi dell’uso e del non uso, anche per imparare a riconoscere e a mantenere separate le dimensioni del privato e del pubblico.

    9 Rafforzare la comunità scolastica e l’alleanza educativa con le famiglie. È necessario che l’alleanza educativa tra scuola e famiglia si estenda alle questioni relative all’uso dei dispositivi personali. Le tecnologie digitali devono essere funzionali a questa collaborazione. Lo scopo condiviso è promuovere la crescita di cittadini autonomi e responsabili.

    10 Educare alla cittadinanza digitale è un dovere per la scuola. Formare i futuri cittadini della società della conoscenza significa educare alla partecipazione responsabile, all’uso critico delle tecnologie, alla consapevolezza e alla costruzione delle proprie competenze in un mondo sempre più connesso.
    https://www.avvenire.it/attualita/pag...10-regole-per-lo-smartphone-in-classe
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  2. «non so votare, è troppo difficile e con gente sconosciuta». Da nord a sud, attraversando il centro Italia, la Generazione Zero che nel ’18 arriva alla maggiore età di fronte al primo voto appare disorientata, distratta, lontana, nonostante i politici parlino sempre più come loro: in digitale. Tweet, post Facebook e video su Youtube non lasciano memoria di volti e contenuti. E il distacco non dipende solo dai ragazzi.

    Da Trento arriva solo una manciata di voti. «Il sondaggio è stato vietato dalla preside», ammette mortificato uno dei rappresentanti. Un no che aiuta a comprendere come nell’istituzione Scuola la dialettica politica negli ultimi anni sia stata bandita. «Ci dicono che dobbiamo prima pensare a noi stessi e impegnarci nella realizzazione della carriera professionale», confida un ragazzo che vuole rimanere anonimo perché schierarsi contro i professori «non è intelligente».

    La politica viene vista come qualcosa di sbagliato, a volte anche pericolosa, in ogni caso inutile. Storie di volantini sequestrati perché politicizzati. Racconti di ragazzi lasciati fuori dall’istituto perché intenti in qualche campagna. Nel gruppetto di studenti davanti alla scuola del centro di Roma si allarga e le voci si alzano di tono: «Ci sono professori che ci dicono che i politici fanno tutti schifo»

    Dopo sei mesi l’indottrinamento ha attecchito. Non sono gli ideali, il fascismo o la paura del diverso. L’estrema destra vince sui giovani con l’identità. Il messaggio che arriva ai cittadini del domani è: «Siamo solo noi ad aiutare il prossimo». E lo fanno mandando questi ragazzi a regalare la spesa o spedendoli a “conquistare” condomini “invasi”, a loro dire, da extracomunitari irregolari.

    La destra avanza, la sinistra arretra. «Siamo gli ultimi diciottenni a votare per un partito moderato e vicino a esponenti come Massimo D’Alema», dice Damiano Moscardini rappresentante del liceo Russell di Roma. Una frase che riflette le contraddizioni nazionali. «Gli studenti di primo e secondo superiore si stanno spostando verso movimenti estremisti e populisti». La sinistra ha posato il megafono tra mille sigle studentesche che raccolgono il consenso solo a suon di tessere. Si dividono in correnti, partitini, fazioni, come i loro leader senior.

    vedi anche:
    AGF-EDITORIAL-792042-jpg
    I giovani di oggi né ribelli né debosciati: sono la copia conforme dei loro genitori
    L'inchiesta dell'Espresso fornisce un'immagine diversa della classe 2000 che presto sarà chiamata al voto. Lontana da quella dei fratelli maggiori trentenni e con le stesse ansie e paure di padri e madri
    «Ci sono i Future Dem», spiega Damiano. «Sono quelli che appoggiano Matteo Renzi, ma con il casino dell’Alternanza scuola-lavoro non se la passano bene». Il rosario continua: Fronte Gioventù Comunista, Giovani Democratici, Federazione degli Studenti e infine i più apartitici, ma comunque schierati, la Rete degli Studenti Medi. Giammarco Manfreda, il coordinatore nazionale della Rete, fa chiarezza: «Si perdono in scissioni e congressi sanguinari che dividono. Ad esempio i Future Dem adesso parlano solo di Ius Soli. Per loro non ci sono altri argomenti visto che criticare la buona scuola è un compito arduo se appoggi il segretario del Pd». Il tutto nell’indifferenza della maggior parte degli studenti. La sinistra giovanile, a volte, si desta dal torpore dell’autoreferenziale e scende in piazza per protestare come lo scorso 17 novembre dove ha alzato la voce contro l’alternanza scuola lavoro. Lo fa senza falce e martello, senza Che Guevara di sorta e senza il mito della ribellione del ’68. Bandiere tramontate da tempo, in realtà.
    http://espresso.repubblica.it/attuali...?ref=twhe&twitter_card=20171212114128
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  3. i messaggi vocali sono il male. E sono il male perché sono totalmente disfunzionali alla comunicazione del XXI secolo, veloce, rapida, sintetica. I messaggi vocali sono il contrario: sono spesso lunghi e, per la loro stessa natura registrata, che si palesa sul telefono con una neutra notifica di ricezione, senza alcuna possibilità di preview, questi mostri della comunicazione fanno perdere un sacco di tempo. Non puoi scorrerli, non puoi leggere solo l'inizio per capire se è urgente: per chi li riceve, una richiesta di aiuto e di emergenza e un messaggio di auguri di onomastico, sono la stessa notifica, persa nel flusso di tutte le altre come tutti quei momenti come lacrime nella pioggia.

    Da ultimo, i messaggi vocali sono ridicoli, spesso imbarazzanti per chi li riceve, ma sono anche l'ultimo atto della vittoria dell'ego sulla socialità. Sì, perché non esiste messaggio più autoreferenziale di un messaggio vocale. Sono i selfie della comunicazione, inviati da un mittente che non tempo da perdere per mandarvi un messaggio scritto e a cui interessa talmente tanto la vostra opinione che non si prende nemmeno la briga di chiamarvi.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...gi-vocali-sono-il-male-assoluto/34619
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  4. Sono stati intervistati circa 800 adolescenti tra i 12 e i 17 anni e altrettanti adulti tra i 25 e i 65 anni. “I risultati dimostrano che adulti e ragazzi condividono gli stessi livelli di consapevolezza delle conseguenze dei loro comportamenti in rete e spesso anche i comportamenti stessi” spiega Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children, secondo cui “si tratta di un dato preoccupante se pensiamo che gli adulti dovrebbero invece esercitare un ruolo di guida in un contesto complesso e in continua evoluzione, come quello del mondo e delle tecnologie digitali”.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...-protegge-la-propria-immagine/3369504
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  5. da una parte abbiamo gli analfabeti digitali che non usano o non sanno usare le app, dall’altra parte abbiamo i nativi digitali a cui manca a volte l’intelligenza emotiva che le app non sono infallibili, se non altro perché le realizzano delle persone.
    http://www.chefuturo.it/2016/08/olimp...source=twitterfeed&utm_medium=twitter
    Tags: by M. Fioretti (2016-08-09)
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  6. Facebook è uno straordinario canale di comunicazione che i privati usano per inviare messaggi emotivi come le fotografie personali, di amici, di amanti, di bambini, di fiori, di animali, di paesaggi o brevi poesie. Twitter consente di mandare solo messaggi brevi in cui non può esserci una riflessione, un ragionamento. Nell'editoria sono praticamente scomparsi i libri di riflessione filosofica, sociologica, psicologica, politica che richiedono una lettura e uno studio attento. Anziché studiare a fondo un argomento, la gente scorre Google per avere una breve informazione utile in quel momento. E questo metodo di conoscenza si sta diffondendo anche nelle università con l'uso dei test, coi corsi brevi superspecializzati, con le video-lezioni.

    Il risultato è la scomparsa del pensiero complesso, della grande riflessione politica, la dissoluzione dei partiti con i loro programmi organici, e la mancanza di grandi leader perché sono premiate le personalità più superficiali e istrioniche.
    http://www.ilgiornale.it/news/cronach...ok-pensiero-che-scompare-1294639.html
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  7. Tutti gli adolescenti sono uguali di fronte al digitale e hanno la medesima competenza liguistica? Niente affatto. È un modo di guardare alle giovani generazioni, ormai entrato nel sentire comune, che in fondo ci deresponsabilizza: “loro ne sanno”, hanno conoscenze e abilità, sono adatti al digitale per nascita. Crea una distanza tra noi (immigrants) e loro (native). E, spesso, in una rinuncia a capire. Cosa che, eventualmente, facciamo con gli occhi degli adulti, concentrandoci su pericoli e limiti.
    http://www.pagina99.it/2016/03/20/con...-rapporto-genitori-figli-nel-digitale
    Tags: by M. Fioretti (2016-03-22)
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  8. da un po’ di tempo a questa parte (probabilmente molto più di quanto abbia voglia di scoprire) la sezione “post sulla pagina” della pagina Facebook di Google è costellata di… Ricerche su Google. Gli italiani, anziché cercare su Google, fanno le loro domande alla sua pagina Facebook, e talvolta ricevono le risposte da altri utenti. in pratica il motore di ricerca ha fatto il giro passando attraverso il social network ed è tornato a essere il caro vecchio Yahoo Answers.

    Succede solo in Italia? Non lo sappiamo—probabilmente, anzi sicuramente, la pratica è diffusa un po’ in tutto il mondo. L’errore grossolano è ingenuamente divertente, ma è allo stesso tempo sintomo di un analfabetismo digitale su concetti base e soprattutto di uno strano e inquietante accentramento del potere sui social network. Sono ormai sempre di più le persone che non hanno concretamente idea di cosa sia internet e il world wide web, e che spesso e volentieri fraintendono Facebook (o il loro social network di turno) come la “homepage di internet.”
    http://motherboard.vice.com/it/read/g...italiani-hanno-un-problema-con-google
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  9. i cosiddetti nativi digitali. Che a quanto pare non conoscono così bene l’uso del computer quanto si crede, sicché dovrebbe essere la scuola a insegnarglielo. Sono rimasto affascinato da come l’autrice finisse con l’implicitamente demistificare uno dei capisaldi ideologici del discorso dominante sulla scuola. Com’è noto, infatti, molti dei più recenti provvedimenti di riforma sarebbero stati presi, a detta dei loro sostenitori, sotto la necessità urgente di far fronte a un’ondata di studenti nativi digitali non più in grado di sopportare l’insegnamento tradizionale. Il che imporrebbe un radicale cambio dell’impostazione dello studio, un taglio netto dei vecchi contenuti (particolarmente quelli per tradizione considerati utili a sviluppare una visione critica delle cose) e una sostanziale eliminazione del ruolo dell’insegnante nella trasmissione di contenuti che dovrebbero essere prodotti autonomamente tramite la rete.

    Invece basta che un’insegnante ci racconti la sua esperienza sul campo, per scoprire che i famosi nativi digitali in realtà non sono poi così nativi: quasi fossero personaggi di quelle sorpassatissime pièce teatrali dell’assurdo che una volta si studiavano (appunto) a scuola. Naturalmente l’emergere di queste evidenze non cambierà minimamente il discorso mediatico sui nativi digitali, e ciò per un motivo molto semplice: se cade il loro mito cade allo stesso tempo il postulato dell’informatica come strumento didattico unico, architrave ideologico e infrastrutturale della «buona scuola». Se il computer non è uno strumento didattico importante, ma l’unico, già definirlo «strumento», in una prospettiva del genere, risulta alquanto riduttivo.

    se incrociamo la proposta di liquidazione per via informatica dell’insegnamento della tradizione culturale, con la spinta a una valutazione sistemica della performance degli studenti e degli istituti e di sviluppo dei valori della competitività, emerge con chiarezza il progetto di una scuola tesa a garantire e a riprodurre i meccanismi ideologici di potere della nostra società. In fondo intrattenimento più introiezione dei meccanismi di competizione e di mercato potrebbe essere una formula che spiega molte cose del funzionamento della società.
    http://www.alfabeta2.it/2015/12/31/mitologie-dei-nativi-digitali
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  10. an adolescent who can critically understand and effectively evaluate online information is more likely to become an active civic participant than one who lacks such skills. The study concludes with a few policy suggestions.
    http://www.tandfonline.com/doi/abs/10...urce=twitter.com&utm_campaign=buffer&
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