mfioretti: mobilità sociale*

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  1. nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

    Le nuove classi sociali. "La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia", osserva l'Istat. L'istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d'argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito, che viene valutato in termini di spesa media mensile: si va dai 1.697 euro delle famiglie a basso redditocon stranieri agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d'argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.
    http://www.repubblica.it/economia/201...17/news/rapporto_istat-165634199/?rss
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  2. Meno di un diplomato al liceo classico su 10 è figlio di operai e impiegati. Perché il fattore socio-economico è determinante nelle scelte dei ragazzi dopo le medie. Un gap di partenza che non abbiamo superato. E che incide nelle scelte universitarie
    http://espresso.repubblica.it/attuali...classe-sociale-1.297281?ref=HEF_RULLO
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  3. Ad interrogarli per bene, i grafici dicono molte cose interessanti: ad esempio la figura qui sotto, tratta dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie italiane nel 2010, mostra come il reddito medio di coloro che hanno tra i 55 e i 64 anni è cresciuto sensibilmente di più rispetto a quello delle altre generazioni, e in particolare delle generazioni più giovani.

    Le generalizzazioni sono tipicamente imprecise ma talora aiutano a individuare tendenze importanti: la generazione che occupava le università (e le scuole) per ottenere il “18 politico” (e il “6 politico”) sembra cavarsela piuttosto bene ai giorni nostri dal punto di vista del reddito, anzi sempre meglio. Per chi non lo sapesse, nel 1968 gli studenti e attivisti politici che protestavano contro l’autoritarismo e il classismo dell’università italiana per qualche mese ottennero in alcune facoltà gli esami collettivi (uno studente rispondeva alle domande del professore ottenendo un voto valido per tutto il gruppo) e il 18 politico, cioè la garanzia di un voto sufficiente per motivi politici. Non esattamente il massimo della meritocrazia, diciamocelo (detto con la voce di un noto leader del PD).
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...to-di-rottamare-i-sessantottini/15925
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  4. Sì perché l'arma culturale attraverso cui i sessantenni hanno bellamente fottuto -in parole acconce escluso dalle famose leve della ricchezza e del potere- le generazioni successive è il giovanilismo. La faccenda ha un che di grandiosità nel paradosso: i vecchi che tengono a freno i giovani con l'arma della giovinezza.
    Paradisi lo spiega benissimo nella parte pamphlettistica del suo libro. Nella cultura, in quello che una volta si sarebbe chiamato l'immaginario, i giovani sono sempre loro. Quella che ha avuto vent'anni negli anni 60/70 è ancora la generazione che, a suo dire, ha rotto i limiti del vecchio mondo. Che ha prodotto e ascoltato la musica migliore del Novecento, che ha liberto il sesso, che ha lottato contro le ingiustizie, che ha decostruito tutte le mistificazioni (da quelle religiose a quelle politiche) su cui si erano rette le epoche precedenti.
    E che non guarda alle generazioni successive con il cipiglio dell'anziano, ma con la condiscendenza del fratellone. Sono condizioni che rendono difficile, se non impossibile, qualsiasi rivolta dichiarata dei giovani di adesso nei confronti dei giovani di allora.
    Ma intanto i fatti parlano da soli, e Paradisi nel suo libro ne fa una ricostruzione puntuale, e abbastanza agghiacciante, coi numeri in mano.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...-fuori-le-generazioni-successiv/31766
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  5. al giorno d'oggi, almeno la metà degli studenti non ha assolutamente, neppure alla lontana, la preparazione di base che - in teoria - dovrebbe possedere in virtù del certificato che esibisce (diploma di scuola secondaria superiore). Spesso non ha neppure la preparazione che ci si aspetta da chi si è fermato alla scuola media inferiore. E in un numero di casi tutt’altro che trascurabile non ha nemmeno le competenze che, sulla carta, dovrebbero essere trasmesse e garantite dalla scuola elementare (ad esempio far di conto e non compiere errori di ortografia). All’attonito docente universitario può persino accadere di trovarsi di fronte uno studente che non sa eseguire una sottrazione elementare (1-5), o non sa addizionare 12 e 8 e deve ricorrere alle dita per arrivare al risultato (naturalmente quest'ultimo è un caso-limite, ma la domanda è: come ha potuto la scuola “certificare” le sue competenze e rilasciargli un diploma?). Per non parlare del titanico lavoro di correzione dell'italiano che incombe sui docenti quando giunge il tragico momento della tesi di laurea (o meglio di quell’esercizio che ci ostiniamo ancora a chiamare tesi).

    per quel che vedo quotidianamente, una parte degli studenti universitari ha un livello di organizzazione mentale che non è, semplicemente, un po' meno buono di quello degli studenti bravi, ma è abissalmente inferiore, come può esserlo il livello di organizzazione mentale di un bambino di sei-sette anni rispetto a quello di un adulto.
    http://www.ilsole24ore.com/art/commen...-studia-all-ultimo-banco-193054.shtml
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  6. Prima del 2000 l’incidenza della povertà relativa riferita agli anziani era di 5 punti superiore a quella dei minori, oggi quella dei nipoti è quasi raddoppiata e ha raggiunto il 19%, mentre i nonni restano 10 punti sotto. Queste cifre spiegano bene la ragione per cui il legame tra bambini e anziani è andato rafforzandosi con l’avanzare della crisi: come una stretta di mano sempre più necessaria per non lasciare affondare il futuro rappresentato dalle giovani generazioni. Contemporaneamente denunciano però anche tutto il limite del welfare italiano.

    Basta poco a mettere in luce l’origine dei problemi. Il quadro che emerge dall’analisi del sistema di protezione sociale italiano – per l’Istat «uno dei meno efficaci in Europa», con «la spesa pensionistica che comprime il resto dei trasferimenti sociali» aumentando il rischio di povertà – è impietoso: non solo è aumentata la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, ma è diventato più difficile riuscire a migliorare la propria condizione. Il cosiddetto "ascensore sociale" è fermo al piano terra: chi sperimenta condizioni di svantaggio da giovane ha alte probabilità di restare ai margini anche da grande. La povertà, insomma, ha preso di mira i minori, ed è ereditaria. E lo scenario in cui questo si manifesta è quello di un Paese nel quale risaltano le emergenze indicate con forza anche dall’ultima assemblea dei vescovi italiani: lavoro, famiglia, demografia.
    http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/istat-nonni-non-bastano.aspx
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  7. Non si tratta solo della notissima “fuga dei cervelli” in senso stretto, cioè del fatto che i giovani scienziati italiani spopolano nelle istituzioni di ricerca di mezza Europa e degli Stati Uniti (solo per un esempio, si vedano i recenti rapporti del Cnrs francese sulla preponderanza dei ricercatori italiani nelle istituzioni francesi, o gli ancora più recenti successi dei giovani ricercatori italiani nell'importantissimo bando europeo Erc Consolidator, che ha scatenato polemiche fra i medesimi e il ministro Stefania Giannini).

    Si tratta anche più semplicemente della fuga di laureati, non per forza cervelloni, ma semplicemente laureati che vogliono fare il lavoro per cui hanno studiato. Oltre ai numeri conta la sostanza delle esperienze. Io sono bersaglio continuo dei resoconti di miei studenti e studentesse (per lo più laureati in Lettere e in Lingue, quindi settore occupazionalmente disagiato) che dopo anni di tentativi in Italia, coronati solo dal pantano dell’incertezza sul versante dell’insegnamento o dalla tortura dello sfruttamento in lavoretti precari sul versante delle aziende, trovano il coraggio, cioè insomma sono costretti, a lasciare questo Paese. Poche settimane dopo il loro arrivo – diciamo – in Germania, hanno trovato lavoro.

    Non uno qualsiasi: quello che volevano e per cui hanno studiato. Vengono assunti perché sono preparati. E spesso ottengono anche i cosiddetti benefit, come nel mondo del lavoro “vero”. La cosa più emozionante per loro (a anche per me, a cui lo raccontano) non è nemmeno trovare lavoro e quindi risolvere i loro problemi economici; è scoprire che sono bravi. Anni di rifiuti e fallimenti in Italia avevano finito per convincerli di non valere niente, ed ecco che un’azienda tedesca gli dice: sì, vai bene, ci servi; e scoprono che quindi invece sì, valevano qualcosa. Magari parecchio. Non erano loro, ma chi non li voleva assumere in Italia, a non valere niente. Perché i tedeschi non fanno certo regali.

    Ebbene, proviamo a sciogliere il crampo mentale e a riconoscere i nessi di causa-effetto. Se i nostri laureati non trovano lavoro in Italia ma lo trovano facilmente all’estero, significa che i nostri laureati non sono ben preparati, oppure invece che il nostro sistema economico non è capace di offrire lavoro? Insomma, come si può dare la colpa all’università se i nostri laureati non possono lavorare qui, ma possono presso aziende straniere?

    Come si può dire che l’università italiana non prepara adeguatamente per il lavoro, se prepara adeguatamente per lavorare proprio nei Paesi dove il lavoro è organizzato in modo da produrre più ricchezza; e, dato importantissimo che qui possiamo solo accennare in Tabella 1, Paesi dove le università sono molto più finanziate che da noi? La colpa, palesemente, non è dell’università italiana, ma delle aziende italiane. O al massimo, se proprio vogliamo aiutarle a scaricare il barile, della famosa legislazione italiana che tarpa le ali a qualsiasi iniziativa, e che se fossero state in Italia avrebbe impedito di prendere il volo anche ad aziende-aquila del genere di Microsoft o di Google.
    http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3129
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  8. In dieci anni perse 65mila matricole, con un calo del 20% dei diplomati che scelgono di continuare gli studi. Colpa della crisi, ma anche dalle scarse prospettive di lavoro che dà la laurea. La contrazione del sistema universitario italiano oltre ad ampliare il divario fra Nord e Sud mina però gravemente il potenziale di crescita del Paese. C'è chi dà la colpa all'aumento delle tasse, all'introduzione del numero chiuso e al taglio dei fondi statali per borse e alloggi, mentre per gli studenti il colpo di grazia è arrivato con la riforma dell'Isee
    http://inchieste.repubblica.it/it/rep..._dall_universita_-130049854/?rss#isee
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  9. Primo, i due gruppi non sono uguali in partenza; è ragionevole aspettarsi che chi ha proseguito gli studi abbia in media capacità maggiori, che tornano poi utili nel mondo del lavoro. Secondo, perseguire una laurea è costoso in termini di tasse, impegno e rinunce ad anni di stipendio, quindi il paragone è assolutamente non appropriato.
    http://www.linkiesta.it/valore-laurea...entifica-umanistica-occupazione-studi
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  10. esiste un’ambiguità di fondo nei robot giapponesi, per cui non è chiaro se il nemico sia la generazione precedente che ha voluto combattere e ha perso una guerra, oppure l’Occidente che ha vinto la guerra sia militarmente che culturalmente.

    Tornando alla nostra esperienza dei robot giapponesi, un moto spontaneo è quello di ascoltare queste sigle con lo spirito di una generazione che deve lottare e soffrire per ottenere spazio dalla generazione precedente. Di quale spazio sto parlando? Qui si è gente concreta: mi riferisco esplicitamente a denaro e potere, cioè a risorse economiche e potere politico, che sono tuttora appannaggio delle generazioni precedenti.

    La figura che vedete sotto è tratta dall’indagine annuale della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane. Guardate l’orripilante divaricazione nei redditi tra chi ha meno di 44 anni e chi ne ha più di 55: altro che brividi proustiani.

    per chi ha meno di meno 44 anni il tracollo rispetto a chi ha più di 55 anni è ancora peggiore, ed è iniziato prima.

    Possiamo dunque concludere che – in maniera molto poco marxiana - il ricambio generazionale sia accaduto prima in politica che in economia?

    Per ora non è il caso di essere troppo ottimisti sulla questione, per due ordini di ragioni. Il primo motivo va sotto il nome di tokenism: questo termine è stato coniato negli Stati Uniti per riferirsi alla falsa impressione che il divario politico tra bianchi e afroamericani sia significativamente diminuito, così come dimostrato dalla presenza di alcune figure apicali come Colin Powell, Condoleeza Rice e da ultimo Barack Obama, che sono invece da considerarsi concessioni simboliche, di facciata. Lo stesso ragionamento può essere applicato al caso italiano, con riferimento alla ripartizione del potere politico tra generazioni: la maggior parte dei politici non appartiene alla generazione Jeeg e a quelle successive.

    Markus Spiske/Flickr
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    Il secondo motivo è di carattere sostanziale: quali politiche a favore delle generazioni nate a partire dagli anni ’70 avrebbe attuato il governo attuale, capitanato da un Matteo Renzi nato nel 1975? Il bilancio è desolante: di fatto la principale riforma a favore delle giovani generazioni negli ultimi dieci anni è stata attuata non già dal governo attuale, ma dal governo presieduto da Monti, non esattamente un giovinotto: alla faccia dei succitati Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tratta della riforma Fornero delle pensioni
    http://www.linkiesta.it/generazione-anni-70-senza-potere
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