mfioretti: mezzogiorno*

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  1. Esplora il significato del termine: da noi «in cima alle preoccupazioni dei decisori politici e sindacali non c’è stata la qualità degli insegnanti, ma il loro consenso politico, guadagnato (...) attraverso la sostanziale conservazione dello status quo dal punto di vista giuridico ed economico: carriera solo per anzianità e uguale per tutti gli insegnanti...». Accusa sacrosanta. E l’ecatombe di candidati alle scuole d’infanzia e alle primarie negli scritti esaminati finora (22,4% di ammessi agli orali: quattro su cinque no) pare l’indizio che la professione di insegnante basata sul vecchio patto non scritto «ti pago poco ma ti chiedo un po’ meno» ha finito per essere «inevitabilmente considerata non una prima scelta da parte dei migliori studenti universitari (fatte salve le eccezioni, che per fortuna non mancano), e anzi da molti una seconda o terza scelta». Ma possiamo, oggi, sopravvivere al degrado d’una scuola sempre più «stipendificio» e sempre meno concentrata sulla crescita degli studenti? «Inutile nascondersi dietro un dito», accusa la rivista: «Finché l’insegnamento non tornerà ad essere una prima scelta mancherà il presupposto principale per tenere alto il livello qualitativo della scuola italiana». Anche al di là delle eventuali magagne nelle selezioni. » da noi «in cima alle preoccupazioni dei decisori politici e sindacali non c’è stata la qualità degli insegnanti, ma il loro consenso politico, guadagnato (...) attraverso la sostanziale conservazione dello status quo dal punto di vista giuridico ed economico: carriera solo per anzianità e uguale per tutti gli insegnanti...». Accusa sacrosanta. E l’ecatombe di candidati alle scuole d’infanzia e alle primarie negli scritti esaminati finora (22,4% di ammessi agli orali: quattro su cinque no) pare l’indizio che la professione di insegnante basata sul vecchio patto non scritto «ti pago poco ma ti chiedo un po’ meno» ha finito per essere «inevitabilmente considerata non una prima scelta da parte dei migliori studenti universitari (fatte salve le eccezioni, che per fortuna non mancano), e anzi da molti una seconda o terza scelta». Ma possiamo, oggi, sopravvivere al degrado d’una scuola sempre più «stipendificio» e sempre meno concentrata sulla crescita degli studenti? «Inutile nascondersi dietro un dito», accusa la rivista: «Finché l’insegnamento non tornerà ad essere una prima scelta mancherà il presupposto principale per tenere alto il livello qualitativo della scuola italiana». Anche al di là delle eventuali magagne nelle selezioni.
    http://www.corriere.it/scuola/16_agos...e90-68a3-11e6-b1b2-f8e89a7ffdaf.shtml
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  2. Il tempo pieno al Sud ancora non esiste: tra le prime dieci province più scoperte solo una (Aosta) è al Nord le altre sono al Sud (Ragusa, Trapani, Teramo, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Campobasso, Catania, Frosinone). In Molise le percentuali di classi con il tempo pieno sono il 7,6%; in Sicilia l’8,1%; in Campania l’11,2% mentre in Lombardia, Toscana e Lazio si supera il 40% (dati “Atlante dell’infanzia”, Save The Children)

    Altra questione: i bambini sotto i tre anni presi in carico dai servizi socio educativi per la prima infanzia sono inesistenti al Sud. In Calabria solo il 2,1%, in Campania il 2,6%. La situazione migliora in Sicilia dove si arriva al 5,5% ma sempre distanti dal 21,8% della Toscana, del 26,8% dell’Emilia Romagna. Senza parlare dell’abbandono scolastico che nonostante gli sforzi degli ultimi anni lascia ancora il Sud, in particolare Sicilia e Calabria, in uno stato di emergenza. A chi pontifica in questi giorni dalla poltrona di un Palazzo o da quella di una redazione basterebbe fare un giro in un quartiere come quello di Danisinni a Palermo per capire: “Qui quelli che arrivano alle superiori si contano sulle dita di una mano”, mi racconta fra Mauro, parroco del quartiere.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...he-mancano-le-cattedre-al-sud/2962346
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  3. In dieci anni perse 65mila matricole, con un calo del 20% dei diplomati che scelgono di continuare gli studi. Colpa della crisi, ma anche dalle scarse prospettive di lavoro che dà la laurea. La contrazione del sistema universitario italiano oltre ad ampliare il divario fra Nord e Sud mina però gravemente il potenziale di crescita del Paese. C'è chi dà la colpa all'aumento delle tasse, all'introduzione del numero chiuso e al taglio dei fondi statali per borse e alloggi, mentre per gli studenti il colpo di grazia è arrivato con la riforma dell'Isee
    http://inchieste.repubblica.it/it/rep..._dall_universita_-130049854/?rss#isee
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  4. conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).

    Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.
    http://corrieredelmezzogiorno.corrier...d16-293b-11e5-a9e7-030a682fda66.shtml
    Tags: , by M. Fioretti (2015-11-11)
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  5. come facciamo ad utilizzare le conoscenze acquisite dalla struttura nei primi anni di innovazione per “trasmettere” il potenziale che le nuove tecnologie offrono alla produzione di maggiore qualità, velocità ed efficienza dei servizi erogati?

    La risposta è partita dalla verifica delle possibilità offerte dal quadro normativo. Abbiamo fatto scoperte incredibili!!! Tutto quello che ci serviva per innovare veramente non solo è previsto dalla norma in maniera chiara ma è addirittura obbligatorio! Quindi potemmo dire che per innovare …..abbiamo applicato le norme.



    Quali sono le normative? E' stato difficile attuarle? Perché altre amministrazioni non riescono né ad innovare né a rispettare la normativa?

    L’innovazione non può essere imposta dalla legge ma per "fare innovazione" c'è bisogno di una previsione normativa adeguata al processo.

    In Italia siamo ormai in presenza di un sistema di norme che impone il passaggio all’Amministrazione Digitale, mi riferisco alla normativa del 2005 del CAD più volte integrato (vedi ultimo decreto sulla semplificazione) ma anche al D.P.R. 445/2000 o addirittura al d.lgs. 39/93!

    C’è un piccolo problema e cioè, come in molti processi top-down, nessuno dei soggetti che doveva attuare la normativa l'aveva chiesta.

    Queste norme impongono interventi di tipo organizzativo molto invasivi, perché richiedono modifiche sia dell'approccio al lavoro sia delle abitudini consolidate.

    Per raggiungere il nostro obiettivo, è stato quindi necessario ridurre questa frattura, evidenziando come rispettando la norma sarebbe migliorato, non a chiacchiere ma concretamente, il lavoro di tutti. Mettere in condizione le persone di provvedere autonomamente all’invio, all'interno di un workflow definito, di un atto digitale via PEC evitando di dover stampare, firmare, far pervenire al protocollo che avrebbe dovuto imbustare, affrancare e consegnare a Poste il documento, ha reso immediatamente apprezzata l’innovazione. Per ognuno di questi atti abbiamo calcolato un risparmio di oltre 10 euro di media che moltiplicato per 50.000 documenti all'anno ha prodotto un risparmio complessivo di oltre 500.000 euro.

    Certo, la fase di avvio poiché non rendeva visibile questa utilità è stata difficile e caricata sulle spalle di pochi pionieri, ma i risultati sono venuti quasi subito e comunque prima che i pionieri perissero! Determinante nella prima fase è stata la forza con la quale l’Amministrazione ed i dirigenti di vertice hanno sostenuto questa innovazione formalizzando un progetto denominato “Trasparenza nei diritti, valore al lavoro” che è stato presentato a cittadini, consiglieri comunali, stakeholders, forze sociali, ordini professionali.

    La nostra esperienza è vincente per una serie di ingredienti che producono un’alchimia fondata su un commitment forte e motivato e sulla capacità di coinvolgere gli attori interni tenendo sempre al centro della nostra attività le loro esigenze reali e quotidiane. La mancanza di questo mix è senz’altro uno degli ostacoli principali all’attuazione di queste innovazioni pur in presenza dello stesso quadro normativo.



    Vista la necessità di committment politico e interesse/passione della struttura, che cosa ti sentiresti di suggerire a un amministratore che ci vuole provare? O a un dirigente?

    All’amministratore, di avere il coraggio di scegliere di cambiare. La nostra esperienza mi porta a dire che la fase più difficile è quella della decisione.

    L’assenza della capacità di decidere è il vero freno dell’innovazione. Parlo di una decisione in una fase pionieristica cioè senza modelli consolidati e quindi senza punti di riferimento, se non quelli dati dalla normativa, bisogna, insomma, avere il coraggio di navigare a vista.
    http://blog.wired.it/codiceaperto/201...la-pa-si-puo-fare-il-sud-insegna.html
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  6. siccome notoriamente i prof sono concentrati al Sud ma le cattedre al Nord c’è il rischio concretissimo che un’insegnante 40-50enne, sposata e con figli (identikit abbastanza tipico nella scuola italiana) debba lasciare la famiglia per andare a lavorare a centinaia di chilometri da casa. È il caso, per esempio, della professoressa Savina Calice, «donna del Sud, madre di due figli adolescenti e un marito con un lavoro in crisi che sta per essere deportata al Nord come insegnante di sostegno», che ha scritto una lettera-appello a Fiorella Mannoia pubblicata sulla sua pagina Facebook .

    La demografia non fa sconti

    Di fronte alle proteste di docenti e sindacati, il ministro Stefania Giannini ha fatto presente che la mobilità è ineliminabile. La demografia non fa sconti. Basti pensare al caso limite della Sicilia: il 14 per cento dei precari italiani viene da lì ma i posti liberi in tutta la regione sono solo il 4 per cento del totale. Verissimo. Ma alla crudeltà dei numeri, si aggiunge un’ingiustizia creata dal complesso meccanismo di assunzioni in più fasi. I più «sfortunati» infatti sono i precari interessati dalla fase B, quelli che dovrebbero accettare le cattedre rimaste vacanti anche a centinaia di chilometri da casa (soprattutto in quelle classi di concorso, come matematica alle medie, che al Nord sono semi vuote quando non esaurite).

    Mentre i colleghi con un punteggio più basso che saranno interessati dalla fase C, quella per i 55 mila posti di potenziamento che partirà a settembre-ottobre dopo che le scuole avranno espresso il loro fabbisogno di docenti «in più», hanno molte più chance di restare vicino a casa proprio perché quelli sono posti aggiuntivi.
    http://www.corriere.it/scuola/medie/1...ca2-3b62-11e5-b627-a24a3fa96566.shtml
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  7. Solo tre diciannovenni su dieci proseguono gli studi dopo le superiori, 22 su cento arrivano alla laurea, tra i 25 e i 34 anni, contro la media Ocse del 39%. Un «ritardo di scolarizzazione», confermato da tutte le più recenti statistiche e che Almalaurea tratteggia nel «Profilo dei laureati 2014», presentato giovedì a Milano, all’università Bicocca. Un’analisi che sottolinea anche una difficoltà nell’inserimento dei neolaureati italiani nel mercato del lavoro che non ha equivalente in altri Paesi e che mette in luce «fenomeni di brain drain crescenti, all’aumentare del livello di istruzione». Le rotte dei «cervelli in fuga» muovono dal Meridione al Nord, dalle regioni settentrionali verso l’estero. Solo il 66% dei laureati resta «stanziale», ossia trova un lavoro nell’area dove ha frequentato l’università. Dal Sud se ne va a 5 anni dalla tesi il 39%, provocando un inevitabile impoverimento di quelle regioni. Mentre dal Nord vanno all’estero, per opportunità oltre che per necessità, il 10% dei laureati. Tra i laureati che migrano verso l’estero il 41% vede molto improbabile il rientro in Italia, cui si aggiunge un ulteriore 39% che lo ritiene poco probabile.
    http://www.corriere.it/scuola/univers...788-0481-11e5-8b0b-0cc2990e0043.shtml
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  8. National economic data always mask regional differences. In Italy, however, they disguise a divide that is deeper than normal (see charts). The country is, in effect, made up of two economies. Take that 2001-13 stagnation. In that period northern and central Italy grew by a slightly less miserable 2%. The economy of the south, meanwhile, atrophied by 7%.

    This is partly because the south grew more slowly than the north before the financial crisis. But the main source of the divergence has been the south’s disastrous performance since then: its economy contracted almost twice as fast as the north’s in 2008-13—by 13% compared with 7%. The mezzogiorno—eight southern regions including the islands of Sardinia and Sicily—has suffered sustained economic contraction for the past seven years. Unicredit, Italy’s biggest bank, expects it to continue this year. The Italian economy is both weaker and stronger than it appears, depending on the part of the country in question
    http://www.economist.com/news/finance...src=scn/tw_ec/a_tale_of_two_economies
    Tags: , , , by M. Fioretti (2015-06-03)
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  9. Un esubero di oltre 100 unità, 42 dei quali precari trimestrali. L’incubo si è materializzato a conclusione dell'incontro, a Roma, tra i rappresentanti di RFI e le segreterie delle federazioni nazionali dei trasporti. Il responsabile della holding del gruppo Fs ha presentato, infatti, il progetto che prevede dal prossimo mese di giugno la dismissione di una nave e l'operatività di un solo mezzo nell'arco delle 24 ore.

    La soppressione dei treni

    Fs ha ufficializzato che a partire dal cambio orario programmato per il 13 giugno saranno soppressi tutti gli intercity giorno-724-728-723-727- e l’intercity notte 784-785, la “continuità territoriale” sarà rappresentata da soli 2 treni notte, un nave che effettuerà 18 corse per i treni rimasti e le merci. Il rappresentante delle Ferrovie ha inoltre precisato che al momento non sono disponibili neanche i 30 milioni per il servizio ex Metromare.
    http://www.gazzettadelsud.it/news/127...edium=facebook&utm_source=twitterfeed
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  10. Ora ad esprimersi contro il Gasdotto Adriatico, ritenendola un' opera del tutto inutile e per niente strategica ai fini dello sviluppo, è il presidente dell'Ordine degli ingegneri della provincia di Lecce, Daniele De Fabrizio, che interviene all'indomani della sollecitazione al Governo da parte dell'amministratore delegato di Snam, Carlo Malacarne, che chiede tempi certi per la realizzazione del progetto.

    “Il Piano Energetico della Puglia – dichiara De Fabrizio – parla chiaro: la nostra regione produce energia in misura tre volte superiore al suo reale fabbisogno. A ciò si aggiungano gli interventi massicci di energia rinnovabile a seguito dei quali abbiamo disseminato il territorio regionale e nazionale di impianti eolici e fotovoltaici e che hanno contribuito a ridurre notevolmente i consumi di gas sia in Italia che in tutto il centro Europa. A fronte di ciò, da tempo qualcuno ci racconta la favola di una grande opera che porterà ricchezza al Salento e al Paese intero. E ce lo racconta una società che ha sede in Svizzera e che non pagherà neppure le tasse in Italia. Possiamo capire, dunque, da dove deriva la necessità di realizzare un gasdotto nel Salento? A chi poterà ricchezza questa infrastruttura, se non alla stessa società titolare del progetto e al Governo centrale? In che cosa consiste la strategicità di Tap?”.

    L' ingegnere, inoltre, sostiene l' incompatibilità del gasdotto (e delle trivellazioni in cerca di petrolio) con l' economia a vocazione turistica del Salento
    http://social.i-sud.it/_P2975
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