mfioretti: islam*

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  1. The dominance of Wahhabism in Saudi public life made conducting business in the country very difficult. It also created sectarian conflict where none had existed in previous centuries. Wahhabism was a practically non-existent fringe idea with no real followers that had never caught on. Oil wealth allowed it to flourish. If Crown Prince Mohammed’s plan is successful, Saudi Arabia will be able to return, as he put it, “to moderate Islam.” This will allow it to get along with its other Muslim neighbors, including Turkey. While the population of Saudi Arabia has mostly resisted Wahhabism, especially the vast majority non-Saudi residents, the elites tolerated and even protected it. As soon as Wahhabism ceases to be protected by the government, it will wither and die like a fungus exposed to the sun. This is a point that many Western observers have completely missed, predicting it will be difficult to disassemble a system imposed on the people for many decades. I disagree. The people are eager to throw off the shackles of Wahhabism and will do so with pleasure.

    The export of Wahhabism has also been very costly for Saudi Arabia and has caused sectarian divisions among Muslims internationally. The death of Wahhabism will also facilitate a truce with Qatar and a rejuvenated GCC.

    The importance of the words of the crown prince cannot be overstated. For the first time ever, Saudi Arabia now has an economic and political future.
    http://www.timesheadline.com/opinion/...ism-means-mid-east-economy-10435.html
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  2. Since Islam instructs followers to pray 5x daily at specific times, I wondered if one could identify devout Muslim hacks solely from their trip data. For drivers that do pray regularly, there are surely difficulties finding a place to park, wash up and pray at the exact time, but in many cases banding near prayer times is quite clear. I plotted a few examples.
    Each image shows fares for one cabbie in 2013. Yellow=active fare (carrying passengers). A minute is 1 pixel wide; a day is 2 pixels tall. Blue stripes indicate the 5 daily prayer start times which vary with the sun’s position throughout the year.
    http://www.theiii.org/index.php/997/u...-data-to-identify-muslim-taxi-drivers
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2017-10-17)
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  3. un uomo come Hafez, che oggi ha 40 anni, è nato, vissuto e cresciuto con una certezza: l’assenza di alternative. “In Siria, nel 2011, ci abbiamo creduto. Non lo nego, anche se oggi mi sento un ingenuo. Ho immaginato che una grande onda si fosse sollevata, che milioni di giovani arabi avessero preso in mano il loro futuro. Lo ricordate il discorso di Obama all’università del Cairo nel 2009? In fondo era quello che ci diceva: non faremo più gli errori del passato, non useremo la forza per la nostra agenda, ma vi sosterremo se ci proverete da soli. E lo abbiamo fatto, facendoci massacrare. Le parole d’ordine sono semplici, forse troppo per voi che siete abituati alla filosofia. Per noi era solo immaginare una vita senza corruzione, dove un lavoro lo trovi se sai fare qualcosa e non se tuo padre è nelle grazie del clan al potere. Dove, in un caffé, puoi dir la tua senza sparire nella notte. Dove le risorse dei paesi arabi non siano il conto privato all’estero di famiglie di satrapi, ritenuti grandi statisti, ma vengano distribuite a tutta la popolazione. Ho fallito ancora: nessuno ha appoggiato la rivoluzione siriana dell’inizio, lasciandola sprofondare in un incubo sanguinoso. Ho deciso che non posso più buttare la mia vita, ho colto l’unica opportunità che mi restava: farmi profugo, farmi esule. Perché altre opportunità non me ne hanno date”.

    Molti ex compagni di Hafez, però, non sono andati via. Tanti di loro sono entrati nelle brigate, Is compreso. “A voi manca un elemento chiave per capire la situazione: il discorso sociale. La matrice religiosa è forte, di sicuro orienta la leadership. Ma state sicuri che è la questione sociale quella che riesce, più di tutto, ad affascinare una generazione intera. Perché di redistribuir ricchezze, nazionalizzare i proventi della vendita delle risorse, dare servizi di base alla popolazione civile parlano solo loro. I discorsi che io, da giovane di sinistra, facevo all’università sono adesso diventata un’agenda in mano ad altri, per il nostro fallimento e per la vostra incapacità di sostenere le forze progressiste, in Siria come altrove. Guardo il mio Paese morire, attraverso una finestra di Malmoe, mi piove dentro. Sento che si prepara la ‘normalizzazione’ di Assad, ponendo l’eterna trappola a quelli come me: o accetti di vivere in una dittatura o sarai in balia del caos, del fondamentalismo e della violenza. Non doveva andare così, non è possibile che sia stata questa l’unica vita possibile”.

    La periferia di Malmoe e la periferia delle grandi città britanniche. Il grigio, forse, come cifra comune. Almeno questo pensava Reyaad Khan, 20 anni, di Cardiff. Morto in battaglia in Siria. “Non capirete mai quel che succede se non riuscite a immaginare, se non vi immedesimate in questa War on terror generation. Bisogna comprendere il trauma profondo generato in chi ha vissuto la sua formazione negli ultimi tredici anni. Immaginate: un quotidiano vilipendio, una costante demonizzazione dei musulmani, che scorre su un nastro di storie che raccontano di morti, distruzioni, violenza pornografica, assenza di speranza. Immaginate che questa sia la vostra adolescenza”. Lo scriveva qualche giorno fa Alyas Karmani, impegnato da anni nel tessuto sociale lacerato delle periferie delle città britanniche, in un bell’articolo pubblicato dal The Independent.
    http://www.glistatigenerali.com/uncat...i-spieghiamo-la-nostra-voglia-di-isis
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  4. “after turning the Balkans into a recruiting center for ISIS/Daesh during the Syria war, now the Americans are turning Albania into a jihad 2.0 state.”

    So what is developing is “the same historical mistake as made by the Albanians of Kosovo, who have 100% linked their future with Camp Bondsteel and would will be instantly re-invaded by Serbia in case NATO or the US leave (which they will, sooner or later, inevitably).

    Meanwhile, the European Union and the Americans, who want to de-radicalize the Wahhabi Muslims of Europe, keep mum about the Iranian jihadis.”

    The “Invisible” Enemy

    So the key piece of the puzzle is the configuration of Albania as the center of Jihad 2.0 — against the Slavs in Macedonia, against Tehran, and also against Ankara. No wonder the chief adviser of the Albanian government, until a few months ago, was a certain Tony Blair.

    But then there is the “invisible” enemy that really matters.
    https://sputniknews.com/columnists/20...54159721-jihad-balkans-next-nightmare
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  5. Chi è davvero Ramadan Alobeidi? Quali implicazioni nell'infernale gioco di specchi libico porta con sé il coinvolgimento dei suoi figli nella strage? Negli archivi dei nostri apparati antiterrorismo, si documenta come l'uomo abbia 52 anni, natali tripolini e appartenenza alla tribù (gli Al Obeidi) di cui porta il cognome e che ha origini e radici nella Libia orientale, nell'area di Al Gubbah. Soprattutto, Ramadan nasce e vive da uomo d'armi. Nella Jamahiriya di Muhammar Gheddafi, è un sergente maggiore dell'esercito regolare, di rigida osservanza religiosa e ideologicamente affine ai gruppi islamisti che coltivano la silenziosa opposizione al regime. Nel 1991, lascia la Libia con la sua famiglia e trova riparo in Arabia Saudita, dove addestra i mujaheddin che combattono in Afghanistan contro il governo di Najibullah che i sovietici hanno lasciato alle loro spalle dopo aver abbandonato Kabul. E' un'esperienza cruciale nella vita di Ramadan. Se è vero che, nel 1992, dopo l'ingresso dei mujaheddin nella capitale afgana, lui si trasferisce in Inghilterra (a Londra prima, a Manchester, poi) per unirsi alle fila della diaspora islamista libica raccolta nel "Libyan Islamic Fighting Group" (LIFG).

    Il rientro in patria E' in questo contesto che lega con Abu Anas Al Libi, che come lui vive a Manchester, e che diventerà la mente delle stragi di Al Qaeda nelle ambasciate Usa di Kenya e Tanzania (1998). E' in questo contesto che allaccia legami con Abdelhakim Belhahj, ex mujaheddin in Afghanistan e vicino a Osama Bin Laden. Proprio quel Abdelhakim che lo convincerà, nel 2008, a fare rientro in Libia e a prendere parte alla guerra civile. Che, soprattutto, è punto di riferimento dei Fratelli Musulmani ed è destinato a diventare l'ago della bilancia, perché rappresentante delle milizie islamiste, nella faticosa e sanguinosa composizione del fragilissimo equilibrio del post-Gheddafi tra il generale Khalifa Belqasim Haftar e Fayez Al Serraj. Caduto Gheddafi, Ramadan Alobeidi entra nel partito Al Umma, il cui leader, Sami Al Saadi, è uno dei capi del "Libyan Fighting Group". Soprattutto si lega al gran Muftì Sadeq Al Ghariani (di cui è in compagnia nella foto che pubblichiamo in questa pagina ndr.), guida spirituale riconosciuta delle milizie islamiste radicali che fanno riferimento ad Abdelhakim Belhahj. Nel 2014 partecipa all'operazione con cui le milizie islamiste riconquistano l'aeroporto internazionale di Tripoli (Salman, suo figlio, arrivato da Manchester per combattere con la famiglia, viene ferito e sarà curato in Turchia) e fonti libiche gli attribuiscono un ruolo anche nella "Bengasi Defence Brigade", l'unità composta da islamisti radicali reduci da due dissolte formazioni combattenti: la "Katiba 17" (finanziata dal Qatar, ed entrata nella storia della rivolta con cui Bengasi si sollevò contro Gheddafi) e "Ansar Al Sharia". Un dettaglio non irrilevante, perché l'11 settembre del 2012, a Bengasi, furono proprio i miliziani di Ansar Al Sharia a dare l'assalto all'ambasciata americana a Bengasi durante il quale sarebbe morto l'ambasciatore Usa Chris Stevens.
    http://www.repubblica.it/esteri/2017/...cchi_degli_007_inglesi-166517235/?rss
    Tags: , , , by M. Fioretti (2017-05-29)
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  6. Globally, all major groups had more births than deaths.
    https://www.weforum.org/agenda/2017/0...ource=twitter.com&utm_campaign=buffer
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  7. In a July 20 speech at Ninestiles school in Birmingham, the British prime minister, David Cameron, said, “We believe in respecting different faiths but also expecting those faiths to support the British way of life. These are British values … Our freedom comes from our Parliamentary democracy.”

    The speech was intended to lay down his administration's strategy for tackling Islamist extremism in the country, but could be construed so as to limit the ability of any religious believer to exercise their freedoms of speech and religion.

    “The government needs to avoid classing anyone who takes their religion or faith seriously, especially Christians, as potentially harmful extremists. Catholics must not be forced to act against their religious conscience either in schools or in the workplaces,” Caroline Farrow, a member of Catholic Voices UK and a columnist for the Catholic Universe newspaper, told CNA July 24.

    She said Cameron, who is leading the anti-extremism push, should remember to protect freedom of speech.

    “He needs to take care that the British way of life does not come to mean that those of a religious persuasion are silenced out of fear.”
    http://www.catholicnewsagency.com/new...CNA+Daily+News%29&utm_term=daily+news
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2017-04-25)
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  8. Nelle fredde città svedesi un terzo della popolazione non ha radici locali, ma è arrivata lì con i flussi migratori (160mila le richieste di asilo nel solo 2015) ed è di fede musulmana. Ad Angered, sobborgo nordoccidentale di Göteborg, la proporzione assume valori ancor più sbalorditivi e non si fatica a constatare che i non indigeni sono oltre il 70 per cento e da quelle parti si respira più malcontento che aria fresca.

    La fin troppo evidente carenza di alloggi e le interminabili attese per trovare un appartamento in affitto nel centro della città indirizzano chi arriva a Göteborg a trovare sistemazione ad Angered, realtà ormai difficile da sorvegliare. Quella fetta di città viene considerata addirittura fuori controllo e paragonata a Scampia o ad altre realtà urbane che la polizia considera in stato di costante emergenza.

    I rappresentanti religiosi cercano di controllare la comunità per garantire il rispetto della sharia. Le intimidazioni alle donne sono all’ordine del giorno e puntano a garantire una stretta ortodossia nell’abbigliamento e nei comportamenti. L’abbandono scolastico per gli “under 15” riguarda i due terzi dei bambini e la disoccupazione è dell’11% (valore stratosferico per gli standard svedesi).
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...lta-e-una-pentola-a-pressione/3507327
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  9. Qasim Rashid, a lawyer in Washington, D.C., went viral on Sunday for giving a white supremacist—and the internet—a much-needed history lesson.

    Rashid gets harassed on the internet by anti-Muslim a-holes on the regular. One of them, who was likely quite proud of this “hot take,” asked him “Where’s the Christian version of ISIS and every other religion then?”

    Rashid replied with thousands of years of receipts known as World History.
    http://alternativemediasyndicate.com/...awyer-no-christian-isis-gets-schooled
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2017-04-06)
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  10. Features
    The Islamic world did liberalise – but then came the first world war
    It seems vital to recall that hopeful century when the lands of Islam engaged lustily with modernity
    Christopher de Bellaigue
    Iran's Crown Prince Abbas Mirza, c.1820. (Photo: Getty)

    Christopher de Bellaigue

    25 February 2017

    9:00 AM

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    I am quite used to people smirking into their sleeves when they hear that I’ve just written a book called The Islamic Enlightenment. The really helpful wags say they expect something along the lines of The Wit and Wisdom of Spiro Agnew, which was billed as a collection of all the memorable aphorisms of the former US vice-president, and contained only blank pages.

    So, the Islamic Enlightenment — good for a laugh. But we’re all familiar with the serious argument that lies behind the jests; that Islam has not been through an Enlightenment, a Reformation, or any of the other rites of passage that have formed our modernity, and that, ergo, Muslims and modernity are strangers. Not just strangers, but enemies: ever since Gutenberg revolutionised mass printing in the 1450s, pushing the West into the modern age, the Muslims have set their face against innovation. And to be fair, when you take into account the fact that it took some 400 years for movable type to come into general use in the Middle East, and that for much of this period the Ottoman authorities punished book-printing with death, is it any wonder that this bleak view of Muslim improvability has acquired the wide acceptance and legitimacy it currently enjoys?

    In fact, rarely has there been a better time to test the belief — widespread in the Trump White House, among Europe’s rising populists, and the Kremlin — that Islamic society is incapable of reforming because it hates progress. Wouldn’t it be awkward if proof were adduced to show that, on the contrary, for long periods in their recent history the central and most influential lands of Islam, having been confronted by dynamic western modernity, embraced that modernity in spades and only lapsed into Islamist recalcitrance after the first world war obliterated them physically and the victorious allies tried to subjugate them politically? But this is what happened in Turkey, Egypt and Iran during the ‘long’ 19th century until 1914.

    A key aspect of Islamic modernisation (in Egypt’s case only until the British invasion of 1882) was that the lands in question acted as free, independent agents. Change was not only driven by royal autocrats like Iran’s Crown Prince Abbas Mirza, who reformed the Persian military during the Napoleonic wars, but also by commoners of vision such as the Egyptian administrator and intellectual Rifaa al-Tahtawi, whose conception of progress accommodated steamships, girls’ education and linguistic reform. Another secular visionary was Ibrahim Sinasi, father of Turkish journalism, who peppered the Ottoman government of the early 1860s with impertinent advice on how to deal with Greek irredentists and poured scorn on reactionaries who opposed the introduction of gaslights in Istanbul (the same innovation had met with the same reaction in Georgian London).

    Islamic society on the eve of the Napoleonic invasion of Egypt in 1798 had indeed been medieval in many ways, its backwardness perpetuated by despotic government, almost universal illiteracy and the clergy’s monopoly over knowledge. Now change came in a rush. The telegraph, the postal service and table manners arrived almost simultaneously, closely followed by the first polite calls for the crowned head to share power. Theatres of anatomy overturned the prophet’s injunction against cutting up corpses (‘though it may have swallowed the most precious pearl’) and there was an increase in religious scepticism; a photograph of an Istanbul medical school around the middle of the century shows a cohort of medics posing in fezzes amid ghoulish arrangements of human remains. As for the plague, quarantine and hygiene did for this mass killer as they had in Europe two centuries earlier, while slavery was first challenged by a ban on the trade itself (insisted upon by those newbie zealots the British), and ultimately condemned by the decline of the harem, shared habitat of eunuchs and concubines.
    http://www.spectator.co.uk/2017/02/th...ise-but-then-came-the-first-world-war
    Tags: , , by M. Fioretti (2017-03-02)
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