mfioretti: gini coefficient*

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  1. Immaginiamo una società divisa in due classi, uguali per popolazione. Chi fa parte della metà povera guadagna 15 mila euro l’anno, chi fa parte del 50% ricco ne guadagna 150 mila. L’economia va bene e quindi dopo qualche anno i redditi migliorano per tutti. Quello della metà povera triplica, a 45 mila euro. Quello dei ricchi, quadruplica, a 600 mila euro. Si tratta di decidere se lo sviluppo è positivo, perché i poveri sono meno poveri; oppure se è negativo, perché la disuguaglianza è cresciuta da un rapporto di dieci a uno a un rapporto di oltre 13 a uno. I liberali scelgono il primo caso. L’esempio continua a rovescio. Immaginate che la stessa società entri invece in una fase di depressione economica e di caduta dei mercati finanziari. I poveri vedono crollare il loro reddito del 50%, a 7.500 euro, i ricchi del 90%, a 15 mila euro. La disuguaglianza è stata ridotta da un rapporto di 10 a uno a un rapporto di due a uno. È positivo o è negativo? I liberali — e le persone di buon senso — rispondono che è negativo.

    La simulazione è illuminante. Spiega che seguire la sirena della contrapposizione uguaglianza/disuguaglianza porta su strade che vanno verso il nulla; con alte probabilità di fallimento, come suggeriscono le esperienze delle società che hanno detto di volerlo fare. Allo stesso tempo, però, fa disperare perché è inutile. Per quanto sia razionale, non convince e non scalda i cuori dei poveri, che dovrebbero essere quelli che più l’apprezzano. Ciò non dipende solo dallo scarto che c’è tra la razionalità e la percezione politica. Dipende dal fatto che questo approccio didattico elude alcune questioni che i liberali non affrontano con abbastanza coraggio. In particolare, il cattivo funzionamento del capitalismo oggi.

    Vero che il capitalismo e la democrazia hanno sempre dato prova di sapersi riformare. Ma ciò non può bastare. Sulla scena del mondo ci sono modelli che si richiamano al capitalismo, ma sono intrisi di ingiustizia, di privilegi, di corruzione. Per esempio quelli cinese e russo. Ma non molto meglio è il capitalismo di relazione che nega il mercato, fondato sull’intreccio tra il capitale dello Stato e quello dei privati privilegiati dai rapporti politici, vivo e vegeto, anche se non sempre dominante, in America e in Europa.

    La Grande Crisi ha portato nelle opinioni pubbliche dell’Occidente una critica profonda del capitalismo. E al centro di essa c’è il tema della disuguaglianza. Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty è diventato il manifesto della negazione del ciclo aperto negli anni Ottanta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Il coefficiente di Gini, un modo per misurare le disuguaglianze, si è trasformato in una formula magica per capire il mondo. Ma la risposta dei liberali è inadeguata.

    Di base, è difficile sostenere che il capitalismo abbia accresciuto la disuguaglianza.

    sono nati i servizi sanitari. L’istruzione si è allargata a dismisura. Gli avanzamenti tecnologici hanno distrutto diseguaglianze in misura impensabile: il telefono, la televisione, internet, le automobili mettono tutti sullo stesso piano. Banalmente, il prêt-à-porter è stato un livellatore sociale portentoso. Lo stesso l’acqua corrente e il bagno in casa. Non entrano nelle statistiche di Piketty, ma l’innovazione sociale — nelle democrazie — e l’innovazione tecnologica sono forze egualitarie che hanno rivoluzionato il mondo e distrutto Downton Abbey.

    le dimensioni della disuguaglianza non sono solo quelle che si misurano in termini di ricchezza, non necessariamente negative. Ci sono anche gli effetti, almeno due importanti, di queste differenze. Uno riguarda il fatto che il patrimonio e l’alto reddito danno accesso a opportunità e potere politico, dai quali è escluso chi ne è privo. L’1% più ricco ha aperta la strada (per i figli) che porta alle università considerate migliori, quelle che a loro volta offrono maggiori opportunità nella vita. E l’istruzione è il veicolo più forte di mobilità sociale: se viene lottizzata o chiusa, diventa uno strumento di ingiustizia. Lo stesso 1% ha accesso diretto o quasi diretto al potere politico, con i privilegi che ciò comporta. Ancora: chi sta ai vertici della piramide della ricchezza quasi sempre è anche al vertice del sistema di governance delle imprese, con intrecci tra i suoi membri che garantiscono retribuzioni incrociate a presidenti e ad amministratori delegati che in numerosi casi vanno al di là della loro capacità di creare ricchezza. Sono le nuove aristocrazie, in questo senso non troppo diverse da Downton Abbey.

    Il secondo effetto importante, e che richiede risposte liberali, è la possibilità che, come alcuni sostengono, la disuguaglianza eccessiva sia un vincolo per la crescita economica e limiti la prosperità potenziale generale.
    http://lettura.corriere.it/debates/le-trappole-delluguaglianza
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  2. The gap between the rich and the poor is at its widest in decades in advanced countries, and inequality is also rising in major emerging markets (Chart 1). It is becoming increasingly clear that these developments have profound economic implications.

    SPR Inequality SDN.chart 1rev

    Earlier IMF work has shown that income inequality is bad for growth and its sustainability. Our new research shows that income distribution itself—not just the level of income inequality—matters for growth.

    Specifically, we find that making the rich richer by one percentage point lowers GDP growth in a country over the next five years by 0.08 percentage points—whereas making the poor and the middle class one percentage point richer can raise GDP growth by as much as 0.38 percentage points (Chart 2). Put simply, boosting the incomes of the poor and the middle class can help raise growth prospects for all.
    http://blog-imfdirect.imf.org/2015/06...-weapon-the-poor-and-the-middle-class
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  3. THORSTEIN VEBLEN, an economist who dabbled in sociology, reckoned that the best-off members of a community established the standards that everyone else followed. Less-well-to-do individuals, he reckoned, tried to emulate the well-off and signal their worth through things like "conspicuous consumption" or "conspicuous leisure".

    In Veblen's day, leisure was a badge of honour. But as we have argued in the past, these days work is rather modish. Hanging around at home is not seen as a sign of success, as it was for Veblen, but a sign of uselessness. Devising whizzy computer code, or solving complex financial problems, now has social status. Such work is also paid really well. All this means that over time, working hard has become cool. The share of college-educated American men regularly working more than 50 hours a week rose from 24% in 1979 to 28% in 2006, but fell for high-school dropouts. Highly educated people take less leisure time than they did fifty years ago.

    All this suggests that as people at the top do better and better, those at the bottom will want to work harder too, in order to emulate them. One study indeed found a "Veblen effect", which showed that as income inequality rose, working hours for the less-well-to-do rose too.

    But a new paper, from two economists at Monash Business School, suggests that the tide may be turning. Using relatively recent data on workers in Australia's six states and two territories, it finds the opposite. As income inequality rose, it finds, Australians decided to work fewer hours. A 1% rise in the Gini coefficient, a measure of economic inequality, ends up resulting in a 0.2% decline in working hours.

    The economists' explanations for this result are not terribly enlightening (indeed, the paper as a whole is written rather badly). But one reason could be a "sour grapes" explanation: income gaps get so large that people lose interest in work altogether, since they know they will never be rich enough. Instead of going out to work, they may sit and relax on their porch all day long instead.
    http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2015/05/working-hours
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  4. Because economic conditions allowed looser fiscal constraints, the rapid growth of the new Child Support Grant, a means-tested social grant that now goes to 11m children under the age of 18, reduced poverty greatly. But because the income gains of the poor were lower than those of the black middle class, income gaps amongst blacks widened. The Gini coefficient of 0.66 amongst black people is even higher than Brazil’s.

    Income inequality within the white population also grew, but for quite a different reason. Most white people now also have higher incomes than at the end of apartheid – though high school fees, medical costs and costs of maintaining security eroded these gains, and white incomes are actually growing relatively slowly.

    Poorer and less well-educated whites were the only clear losers. They lost the job protection they had enjoyed under apartheid, while the value of their social pensions and other grants was reduced when grants were equalised. White inequality has therefore also grown.
    http://theconversation.com/south-afri...onversationedu+%28The+Conversation%29
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  5. Per uscire dalla recessione bisogna ridurre le disuguaglianze: solo così, infatti, ripartono i consumi. Ma questo governo non vuole o non può farlo, anche perché è in ostaggio dei berlusconidi

    Crescita degli indigenti, impoverimento delle classi medie e ulteriore concentrazione di ricchezze in mani sempre meno numerose: questi i mutamenti più vistosi del quadro socio-economico indotti dalla dura crisi degli ultimi anni. E non solo in Italia, dove l'ascensore sociale si è forse più bloccato che altrove. Poiché si tratta di un dato di fatto convengono su questa fotografia della disuguaglianza perfino i liberisti più incalliti, anche se a loro giudizio a questa situazione si potrà porre rimedio solo lasciando che la mano invisibile dei mercati svolga fino in fondo il suo ruolo salvifico di creazione di maggiori risorse da distribuire (poi) fra tutti.

    Contro questa ideologia dominante da decenni in Occidente a poco o nulla sono valse le critiche di economisti di pur rinomata reputazione. Da ultimo il premio Nobel, Joseph Stiglitz, ha colto però un vero e proprio tallone d'Achille della costruzione liberista. Il suo teorema si può sintetizzare così: la crescente disuguaglianza nella ripartizione delle risorse non è soltanto effetto della crisi ma ormai ne è divenuta anche causa di aggravamento. La spiegazione dell'assunto parte da uno dei fattori più critici del momento: la caduta della domanda per consumi su cui si è innestata la frenata degli investimenti in una spirale negativa che toglie spazio vitale anche agli spiriti animali del mercato nella loro spinta alla creazione di maggiore ricchezza. Tutto ciò per la semplice ragione che gli "happy few", pur carichi di soldi, alimentano solo parzialmente i consumi, la cui tenuta o crescita dipende in via prevalente dalla quantità di reddito a disposizione della grande massa di chi ha poco e deve spendere tutto per sopravvivere.

    Per questo teorema Stiglitz non riceverà un altro Nobel: le sue tesi, infatti, non sono poi così originali. Ottant'anni fa aveva imboccato la stessa strada J. M. Keynes nei suoi studi su T. R. Malthus che, ai primi dell'Ottocento, aveva offerto al mondo un'interpretazione lungimirante sul rapporto fra distribuzione della ricchezza e vitalità del circuito consumi-investimenti. Una lezione che calza a pennello per i guai in cui ci si dibatte oggi. Per esempio, a fronte di una crisi esplosa a causa di un'abnorme finanziarizzazione dell'economia, ci si continua a chiedere come sia stata possibile la formazione di bolle speculative sconsiderate sui cosiddetti titoli tossici. La risposta è già in Malthus: quando continua ad accumularsi in poche mani, il denaro si allontana dai consumi produttivi e viene inesorabilmente attratto da impieghi in avventure puramente cartacee. Quindi la disuguaglianza crescente nella ripartizione delle ricchezze è doppiamente responsabile. Dapprima di aver creato i presupposti dei terremoti finanziari che hanno inaridito i flussi verso l'economia reale. Poi - cioè ora - di essere diventata il maggiore ostacolo a una ripresa dei consumi che, trascinando gli investimenti, rimetta in moto il volano della crescita economica. Passaggio sempre più indispensabile sia per aggredire il malessere sociale da mancanza di lavoro sia per rendere più agevole il risanamento delle finanze pubbliche indebitate.
    http://espresso.repubblica.it/dettagl...etta-non-battera-mai-la-crisi/2209057
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  6. L'equazione di Stiglitz rischia di essere il terzo colpo agli assunti della teoria economica dominante ormai vacillanti. Il primo è stato nei mesi scorsi quello che ha messo in crisi il «dogma» dell' austerità: l' Fmi ha infatti calcolato che il taglio del deficit di 1 può ridurre il Pil di 2 e non solo – come si credeva fino ad oggi – di mezzo punto. L' altro colpo mancino è stato quello che ha smontato, smascherando un errore «Excel», la teoria del debito di Rogoff e Reinhard secondo la quale oltre il 90 per cento nel rapporto con il Pil porta inevitabilmente alla recessione.

    Ma il nuovo assalto di Stiglitz rischia di essere ancora più pericoloso rispetto alle tesi dello status quo economico. La diseguaglianza infatti per il premio Nobel, fiacca fino ad uccidere il Pil, non solo per via della caduta dei consumi ma anche perché il sistema è «inefficiente» se prevalgono rendite e monopoli. «Spesso la caccia alla rendita – concludono Stiglitz e Gallegati – comporta un vero spreco di risorse che riduce la produttività e il benessere del paese».
    http://temi.repubblica.it/micromega-o...2og.likes%22%7D&action_ref_map=%5B%5D
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  7. large numbers of young men competing for dominance elevate local rates of violence, homicide and lawlessness. Martin Daly and Margo Wilson's studies show that local income inequality can explain variation in homicide rates on a number of scales: from Chicago neighborhoods to American States and Canadian provinces.

    Throughout history, a surplus of young men often heralded violence. The American frontier earned its "Wild West" reputation for lawlessness because its towns overflowed with men, yet marriageable women were vanishingly rare. In The Chivalrous Society, historian Georges Duby argued that European expansionism, from the Crusades to colonialism, was fueled by a surplus of ambitious and aggressive young men with otherwise poor reproductive prospects.

    China is already feeling the effects of so many bare branches. The economist Lena Edlund estimates that every one percent increase in the sex ratio results in a six percent increase in the rates of violent and property crime. In addition, the parts of China with the most male-biased sex ratios are experiencing a variety of other maladies, all tied to the presence of too many young men. Gambling, alcohol and drug abuse, kidnapping and trafficking of women are rising steeply in China.

    The bare branch problem will be compounded as income inequality rises. China's Gini coefficient of income inequality has risen from less than 0.3, 25 years ago, to almost 0.5 today. On the Gini scale, 0 represents perfect equality while a score of 1 represents complete inequality.
    http://edition.cnn.com/2012/11/14/opi...one-child-brooks/index.html?hpt=hp_c3
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