mfioretti: geopolitica*

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  1. La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele sottende due messaggi concreti e due strumentali.

    Sul piano fattuale, conferma la strategia elettorale della Casa Bianca. Contrario o incapace di allargare il suo elettorato, in vista del 2020 Trump punta a rendere maggiormente profonda e fedele la propria base. Specie la destra religiosa, assai legata a Israele e spesso decisiva nel fronte repubblicano.

    Quindi intende smascherare la fragilità delle potenze antagoniste. A fronte di una narrazione internazionale per cui Russia e Iran sarebbero diventati gli egemoni della regione, con questa mossa unilaterale e autoreferenziale l’amministrazione Usa dimostra l’incapacità altrui di influenzarne o di neutralizzarne l’azione.

    Sul piano propagandistico, invece, annunciando il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, Washington promette al governo israeliano di rendere nuovamente prioritaria la relazione bilaterale. Promessa impossibile da mantenere, poiché nei calcoli statunitensi il Medio Oriente è da tempo scaduto di rilevanza.

    Infine, la Casa Bianca prova a convincere il fronte palestinese che, incassato un risultato tanto suggestivo, ora gli israeliani sarebbero disposti a riavviare il processo di pace e a tollerare significative concessioni in favore dei loro interlocutori. Prospettiva altrettanto irrealizzabile, eppure utile per ammantare di retorica una decisione puramente utilitaristica.
    http://www.limesonline.com/consenso-e...a-perche-trump-usa-gerusalemme/103460
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  2. Traduzione: truppe schierate in modo permanente sul proprio suolo. Gli Usa offrono un battaglione per ogni Stato baltico (Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia) che ruoti ogni 6 mesi (“permanent presence“, non “permanent basing” è la vulgata ufficiale). E sono pronti a metterne sul piatto due dei loro, ma gli altri membri della Nato non brillano per iniziativa.

    Nel frattempo, Mosca non sta a guardare e sta realizzando una grande base (il lotto occupato dai militari misura 142 ettari) a Klintsy, a 50 chilometri dal confine ucraino, prima conseguenza tangibile dell’annuncio del ministro della Difesa Shoigu della formazione 3 nuove divisioni da schierare nella Russia occidentale.

    Non potendosi scontrare direttamente, Cremlino e Occidente si sfidano di volta in volta su un terreno diverso. Come avvenuto sotto i mari, dominio nel quale Mosca sta puntando per testare (facendosene beffe) le difese antisommergibile dei rivali a ovest, nonché mettere in discussione il predominio anglosassone sui mari.

    La militarizzazione della linea dell’Intermarium è ormai completa. L’Alleanza atlantica si esercita perfino in Georgia, il Mar Nero è solcato da navi Usa e al centro della pianificazione strategica di Washington, nel Baltico e nel Mar del Nord proseguono le incursioni e le provocazioni aeree di velivoli russi.

    Ogni mossa di una parte viene interpretata dall’altra non come deterrenza ma come provocazione, obbligando i contendenti a far salire di livello la successiva risposta. L’esatta dinamica dell’escalation.

    Tanto furoreggia il sabba militarista sull’Intermarium che la disponibilità tedesca a svolgere un più attivo ruolo militare non solo non passa inosservata ma viene pure incoraggiata. Berlino ha infatti deciso di incrementare spesa per la Difesa e numero di truppe per la prima volta dalla seconda guerra mondiale e sta pensando di assumere il comando del personale Nato da ruotare in Lituania.
    http://www.limesonline.com/lanakonda-...lla-nato-alle-porte-di-russia-2/92401
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  3. E’ quindi essenziale per de Castries, “costruire una unione politica e fiscale e trasformare la Bce in una banca prestatrice di ultima istanza”. L’ostacolo contro cui si infrange questo ragionamento, ovvero il vero elemento di novità nella crisi persistente dell’Europa, è che non è più solo il Sud Europa a soffrire la pressione delle politiche europee, ma anche il Nord Europa guidato dal blocco tedesco, il quale inizia anch’esso a mostrare segni sempre più palesi di insofferenza verso l’Unione, e la conferma di questa tendenza ci viene proprio dalle ultime elezioni tedesche che hanno premiato il partito anti-UE, Alternative Für Deutschland .

    Non regge nemmeno più la spiegazione offerta dall’establishment europeo che attribuisce la colpa della situazione alla mancanza delle riforme strutturali che, se realizzate, consentirebbero una volta per tutte di guadagnare quell’auspicata crescita economica che fino ad ora è stato impossibile ottenere. Se si legge l’ultimo contributo di Vitor Constâncio, vice-presidente Bce, si troverà una spiegazione chiara dell’inefficacia delle riforme strutturali rispetto alla crescita economica e alla mancata ripresa dell’inflazione, dal momento che queste portano con sé una riduzione dei salari e conseguentemente nessuno vero stimolo alla crescita dei prezzi. Le politiche dal lato dell’offerta non sortiscono alcun risultato e l’effetto Pigou, tanto caro agli economisti classici, non trova nessun riscontro con l’economia reale. Cosa aspettarsi dunque dal persistere di questa situazione? Se c’è disaccordo con il professor Monti sulle cause della crisi europea, altrettanto non può dirsi degli effetti. L’Ue è destinata al crollo, ed è questa certamente una considerazione di buon senso. L’edificio europeo non è stato costruito per durare nel tempo, o per assicurare la pace tra i popoli europei. Esso è stato pensato per perseguire gli interessi tedeschi, e in minor misura quelli francesi
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...osto-agli-stati-uniti-deuropa/2557150
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  4. «È stata una decisione ragionata e a pensarci bene neppure sorprendente — spiega Fyodor Lukyanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs —, Putin aveva detto sin dall’inizio che la missione sarebbe stata limitata nel tempo. Voleva evitare uno scenario libico, che la caduta di Assad avrebbe prodotto, e c’è riuscito. Voleva cambiare la percezione esterna della Russia come potenza in declino, che l’avventura Ucraina sembrava confermare, uscendo dall’isolamento e ponendosi come attore imprescindibile nella soluzione delle crisi mediorientali. Anche qui è riuscito. E infine voleva dimostrare non solo la capacità ma anche la volontà di usare la forza in uno scenario esterno, marcando una differenza con gli Stati Uniti, in questa fase riluttanti a impegnarsi militarmente». Da questo punto di vista, secondo Lukyanov, «Putin ha scelto il momento ottimale».

    Di tutti gli obiettivi non espliciti, la «resurrezione dall’oblio della cooperazione tra Russia e Stati Uniti», o se si vuole «la rinascita del formato bipolare», era quella che più stava a cuore a Vladimir Vladimirovich, che vorrebbe fare della Siria una sorta di benchmark per i rapporti con Washington e un modello da seguire anche in altre aree, a cominciare dall’Ucraina. Ma se l’intensificazione del dialogo sembra validarlo, ormai gli incontri tra Lavrov e Kerry o le telefonate tra Putin e Obama sono routine, secondo Frolov «siamo molto lontani da una nuova Yalta».

    Messaggio ad Assad

    È vero però che la mossa di Putin apre nuovi scenari dentro e fuori la Siria. All’interno indica una soluzione negoziata della guerra civile come l’unica praticabile. «Con la decisione di intervenire, Putin aveva mandato alle opposizioni un forte segnale che la via della vittoria militare era loro preclusa. Ma decidendo di ridimensionare il suo impegno, dice ad Assad la stessa cosa», spiega Lukyanov, secondo il quale il vero interesse del Cremlino «non era tanto di tenere in piedi il dittatore, quanto salvaguardare la Siria come entità statale». È un fatto che Mosca abbia criticato con forza le uscite recenti di Assad
    http://www.corriere.it/esteri/16_marz...832-ebb6-11e5-bd81-e841f592bd45.shtml
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  5. I casi descritti sono solamente le punte più visibili di una rete assolutamente onnipresente che occupa tutti i nodi decisionali delle politiche europee, soprattutto le politiche economiche e finanziarie. Questo strapotere è ormai senza contrappesi, visto che il tradizionale bilanciamento fra Francia e Germania si è dissolto con la progressiva sparizione dei francesi dai posi chiave delle amministrazioni comunitarie. Questa asimmetria non è passata inosservata ai politici francesi, che se ne sono preoccupati in ritardo. Il magazine online Politico.eu ci informa in un interessante articolo, intitolato proustianamente Alla ricerca dell’influenza francese perduta, del fatto che Christophe Caresche e Pierre Lequillier, due parlamentari francesi rispettivamente di maggioranza e opposizione, hanno dedicato a questo tema preoccupante un rapporto di oltre cento pagine, che indaga le ragioni del progressivo indebolimento della Francia in “Europa”. I motivi sono diversificati e tutti però difficilmente contrastabili nel breve periodo: si va dall’allargamento a Est dell’Unione, fortissimamente voluto dalla Germania anche per crearsi una rete di stati vassalli che le consentissero di alterare i rapporti di forza nelle varie sedi europee, al mancato ricambio dei rappresentanti francesi, determinato dalla progressiva perdita di interesse delle élite francesi per le carriere europee. Un processo, quest’ultimo, degenerativo, perché naturalmente il prestigio delle cariche a Bruxelles diminuisce (e rende queste cariche meno attraenti) quanto più queste cariche diventano subalterne alla Germania (cosa che fatalmente avviene se le forze migliori degli altri paesi non vengono indirizzate verso i luoghi del potere europeo).

    La Germania si trova così a godere di uno strapotere senza precedenti nella storia dell’Unione europea, strapotere che, naturalmente, va anche a suo merito. Arrivare a questo punto richiede anni se non decenni di lavoro costante da parte di un paese per “coltivare” e piazzare al momento giusto una propria classe dirigente che sia fedele agli interessi nazionali, anche a costo di calpestare quelli comunitari, come è sempre più evidente. Tuttavia così come costruire una rete del genere per piegare la macchina burocratica europea ai propri interessi nazionali è un processo molto lento, che richiede impegno costante, anche un’ipotetica inversione di rotta lo sarà, se e quando altri paesi proveranno a farlo. Non è l’Unione sognata da chi credeva nell’integrazione europea, ma è la realtà a cui siamo arrivati.

    Come insegna l’esperienza britannica, anche nell’ipotesi di un governo euroscettico, per ottenere qualsiasi cosa nelle relazioni con Bruxelles è fondamentale avere una rete ampia e efficace, essere più preparati degli altri e saper anticipare tutte le questioni di importanza strategica. Il governo italiano, così come i precedenti, sembra tragicamente impreparato per perseguire qualunque strategia che non sia una totale sottomissione. D’altra parte, come il nostro breve e non esaustivo inventario dimostra, e come l’analisi di Politico.eu conferma, cercare alleanze in questo momento servirebbe veramente a poco, dato che l’unico paese mediterraneo di un certo spessore sullo scacchiere europeo, vale a dire la Francia, si dimostra, alla prova dei fatti, sostanzialmente subalterno agli interessi tedeschi, o comunque incapace, per abbandono di campo, di contrastarli e di cercare una mediazione efficiente nelle sedi europee.

    Dobbiamo quindi concludere amaramente che chi rimprovera al governo Renzi di non aver tessuto una rete di alleanze prima di cominciare ad affermare il diritto del nostro paese a un pari trattamento nelle sedi europee, gli rimprovera una cosa che alla prova dei fatti sarebbe ormai sostanzialmente inutile. Nessuna alleanza sarebbe infatti in grado di riequilibrare in tempi sufficientemente rapidi la profonda asimmetria che si è venuta costituendo lungo almeno tre decenni nella mappa del potere europeo.
    http://www.asimmetrie.org/opinions/la-mappa-asimmetrica-del-potere-europeo
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  6. Prevedo scossoni a breve sullo scenario internazionale. E scossoni di un certo livello, a partire dallo Yemen e dall’armata Brancaleone di eserciti arabi capeggiati dall’Arabia Saudita che dovrebbe combattere il terrorismo, non solo quello dell’Isis in Siria e Iraq. La strategia di Ryad, infatti, è miseramente fallita: la Russia, pur fiaccata dalle sanzioni occidentali, ha trovato nella Cina non solo un partner politico ma anche uno sbocco commerciale di primaria importanza, energia in testa

    ci mostra come grazie all’anticipo del pagamento da parte di Pechino del mega-contratto di fornitura, le aziende petrolifere russe hanno garantito ai loro obbligazionisti dei returns a fronte del nulla generale nei mercati emergenti, è di ieri la notizia che per la terza volta quest’anno la Russia ha superato l’Arabia Saudita come fornitore di greggio alla Cina, 949.925 barili a novembre contro gli 886.950 di Ryad nello stesso periodo

    Per l’Arabia, la quale sta già pagando un prezzo altissimo alle basse quotazioni del greggio, avendo un deficit pari al 20% del Pil, questa connection sempre più stretta tra Mosca e Pechino rappresenta una minaccia anche geopolitica, essendo la Russia alleata dell’asse sciita in Medio Oriente. Certo, Ryad sta vendendo a sconto il suo greggio sul mercato europeo, utilizzando i porti polacchi come choke-point ma questo potrebbe solo esacerbare i rapporti già tesi con la Russia, a lungo andare. Insomma, la strategia saudita di abbassare al massimo i prezzi, pompando la produzioni Opec quasi agli estremi, non è servita, anzi si è rivelata auto-lesionista
    http://unaliraperlitalia.altervista.org/blog/2015/12/22/7053
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  7. Da quando il Muro di Berlino le è crollato addosso, sconvolgendone i disegni archimedei e resuscitando gli spettri del 1870 e del 1940, la geopolitica europea di Parigi si muove nella logica di limitare i danni. L’Europa come Grande Francia è impensabile. Tocca almeno evitare che si configuri come Grande Germania. Se la potenza economica tedesca e la sua cultura fiscale continuassero a dettare i compiti al resto dell’Unione Europea – a ciò che ne resta – prima o poi l’alchimia geoeconomica produrrebbe il disastro geopolitico: il collasso dell’architettura concepita da Monnet e Schuman, o il dominio tedesco sul continente.

    se lo scopo di Mitterrand a Maastricht era di sottrarre ai tedeschi moneta (marco) e banca centrale europea di fatto (Bundesbank), sciogliendoli nella cogestione europea, le contromosse tedesche, da Kohl a Merkel, hanno mirato a conformare l’Eurozona alla propria cultura geoeconomica e monetaria, per cui austerità e inflazione prossima allo zero stanno a fondamento della crescita. Quanto meno della propria.



    Risultato: i paesi dell’Eurozona più afflitti dalla crisi sono spinti verso il baratro della deflazione, in modo che Germania e satelliti possano contenere l’inflazione attorno al 2%. «Questa non è un’unione monetaria. È molto più simile a un impero»: la sentenza di Martin Wolf, influente editorialista del Financial Times, esprime il senso comune del resto d’Europa, Francia in testa…”
    http://www.limesonline.com/lincubo-di-mitterrand-e-non-solo-3/35645
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  8. L’Europa tedesca è altrettanto realistica dell’acqua secca o del legno ferroso. Lo conferma la tragedia greca, di cui stiamo sperimentando solo le prime battute.

    Pur di preservare la sua stabilità la Germania ha esportato instabilità nel resto d’Europa, a cominciare dalla periferia mediterranea. Sotto il profilo economico e monetario, propugnando una ricetta unica – la propria – per contesti radicalmente diversi, sicché senza le pressioni americane e il pragmatismo di Mario Draghi l’Eurozona sarebbe già saltata da tempo sotto i colpi dell’austerità.

    Sotto il profilo geopolitico, rifiutandosi di assumere ogni responsabilità nelle crisi del Mediterraneo e lasciando che lo scontro sull’Ucraina fosse appaltato ai baltici, per i quali la distruzione della Russia è obiettivo appetibile. E adesso lasciando andare Atene alla deriva.

    Smottamento economico, sociale e geopolitico che infragilisce l’euro e completa la destabilizzazione delle nostre frontiere mediterranee dopo la disintegrazione della Jugoslavia (incentivata dalla coppia austro-tedesca) e della Libia (follia franco-britannica), per tacere del Levante in fiamme e del solipsismo turco.

    Certo, il cuore tedesco del Vecchio Continente tiene. Ma al prezzo della liquidazione dell’idea stessa di Europa.

    La galoppante deriva europea nasce da un equivoco. Caduto il Muro, francesi, italiani ed altri soci comunitari si convinsero che l’ora dell’Europa americana (e sovietica) fosse finita: toccava finalmente all’Europa europea. Per questo convincemmo i più che riluttanti tedeschi a scambiare il marco con l’euro e a diluire la Bundesbank nella Banca centrale europea, in cambio della nostra altrettanto insincera benedizione all’unificazione delle due Germanie.



    Nel giro di pochi anni, la forza economica della Germania e la somma delle debolezze altrui finirono per germanizzare l’euro. Ma l’egemonia tedesca si è fermata alla politica economica e monetaria. Anche qui mostrando la corda delle sue fissazioni ordoliberiste. Nella tempesta scatenata 7 anni fa dalle dissennatezze della finanza privata americana, Berlino ha reagito infliggendo ai partner lezioni di ortodossia rigoristica dal forte retrosapore ideologico. L’austerità come bene in sé, sempre e dovunque. Come scrive Hans Kundnani, direttore delle ricerche all’European Council on Foreign Relations, nel suo The Paradox of German Power di prossima pubblicazione presso Mondadori, l’instabilità diffusa dalla Germania in Europa è figlia di «una nuova forma di nazionalismo tedesco, basato sulle esportazioni, sull’idea di ‘pace’ e sul rinnovato sentimento della ‘missione’ germanica».

    Qui emergono anche le nostre responsabilità. Dalla paura della strapotenza tedesca che obnubilava François Mitterrand, Margaret Thatcher e Giulio Andreotti, siamo scivolati verso una sterile corrività verso il presunto egemone. Sterile perché abbiamo pensato che ai tedeschi bastasse qualche scappellamento retorico per considerare le “cicale” mediterranee degne di appartenere all’Euronucleo – la moneta delle “formiche” evocata da Wolfgang Schaeuble nel 1994, cui l’attuale superministro delle Finanze non ha mai cessato di pensare.



    Insieme, restiamo sufficientemente corrivi da rinunciare a ridisegnare l’unione monetaria in nome di un’idea politica di Europa, così condannandoci alla marginalità nel farraginoso processo decisionale comunitario. Francia compresa, perché fin troppo consapevole della sua vulnerabilità sui mercati finanziari, nel momento in cui osasse smarcarsi dall’ombra lunga della Germania.



    Sui funesti errori che hanno portato la Grecia nel burrone dal quale difficilmente potrà riemergere nei prossimi anni, inutile diffonderci. Troppi, troppo evidenti, troppo ripetuti. Purché questo non diventi un alibi per accomodarci alla deriva greca (e cipriota) verso lidi mediorientali o russo-ortodossi. L’impresa sarà improbabile, ma vale la pena tentarla.
    http://www.limesonline.com/rubrica/se...ttare-legge-alla-grecia-e-alleurozona
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  9. La piccola repubblica del Caucaso ospita i primi Giochi Europei ma si trova in Asia. Tra Islam e Occidente, tra Putin e la Ue. Bruxelles l'ha scelta come nuovo alleato chiudendo gli occhi sui diritti umani calpestati. Parlano gli avvocati e i familiari degli attivisti finiti in carcere
    http://espresso.repubblica.it/attuali...hi-olimpici-europei-1.215953?ref=twhe
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  10. per la Santa Sede, Putin rimane un interlocutore inevitabile, e ritenuto prezioso, per arginare il terrorismo islamico in Medio Oriente, e non solo. Per questo, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, del governo di Kiev e di un’Europa riluttante, il Vaticano continua a non schierarsi contro la Russia sulla questione ucraina.

    L’arcivescovo Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica a Kiev, ha tentato inutilmente di indurre la Santa Sede a pronunciarsi contro Putin. E se qualcuno fosse capitato il 12 maggio all’International institute for strategic studies di Londra, avrebbe ricevuto la conferma di un Vaticano ancorato all’Occidente, ma non disposto a schiacciarsi pregiudizialmente sulla sua politica estera. Parlando ad una quarantina di analisti della strategia della Santa Sede, il nunzio in Gran Bretagna monsignor Antonio Mennini, in passato «ambasciatore» a Mosca per otto anni, ha ricordato che il Papa non ha mai definito Putin un aggressore.
    Sono riflessi di una corrente fortemente maggioritaria all’interno del Vaticano.

    L’assillo vaticano è di scongiurare che una nuova guerra fredda tra Usa e Russia blocchi la distensione tra mondo cattolico e ortodosso; spacchi quello ortodosso tra filo e anti-russi; e alla fine diventi guerra fredda religiosa. La visione ripresa da Jorge Mario Bergoglio è quella di Giovanni Paolo II, secondo il quale l’Europa per respirare bene doveva avere «due polmoni: uno orientale e uno occidentale».

    Sotto voce, in Vaticano si spiega che la vera mossa vincente di Putin sarebbe quella di convincere il patriarca Ilarione a invitare Francesco a Mosca. Significherebbe bloccare la deriva conflittuale; e favorire la riconciliazione religiosa. Il patriarca verrà a Roma intorno al 20 giugno per incontrare il cardinale Parolin, ma non si esclude anche un colloquio con Francesco. Finora, le difficoltà per una visita del Papa in Russia si sono rivelate insormontabili per la competizione all’interno del mondo ortodosso, e per le diffidenze storiche nei confronti del cattolicesimo: anche se Francesco sarebbe pronto a concedere molto all’ortodossia di Mosca.
    http://www.corriere.it/esteri/15_giug...6a0-0e70-11e5-89f7-3e9b1062ea42.shtml
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