mfioretti: gender non esiste*

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  1. Niente sesso, siamo inglesi. Nel senso che nel prossimo censimento nazionale, previsto per il 2021, non sarà più obbligatorio barrare la casella «maschio» o «femmina»: e questo per non urtare la sensibilità di persone transgender o che non si identificano in una scelta binaria. In un recente rapporto, l’Ufficio per le Statistiche Nazionali ha sostenuto che la richiesta di indicare il sesso era «irrilevante, inaccettabile o intrusiva, particolarmente nei confronti dei partecipanti trans»: dunque la domanda «non dovrebbe essere obbligatoria, a beneficio delle persone intersex o non-binarie che non sono in grado di scegliere tra maschio e femmina».

    Femministe in rivolta

    Ma la proposta ha suscitato la protesta delle femministe, che vi hanno visto un tentativo di eliminare la presenza femminile. La scrittrice Germaine Greer ha argomentato: «Sono stanca e nauseata da tutto questo. Continuiamo a sostenere che le donne hanno conquistato tutto quello che c’era da conquistare. Ma non hanno conquistato neppure il diritto a esistere». E l’attivista Stephanie Davies-Arai ha aggiunto: «Il sesso biologico delle donne viene cancellato e questo mi spaventa. Una volta che smetti di raccogliere informazioni, tutto si distorce per le donne».
    In effetti, col nuovo sistema non sarà più possibile sapere quante donne e uomini vivono in Gran Bretagna. Già la domanda sull’appartenenza religiosa è facoltativa e nello scorso censimento quattro milioni di persone non hanno risposto. Mentre rifiutarsi del tutto di compilare il questionario o dare informazioni false è considerato un reato.
    http://www.corriere.it/esteri/17_otto...316-ac16-11e7-b229-0974b7f57cc3.shtml
    Tags: , , , by M. Fioretti (2017-10-12)
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  2. Not all ideas are the same, and not all conversations about ideas even have basic legitimacy

    I need to be very clear here: not only was nearly everything you said in that document wrong, the fact that you did that has caused significant harm to people across this company, and to the company’s entire ability to function. And being aware of that kind of consequence is also part of your job, as in fact it would be at pretty much any other job. I am no longer even at the company and I’ve had to spend half of the past day talking to people and cleaning up the mess you’ve made. I can’t even imagine how much time and emotional energy has been sunk into this, not to mention reputational harm more broadly.

    And as for its impact on you: Do you understand that at this point, I could not in good conscience assign anyone to work with you? I certainly couldn’t assign any women to deal with this, a good number of the people you might have to work with may simply punch you in the face, and even if there were a group of like-minded individuals I could put you with, nobody would be able to collaborate with them. You have just created a textbook hostile workplace environment.

    If you hadn’t written this manifesto, then maybe we’d be having a conversation about the skills you need to learn to not be blocked in your career — which are precisely the ones you described as “female skills.” But we are having a totally different conversation now. It doesn’t matter how good you are at writing code; there are plenty of other people who can do that. The negative impact on your colleagues you have created by your actions outweighs that tremendously.

    You talked about a need for discussion about ideas; you need to learn the difference between “I think we should adopt Go as our primary language” and “I think one-third of my colleagues are either biologically unsuited to do their jobs, or if not are exceptions and should be suspected of such until they can prove otherwise to each and every person’s satisfaction.” Not all ideas are the same, and not all conversations about ideas even have basic legitimacy.
    https://medium.com/@yonatanzunger/so-...-this-googlers-manifesto-1e3773ed1788
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  3. Semplificando si può dire che oggi ci sono due scuole di pensiero sul 'gender', che a loro volta presentano diversificazioni interne. Nella prima – essenzialista – si opera un passaggio diretto dall’anatomico all’ontologico (le caratteristiche corporee esprimonol’essenza della differenza di genere, ricavabile da esse); è un approccio scientista-positivista, ma anche quella dei primi gender studies femministi, con la tendenza a una visione scissa della sessualità, che alimenta un dualismo contrappositivo e competitivo tra maschile e femminile.

    L a seconda –culturalista-costruttivista – insiste sul 'gender' come costruzione sociale, e presenta in realtà due varianti. Una versione moderata, che sottolinea il ruolo della rielaborazione culturale del dato biologico, e una radicale – oggi prevalente – secondo la quale la natura non conta e vale solo il discorso sociale e la scelta individuale (posizione che tende all’astrazione del 'neutro'). Oggi il dibattito sul 'gender' è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna però cadere nell’errore della 'cattiva sineddoche': prendere una parte del dibattito, la più discutibile, come il tutto e buttare il bambino con l’acqua sporca. In realtà la battaglia ideologica sul 'gender' (perché una componente ideologica è innegabile) si combatte più a colpi di diritto che di teorie che la giustifichino. Persino Judith Butler (con la quale peraltro molte sono le ragioni di dissenso), autrice del celebre Questioni di genere, ha affermato di recente che «il sesso biologico esiste, eccome. Non è né una finzione, né una menzogna, né un’illusione. Ciò che rispondo, più semplicemente, è che la sua definizione necessita di un linguaggio e di un quadro di comprensione (...). Noi non intratteniamo mai una relazione immediata, trasparente, innegabile con il sesso biologico. Ci appelliamo invece sempre a determinati ordini discorsivi, ed è proprio questoaspetto che mi interessa». Di 'gender', dunque, non solo si può, ma si deve parlare. Perché l’essere umano non è solo biologico, né dato una volta per tutte al momento della nascita.

    L’identità non è solo espressiva (tiro fuori ciò che già sono) ma relazionale. Non solo biologica, ma simbolica. Dire che semplicemente uomini e donne si nasce, o che semplicemente lo si diventa, è contrapporre due verità che invece stanno insieme: uomini e donne si nasce e si diventa. E in questo processo, che dura tutta la vita, contano tanti aspetti: la storia, la cultura, la religione, l’educazione, i modelli, le vicende personali, l’essere situati in un tempo, uno spazio, un corpo. In ogni caso, non c’è mai un’aderenza totale e senza resto tra il nostro essere biologico e il nostro essere umani. In questo l’uomo è diverso dall’animale: alla certezza meccanica dell’istinto corrisponde nell’uomo l’incertezza non garantita della libertà e della responsabilità. Il dibattito su come ci riappropriamo (o non riusciamo a riappropriarci) delle nostre caratteristiche anatomiche, e quanto il contesto ci sostiene, ci ostacola, ci indirizza, ci offre le categorie è non solo legittimo ma doveroso.

    La forma che ha preso oggi il dibattito sul gender, nella sua punta estrema, commette un errore epistemologico grave, sovrapponendo elementi molto diversi tra loro: in particolare facendo coincidere universalismo e astrazione da una lato, e non-discriminazione ed equivalenza dall’altro, e rivelando così un problema con l’alterità concreta, che si traduce in una cancellazione, di fatto, della dignità delle differenze. Non a caso le nuove forme di educazione spingono alla promozione del 'neutro', che è appunto la cancellazione delle differenze, una forma di discriminazione violenta contro la concretezza del reale, rimosso in nome di una normatività procedurale e astratta. A questo si collega un altro dei problemi della contemporaneità: il demandare al piano giuridico ciò che andrebbe prima affrontato a livello culturale. Poiché non ci si riesce a mettere d’accordo su cosa significa essere umani oggi, sui contenuti profondi che ci riguardano, si spostano le decisioni sul piano astratto delle procedure, come se fosse neutro dal punto di vista valoriale. Ma l’astrazione non garantisce affatto la neutralità, e, di fatto, il legislatore finisce col ratificare e rendere normativo il caso particolare. Quindi si dovrebbe parlare oggi di 'ideologia giuridica' come minaccia effettiva alla libertà delle nostre scelte, educative prima di tutto. Una deriva legata ai processi di tecnicizzazione che, nell’illusione di garantire la vita collettiva dall’arbitrio delle posizioni di valore, impongono senza nemmeno rendersene conto i valori che li impregnano (efficientismo, fattibilità, controllo, individualizzazione, assenza di senso del limite...). Un’ideologia che si salda in modo perfettamente funzionale, rafforzandolo, con l’individualismo radicale del pensiero contemporaneo mainstream, e con lo strapotere dei sistemi tecnoeconomici, ai quali fa buon gioco raccontare la favola della 'sovranità dell’io', che ha ben pochi riscontri nella realtà.

    A fronte di una 'idolatria dell’io' che, come riconosceva Hannah Arendt, a partire dalla modernità ha preferito scambiare ciò che ha ricevuto come un dono con qualcosa che ha fabbricato con le proprie mani, un discorso sul 'gender' oggi dovrebbe uscire dall’opposizione natura-cultura (siamo naturali e culturali in quanto umani) e spostarsi sul piano simbolico. Contro l’illusione idolatrica e tecnocratica di trovare il termine che esprime esattamente, senza resto, ogni sfumatura possibile della nostra identità sessuale, come i 56 profili di 'gender' proposti da Facebook, dovremmo riaprirci alla parola simbolica, capace di ospitare in sé un’apertura, una gamma inesauribile di possibilità espressive (quali la femminilità e la mascolinità, nella loro dualità), e soprattutto una relazionalità costitutiva: la mia identità di genere nasce dall’incontro delle differenze e si è costruita nella relazione con altri, concreti come me. In un movimento di apertura e scoperta che si chiama libertà: nella gratitudine per quanto ricevuto, nella relazionalità del legame, nella consapevolezza che non siamo mai liberi dai condizionamenti culturali eppure abbiamo la capacità di non esserne completamente succubi, se solo evitiamo di aderire ottusamente al dato di fatto. Credo che un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul 'gender'. Perché, con Hölderlin, «là dov’è il pericolo cresce anche ciò che salva».
    http://sperarepertutti.typepad.com/sp...gender-non-%C3%A8-solo-ideologia.html
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  4. Il ddl Fedeli cerca il superamento degli stereotipi sessisti, ritenuti responsabili di bullismo e discriminazione. Il comitato afferma che "molteplici progetti di educazione alla affettività e alla sessualità, con il pretesto del legittimo contrasto al bullismo e alla discriminazione, veicolano, spesso tenendo all'oscuro madri e padri, teorie frutto di uno sbaglio della mente umana". Ma di che progetti si tratta? Lo abbiamo chiesto direttamente a chi li ha organizzati e portati nelle scuole del comune di Roma, ovvero l'associazione Scosse. Monica Pasquino, presidentessa dell'associazione:

    Lavoriamo su due traiettorie: una quella del bullismo nelle scuole, in particolare nelle medie con gli adolescenti, con progetti di educazione sentimentale utilizzando la scrittura per parlare di emozioni e sentimenti che si provano. L'altro progetto è invece per le scuole dagli zero ai sei anni: lavoriamo solo con le maestre e le educatrici su come vengono costruiti e trasmessi gli stereotipi riguardo al genere e insieme costruiamo progetti e percorsi didattici per superarli.

    L'obiettivo non è quello di negare le differenze ma di valorizzarle: "Non facciamo educazione sessuale, ma cerchiamo di favorire il riconoscimento delle emozioni attraverso la condivisione. Ultimamente su questi temi si sta portando avanti una mistificazione molto grande".

    Ma allora che cosa è allora la "teoria del gender"? "Non c'è una unica e monolitica teoria sul genere, ci sono invece abbondanti studi che dimostrano, fin dai tempi di 'Dalla parte delle bambine' di Elena Gianini Belotti, che maschi e femmine vengono educati in modo diverso, valorizzando qualità diverse, e a volte anche deleterie, come la violenza nei maschi e la mancanza di autostima nelle femmine - ci dice al telefono Daniela Danna sociologa dell'Università di Milano e autrice de 'Il genere spiegato a un paramecio' - il bullismo omofobico applica la sua 'ideologia del genere' secondo la quale i maschi devono essere prepotenti ai danni delle bambine e di chi è effeminato, di chi cioè questi maschi ritengono essere inferiori. Il maschio è dominatore e la femmina sottomessa, è questo l'atteggiamento che va contrastato"

    Che cosa è o non è la 'teoria del genere'
    „"Il genere è la consapevolezza che mascolinità e femminilità sono costruzioni sociali. Non si può avere paura di una parola semplicemente perché né buona né cattiva, ma uno strumento per leggere la realtà. Inoltre negare che ci siano molti modi di vivere il proprio corpo, la propria sessualità (anche solo tra eterosessuali) è negare la realtà, è il frutto di una 'cattiva fede'. La vera perversione sta nella violenza, nell’abuso. Nella negazione della libertà. Questa, come si sa, è molto diffusa anche nell’apparente normalità" ci spiega Elena Laurenzi, ricercatrice dell'università del Salento.“
    http://www.today.it/cronaca/cosa-e-teoria-gender.html
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  5. che fare dei testi della tradizione occidentale?


    Il ministero della Verità e della Buona Scuola deciderà autorevolmente che occorre mettere all’indice dei libri proibiti Aristotele, che parla della famiglia composta da uomo e donna? Metterà all’indice Hegel, che vede nel matrimonio tra due persone di sesso diverso il fondamento della “vita etica”? E che farà, poi, dei perfidi Agostino e Tommaso d’Aquino?

    Ma come? Non si continua forse a ripetere maniacalmente che la “teoria gender” non esiste? E dunque? La Giannini vuole censurare ciò che non esiste? C’è qualcosa che non torna, in effetti.

    Anche i signori capitalisti dicono, guarda caso, che non esiste alcuna “ideologia capitalista” e che quello da loro propugnato è il modo naturale di essere al mondo dell’uomo. Basta leggere Marx per saperlo. Egli ci ha, in effetti, mostrato come ogni ideologia tenda a negare il proprio carattere ideologico: a presentarsi come naturale-eterna, e non storico-sociale. Il comunismo non è riuscito a realizzare la società senza classi. L’odierno monoteismo del mercato sta invece riuscendo, per ironia della storia, a realizzare la società senza sessi: la società asociale degli atomi unisex interscambiabili, dotati di una sola identità, quella del consumo delle merci e del nichilismo economico
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...teoria-gender-ma-non-esisteva/2045183
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