mfioretti: europa*

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  1. ora che alla Casa Bianca non c'è più Barack Obama la Silicon Valley trema. Con Donald Trump si è spezzata quella catena di comando che dai quartier generali californiani dei colossi del tech arrivava direttamente nelle stanze della Commissione o del Parlamento europeo attraverso la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato. Una vera lobby di governo capace di difendere a spada tratta gli interessi della tecnologia a stelle e strisce. Ora i giganti come Apple, Google, Facebook o Amazon tremano. Se dai tempi di Mario Monti (nella veste di commissario europeo) e Microsoft l'Europa non ha evitato di colpirli, ora che sono del tutto privi di ombrello politico temono il peggio.

    La lobby della Silicon Valley con Trump è disarmata. I grandi amministratori delegati californiani sostenevano e finanziavano i democratici. Obama (loro grande sponsor) prima, Hillary Clinton poi. Basti pensare che Erich Schmidt di Google, tra i 140 uomini più ricchi del pianeta, ha fondato una startup che in campagna elettorale collaborava direttamente con la candidata democratica. Ora le relazioni tra l'industria tech e la Casa Bianca sono ai minimi. Vuoi per l'appartenenza politica dei suoi proprietari, vuoi perché la constituency di Trump - alla quale deve l'elezione nel nome dell'America First - è la grande industria manifatturiera come quella dell'auto.

    Dunque a Bruxelles sono finiti i tempi in cui i Ceo californiani erano in contatto diretto con la Casa Bianca che poi tramite il Dipartimento di Stato faceva arrivare le direttive direttamente alla rappresentanza americana presso l'Unione europea a Bruxelles. Dove agli ordini dell'allora ambasciatore Anthony L. Gardner lavoravano mano nella mano con i lobbisti della Silicon Valley per influenzare le decisioni della Commissione e del Parlamento europeo. A Bruxelles oltretutto gli Stati Uniti non hanno ancora nominato un nuovo rappresentante presso la Ue e prima che questo avvenga passeranno diversi mesi. Così gli addetti ai lavori raccontano che quel team di esperti agguerriti nel difendere gli interessi del tech si stia sfaldando: "Oggi lavoriamo senza indicazioni da Washington - racconta uno di loro - ci limitiamo a concentrarci sull'ordinaria amministrazione ".

    D'altra parte i rapporti tra Washington e Bruxelles dall'elezione di Trump sono ai minimi: basti pensare che il 25 maggio il presidente Usa sarà nella capitale europea per un vertice della Nato ma ad oggi non è prevista una bilaterale tra il tycoon newyorkese e il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, che pure dietro le quinte si è dato da fare per organizzare l'incontro. Il che certo non aiuta le aziende americane che con la Commissione hanno a che fare ogni giorno.
    http://www.repubblica.it/economia/201...imasta_orfana_di_obama-164654121/?rss
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2017-05-05)
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  2. Dalla breve sintesi dei tre casi sopra esposti si possono trarre alcune considerazioni di ordine generale. C’è una commistione impropria tra gli addebiti mossi a Facebook come società commerciale che offre servizi in Europa e le rimostranze avanzate contro il social network per aver ceduto i dati personali degli Europei dietro ordine dell’intelligence americana. Quella della sorveglianza di massa è una questione di tenuta democratica degli ordinamenti occidentali e fare di Facebook il parafulmine delle “malefatte” dell’amministrazione americana non aiuterà la causa delle libertà civili. L’azienda ha infatti risposto a ordini legittimi di autorità costituite statunitensi. Pensare che questa vicenda si possa affrontare col fioretto del diritto anziché con gli strumenti della politica non sarebbe serio; tanto più che uno degli Stati architrave della civile Europa, la Francia, ha appena approvato una normativa antiterrorismo che conferisce ampi poteri di spionaggio alle forze di polizia senza supervisione di un giudice terzo.



    Lungi dal proteggere le libertà civili degli Europei, l’uso giudiziale della privacy sembra invece rispondere a un obiettivo di competition by litigation, volto a limitare il potere commerciale di aziende estere più che a favorire innovazione, efficienza e sviluppo nel mercato interno, il cui successo fu costruito al contrario proprio sulla minimizzazione dell’impatto regolatorio sulla libertà economica. Una lezione da attualizzare, mutatis mutandis, anche per il mercato digitale.
    http://www.ilfoglio.it/tecnologia/201...uropee-a-facebook-sulla-privacy-86176
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  3. L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni. Ritengo che ciò implichi l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono tanto dai singoli, quanto dalla società e dai popoli che compongono l’Unione. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione. Affermare la centralità dell’uomo significa anche ritrovare lo spirito di famiglia, in cui ciascuno contribuisce liberamente secondo le proprie capacità e doti alla casa comune. È opportuno tenere presente che l’Europa è una famiglia di popoli 14 » e – come in ogni buona famiglia – ci sono suscettibilità differenti, ma tutti possono crescere nella misura in cui si è uniti. L’Unione Europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità.
    http://w2.vatican.va/content/francesc...sco_20170324_capi-unione-europea.html
    Tags: , , by M. Fioretti (2017-04-14)
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  4. Basti osservare come il numero medio di figli per donna negli Stati Uniti sia sceso da 2,12 nel 2007 a 1,84 nel 2015. E come in Europa, nello stesso intervallo di tempo, un’analoga riduzione – seppur di tono decisamente inferiore – abbia interessato il Regno Unito (da 1,86 a 1,80), la Svezia (da 1,88 a 1,85) e persino la Francia (da 1,96 a 1,92), ultimo baluardo nel vecchio continente – con Irlanda e Islanda – a scendere sotto la soglia dei "due figli per donna" nel corso dell’ultimo decennio. Ma è proprio alla Francia che conviene guardare per cogliere la reale dimensione di quanto sta accadendo alla natalità nel nostro Paese. I cugini d’oltralpe, 64,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2017, non sono poi così più numerosi dei 60,6 milioni di italiani che l’Istat ha conteggiato alla stessa data, eppure nel corso 2016 sono state 273 mila le nascite che hanno fatto la differenza tra i due Paesi (in Francia se ne sono avute il 58% in più). E mentre tra il 2008 e il 2016 – in costanza di crisi economica – sono nati in Italia solo 4,8 milioni di bambini, oltralpe ne sono venuti al mondo ben 7 milioni.

    Come si spiega un divario così consistente? La risposta va cercata nel quadro dell’ampio e coerente pacchetto di politiche sociali e familiari – con contributi economici e benefici anche di ordine fiscale – su cui può contare la popolazione francese, diversamente da quella italiana. Misure che sembra siano valse in buona parte ad attenuare i condizionamenti negativi della crisi economica sulle scelte di fecondità, per lo meno in corrispondenza delle famiglie in cui la donna era in età "più matura". I dati degli ultimi anni mostrano, infatti, un sostanziale tenuta – persino una lieve crescita – per la fecondità delle francesi ultratrentenni, mentre al contrario segnalano un ribasso in corrispondenza delle più giovani. Ben diversa è la realtà italiana, dove accanto al forte calo della fecondità tra le giovani donne – in parte riconducibile al crescente allungamento dei tempi di avvio della vita di coppia – si osserva altresì una significativa riduzione della propensione alla maternità in corrispondenza della fascia delle 30-39enni. Ossia di donne che spesso hanno già un primo figlio e che, senza adeguati aiuti sul piano economico e dell’organizzazione della vita familiare (lavoro, cura dei figli, casa, ecc.) tendono a procrastinare la scelta di una nuova maternità e quindi spesso a rinunciarvi definitivamente.
    https://www.avvenire.it/opinioni/pagi...uote-in-europa-una-bomba-a-orologeria
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  5. Ad Aleksandr Dugin chiediamo dove nasca la sua avversione culturale per l’Europa che tanto sembra aver ispirato Putin.

    “Oggi l’Europa occidentale sta nella trappola della modernità e della postmodernità, il progetto della modernizzazione liberale va verso la liberazione dell’individuo da tutti i vincoli con la società, con la tradizione spirituale, con la famiglia, con l’umanesimo stesso. Questo liberalismo libera l’individuo da ogni vincolo. Lo libera anche dal suo gender e un giorno anche dalla sua natura umana. Il senso della politica oggi è questo progetto di liberazione. I dirigenti europei non possono arrestare questo processo ma possono solamente continuare: più immigrati, più femminismo, più società aperta, più gender, questa è la linea che non si discute per le élite europee. E non possono cambiare il corso ma più passa il tempo e più la gente si trova in disaccordo. La risposta è la reazione che cresce in Europa e che le élite vogliono fermare, demonizzandola. La realtà non corrisponde più al loro progetto. Le élite europee sono ideologicamente orientate verso il liberalismo ideologico”.

    A Mosca, la vittoria di Donald Trump è stata accolta con favore, per usare un eufemismo.

    “Trump negli Stati Uniti ha preso il potere cambiando un po’ questa situazione, e l’Europa si trova oggi isolata”, continua Dugin. “La Russia oggi è il nemico numero uno dell’Europa perché il nostro presidente non condivide questa ideologia postmoderna liberal. Siamo nella guerra ideologica, ma stavolta non è fra comunismo e capitalismo, ma fra élite liberal politicamente corrette, l’aristocrazia globalista, e contro chi non condivide questa ideologia, come la Russia, ma anche Trump. L’Europa occidentale è decadente, perde tutta l’identità e questa non è la conseguenza di processi naturali, ma ideologici. Le élite liberal vogliono che l’Europa perda la propria identità, con la politica dell’immigrazione e del gender. L’Europa perde quindi potere, la possibilità di autoaffermarsi, la sua natura interiore. L’Europa è molto debole, nel senso dell’intelletto, è culturalmente debole. Basta vedere come i giornalisti e i circoli culturali discutono dei problemi dell’Europa, io non la riconosco più questa Europa. Il pensiero sta al livello più basso del possibile. L’Europa era la patria del logos, dell’intelletto, del pensiero, e oggi è una caricatura di se stessa. L’Europa è debole spiritualmente e mentalmente. Non è possibile curarla, perché le élite politiche non lo lasceranno fare. L’Europa sarà sempre più contraddittoria, sempre più idiota. I russi devono salvare l’Europa dalle élite liberal che la stanno distruggendo”.

    “Irrisolta la questione ucraina” Ma la Russia non dovrebbe aspirare ad avvicinarsi all’Europa, come sembrava dopo il crollo del comunismo?

    “La Russia è una civiltà a sé, cristiana ortodossa. Ci sono aspetti simili fra Europa e Russia. Ma dopo il crollo del comunismo, quando la Russia si è avvicinata all’occidente, abbiamo capito che l’Europa non era più se stessa, che era una parodia della libertà, che era decadente e postmoderna, che versava nella decomposizione totale. Questo occidente non ci serviva più come esempio da seguire, per cui abbiamo cercato un’ispirazione nell’identità russa, e abbiamo trovato che questa differenza è fra cattolicesimo e ortodossia, fra protestantesimo e ortodossia, noi russi siamo ereditari della tradizione romana, greca, bizantina, siamo fedeli allo spirito cristiano antico dell’Europa che ha perso ogni legame con questa tradizione. La Russia può essere un punto di appoggio per la restaurazione europea, siamo più europei noi russi di questi europei. Siamo cristiani, siamo eredi della filosofia greca”.
    http://www.byoblu.com/post/notiziedal...presto-caos-guerra-civile-distruzione
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  6. La UE ha disperatamente ora bisogno più che mai di trovare un accordo di “buona vicinanza” con gli inglesi che consenta ai paesi membri di non perdere un “cliente” così importante come la Gran Bretagna, importatrice netta di beni e servizi ogni anno per circa 110 Mld di euro dall’Europa stessa, di cui la maggior parte proprio dalla Germania.

    Continuare con lo sterile “Out is Out”, tuonato dal sempre “simpatico” e “accomodante” ministro delle finanze tedesco Schaeuble a poche ore dallo svolgimento del quesito referendario o con rappresaglie punitive, sarebbe un vero e proprio “suicidio”, un po’ come il darsi la zappa sui piedi e pertanto, aldilà delle procedure previste dall’art.50 del TFUE (Trattato di Lisbona) che codifica il recesso di un paese membro della UE, è certo che si arriverà presto ad un accordo in cui alla “perfida Albione” sarà riconosciuto lo status di “paese associato” con cui continuare tranquillamente ad interfacciarsi e questo per la buona pace di tutti.

    Proprio per questo gli occhi sono caduti sull’attuale ministro degli interni Theresa May come favorita alle primarie del Partito Conservatore che gli spianerà la strada per Downing Street. La May ha tutte le carte in regola per poter avviare e condurre le complesse trattative di uscita nel migliore dei modi proprio perché non ha avuto un ruolo attivo nel referendum e potrà quindi gestirle senza “emotività” che comprometterebbero gli esiti degli accordi.
    http://scenarieconomici.it/ecco-perch...-hanno-passato-la-mano-di-a-m-rinaldi
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  7. Il voto sul Brexit ha subito avuto un effetto anche sulle banche italiane, costringendo il governo italiano a studiare nuove misure di sostegno. Non solo, gli altri titoli che hanno sofferto maggiormente sono quelli delle società immobiliari britanniche, il settore che sta sostenendo la crescita nel Regno Unito.

    In più la sterlina ha conosciuto la più importante caduta nella sua storia recente, piombando in due giorni ai livelli del 1985.

    pound-devaluation

    Dire che “non è successo quasi nulla”, come fanno alcuni, significa negare l’evidenza. In realtà è successo proprio quanto era stato previsto.
    Ma la borsa ha superato i valori pre-Brexit, gli allarmi degli economisti erano infondati?

    Venerdì e lunedì sembrava che il sistema finanziario britannico ed europeo fosse sul punto di collassare. Dal giorno successivo le nuvole hanno cominciato a diradarsi ed è iniziato il recupero della borsa (ma non della sterlina). Perché? Basta leggere i giornali britannici per rendersene conto. Il premier Cameron, dimettendosi, ha rimandato tutto a dopo l’estate. La lettera con cui il Regno Unito comunicherà l’inizio della procedura di uscita non verrà inviata prima di allora. Nel frattempo, la Scozia ha fatto sapere che porrà il veto sull’uscita dall’UE, veto a cui avrebbe diritto secondo i costituzionalisti. I leader del Brexit hanno prima sostenuto che non c’è alcuna fretta di inviare la comunicazione all’UE e infine giovedì il candidato alla successione del premier Cameron, Boris Johnson, la figura più in vista del fronte del “Leave”, ha comunicato che non si candiderà alla successione di Cameron.

    I politici britannici, compresi quelli favorevoli al Brexit, stanno cercando un modo per rinviare il confronto con l’Unione europea. E soprattutto cercano di prendere tempo. I mercati reagiscono a questo e incorporano l’aspettativa di nuovi interventi monetari annunciati dalla Banca d’Inghilterra, concretizzatisi nella giornata di giovedì 30 giugno, quando la borsa di Londra ha superato le perdite del post-Brexit.

    Riassumiamo: non solo il Brexit non è ancora avvenuto (e i tempi dell’uscita si dilatano), ma i mercati hanno già guadagnato un nuovo turno di Quantitative Easing e denaro a buon mercato. E’ abbastanza per festeggiare.

    Gli allarmi degli economisti non erano affatto infondati: semplicemente riguardavano un’uscita dall’Unione Europea che non è ancora avvenuta, che grazie all’autoboicottaggio dei sostenitori del Leave e all’opposizione scozzese si allontana sempre di più, e che molti sospettano non avverrà, non almeno del tutto (come vedremo nel punto successivo). Più che abbastanza per i mercati, che tirano un sospiro di sollievo e, come nel famoso meme, “keep calm and carry on”.
    Il Regno Unito dovrà uscire necessariamente dall’Unione Europea

    In primo luogo, finché il governo di Londra non attiva la procedura dell’Art.50 del Trattato di Lisbona, non c’è alcun mezzo legale per innescare il processo di uscita, nonostante le minacce della Commissione Europea. Ma è chiaro che la posticipazione difficilmente potrà durare per sempre. L’ipotesi a cui si lavora a Londra, già da prima del voto, è l’adesione del Regno Unito al mercato unico, pur rimanendo fuori dall’UE. Questo è possibile, è il caso della Norvegia e dell’Islanda, ma richiede di aderire alle regole del mercato unico (senza poter influire su di esse, altro che “riprendersi il controllo”), compresa la libertà di movimento dei cittadini. E, purtroppo, è proprio l’immigrazione l’argomento che ha guidato la campagna elettorale e il voto.

    Come uscirne? Prendendo tempo, i politici britannici stanno facendo una scommessa. L’anno prossimo ci sono le presidenziali francesi, che vedranno probabilmente la vittoria dei conservatori al secondo turno, ma con una forte affermazione del Front National al primo. In Olanda e Austria, dove si voterà rispettivamente nel 2017 e nel 2018, i partiti anti-immigrazione sono in testa ai sondaggi. Nella stessa Germania è in grande ascesa il partito anti-immigrati ed euroscettico AfD, uno dei peggiori spauracchi di Angela Merkel, che dovrà affrontare anche lei l’anno prossimo il giudizio degli elettori.

    Vi sono quindi tutte le condizione per cui gli altri paesi dell’UE, pressati dalle opinioni pubbliche sempre più contrarie all’immigrazione, nei prossimi due anni restringano il criterio della libera circolazione delle persone. Questo processo in realtà è già in corso: la Germania ad esempio ha già introdotto maggiori vincoli al welfare per i cittadini europei, sia pure entro i limiti dei trattati.

    Se ciò dovesse accadere, e come dicevamo in un futuro prossimo ci sono tutte le condizione perché accada, il Regno Unito potrebbe rimanere nel mercato unico, o persino nell’UE, con nuove regole più restrittive rispetto all’immigrazione, magari tenendo un nuovo referendum sull’esito delle trattative, come si ipotizza sui giornali. Le banche di Londra continuerebbero così a godere dell’integrazione europea, e così le assicurazioni e le industrie, mentre a pagarne le conseguenze sarebbero solo gli immigrati.

    E il “Brexit economico”, di fatto, non avverrebbe mai.
    https://keynesblog.com/2016/07/01/bre...tm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook
    Tags: , , , , , by M. Fioretti (2016-07-02)
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  8. L’allargamento entusiastico dell’Unione ai paesi dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino fu un errore. Lo sanno tutti, anche se diplomaticamente pochi lo ammettono. Gran parte delle nazioni dell’Europa orientale, uscite dal sistema sovietico, erano solo interessate ai vantaggi economici dell’Ue, con scarsissimo interesse per la costruzione di una Europa unita. Paesi come la Polonia e l’Ungheria sono oggi rette da regimi nazionalisti, che non osservano nemmeno gli standard normali delle democrazie europee. Soprattutto in Europa orientale è rampante la volontà di opporsi a qualsiasi redistribuzione per quote della massa di migranti, che dal Mediterraneo bussano alle porte dell’Europa.

    Bene, quindi, che lo shock della Brexit metta tutti davanti a un bivio.


    L’Europa a ventisette non può andare avanti. Non ha prospettive. Non produce risultati. Serve una scelta. Due velocità. Da una parte chi si accontenta di un’area economica associata. Dall’altro chi vuole procedere all’integrazione sempre più stretta. Non c’è nulla di utopistico nel decidere un programma concreto di una “unione stretta” che comprenda, per tappe programmate:
    1. Regole omogenee per fisco, banche, finanza e un ministro del Tesoro/Economia per l’eurozona ; 2.Intelligence anti-terrorismo comune; 3. Polizia anti-criminalità organizzata comune (tipo Fbi): 4.Esercito europeo; 5.Politica estera integrata; 6.Politica comune sull’immigrazione; 7. un Programma comunitario di forti investimenti per il rilancio dell’occupazione.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...metterci-di-fronte-a-un-bivio/2861396
    Tags: , , by M. Fioretti (2016-06-27)
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  9. In Britain, the ruling Conservative Party and the country are perhaps irreparably divided. In the EU, the evident need for a profound renewal of the European integration project is hampered by differing visions about what the EU should be about.

    All this comes against the backdrop of mounting Euro-skepticism, which populists have shown to be masters in exploiting. Indeed, upcoming electoral appointments in Spain, Italy, France, and Germany make the political context highly unfavorable to any new, big idea about rejuvenating the continent -- with or without Britain.


    How did we get to this point?

    While populists have been very successful in manipulating and exploiting these sentiments, they are not the cause of them. Blaming populism simply underlines the divide between the political elites in power and those who claim to represent the "real people."
    These feelings exist because the connection between citizens and institutions of democratic representation and decision-making is not functioning. National leaders are responsible for this more than the EU, as they are the conduit between decisions that require European cooperation (such as managing globalization) and national debates.
    The referendum campaign has shown how hard it is to move from five years of EU criticism to two months of EU support. Politicians all over Europe should therefore take more care when blaming Brussels for the failures of national government.

    The process to negotiate Britain's exit will have to ensure that decisions are not made that encourage the holding of referendums in other countries -- the contagion effect all European leaders dread. To do so, it will be more important than ever that the EU stands firmly by its legal obligations and principles, and treats Britain fairly but firmly. The costs for Britain will be high, and should deter any other country from pursuing Britain's approach.
    In the end, rather than invent some new policies that may or may not interest disaffected citizens, the EU institutions should stick to core principles and offer new ways to encourage political participation in a complex, multi-level institutional structure. This present situation points to a broader crisis of advanced democracies, but the response does not lie in Yes and No referendums. These will not provide the answer. Instead, Europe needs to rethink political participation to give citizens a new sense of purpose for the 21st century.
    http://edition.cnn.com/2016/06/24/opi...ns/brexit-what-now-balfour/index.html
    Tags: , , , by M. Fioretti (2016-06-26)
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  10. Traduzione: truppe schierate in modo permanente sul proprio suolo. Gli Usa offrono un battaglione per ogni Stato baltico (Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia) che ruoti ogni 6 mesi (“permanent presence“, non “permanent basing” è la vulgata ufficiale). E sono pronti a metterne sul piatto due dei loro, ma gli altri membri della Nato non brillano per iniziativa.

    Nel frattempo, Mosca non sta a guardare e sta realizzando una grande base (il lotto occupato dai militari misura 142 ettari) a Klintsy, a 50 chilometri dal confine ucraino, prima conseguenza tangibile dell’annuncio del ministro della Difesa Shoigu della formazione 3 nuove divisioni da schierare nella Russia occidentale.

    Non potendosi scontrare direttamente, Cremlino e Occidente si sfidano di volta in volta su un terreno diverso. Come avvenuto sotto i mari, dominio nel quale Mosca sta puntando per testare (facendosene beffe) le difese antisommergibile dei rivali a ovest, nonché mettere in discussione il predominio anglosassone sui mari.

    La militarizzazione della linea dell’Intermarium è ormai completa. L’Alleanza atlantica si esercita perfino in Georgia, il Mar Nero è solcato da navi Usa e al centro della pianificazione strategica di Washington, nel Baltico e nel Mar del Nord proseguono le incursioni e le provocazioni aeree di velivoli russi.

    Ogni mossa di una parte viene interpretata dall’altra non come deterrenza ma come provocazione, obbligando i contendenti a far salire di livello la successiva risposta. L’esatta dinamica dell’escalation.

    Tanto furoreggia il sabba militarista sull’Intermarium che la disponibilità tedesca a svolgere un più attivo ruolo militare non solo non passa inosservata ma viene pure incoraggiata. Berlino ha infatti deciso di incrementare spesa per la Difesa e numero di truppe per la prima volta dalla seconda guerra mondiale e sta pensando di assumere il comando del personale Nato da ruotare in Lituania.
    http://www.limesonline.com/lanakonda-...lla-nato-alle-porte-di-russia-2/92401
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