mfioretti: educazione* + nativi digitali*

Bookmarks on this page are managed by an admin user.

29 bookmark(s) - Sort by: Date ↓ / Title / Voting / - Bookmarks from other users for this tag

  1. avevamo introdotto una sperimentazione che ha dato a noi insegnanti, ma, soprattutto, a loro grandi soddisfazioni in termini di riconoscimenti esterni e di prodotti realizzati. Nei due anni della sperimentazione i ragazzi hanno prodotto, infatti, un iBook sul Basso Medioevo, una mostra in realtà aumentata sulla Peste del ‘300 (presentati e apprezzati in presentazioni pubbliche a scuola e in due diversi Tablet School a Belluno e a Milano) e un Webdoc sulla prima rivoluzione astronomica.

    La sperimentazione, denominata (ammetto, con poca fantasia) “Progetto Classe digitale”, intendeva promuovere l’integrazione delle tecnologie digitali, in primis il Tablet, nella didattica.
    Va subito detto che il focus non era il tablet in classe, quanto sulla possibilità di sperimentare un modello di didattica innovativa, fondata su una forma di apprendimento attivo e collaborativo; un approccio interdisciplinare in cui il curricolo invece di essere suddiviso in discipline separate, viene costruito attorno a tematiche e progetti che attraversano le discipline in modo da seguire i collegamenti tra i vari domini del sapere, ridando in questo modo senso alle conoscenze disciplinari stesse; un’organizzazione della giornata scolastica interamente ripensata per non frammentare il lavoro; modalità di lavoro collaborativo e cooperativo in cui gli studenti lavorano insieme su progetti condivisi, in modo da poter imparare tra pari e condividere strategie di apprendimento; un prolungamento dell’aula fisica in un’aula virtuale...
    https://medium.com/la-scuola-che-non-...cnologie-nella-didattica-1b519cdba7a7
    Voting 0
  2. Ricerche condotte negli Stati Uniti indicano che per la grande maggioranza dei teenager i siti porno sono la principale fonte di apprendimento della sessualità. Un gap educativo che genitori, scuola e istituzioni formative devono colmare, affinché non sviluppino una percezione distorta

    Cosa imparano gli adolescenti dal porno online? Dato che visitano i siti porno molto di più di quanto i loro genitori possano supporre - e plasmano così le loro idee sul piacere e sull’intimità - come si devono comportare gli adulti di riferimento? Si può insegnare ai ragazzi a confrontarsi con questi siti in modo critico? A porsi questi quesiti, è un lungo articolo del New York Times, a firma di Maggie Jones. Il servizio spiega, con dovizia di storie di adolescenti ed esempi più che concreti, come già i 13-14 enni inizino a «documentarsi» sul sesso tramite i siti porno, percepiti come strumenti di «apprendimento tecnico» e «fonti di idee per le future posizioni sessuali con le future fidanzate». Il problema è che sia maschi che femmine, basandosi prevalentemente su quel tipo di immagini, sviluppano una percezione distorta della sessualità. «Dal porno, ho imparato che i ragazzi devono essere forti e dominanti nel letto. Le ragazze godono molto e si eccitano se un ragazzo è sicuro di sé», racconta un adolescente intervistato dal New York Times durante un seminario scolastico sulla sessualità. Una scena porno in particolare è rimasta impressa al ragazzino: una donna appariva annoiata da un uomo che si avvicinava dolcemente a lei sul piano sessuale, mentre era estasiata dall’approccio «duro» di un uomo molto più aggressivo. Lo ha colpito anche la sequenza di un uomo che spingeva una donna contro un muro, mentre una ragazza commentava: «Io voglio un ragazzo come questo ». Un’altra ragazza intervistata menzionava la scena della “pain room” (la stanza del dolore) di “ Cinquanta sfumature di grigio “ esclamando: «Era fantastica!» Un altro ragazzo rivela che visitare i siti porno ha aumentato la sua ansia da prestazione: «Gli uomini dei video hanno fisici ben costruiti e prestazioni notevoli. Temo che se non sarò in grado di averne di simili e che alle ragazze non piacerà farlo con me».
    http://www.corriere.it/cronache/cards...dato/dati-percezioni_principale.shtml
    Voting 0
  3. La strada che il Miur ha scelto di imboccare va nella direzione opposta rispetto alla Francia, dove da pochi giorni il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha introdotto il divieto di usare gli smartphone a scuola. Due risposte alternative al medesimo fenomeno: in Italia l’89,3% dei giovani usa i 'telefoni intelligenti', col primo apparecchio posseduto già a 8-9 anni. L’Italia punta sull’educazione a partire dalla convinzione che «proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione » (n.2). Chi avrà ragione?
    Il decalogo

    1 Ogni novità comporta cambiamenti. Ogni cambiamento deve servire per migliorare l’apprendimento e il benessere delle studentesse e degli studenti e più in generale dell’intera comunità scolastica.

    2 I cambiamenti non vanno rifiutati, ma compresi e utilizzati per il raggiungimento dei propri scopi. Bisogna insegnare a usare bene e integrare nella didattica quotidiana i dispositivi, anche attraverso una loro regolamentazione. Proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione. A questo proposito ogni scuola adotta una Politica di Uso Accettabile (PUA) delle tecnologie digitali.

    3 La scuola promuove le condizioni strutturali per l’uso delle tecnologie digitali. Fornisce, per quanto possibile, i necessari servizi e l’indispensabile connettività, favorendo un uso responsabile dei dispositivi personali (BYOD). Le tecnologie digitali sono uno dei modi per sostenere il rinnovamento della scuola.

    4 La scuola accoglie e promuove lo sviluppo del digitale nella didattica. La presenza delle tecnologie digitali costituisce una sfida e un’opportunità per la didattica e per la cultura scolastica. Dirigenti e insegnanti attivi in questi campi sono il motore dell’innovazione. Occorre coinvolgere l’intera comunità scolastica anche attraverso la formazione e lo sviluppo professionale.

    5 I dispositivi devono essere un mezzo, non un fine. È la didattica che guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi. Non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa.

    6 L’uso dei dispositivi promuove l’autonomia delle studentesse e degli studenti. È in atto una graduale transizione verso situazioni di apprendimento che valorizzano lo spirito d’iniziativa e la responsabilità di studentesse e gli studenti. Bisogna sostenere un approccio consapevole al digitale nonché la capacità d’uso critico delle fonti di informazione, anche in vista di un apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

    7 Il digitale nella didattica è una scelta: sta ai docenti introdurla e condurla in classe. L’uso dei dispositivi in aula, siano essi analogici o digitali, è promosso dai docenti, nei modi e nei tempi che ritengono più opportuni.

    8 Il digitale trasforma gli ambienti di apprendimento. Le possibilità di apprendere sono ampliate, sia per la frequentazione di ambienti digitali e condivisi, sia per l’accesso alle informazioni, e grazie alla connessione continua con la classe. Occorre regolamentare le modalità e i tempi dell’uso e del non uso, anche per imparare a riconoscere e a mantenere separate le dimensioni del privato e del pubblico.

    9 Rafforzare la comunità scolastica e l’alleanza educativa con le famiglie. È necessario che l’alleanza educativa tra scuola e famiglia si estenda alle questioni relative all’uso dei dispositivi personali. Le tecnologie digitali devono essere funzionali a questa collaborazione. Lo scopo condiviso è promuovere la crescita di cittadini autonomi e responsabili.

    10 Educare alla cittadinanza digitale è un dovere per la scuola. Formare i futuri cittadini della società della conoscenza significa educare alla partecipazione responsabile, all’uso critico delle tecnologie, alla consapevolezza e alla costruzione delle proprie competenze in un mondo sempre più connesso.
    https://www.avvenire.it/attualita/pag...10-regole-per-lo-smartphone-in-classe
    Voting 0
  4. i cosiddetti nativi digitali. Che a quanto pare non conoscono così bene l’uso del computer quanto si crede, sicché dovrebbe essere la scuola a insegnarglielo. Sono rimasto affascinato da come l’autrice finisse con l’implicitamente demistificare uno dei capisaldi ideologici del discorso dominante sulla scuola. Com’è noto, infatti, molti dei più recenti provvedimenti di riforma sarebbero stati presi, a detta dei loro sostenitori, sotto la necessità urgente di far fronte a un’ondata di studenti nativi digitali non più in grado di sopportare l’insegnamento tradizionale. Il che imporrebbe un radicale cambio dell’impostazione dello studio, un taglio netto dei vecchi contenuti (particolarmente quelli per tradizione considerati utili a sviluppare una visione critica delle cose) e una sostanziale eliminazione del ruolo dell’insegnante nella trasmissione di contenuti che dovrebbero essere prodotti autonomamente tramite la rete.

    Invece basta che un’insegnante ci racconti la sua esperienza sul campo, per scoprire che i famosi nativi digitali in realtà non sono poi così nativi: quasi fossero personaggi di quelle sorpassatissime pièce teatrali dell’assurdo che una volta si studiavano (appunto) a scuola. Naturalmente l’emergere di queste evidenze non cambierà minimamente il discorso mediatico sui nativi digitali, e ciò per un motivo molto semplice: se cade il loro mito cade allo stesso tempo il postulato dell’informatica come strumento didattico unico, architrave ideologico e infrastrutturale della «buona scuola». Se il computer non è uno strumento didattico importante, ma l’unico, già definirlo «strumento», in una prospettiva del genere, risulta alquanto riduttivo.

    se incrociamo la proposta di liquidazione per via informatica dell’insegnamento della tradizione culturale, con la spinta a una valutazione sistemica della performance degli studenti e degli istituti e di sviluppo dei valori della competitività, emerge con chiarezza il progetto di una scuola tesa a garantire e a riprodurre i meccanismi ideologici di potere della nostra società. In fondo intrattenimento più introiezione dei meccanismi di competizione e di mercato potrebbe essere una formula che spiega molte cose del funzionamento della società.
    http://www.alfabeta2.it/2015/12/31/mitologie-dei-nativi-digitali
    Voting 0
  5. Ecco quindi l’appello: «Non vogliamo più sentire che era solo uno scherzo, un gioco, che non immaginavamo, che non sapevamo. È ora di chiedersi se questo è quello che vogliamo dai nostri ragazzi e agire di conseguenza. È ora di prendere in mano il cellulare dei nostri figli, di guardarci dentro (perché la privacy nell’educazione non esiste), di reagire, di svolgere in pieno il nostro ruolo di adulti, senza alcuna compiacenza, tolleranza bonaria o, peggio, sorniona complicità. Non serve andare dal preside e chiedere cosa fa la scuola quando la vittima di turno non ha più il coraggio di uscire di casa. È troppo tardi. Cominciamo a fare qualcosa tutti. Ora».
    http://www.corriere.it/scuola/medie/1...1a0-983e-11e5-b53f-3b91fd579b33.shtml
    Voting 0
  6. Un dispositivo digitale non aperto, sul quale si possa esercitare un controllo ferreo, conviene insomma a tanti. Era l'aspirazione alla base del contestatissimo Palladium/Trusted Computing di Microsoft, ai tempi in cui Microsoft era il colosso monopolista e Apple si presentava come la paladina del libero pensiero. Come si cambia.

    Ma per arrivare al controllo bisogna eliminare il personal computer, troppo libero, troppo aperto, troppo flessibile e riprogrammabile. Per eliminarlo non servono leggi o sequestri: basta disabituare gli utenti. Pian piano e con il sorriso.

    Guardate i giovani di oggi: sanno usare un iPhone perché l'hanno da sempre. Per loro passare a un iPad è naturale: stesse icone, stessa interfaccia, stessa filosofia. Passare a un PC o a un Mac, per loro che non ne hanno mai usato uno, è uno sforzo di apprendimento massiccio (santo cielo, chi usa iOS non vede neppure il filesystem e trova alieno il concetto di cartella, figuriamoci path e directory, o di salvare i dati): ditemi voi perché dovrebbero farlo, ora che c'è un super-tablet che ha una tastiera e un dispositivo di puntamento di precisione? L'iPad è un complemento al computer; l'iPad Pro è un sostituto. Un Mac o un PC, per chi ha oggi undici o dodici anni e non ha memoria di come fosse il mondo prima degli iCosi, sono inutilmente macchinosi e arcaici come lo è per me una macchina per scrivere.

    Dal loro punto di vista, per quale motivo questi giovani cresciuti a pane e iOS dovrebbero faticare per imparare a usare un PC o un Mac, con tutte le sue bizzarrie e infettabilità, specialmente adesso che c'è un iPad da 13 pollici con tastiera che fa le stesse cose di un PC/Mac, ma senza tutte le complicazioni di un PC/Mac? Un iPad, se non viene sottoposto a jailbreak, è una piattaforma che non s'infetta, si aggiorna automaticamente, salva i dati automaticamente nel cloud. E alla maggior parte della gente rinunciare alla libertà di installare quello che si vuole in cambio di una maggiore sicurezza e semplicità (e dei dati personali) va benissimo.
    http://attivissimo.blogspot.it/2015/0...e-presenta-la-sua-nuova-gamma-di.html
    Voting 0
  7. Ecco la lettera firmata congiuntamente da tutti i dirigenti delle scuole medie e superiori di Parma e provincia.
    WhatsApp è una applicazione per smartphone molto versatile e di grande utilità: basta una connessione internet per scambiare gratuitamente messaggi (testuali e vocali), foto, video, posizione geografica e fra poco anche vere e proprie telefonate.
    La usano centinaia di milioni di utenti, tra questi anche la maggior parte dei nostri alunni: in classe durante le lezioni, a casa mentre fanno i compiti, di notte invece di dormire, e poi mentre camminano per la strada, parlano con il nonno o tra di loro, mentre mangiano il gelato, sull’autobus, al bar, mentre guardano la tv. Il massimo dell’esperienza WhatsApp sono però i gruppi: se non fate parte del gruppo «2D», di quello «Pierino è un cretino» o di quello «Contro il prof di matematica», non potete dire di conoscere davvero WhatsApp.
    http://www.gazzettadiparma.it/news/ga...sApp--Fa-discutere-la.html?refresh_ce
    Voting 0
  8. Non si potrà veramente parlare di «buona scuola» in Italia fino a quando, per legge, non si formeranno insegnanti specifici di «Educazione alle relazioni digitali». Qualcuno abbia dunque il coraggio di prendere la decisione, solo all’apparenza del tutto irrituale, d’introdurre il «social networking» come materia obbligatoria sin dalle classi elementari.



    I segnali d’incapacità da parte dei ragazzi nel saper gestire la loro ombra digitale sono oramai una costante. Ci si accorge del problema solo per gesti estremi compiuti o subiti da minorenni, che sembrano prodursi in ragione di un set d’immediata ripresa video e social condivisone. Non è più il caso di parlare solamente della caduta dei valori, della mancanza di principi etici, della necessità di ricostruire le coscienze, come se ancora gli adulti potessero portare loro il arcaico mondo come modello ai nativi digitali. È inutile, passatista e persino ridicolo continuare a fare le vergini vestali custodi del sacro fuoco della socializzazione attraverso le vie «naturali». È solo folle pensare che la soluzione all’uso sconsiderato dello smartphone, e delle sue app che eternizzano ogni istante, sia il proibizionismo.
    http://www.lastampa.it/2015/03/06/ita...li-w1AAtHpYY4I2Vhmz5IPw7L/pagina.html
    Voting 0
  9. Scegliere: o il Pil o Omero. Bello sarebbe averli entrambi, ma nella scuola senza risorse e senza stimoli di oggi assomiglia più a un’utopia che a una concreta possibilità. Di certo c’è solo che gli aspiranti classicisti ormai sono una sparuta minoranza: sei studenti su cento. Una piccola falange, unica speranza di sopravvivenza per i Rocci, i Montanari, i Castiglioni Mariotti. Anche se il problema non è tanto il futuro di alcuni massicci dizionari. Ma di un’intero mondo, di una cultura che rappresenta le nostre radici e buona parte del nostro presente. “Tutto scorre”, ricorda placido dalle magliette Eraclito, ridotto ad aforisma da t-shirt. Siamo sicuri che vada bene così?
    http://espresso.repubblica.it/inchies...o-iscritti-al-liceo-classico-1.137547
    Voting 0
  10. Bambini e ragazzi mostrano una crescente difficoltà a scrivere a mano. Molti hanno perso la capacità di usare il corsivo e lo sostituiscono con caratteri stampatelli, affiancati gli uni agli altri. C’è una evidente relazione tra questa caduta della scrittura manuale e la diffusione di mezzi digitali. Ci si deve chiedere però se ci si trovi di fronte solo a un cambiamento tecnico nella produzione dei segni, oppure se al diverso modo di scrivere corrispondano cambiamenti nell’attività mentale che, in particolare nel caso dei bambini e dei ragazzi, possono produrre conseguenze negative. Quel che gli studiosi delle neuroscienze stanno osservando è che alla diffusione dei mezzi digitali corrisponde una diminuzione della memoria, della capacità di orientamento spaziale e una meno precisa percezione delle relazioni temporali. Da un punto di vista educativo la diminuzione della capacità di scrittura manuale appare spesso associata a una più limitata capacità di coordinamento percettivo-motorio: è come dire che si osserva una sorta di rottura del rapporto tra pensiero e azione. L’esperimento Nulla dies sine linea ha voluto verificare se, tramite semplici soluzioni didattiche, tale rapporto, almeno al livello della scuola elementare, non possa esser ricostituito. I risultati incoraggiano a proseguire sulla linea intrapresa: ne sono convinti gli insegnanti che hanno partecipato all’esperimento.
    http://questioni.wordpress.com/2014/1...struzione-della-capacita-di-scrittura
    Voting 0

Top of the page

First / Previous / Next / Last / Page 1 of 3 Online Bookmarks of M. Fioretti: Tags: educazione + nativi digitali

About - Propulsed by SemanticScuttle