mfioretti: educazione* + lavoro*

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  1. Per i docenti che descrivi all’inizio della lettera non si tratta di meritare o demeritare: occupano un posto indebitamente.

    Ecco dove troveremmo impiego per i giovani o i precari che vogliono diventare insegnanti e si vedono sbarrare le graduatorie, perché i loro posti sono occupati da persone che non lavorano e che è impossibile allontanare (solo in questo caso vorrei il preside-sceriffo...). Sono quelli che io chiamo «indecenti».

    Poi c’è la seconda categoria che descrivi: quella degli insegnanti dotati di professionalità - non parlo di carisma, che se c’è è meglio, ma che è dono che non tutti hanno - sono quelli che conoscono il mestiere e che voi ragazzi sapete riconoscere subito (perché tanta paura di essere giudicati da voi? Chiedo sempre ai miei studenti alla fine dell’anno di scrivermi che cosa ho fatto bene, che cosa male, che cosa posso migliorare e ne traggo gran beneficio), quelli che non fanno sconti, che danno più del dovuto e chiedono altrettanto, che sanno guardarvi in volto, sfidandovi a dare il meglio, riconoscendo talenti e difetti (questo volete: maestri, non compagni di giochi). Questi io li chiamo «docenti in atto»: ne ricordiamo almeno uno nel nostro percorso.

    Tra le due si colloca una categoria, che io chiamo «in-docenti»: hanno professionalità ma, stanchezza, burocrazia, età, difficoltà ambientali, hanno spento il motivo per cui sono diventati insegnanti. Per questo anche se sanno, non riescono a trasmettere. Per migliorare la scuola bisogna alleggerirla degli indecenti, premiare i docenti e aiutare gli in-docenti a ritrovare smalto per evitare che scivolino nell’apatia.

    Per concludere, è vero serve contatto con il mondo del lavoro, ma in modo indiretto: perché hai scelto Scienze Politiche? Perché qualcuno ti ha fatto scoprire dove si indirizzava il tuo sguardo, dove potevi impegnare il tuo talento. È mai possibile che dopo 13 anni di percorso scolastico un ragazzo non sappia verso dove guardare? Se lavorare o frequentare l’università?
    http://www.lastampa.it/2015/05/20/cul...ti-8ZkzBNE14nIKBP0oTHF13N/pagina.html
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  2. Direi dalla fine degli anni Ottanta in poi – tutto questo si è perso. La scuola non è stata più sentita come parte di un processo educativo orientato all’esistenza, ma come un pacchetto di conoscenze che servivano a imparare qualche cosa per trovare un lavoro e – magari – fare i soldi
    http://www.lastampa.it/2015/04/03/ita...utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter
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  3. Le cose sono cambiate quando ho smesso di aspettare di essere scelto. Non si tratta di una lettura a posteriori: ricordo nitidamente più di un discorso in cui rivendicavo – apparentemente senza vergognarmene – il diritto a essere scelto, il diritto ad avere il mio turno, il turno che mi era stato promesso.
    http://www.iscarlets.it/blog/2014/09/lavoro
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  4. «Meglio il lavoro oggi che la laurea domani», «La laurea? inutile per lavorare», «Troppa formazione può addirittura essere dannosa», «Rivalutare il lavoro manuale», «Se rinasco faccio l’artigiano», «saldatori ed elettricisti. Ecco i posti anticrisi»: non sono chiacchiere da bar, ma un antologia di titoli presi dai maggiori quotidiani e settimanali italiani. Il Corriere si fa la domanda e si dà anche la risposta: «Meno studi e più trovi lavoro? Il mercato conferma», citando una campagna secondo la quale chi non si laurea «ha un ottimo reddito, un posto fisso e vive con la sua donna». Ma il mercato conferma davvero? Per quanto riguarda gli USA, il 31 marzo scorso J.P. Morgan ha fornito dei dati nei suoi Market Insights. Per l’Italia, invece, possiamo consultare il recente XVI Rapporto Alma Laurea ed anche le statistiche OCSE di Education at a Glance 2013.
    http://www.roars.it/online/meno-studi...-piu-trovi-lavoro-il-mercato-conferma
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  5. Nella misura in cui adesso ci rifiutiamo di riconoscere e retribuire adeguatamente come “lavoro” il lavoro intellettuale, stiamo negando l’essenza stessa di tutti i lavori che verranno.

    I lavori nuovi saranno quelli che richiedono empatia, creatività, capacità di negoziazione… tutti campi che un’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, non riesce a padroneggiare, scrive Massimo Gaggi su La Lettura del Corriere della Sera. E aggiunge che la transizione sarà lunga e dolorosa.
    Gaggi segnala tre altre cose interessanti. La prima: i computer svolgono bene compiti anche complessi ma ripetitivi, e dunque si salveranno i lavori manuali, dall’infermiere all’idraulico, che prevedono alti livelli di imprevedibilità e di variabilità ambientale (invece, per esempio, le case potrebbero essere stampate in un giorno da una macchina invece che costruite mattone sopra mattone da esseri umani).
    La seconda: dovrebbe riuscire a cavarsela mediamente meglio chi ha un titolo di studio superiore. Tuttavia, dei mestieri intellettuali, sono a rischio quelli di livello intermedio, basati su routine ricorrenti: è il tipo di attività che i computer possono replicare più facilmente.
    La terza: il cambiamento è gigantesco, e avrà un grande impatto anche sulla classe media (sentite quel che dice l’economista Andrew McAfee). Per affrontarlo dovremo rivoluzionare molte cose, dal modo in cui misuriamo il benessere a quello in cui organizziamo l’educazione.
    E, a proposito di educazione, è proprio Ocse-Pisa a segnalare quanto drastico sia già oggi il cambiamento delle competenze richieste (guardate la tabella a metà pagina).
    http://nuovoeutile.it/il-lavoro-intellettuale-va-pagato
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  6. Soltanto tre anni fa - nel 2010/2011 - gli immatricolati furono quasi 290mila. Nello stesso periodo i diplomati, stando ai dati forniti da viale Trastevere - sono aumentati. Che cosa hanno fatto i 30mila immatricolati in meno? Per spiegare i motivi di un trend che sembra difficile da invertire occorrerebbe indagare a fondo. Anche perché dall'Europa ci pressano per incrementare il numero dei laureati, considerati strategici per tentare di agganciare una ripresa economica che si gioca tutta sull'innovazione.
    http://www.repubblica.it/scuola/2014/...s/immatricolazioni_calo-79113450/?rss
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  7. I dati sull’agricoltura infatti parlano chiaro. Secondo i dati rilasciati da Coldiretti qualche giorno fa, ben il 23% dei giovani che si iscrivono alle superiori sogna un futuro legato alla terra: nell’anno scolastico 2013/2014 infatti 60mila studenti su un totale di 262 mila hanno scelto un indirizzo legato all’agricoltura, all’enogastronomia e all’ospitalità alberghiera.

    Una “rondine che non fa primavera”? Mica tanto, perché anche se si guarda al livello di studi successivo, quello dell’università, le percentuali salgono ancora: dal 2008 a oggi, il numero degli studenti che si immatricolano a corsi di agraria è salito del 45%.
    Siamo di fronte a un vero e proprio cambiamento generazionale? Secondo il sondaggio Coldiretti/Ixe, il 54% dei giovani preferisce la vecchia agricoltura rispetto a lavori magari più “cool” e moderni ma più stressanti e meno sicuri; per dire, il 54 per cento dei giovani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (21%) o fare l’impiegato in banca (13%). Mentre un italiano su due è consapevole che cuoco e agricoltore siano le professioni con la maggiore possibilità di lavoro mentre solo l’11% per cento ritiene che l’operaio possa avere sbocchi occupazionali.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/...a-terra-e-tempo-di-agristartup/879477
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  8. solo il 30% dei 19enni italiani si immatricolano all’Università. E 17 su 100 di quelli che si iscrivono, abbandonano nel corso del primo anno di università. «Il nostro Paese sta perdendo la possibilità di valorizzare le capacità e le competenze del 70% dei giovani
    http://www.corriere.it/scuola/13_dice...cca-5e7d-11e3-aee7-1683485977a2.shtml
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  9. IO NON HO POTUTO SPACCIARE MERCE FALSA PER LAUREARMI
    http://www.italiainweb.com/ex-student...politecnico-torino-scrive-alla-kyenge
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  10. a nostra analisi suggerisce la necessità di intervenire sia sulle istituzioni che regolamentano la transizione scuola-lavoro sia sulle caratteristiche individuali dei giovani. In primo luogo, occorre aumentare la qualità dell’istruzione terziaria e del capitale umano in generale. Non è sufficiente aumentare la percentuale di laureati se questi hanno poi competenze poco collegate al mondo del lavoro. Un miglioramento della qualità dell’istruzione si potrebbe ottenere anche dando piena attuazione al processo di Bologna. Occorre, innanzitutto, rilanciare il percorso del 3+2, con una laurea triennale generalista, orientata al lavoro, con percorsi anche di formazione in azienda, e pieno riconoscimento del titolo di studio nel mondo del lavoro. Invece, il biennio deve essere fortemente specialistico e consentire percorsi di alto profilo, ma pur sempre con formazione in azienda, quando il corso di laurea non è strettamente rivolto alla formazione accademica.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/...20/troppo-educati-per-lavorare/661655
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