mfioretti: educazione* + divario digitale*

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  1. Si pensi al fatto che i manuali universitari ormai, a eccezione delle discipline giuridiche e mediche, non superano le 280- 300 pagine. Non solo, il fatto che le matricole arrivino dalle scuole secondarie conoscendo poche migliaia di parole e non sapendo quasi niente del resto, ci impone di aprire una parentesi ogni volta che si fa riferimento a una nozione che i ragazzi dovrebbero avere acquisita.
    http://www.famigliacristiana.it/articolo/raffaele-simone_800091.aspx
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  2. l libro, la scuola e l’iPad. Tre temi di grande attualità che messi insieme diventano un problema delicatissimo. Anzi, «un territorio in cui vale la pena di utilizzare il principio di precauzione. Tanto più che i primi studi sul campo, effettuati nei Paesi dove il tablet è già stato introdotto, non forniscono risultati propriamente positivi». Il filosofo Roberto Casati è direttore di ricerca alla Scuola Normale Superiore di Parigi.

    Lui per primo tiene a precisare di non essere un "anti-digitale", ma di essere favorevole alle nuove tecnologie. Lo ricorda anche nel suo ultimo libro, edito da Laterza, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (pp. 130, euro 15). Però, sottolinea, «non si può pensare di introdurre l’uso dell’iPad nelle scuole senza sperimentazione e senza valutazione: non è serio. Perché si vuole fare adesso con l’iPad ciò che non si è mai fatto prima?».
    http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/tablet-a-scuola-andateci-piano.aspx
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  3. "escludendo la volontarietà, la questione delle iscrizioni ha messo drammaticamente a nudo la maniera dilettantistica con cui – tra sbadataggine, incuria, ignoranza – si infligge al più debole la discriminazione da cui, in un Paese civile, dovrebbe essere esente. In nome della Demagogia 2.0."

    che tristezza.
    http://blog-micromega.blogautore.espr...one-2-0/comment-page-1/#comment-84265
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  4. -
    http://www.chefuturo.it/2013/01/il-po...nternet-da-agora-digitale-a-curva-sud
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  5. Ai cosiddetti nativi digitali manca la percezione del rischio, soprattutto in ambito informatico. Trovano molta della tecnologia che utilizziamo, scontata, naturale, semplice, qualcosa che è normale e sempre esistita. – è il commento di Alessio Pennasilico, membro del Comitato tecnico scientifico di Clusit, Associazione italiana per la Sicurezza informatica – Non aver assistito alla nascita di alcune tecnologie, ed ai problemi ad esse legate inizialmente, porta molti giovani a trascurare alcune delle misure più basilari di sicurezza, non tanto da un punto di vista tecnologico, quanto da un punto di vista comportamentale.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/...ord-e-pin-piu-virtuosi-over-55/404665
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  6. Finché il paese non avrà un adeguato sistema scolastico, finché le istituzioni non si porranno il problema dell’alfabetizzazione digitale come la lotta contro l’analfabetismo del nuovo millennio, finché non si promuoverà l’utilizzo delle tecnologie come cosa “normale” per tutti, rimarremo un paese arretrato, dove solo la metà della popolazione usa internet regolarmente e con ragionevole competenza.
    http://www.techeconomy.it/2012/10/26/il-motore-a-vapore-del-2000
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  7. La pia illusione che se io permetto di leggere la mia bacheca solo a pochi fidati amici sono al sicuro è appunto una illusione, e straordinariamente pia
    http://www.techeconomy.it/2012/10/24/...a-della-privacy-su-facebook-siamo-noi
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  8. nella conoscenza c’è la libertà. Una libertà che molti slacktivist non possono/vogliono impossessarsi perché lontani dalla competenze minime di matematica utili per parlare di democrazia in un mondo come il nostro dove sono algoritmi matematici a farla da padrone.

    Forse azzardo troppo, ma forse sarebbe il caso di far perdere meno tempo ai giovani con Alessandro Manzoni e farli dedicare di più alla matematica, ma come scienza viva, presente in ogni atto della nostra contemporaneità. E tra poco forse come presupposto per essere cittadino consapevole.
    http://www.etnografiadigitale.it/2012...-costruire-la-democrazia-del-presente
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  9. -
    http://www.corriere.it/cronache/12_ot...8e6-0d39-11e2-93be-2a3b0933ba70.shtml
    Tags: , by M. Fioretti (2012-10-03)
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  10. Facebook sta usando non solo i dati ricavati dalla profilazione dell’utenza, ma anche quelli disseminati dall’utenza stessa durante le sue frequentazioni commerciali, grazie al riconoscimento dei volti operato in alcuni esercizi: quest’ultima attività, per il solo fatto di aver destato l’attenzione della pubblica amministrazione a stelle e strisce, vuol dire che già esiste da tempo e funziona perfettamente. L’incrocio di tali dati, ovviamente, ne porta altri ancora più “interessanti” sotto il profilo pubblicitario: questo il punto abilmente sottolineato dalla dirigente del socialportalone.

    La cosa interessante viene proprio ora. In conferenza, si è parlato di Datalogix, azienda che “misura gli acquisti negli store”, racconta il NYTimes, e che ora è partner di Facebook. L’azienda ha “misurato” cinque campagne, con brand di rilievo mondiale (Nestlé, Procter & Gamble e Unilever). All’atto dell’incrocio (leggasi: data mining) tra i dati degli acquisti (confermati dalle tessere fedeltà) e le campagne su Facebook, ne è emerso che il 70 per cento delle campagne social ha ottenuto incassi tre volte superiori rispetto a quelle tradizionali, pur non avendo alcun consumatore acquistato beni attraverso un’interazione diretta con le pubblicità pubblicate sul portale di Zuckerberg. Come dire: non è più il “click” che conta, ma i risultati e, per dimostrarlo, occorre inferire con strumenti adatti andando a caccia di dati, ossia eseguendo una profonda attività di data mining. Che poi, peraltro, diventa lo stesso strumento impiegato per decidere “a chi somministrare annunci su cosa, come e quando”.
    http://nbtimes.it/mercati/13869/faceb...-e-ora-anche-di-piu-molto-di-piu.html
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