mfioretti: educazione* + analfabetismo funzionale*

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  1. I medici dovrebbe piantarla di fare esperimenti per cercare di capire se i trattamenti omeopatici siano efficaci o no: per definizione l’omeopatia sfugge al controllo sperimentale. E’ una questione di fede. Il ricorso diffuso all’omeopatia, malgrado non abbia basi scientifiche, è un fenomeno socioculturale che possono studiare e spiegare scientificamente psicologi, psichiatri, neuroscienziati, sociologi, epistemologi e storici della medicina. Non i metodologi clinici.



    Come conseguenza del fatto che non se li fila nessuno, gli scienziati se ne stanno tra di loro e solo qualcuno più socievole, narcisista o un po’ esaltato si agita per andare sui giornali o magari finisce a fare il giullare in qualche trasmissione televisiva. Fatto salvo Piero Angela, non conosco nessuno che in Italia tratti appropriatamente la scienza in televisione. Mentre i ricercatori che si fanno intervistare, di regola accettano intimiditi o ansiosi di farsi conoscere in contesti volti a banalizzare o spettacolarizzare gli argomenti. Gli scienziati che hanno un senso di dignità, diventano invece facilmente insofferenti verso i giornalisti che non li ascoltano, li manipolano, li trattano altezzosamente, gli fanno la morale, etc.



    Si dice anche che gli scienziati non facciano abbastanza divulgazione. Torniamo a un aspetto già visto: ma se non li fanno scrivere sui giornali o se magari fanno scrivere sui giornali non l’esperto in questione, ma uno un po’ famoso al quale fanno parlare di tutto. Cosa che non accade nei media anglosassoni. Inoltre, in Italia si legge pochissimo, molti meno saggi e una manciata di libri scientifici. Gli editori non sono associazioni di beneficenza e fanno i libri che si aspettano i cittadini, cioè che poi comprano. Se questi non comprano saggi scientifici perché dovrebbero pubblicarli?



    Qualcuno dirà che gli scienziati nessuno li legge perché non si fanno capire. Calma un momento. Io diffido in genere quando gli scienziati si fanno capire troppo. Ma questo è un problema diverso. Certo che se uno scienziato ha studiato venti anni e scritto per riviste specializzate migliaia di pagine di calcoli e figure allo scopo di circoscrivere complicati concetti, ipotesi ed esperimenti per spiegare un fenomeno complesso, è difficile che possa essere esaustivo e brillante in 5-6 mila caratteri (spazi inclusi). A parte che ha anche disimparato di solito a scrivere in italiano. Ma il punto vero è che sono necessari adeguati livelli di alfabetizzazione funzionale per capire certe informazioni o seguire taluni ragionamenti. Se ben il 30 per cento dei cittadini italiani è funzionalmente analfabeta, contro il 12 per cento della Finlandia o della Repubblica ceca – e se un altro 50 per cento verosimilmente rimane al di sotto delle prestazioni cognitive richieste per capire le complicate dinamiche delle economie della conoscenza – forse questo avrà un ruolo nel fatto che le persone non riescono a capire certi argomenti. Al di là degli sforzi che possono fare gli scienziati. I guru che vanno per la maggiore, che non dicono niente quando scrivono, invece li capiscono tutti.
    https://www.ilfoglio.it/scienza/2017/...enziati-167158/#.WkJMwlOPQ5s.facebook
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  2. la traduzione dal latino e dal greco, insieme ad alcune parti della matematica (nei casi in cui vengono effettivamente insegnate), è rimasto l'ultimo compito davvero difficile della scuola secondaria superiore. È questo, semplicemente questo, che rende attraenti le tesi degli abolizionisti. È questo che – prima o poi – consentirà loro di imporsi. Perché, non nascondiamocelo, la domanda degli studenti e delle loro famiglie non è di alzare l'asticella, ma di abbassarla sempre più, come in effetti diligentemente facciamo da almeno quattro decenni.È questo, il livello dell'asticella, che fa la differenza fra una buona scuola e una scuola mediocre. Ed è questo, la tenace volontà di tenerla bassa, il non-detto che accomuna buona parte delle innovazioni nella scuola e nell'università. Se così non fosse, alla progressiva erosione dello spazio del latino e del greco, con la soppressione dell'analisi logica nella scuola media inferiore, la scomparsa quasi universale della traduzione dall'italiano, l'istituzione di licei scientifici “ma senza latino”, si accompagnerebbe l'introduzione di soggetti ritenuti più interessanti, o più utili, o più formativi, ma altrettanto impegnativi. Giusto per fare qualche esempio: studio del cinese, compresi gli ideogrammi; logica e calcolo simbolico; teoria della relatività; meccanica quantistica; filologia classica o moderna; algebra astratta; linguaggi di programmazione evoluti (al posto del ridicolo insegnamento del pacchetto Microsoft Office).Ecco perché dico che la cultura classica non è la vera posta in gioco. Le minacce alla cultura classica vengono un po' da tutte le parti, ma il suo vero tallone di Achille è che c'è un momento di essa, quello in cui prendiamo in mano un testo di 2000 anni fa e proviamo a tradurlo, che richiede un livello di organizzazione mentale che non siamo più capaci di fornire a tutti. Per questo, essenzialmente per questo, la traduzione dal greco e dal latino è entrata nel mirino della politica. Non tanto perché «non è utile» (quasi nulla di ciò che si insegna a scuola ha un'utilità immediata), ma perché è difficile, molto difficile.Si potrebbe obiettare: perché mai dobbiamo difendere le cose difficili? Non c'è un po' di sadismo nel rifiuto di alleggerire gli studi?È arrivati a questo punto, a questo nodo del problema, che mi sono convinto che, proprio per il lavoro che faccio, non potevo non firmare l'appello. Perché quel che osservo nel mio lavoro di docente universitario non mi può lasciare indifferente.

    Quel che vedo è terribile. Ci sono studenti, tantissimi studenti, che non hanno alcun particolare handicap fisico o sociale eppure sono irrimediabilmente non all'altezza dei compiti cognitivi che lo studio universitario ancora richiede in certe materie e in certe aree del Paese. Essi credono di avere delle “lacune”, e quindi di poterle colmare (come si recupera un'informazione mancante cercandola su internet), ma in realtà si sbagliano. Per essi non c'è più (quasi) nulla da fare, perché difettano delle capacità di base, che si acquisiscono lentamente e gradualmente nel tempo: capacità di astrazione e concentrazione, padronanza della lingua e del suo lessico, finezza e sensibilità alle distinzioni, capacità di prendere appunti e organizzare la conoscenza, attitudine a non dimenticare quel che si è appreso. La scuola di oggi, con la sua corsa ad abbassare l'asticella, queste capacità le fornisce sempre più raramente. E, quel che è più grave, questa rinuncia a regalare ai giovani una vera formazione di base non avviene certo in nome di un'istruzione “utile”, ovvero all'insegna di uno sviluppo delle capacità professionali, ad esempio sul modello tedesco dell'alternanza scuola-lavoro. No, il modello verso cui stiamo correndo a fari spenti è quello della liceizzazione totale: la scuola secondaria superiore è oggi un gigantesco liceo che non è più in grado di erogare una preparazione di base decente, e proprio per questo induce l'università a trasformarsi essa stessa in un immenso e tardivo liceo. L'unico baluardo che resta in piedi sono quelle scuole, ma forse sarebbe meglio dire – quegli insegnanti – che non hanno rinunciato a spostare l'asticella sempre più in su, per mettere i loro allievi nelle condizioni di affrontare qualsiasi tipo di studio, umanistico o scientifico che sia. È grazie a queste scuole e a questi insegnanti che all'università, nonostante tutto, arrivano ancora drappelli di studenti in grado di ricevere un'istruzione universitaria, e le materie più complesse non sono ancora state abolite del tutto. Ma si tratta di eccezioni, non di rado provenienti dalla minoranza di studenti (circa il 6%) che ancora scelgono il liceo classico, con la sua aborrita prova di traduzione dal latino e dal greco. La regola, purtroppo, è che chi ha un diploma di maturità non è in grado di frequentare un'università che non abbia drasticamente abbassato gli standard. È per questo che sto con la lettera-appello sulla traduzione dal latino e dal greco. Per me quella lettera non difende semplicemente la cultura classica, il latino o il greco. Quell'appello, difendendo l'ultima prova veramente difficile rimasta in piedi nella scuola, difende anche un'idea più generale: che se non vogliamo privare i nostri ragazzi delle capacità di cui prima o poi avranno bisogno, dobbiamo regalargli studi degni di questo nome, e smetterla di proteggerli da ogni sfida che possa metterli davvero alla prova.
    http://mobile.ilsole24ore.com/solemob...2506.shtml?uuid=ADC45JdB&refresh_ce=1
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  3. a rigor di logica, se la maggior parte degli italiani non legge, non saremo forse noi, la minoranza, a sbagliare? È davvero così importante amare i libri? E se fosse solo un complotto radical chic?

    Ci ho riflettuto a lungo e ho tratto le mie conclusioni. I libri sono un pericolo. Ecco perché non dovresti mai leggerli:

    Leggere fa perdere un sacco di tempo. Sfogliare un libro la sera vuol dire non poter stare immobili davanti alla tv a fare zapping, leggere in metropolitana o sull’autobus significa rinunciare alle partite di Candy Crush, leggere in treno è sacrificare le telefonate a voce altissima, i sonnellini, il fissare il vuoto. Leggere prima di andare a dormire ti toglie tempo per lamentarti della giornata col tuo partner. Leggere in spiaggia ti distrae dalla tintarella. Leggere mentre sei in coda (dal medico, in posta, in aeroporto) ti impedisce di mandare mille messaggi vocali su Whatsapp. E chi ce l’ha il tempo per leggere?
    http://www.dottoressadania.it/2016/05...ai-leggere-libri-nemmeno-se-costretto
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  4. Fatti non fosti a viver come bruti, ma per seguir virtute et competenza?

    Ecco, è un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti in poi per le loro pessime riforme scolastiche. Abbiamo bisogno di persone con uno sguardo generale. Non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità (come del resto è scritto nella nostra Costituzione, che stiamo via via dimenticando).

    Competenza vuol dire possedere oggetti conoscitivi e capacità. Conoscenza vuol dire farsi modificare dalle cose che si incontrano, giusto?

    E poi non c’è conoscenza senza sguardo critico, cioè senza il dubbio. La scuola ci insegna delle cose, ma dovrebbe soprattutto insegnarci a dubitare di quello che essa stessa ci insegna.

    E invece?

    Il modello dell’educazione di oggi è quello di Tempi moderni, di Charlot che fa l’operaio e esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone. L’ideale del nostro bell’ideologo-intellettuale-riformatore dell’educazione è proprio “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Un modo di mortificare la ricchezza della natura umana. E la democrazia viene uccisa.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...buona-e-le-competenze-non-servo/29179
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  5. a voce del genitore che legge al bambino trasmette, insieme, amore e conoscenza. O almeno dovrebbe.

    La voglia degli adulti di leggere

    Il problema è semmai a monte, come si dice, ed eccede il campo di competenza dei pediatri: bisogna che i genitori vogliano e sappiano leggere. La lettura (anche quella ad alta voce) non può essere percepita come un dovere e nemmeno come una routine quotidiana; e se papà e mamma non sono abituati, per conto proprio, ai libri, è comunque ben difficile trasmettere ai propri figli un piacere che non c’è. (Il che spesso si riproporrà con gli insegnanti: quanti docenti hanno un’autentica passione per la lettura?).
    http://www.corriere.it/scuola/primari...23c-472f-11e5-aa5e-2130add6a46c.shtml
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  6. Per i docenti che descrivi all’inizio della lettera non si tratta di meritare o demeritare: occupano un posto indebitamente.

    Ecco dove troveremmo impiego per i giovani o i precari che vogliono diventare insegnanti e si vedono sbarrare le graduatorie, perché i loro posti sono occupati da persone che non lavorano e che è impossibile allontanare (solo in questo caso vorrei il preside-sceriffo...). Sono quelli che io chiamo «indecenti».

    Poi c’è la seconda categoria che descrivi: quella degli insegnanti dotati di professionalità - non parlo di carisma, che se c’è è meglio, ma che è dono che non tutti hanno - sono quelli che conoscono il mestiere e che voi ragazzi sapete riconoscere subito (perché tanta paura di essere giudicati da voi? Chiedo sempre ai miei studenti alla fine dell’anno di scrivermi che cosa ho fatto bene, che cosa male, che cosa posso migliorare e ne traggo gran beneficio), quelli che non fanno sconti, che danno più del dovuto e chiedono altrettanto, che sanno guardarvi in volto, sfidandovi a dare il meglio, riconoscendo talenti e difetti (questo volete: maestri, non compagni di giochi). Questi io li chiamo «docenti in atto»: ne ricordiamo almeno uno nel nostro percorso.

    Tra le due si colloca una categoria, che io chiamo «in-docenti»: hanno professionalità ma, stanchezza, burocrazia, età, difficoltà ambientali, hanno spento il motivo per cui sono diventati insegnanti. Per questo anche se sanno, non riescono a trasmettere. Per migliorare la scuola bisogna alleggerirla degli indecenti, premiare i docenti e aiutare gli in-docenti a ritrovare smalto per evitare che scivolino nell’apatia.

    Per concludere, è vero serve contatto con il mondo del lavoro, ma in modo indiretto: perché hai scelto Scienze Politiche? Perché qualcuno ti ha fatto scoprire dove si indirizzava il tuo sguardo, dove potevi impegnare il tuo talento. È mai possibile che dopo 13 anni di percorso scolastico un ragazzo non sappia verso dove guardare? Se lavorare o frequentare l’università?
    http://www.lastampa.it/2015/05/20/cul...ti-8ZkzBNE14nIKBP0oTHF13N/pagina.html
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  7. Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l'uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Basterebbero queste due percentuali per far scattare l'emergenza sociale. Perché di vera emergenza sociale si tratta, visto che il dominio della propria (sottolineato propria) lingua è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell'individuo e della collettività.

    Nel 1973, Pier Paolo Pasolini aprì una discussione: il tramonto del dialetto equivaleva per lui all'abbandono dell'età dell'innocenza e all'entrata nella civiltà dei consumi e nell'età della corruzione. Gli fu risposto che la conquista dell'italiano da parte delle classi subalterne, come si diceva allora, era piuttosto la premessa e la promessa della loro promozione sociale.

    Oggi, a quarant'anni da quelle accesissime polemiche tra apocalittici e integrati, tra nostalgici delle parlate locali e fautori delle magnifiche sorti e progressive, sembrano tutti sconfitti di fronte al pauroso ristagno economico, culturale e linguistico. L'allarme lanciato da De Mauro chiama in causa anche il nuovo governo, che finora, ha detto lo studioso, «sembra aver dimenticato l'istruzione». Istruzione e scuola sono i due concetti chiave. Se nel dopoguerra, fino agli anni Novanta, il livello di scolarità è cresciuto fino a una media di dodici anni di frequenza scolastica per ogni cittadino (nel '51 eravamo a tre anni a testa), oggi si registra, con il record di abbandoni scolastici, un incremento pauroso del cosiddetto analfabetismo di ritorno, favorito anche dalla dipendenza televisiva e tecnologica. Non deve dunque stupire che il 33 per cento degli italiani, pur sapendo leggere, riesca a decifrare soltanto testi elementari, e che persista un 5 per cento incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra. Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come avviene per le nozioni matematiche).
    http://www.corriere.it/cultura/11_nov...0fa-19a8-11e1-8452-a4403a89a63b.shtml
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  8. Un’altra possibile ipotesi è che sia la qualità dell’informazione a determinare quanto il pubblico sia informato sulla realtà nazionale. In mancanza di una misura diretta, è possibile utilizzare l’indice della libertà dell’informazione giornalistica prodotto annualmente dall’associazione Reporters Without Borders. Oltre a misurare la libertà e l’indipendenza delle testate e dei giornalisti, l’indice prende in considerazione anche la trasparenza della regolamentazione dei media da parte del legislatore e dell’esecutivo e il grado di concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione.

    Al contrario di quanto avviene con il reddito, la figura 2 mostra una relazione con il grado di ‘ignoranza’ negativa e statisticamente molto significativa. L’Italia, la Polonia e la Corea hanno indici di libertà di informazione tra i più bassi e livelli di ‘ignoranza’ tra i più alti del campione. Esattamente il contrario di Svezia, Germania e Giappone. Quasi due terzi della variazione nella classifica di ‘ignoranza’ sono spiegati solamente dalla variazione nella classifica della libertà dell’informazione. E aggiungendo il livello di reddito pro-capite si raggiunge un potere esplicativo dell’80 per cento (con il coefficiente della libertà di informazione che rimane altamente significativo).
    http://www.lavoce.info/archives/31815...za-degli-italiani-inizia-sui-giornali
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  9. : “Sono sicuro che avrete sentito l’espressione ‘ognuno ha diritto alla propria opinione’. Forse l’avrete detta voi stessi, magari per bloccare una discussione o per portarla a conclusione. Bene, non appena entrate in questa stanza, questo non è più valido. Non avrete più diritto alla vostra opinione. Avrete diritto solo a ciò che potrete provare.”

    Un po’ rude? Forse, ma gli insegnanti di filosofia devono insegnare ai loro studenti come strutturare e difendere un ragionamento – e a riconoscere quando una convinzione è divenuta indifendibile.

    Il problema con l’assunto “ho diritto di avere la mia opinione” è che, sin troppo spesso, è utilizzata per difendere convinzioni che avrebbero dovuto essere abbandonate. Diventa un’abbreviazione per “io posso dire o pensare quello che voglio” – e, per esteso, continuare a contrastare è in qualche maniera irriverente. E questa attitudine porta, io sostengo, alla falsa equivalenza tra esperti e non esperti, che è una crescente e perniciosa caratteristica del nostro discorso pubblico.
    http://difesasperimentazioneanimale.w.../no-non-hai-diritto-alla-tua-opinione
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  10. c’è stato un momento in cui, in questo paese, chiunque si occupi di pensiero e, sì, anche di libri, è stato identificato (da destra e da sinistra, da sopra e da sotto) come un parassita della società, come qualcuno che non si occupa dei problemi VERI, e che ovviamente passa il tempo sui soliti divani di vimini delle solite terrazze romane.
    Ammettiamo che sia vero (e non lo è se non in una parte così risibile e ininfluente che viene buona sono per le parodie e i pettegolezzi su twitter). Non è il presunto potere di quel presunto gotha che dovrebbe riguardarci. E’ il potere della lettura.
    Se diminuisce la capacità di lettura, siamo spacciati. “Esagerata”, brontolava uno scrittore nella serata social di ieri. E allora ritiriamo fuori Tullio De Mauro, certamente esageratissimo, che da anni ripete quanto segue:

    “Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.
    http://loredanalipperini.blog.kataweb...ielsen-sulla-lettura-deve-farci-paura
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