mfioretti: economia*

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  1. L’ormai vastissima mole degli studi sulle determinanti di soddisfazione e senso di vita fa emergere chiaramente il ruolo chiave della generatività e l’ambivalenza tra beni di comfort e beni di stimolo che un economista geniale come Tibor Scitovsky aveva ben tematizzato nel suo libro, non a caso intitolato The Joyless Society (La società senza gioia). I beni di comfort sono quei beni che producono piacere a breve ma che, in caso di abuso, indeboliscono la nostra capacità di investire con fatica per procurarci i beni di stimolo. L’abuso dei beni di comfort produce dipendenze e infelicità mentre la possibilità di godere dei beni di stimolo è una fonte di soddisfazione e di senso della vita ben più stabile e duratura. I beni di stimolo seguono una legge molto singolare. Sembrano a portata di mano ma non possono essere consumati se prima non esiste un investimento faticoso per costruire l’abilità necessaria per accedervi. Chiunque è genitore sa bene che in un mondo che rende sempre più facile e a basso costo l’accesso ai beni di comfort di ogni tipo una delle cose più difficili e più importanti da insegnare ai ragazzi è il giusto rapporto tra questi tipi di beni. Una delle pochissime narrative "laiche" che aiutano da questo punto di vista è quella dello sport praticato in modo sano dove i ragazzi imparano che un’abilità si conquista con allenamento e fatica. Lo stesso vale per tutte le abilità (professionali, spirituali, culturali) che rappresentano altrettanti beni di stimolo. Inutile negarlo ma le leggi hanno anche un ruolo educativo. È molto facile pensare che ciò che è lecito è anche buono e desiderabile ed è questo, insieme a quanto considerato sopra, il motivo per il quale un allentamento delle restrizioni sul consumo di cannabis non mi entusiasma affatto.

    Il secondo argomento antiproibizionista mi pare del tutto infondato perché sottovaluta di gran lunga la capacità innovativa dell’impresa criminale il cui business è rappresentato dagli innumerevoli mercati delle attività illegali. In alcuni casi si tratta di attività del tutto illegali (il consumo di cocaina ed eroina). In altri di attività che hanno perimetri di legalità quando rispettano alcuni vincoli, o che sono del tutto legali all’interno di certi parametri ma che possono diventare illegali quando questi parametri non sono rispettati (dall’azzardo illegale all’usura e agli ecoreati).
    L’esempio dell’azzardo da questo punto di vista è illuminante. La presenza dell’azzardo legale aumenta e non riduce il numero di giocatori patologici e non sembra frenare le possibilità di espansione dell’azzardo illegale perché, quando esiste un perimetro di legalità circoscritto, la criminalità sa costruirsi uno spazio illegale oltre quel perimetro dove i rischi per l’utente sono tra l’altro maggiori. È ingenuo pensare che la liberalizzazione di uno solo di questi mercati illegali diventi un vulnus decisivo per i profitti delle attività criminali che si giocano su così tanti fronti. Il vero antidoto alla criminalità sono gli anticorpi di capitale sociale e di senso civico delle comunità locali. Che sono come degli organismi dove la presenza di questi anticorpi impedisce al virus delle organizzazioni criminali di attecchire laddove mantiene livelli di vigilanza elevati.


    Il terzo ragionamento non convincente è quello che cerca di portare argomenti a favore della legalizzazione con monopolio pubblico dell’offerta parlando dei benefici fiscali che ne deriverebbero. Torna alla mente il famoso discorso di Bob Kennedy con la lista di tutte le cose che contribuiscono negativamente al nostro benessere, ma fanno aumentare il Pil
    https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/legalizzare-cannabis
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  2. Esplora il significato del termine: Ci sono varie possibilità.La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna. La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’ insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti. Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs Act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività. Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose. Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano e più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda. Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs Act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino. » Ci sono varie possibilità.La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

    La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’ insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

    Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs Act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

    Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

    Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano e più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

    Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs Act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.
    http://www.corriere.it/cultura/16_nov...f2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml
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  3. Non è così esagerato dire che la teoria l’idea di Friedman è alla base della teoria macroeconomica moderna. Purtroppo, però, c’è un piccolo problema: è quasi certamente sbagliata. Non del tutto, ma in un certo senso è sbagliata. È probabile che esistano molti consumatori che si comportano esattamente come immaginato da Friedman. Ma il problema è che ce ne sono molti altri che agiscono in modo decisamente diverso. Lentamente, gli economisti stanno accumulando prove che dimostrano come quest’ultimo gruppo sia rilevante e consistente. Le prime verifiche diedero credito alla teoria del consumo permanente. Nel 1990, però, gli economisti John Campbell e Greg Mankiw stimarono che solo circa la metà dei consumatori seguiva il principio di Friedman. Il resto, secondo loro, aveva un consumo più “alla giornata”: se ricevono un premio al lavoro, un grosso rimborso fiscale, o un assegno da un programma di stimolo del governo, queste persone vanno a mangiare fuori in un bel ristorante, comprano nuovi mobili per la casa, o semplicemente spendono di più.

    Nel 2006, poi, un colpo alla versione matematica della teoria di Friedman arrivò dagli economisti della Georgetown Univesity Matthew Canzoneri, Robert Cumby e Behzad Diba, che pubblicarono uno studio in cui verificarono l’equazione del consumo di Eulero confrontandola con dati finanziari veri, una cosa che per qualche strana ragione apparentemente nessun economista aveva mai fatto prima. Secondo l’equazione presa in esame, quando i tassi di interesse sono alti, le persone risparmiano di più e consumano meno: è il loro modo per livellare il consumo, come aveva previsto Friedman. Ma Canzoneri e i suoi colleghi scoprirono che quello che succede in realtà è il contrario: per qualche strana ragione, le persone tendono a consumare di più quando i tassi sono alti.
    http://www.ilpost.it/2016/07/31/teoria-reddito-permanente-milton-friedman
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  4. Quelli diffusi dall'Istat qualche settimana fa sono dati da brivido: i nuovi nati nel 2014 sono stati 509mila, 5mila in meno dell'anno precedente. Un record al negativo che non ha precedenti guardando all'indietro nella storia d'Italia, fino all'anno dell'Unità, il 1861. Il nostro tasso di natalità è il penultimo d'Europa, a pari merito con Grecia ed Estonia, davanti al Portogallo. E per fortuna ancora ci “salvano” gli immigrati, poiché circa il 15% dei neonati è figlio di due genitori stranieri. I media internazionali, quando sono uscite queste cifre, hanno dato grande enfasi alla notizia: il Guardian ha citato alcune dichiarazioni del ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin: «Siamo molto vicini alla soglia di “non sostituzione”, quella dove le persone che nascono non riescono a sostituire quelle che muoiono. Questo significa che siamo un Paese che sta morendo», spiegava il ministro italiano alla testata inglese, aggiungendo che «questa situazione ha enormi ripercussioni per ogni settore: economia, società sanità, pensioni, solo per dare pochi esempi». In realtà già adesso i nuovi nati (509mila) non riescono a sostituire i decessi (597mila). Ma la natalità è solo uno dei problemi demografici italiani. Ci sono anche le migrazioni. Vediamo cosa sta accadendo.

    Altro dato impressionante: gli italiani in fuga oltreconfine. Stando ai dati dell'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) l'anno scorso hanno superato quota 100mila, arrivando per la precisione a 101.297, contro i 94.126 dell'anno precedente (+7%). In pratica, in un anno è scomparsa dalla carta geografica italiana una città come Piacenza, o come Novara. Stranieri a parte, il saldo migratorio con l'estero relativo ai soli cittadini italiani risulta negativo secondo l'Istat per 65mila unità. Dove vanno? Soprattutto in Germania, Regno Unito e Svizzera. E si tratta di forze vitali: la fascia di età più giovane e produttiva della popolazione (20-40 anni) rappresenta infatti quasi la metà del totale (47.901). Rispetto al 2013 è cresciuta la percentuale di 20-30enni (23.503), che sta per eguagliare ormai quella dei 30-40enni (24.398). Ma c'è un altro numero che pesa sul destino dell'Italia.

    Questa è una buona notizia: in Italia si vive più a lungo. Sempre l'Istat attesta infatti che la speranza di vita degli italiani nel 2014 è aumentata a 80,2 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. E' in calo anche il numero dei decessi, che l'anno scorso sono stati 597mila, circa quattromila in meno del 2013. Quanto all'età media, al 1° gennaio 2015 è di 44,4 anni. Ma è prevista in aumento, fino a sfiorare quota 50 anni nel 2050, contro i 43,3 anni del Regno Unito e i 43,4 anni della Francia, per non parlare dei 36,7 anni dell'India (dati Onu). Quanto tutto ciò pesi in termini di sostenibilità del welfare, è facile immaginarlo.
    http://www.ilsole24ore.com/art/notizi...-181356.shtml?uuid=ABDtZkfD&nmll=2707
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  5. Nel World Economic Outlook che uscirà il 14 aprile si legge che non ci sono "correlazioni statisticamente significative" tra la deregolamentazione di assunzioni e licenziamenti e la capacità di crescita dell'economia. Un teorema che lo stesso Fondo, insieme a Bce e Commissione Ue, cavalca da anni. E che è il fondamento teorico del Jobs Act

    Fermi tutti, come non detto. Liberalizzare il mercato del lavoro non aiuta la crescita economica. E ad attestarlo è il Fondo monetario internazionale, che compie così una svolta a U rispetto a quanto energicamente professato per anni. La rivoluzione è contenuta in poche righe, mimetizzate a pagina 37 del capitolo 3 del prossimo World Economic Outlook che uscirà in versione integrale il 14 aprile. Vi si legge che “il livello di regolamentazione del mercato del lavoro non ha evidenziato correlazioni statisticamente significative con la produttività complessiva”. Al contrario, spiega l’Fmi, a spingere la crescita sono la liberalizzazione del mercato dei beni, il livello delle competenze dei lavoratori, il livello degli investimenti e le spese per ricerca e sviluppo.

    E’ improbabile che lo studio dell’Fmi ponga fine a un dibattito che dura da tempo su una materia oggettivamente difficile da indagare, che comprensibilmente scalda gli animi e su cui esistono studi contraddittori. Tuttavia, uno dei tradizionali cavalli di battaglia degli economisti di area liberista viene azzoppato proprio da chi lo aveva cavalcato per anni. Alcune certezze, o presunte tali, iniziano a vacillare ed è possibile che anche le future politiche economiche ne vengano presto o tardi influenzate.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...-mercato-non-spinge-leconomia/1577281
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  6. è bastato vederle in dettaglio, le riforme del duo “renzusconi”, per capire che, specialmente sul piano dell’’economia e del lavoro, quelle riforme erano solo l’aria fritta necessaria a friggere per bene i pesci nella padella della partitocrazia.

    Lasciamo perdere per oggi le porcate contenute nell’Italicum, che nemmeno buona parte dei compagni di partito del boss piddino (giustamente!) riescono a digerire, ma sulle previsioni di ripresa economica, come si fa … anche con tutta la spontanea ammirazione che ogni italico inevitabilmente subisce dal giovine talento fiorentino..a credere davvero che con l’aria fritta si possa uscire da una crisi epocale come quella che attanaglia da quattro anni l’intera Europa e si allarga al mondo intero?

    Appare perfettamente chiaro che Renzi e i suoi sodali cercano solo di approfittare della temporanea liquidità concessa alle banche dalle banche centrali di tutto il mondo (non solo dalla Bce alle banche europee) e dal terremoto provocato a livello globale dalla ciclopica svalutazione dell’euro sul dollaro (quasi il 30% in poco più di tre mesi), per far credere che le pessime riforme del programma Renzi-Berlusconi, stanno dando buoni frutti per il paese. Senza contare il sostanzioso beneficio derivante dall’attuale basso spread sul marco, che consente al Tesoro italiano di risparmiare diversi miliardi di euro in interessi sui bond italiani.

    Quindi, ricapitolando.

    Nel 2010 c’erano ancora per l’economia italiana buone prospettive di crescita.
    Il livello di indebitamento che l’Italia aveva già raggiunto con Prodi nel 2010, prima che lo mandassero a casa anzitempo gli intrallazzi dei politici, era pari al 118,5% del Pil.
    Nel 2011 due successive sciagurate manovre antinflazionistiche di Trichet, allora presidente della Banca Centrale Europea, hanno dato il via alla crisi di liquidità europea e spalancato contemporaneamente la porta alla speculazione globale.
    Per contrastare la crisi (di liquidità) gli economisti e i politici d’Europa (allora in grande maggioranza liberisti o ultra-liberisti, cioè di destra), dando la colpa al debito che c’entra quasi niente sulla crisi, hanno imposto le nefaste manovre di austerità (che ogni economista di buon senso avrebbe rinviato a miglior data).
    L’austerità ha pesantemente aggravato la già grave crisi di liquidità.
    La crisi ha portato alla vittoria partiti di (pseudo)sinistra in Francia e in Italia. Il popolo chiede l’allentamento dell’austerità e la crescita.
    I partiti di sinistra promettono crescita (ma mantengono le riforme di austerità che hanno creato la crisi).
    La crisi si aggraverà così ulteriormente (anche se una modesta crescita generata dalla maggiore liquidità consentirà di illudere per qualche tempo). Gli elettori voteranno di nuovo a destra per delusione e/o ripicca, o non andranno a votare.
    Vinceranno di nuovo le destre e termineranno le riforme necessarie a distruggere completamente i i Welfare-State filo-socialisti che sono il massimo impedimento per la rapida espansione dell’ultra liberismo economico a livello globale.
    La ripresa (a livello di Pil) vera ci sarà dopo, ma siccome la distribuzione del reddito sarà seriamente compromessa e rigidamente controllata da chi lo detiene, essa andrà a beneficio solo di chi è già ricco.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...sma-della-coppia-padoan-renzi/1572681
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  7. Biasco dà completamente i numeri. L’ordine di grandezza che lui cita per la nostra svalutazione non ha precedenti storici di rilievo nemmeno in paesi economicamente disastrati, in particolare non si è presentato durante la crisi Argentina del 2002, da lui esplicitamente citata, ed è dieci volte superiore a quello che studiosi seri come Paolo Savona (nonché tutti gli studi applicati che vi ho citato sopra) indicano come verosimile nel nostro caso: il dollaro aumenterebbe di qualcosa fra il 20% e il 30%. Come dimostro nel mio ultimo studio, una simile svalutazione comporterebbe un aumento del prezzo della benzina di circa 12 centesimi al litro, minore dell’aumento di 16 centesimi delle accise che Monti ci ha imposto per restare nell’euro.

    Post scriptum per gli espertoni – Qualcuno dirà: “Maestraaaa! Bagnai bara! Ha inserito nel suo campione anche gli anni di Bretton Woods, nei quali il cambio era fisso, ed è per questo che l’incidenza percentuale delle svalutazioni catastrofiche è così bassa”. Cari espertoni, continuate a far rima con voi stessi. C’è una cosa del sistema di cambi fissi di Bretton Woods che nessuno ricorda: il fatto che i cambi erano aggiustabili. Nel periodo dal 1957 alla metà del 1971, quando Nixon tirò il pacco al resto del mondo sospendendo la convertibilità del dollaro in oro, i quattro sfortunati paesi che abbiamo considerato hanno sperimentato ben 55 riallineamenti, fra cui anche 14 rivalutazioni. Succede nell’11% dei mesi considerati ed è quindi un evento abbastanza frequente, e in almeno un caso (quello del Congo, nel giugno del 1967) piuttosto rilevante (il prezzo del dollaro aumentò del 100%, cioè raddoppiò). Dovete cacciarvelo in testa: non è mai esistito un sistema monetario rigido come l’euro, ed è per questo che l’euro crollerà. Volete aiutarci a farlo in modo controllato, o volete restare sotto le macerie? La risposta spetta a voi, ma per darla correttamente imparate a distinguere chi dà i numeri per motivi di bassa cucina politica da chi cerca di informarvi correttamente. Ne va del futuro dei vostri figli, se vi interessa.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...-benzina-andrebbe-a-3000-lire/1317342
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  8. in linea generale, è ormai empiricamente dimostrato che il pacchetto Treu ha segnato una linea: quelli che sono entrati nel mercato del lavoro prima, sono stati più o meno salvati, almeno fino a eventuale chiusura della loro azienda; quelli che sono entrati nel mercato del lavoro dopo, sono quasi tutti impazziti (e continuano a impazzire) tra dozzine di lavori o “lavoretti” a termine: quindi vivono in un’eterna provvisorietà, non riescono a ottenere un mutuo, dunque non fanno figli, e anche quando riescono a portare a casa un po’ di soldi ne spendono il meno possibile (temendo giorni peggiori) sicché non “rilanciano i consumi” così come richiede il sistema economico che al momento abbiamo.
    http://gilioli.blogautore.espresso.re...%abprecari-mettetevi-a-studiare%c2%bb
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  9. once the Nikkei 225 hit 38,916 points 20 years ago this week, life began to leach out of the Japanese economy. In the third quarter of 2009 nominal GDP—though still vast by global standards—sank below its level in 1992, reinforcing the impression of not one but two lost decades. Deflation is back in the headlines. On December 29th the Nikkei stood at 10,638, 73% below its peak, though an expansionary budget drafted on December 25th has given it a recent lift. Urban property prices have fallen by almost two-thirds. Some ski apartments are worth just one-tenth of what the “bubble generation” paid for them.

    What effect has this steady erosion of value had on the psychology of Japanese people? The bust did not lay waste to Japan, after all, as the Depression did to America in the 1930s. Homelessness and suicide have risen, and life has got much harder for young people seeking good jobs. But Japan still has ¥1,500 trillion ($16.3 trillion) of savings, its exporters are world-class, and many of its citizens dress, shop and eat lavishly. As a senior civil servant puts it: “Japanese people have never really felt that they are in crisis, even though the economy is slowly withering away.”

    For individuals the damage lies below the surface. One of the first bubbles to pop, says Peter Tasker of Arcus Research, who has written several books on the bust, was a psychological one: confidence. Instead of getting angry, people lost faith in Japan's economic prowess. “It became all about declining expectations and how society coped with it,” Mr Tasker says.
    http://www.economist.com/node/15176489
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  10. Il dissidio riguarderebbe pure la decisione del governo di aumentare (dall'11,5 al 20%) la tassazione sui rendimenti dei fondi di previdenza integrativa. Misura che, secondo un'interpretazione, rappresenterebbe un attacco indiretto al potere sindacale (e a un "vecchio" modello di sinistra) non solo perché i sindacalisti siedono nei consigli di amministrazione dei fondi negoziali ma anche perché sono perlopiù i lavoratori sindacalizzati ad aderire alla previdenza complementare. A Ceriani sarebbe stata sostanzialmente tolta la gestione della delega per la riforma fiscale.

    Né aiuta il fatto che il direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, venga ormai unanimemente visto come un anello debole.

    I suoi predecessori, da Mario Draghi a Vittorio Grilli, erano sempre stati uomini chiave. Invece Palazzo Chigi considera pressoché nullo l'apporto di La Via e gli stessi alti dirigenti del Tesoro faticano a comunicare con lui. Non è un mistero che si cerchi qualcuno per sostituirlo, benché non sia facile: il tetto a 240 mila euro ai compensi dei burocrati, deciso dal governo, scoraggia alcuni dei potenziali candidati dal presentarsi. Molti di loro pensano che 240 mila euro non siano adeguati ai rischi legati di rappresentare il Tesoro in una miriade di aziende partecipate, dall'Eni a Finmeccanica.

    Probabile che il rapporto fra Padoan e Renzi tenga. Almeno fino a quando l'Italia conserverà la linea tradizionale del rispetto dei limiti europei di deficit e resterà nel pieno delle funzioni colui che, nei giorni in cui si formò il governo, presentò i due uomini l'uno all'altro: Giorgio Napolitano.
    http://www.repubblica.it/economia/201...ione_con_palazzo_chigi-101524192/?rss
    Tags: , , , by M. Fioretti (2014-11-28)
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