mfioretti: diritto allo studio*

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  1. Sono d’accordo con te che ci troviamo in un sistema malato, ma il numero chiuso è una delle poche note positive che argina lo sfacelo dell’Università Italiana. Certo le percentuali di (in)successo possono spaventare ma questi test servono proprio a questo, a fare una tanto ingiusta quanto necessaria selezione. Non basta essere bravi, bisogna essere i più bravi (e tu cara Chiara mi sembri davvero una di questi), perché nella vita ,così come nella nascita, non c’è progressione senza impegno.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...mero-chiuso-le-vostre-lettere/2989297
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  2. L’esistenza di questi corsi di preparazione a pagamento è contraddittoria con il sistema scolastico italiano e anticostituzionale. Sarebbe compito della Repubblica, quindi, assicurarsi che i test vengano aboliti o semplificati, per permettere a tutti gli studenti di accedere agli studi universitari, in tutte le facoltà. La nostra Costituzione prevede uno specifico impegno dello Stato, articolo 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il silenzio dello Stato al riguardo ha favorito la fuga delle menti migliori, che cercano e trovano l’apprezzamento per i loro meriti e le loro fatiche in Paesi stranieri.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/premi...-intervenga-contro-i-test-di-medicina
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  3. Non è stato una cosa diffusa, e soprattutto non era affatto la posizione ufficiale della sinistra italiana. La posizione vera della Sinistra italiana è piuttosto quella di don Milani, che ricordava ai figli degli operai e dei contadini che loro dovevano studiare il doppio rispetto ai figli di papà.
    Riporto anch’io un mio ricordo personale: ho vent’anni meno del senatore Monti, e quando avevo 14-15 anni, all’inizio degli anni ’70, quindi ancora molto vicini al 1968, del sei politico già si parlava al passato. Ovviamente io non facevo l’università, ma avevo professori giovani, c’erano amici e fratelli maggiori che andavano all’università, e del sei politico e degli esami autogestiti non se ne parlava proprio più. Ripeto: era il 1972, quattro anni dopo il ’68.
    In seguito, ho letto e ascoltato interventi dei testimoni diretti di quel periodo. Tutti concordano su una cosa: che il sei politico e gli esami autogestiti furono limitati ad alcune scuole e ad alcune facoltà ben precise. Nel dettaglio: nessuna laurea a carattere scientifico o tecnico. Al sei politico fu interessata la facoltà di sociologia di Trento, dove insegnava Monti, e altri corsi universitari di Lettere, Filosofia. E non in tutte le Università. La cosa si spiega facilmente: dato che era impossibile tenere il segreto, nessuna impresa avrebbe mai e poi mai assunto un ingegnere o un medico che si fosse laureato in quel modo.
    http://deladelmur.blogspot.it/2012/11/il-sei-politico.html
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  4. In dieci anni perse 65mila matricole, con un calo del 20% dei diplomati che scelgono di continuare gli studi. Colpa della crisi, ma anche dalle scarse prospettive di lavoro che dà la laurea. La contrazione del sistema universitario italiano oltre ad ampliare il divario fra Nord e Sud mina però gravemente il potenziale di crescita del Paese. C'è chi dà la colpa all'aumento delle tasse, all'introduzione del numero chiuso e al taglio dei fondi statali per borse e alloggi, mentre per gli studenti il colpo di grazia è arrivato con la riforma dell'Isee
    http://inchieste.repubblica.it/it/rep..._dall_universita_-130049854/?rss#isee
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  5. I docenti degli atenei italiani nel 2013 erano 55 mila, con un calo complessivo del 13 per cento in dieci anni. E nell'ultima decade - questo è il dato straordinario - sono stati espulsi 97 ricercatori precari ogni cento. Nel 2014 a fronte di 2.324 pensionamenti sono stati attivati solo 141 contratti a tempo determinato (fonte Ricercarsi). Nel Sud in sei anni si è perso il 38 per cento delle posizioni per un dottorato. Infine l'Andisu, l'associazione che si occupa del diritto allo studio, ha portato all'uditorio il suo carico ricordando che in Italia lo Stato spende sul diritto allo studio 600 milioni quando in Germania l'intervento è da 4 miliardi e in Francia da 3,6.
    http://www.repubblica.it/scuola/2015/...catori_precari_espulsi-124074477/?rss
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  6. Paola Mastrocola invece per sfogarsi, dicendo esattamente le stesse cose, ha bisogno di duecentottanta pagine1. La sua tesi è che nella scuola di oggi quasi nessuno vuole più studiare; è bene, allora, che chi non vuole studiare vada a lavorare. Occorre subito precisare che il discorso di Mastrocola è limitato al liceo scientifico, la scuola in cui insegna, presa d’assalto dalla buona borghesia come scuola d’élite. Il suo discorso intende così evitare il classismo. Dice che i ragazzi della buona borghesia con scarse inclinazioni verso lo studio dovrebbero lasciare il liceo prendere la via della formazione professionale. È’ un discorso che suscita quasi simpatia, perché contesta il dogma del liceo come unica scuola possibile per la classe borghese (concessa agli altri solo se dotati di meriti e capacità particolari); né appare contestabile l’affermazione che non è il caso di insegnare a chi non vuole apprendere. Ma come mai tanti studenti non hanno voglia di studiare, nel liceo scientifico di Mastrocola? Dando fondo alle sue capacità di scrittrice, l’autrice li descrive come «un’orda» (p. 16) viziata, annoiata, distratta dal telefonino e da Internet, dalla musica e dal divertimento. Può essere che abbia ragione, e che sia questo il motivo per cui i suoi studenti non studiano. Ma può essere che il motivo sia un altro. Come insegna Mastrocola? Che scuola fa con i suoi studenti? È presto detto: «l’insegnante spiega, l’allievo studia, l’insegnante interroga e l’allievo ripete» (p. 18). Questa è la scuola di Mastrocola. Tra i suoi studenti c’è uno solo che le va a genio, Demonte. Cos’ha di speciale Demonte? Studia, dice Mastrocola; e precisa: «ripete quel che ho detto a lezione» (p. 22). Le due cose per lei coincidono. Studiare è ripetere quello che lei ha detto a lezione. La scuola è questo: ripetere quello che ha detto l’insegnante a lezione. Tutto qui.
    http://educazionedemocratica.org/?p=384
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  7. Il decreto rimodula i livelli essenziali delle prestazioni, ovvero i criteri attraverso i quali gli studenti e le studentesse possono accedere a borse di studio, alloggi ed altri servizi, determinando di fatto una restrizione delle possibilità, per chi appartiene a famiglie con redditi medio-bassi, di accedere all’università.

    Profumo si è affrettato subito a smentire un possibile taglio delle borse di studio, ma mente sapendo di mentire: se è vero che nel decreto non si menzionano le risorse economiche stanziate per le borse di studio, la ridefinizione dei criteri di Isee e di merito di fatto ne riduce la platea degli aventi diritto.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/...mo-regalo-del-ministro-profumo/488715
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