mfioretti: democrazia*

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  1. Il problema “vero” non sono le bufale o la post verità, ma le persone, i cittadini, il loro essere facilmente condizionabili…la loro eterodirezione e “predisposizione” – socialmente e culturalmente “costruita” attraverso l’educazione e i processi di socializzazione – al conformismo e/o alla “sudditanza per abitudine culturale”, come avrebbe detto Étienne de La Boétie.

    Il problema è e continua ad essere lo stesso: si discute tanto, con sempre maggiore frequenza e insistenza e si pongono tutte le questioni, inerenti la rivoluzione digitale e la società della condivisione (1996), l’informazione e la condivisione/distribuzione delle informazioni e delle conoscenze, in termini di gestione dell’emergenza attraverso “strumenti” e “applicazioni” più o meno sofisticati e complessi (algoritmi, piattaforme etc.) – oltre che di leggi e codici deontologici, linee guida, manifesti – che devono orientare, guidare, indirizzare il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore, l’internauta, il cittadino ma anche il giornalista e/o il comunicatore. Con un approccio che è a metà tra il determinismo tecnologico e il positivismo giuridico. Ebbene, al contrario di quanto discusso, attuato e praticato (tutte condizioni necessarie ma non sufficienti), bisognerebbe ripartire proprio da quei fattori considerati, al di là dei proclami e degli slogan, meno importanti e decisivi: dall’educazione e formazione critica della Persona anche nel suo ruolo di lettore, ascoltatore, telespettatore, navigatore, ma soprattutto di “cittadino” che non è soltanto “consumatore” (logica e strategia di lungo periodo).
    https://www.agendadigitale.eu/cultura...e-lo-stato-di-salute-delle-democrazie
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  2. Un fatto falso che pronuncia una verità vera. È uno dei grimaldelli più usati, da secoli, per scassinare le coscienze.

    Se lo mettete in mano al Pentagono ne escono cose molto raffinate. Se lasciate fare a degli amateur vi ritrovate con la notizia che Obama è nato in Kenya: fatto falso che però, indubbiamente, dà un design molto funzionale alla sensazione, per molti nettissima, che quell’uomo, nero, liberal, pacifista e mite fosse la negazione di tutti i principi e valori degli Stati Uniti e pertanto non avesse diritto a diventare Presidente. Chi usa la parola post-verità tende a sottolineare come nel mondo del web simili operazioni abbiano assunto una velocità, una forza e un coefficiente di penetrazione senza precedenti e che questo segnali appunto il passaggio a una nuova epoca. Anche qui, la cecità è spettacolare: chiunque capirebbe che una bufala al telegiornale quando il web non c’era e quando c’era un solo telegiornale era immensamente più efficace e veloce di una bufala lanciata oggi in rete: oltre tutto era molto più macchinoso smentirla o contrastarla.

    Eppure non lo si vuole capire, e allora arriviamo alla domanda più importante: se la post-verità è una bufala, qual è la cosa vera a cui sta dando voce, sta offrendo un design, sta consegnando un packaging efficace?

    Paradossalmente, il nuovo statuto della verità rende piuttosto inessenziale quella skill particolare che era conoscere la verità: ignorarla almeno in parte sembra produrre risultati migliori.
    https://thecatcher.it/post-verita-baricco-4445471b2c65
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  3. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, dove viene propugnata la cultura scientifica e tecnico-tecnologica e discapito della cultura umanistica, che senso ha studiare ancora le materie classiche ed umanistiche? Questa cultura, quella umanistica, e in particolare il pensiero greco, possono aiutarci a uscire dalla crisi socio-politica ed etica in cui siamo immersi? In che modo?

    Sarò breve: si ignora la cultura umanistica? Può darsi che una pianta possa crescere completamente sradicata, ma quello che è certo è che si parlerebbe senza sapere quello che si dice. Voi parlate costantemente di uguaglianza, di legge, di giustizia. Ma sapete cosa dite? Se non avete la minima idea del pensiero classico, degli autori classici, voi non siete dei parlanti ma dei parlati. Voi credete di parlare, ma in realtà la lingua parla in voi, perché ripetete termini ignorandone il significato, la radice. Ignorate il significato non solo in modo linguistico, ma inmodo semantico. La conoscenza di questi autori vi dà questa arma: riuscire a dare ragione di ciò che dite. Credo che questo dia una certa superiorità.
    Voi dovete essere gli “àristoi”: una persona che fa un percorso di studi umanistici deve avere in mente di diventare àristos, ovvero il migliore. Solo così si può fare del bene alla democrazia. Non so se sia chiaro perché siete democratici. Probabilmente non lo è, poco importa: ormai sono democratici tutti! Ma perché siete democratici? Perché non siete per la monarchia assoluta? Eppure il re Sole era bravo. Qual è il motivo per cui non volete il re Sole?
    Io sono democratico perché credevo che, attraverso il mio voto e attraverso il ragionamento di sottoporre a critica razionale i programmi che mi venivano presentati, io potessi scegliere i migliori. Noi siamo democratici perché riteniamo di avere la ragione sufficiente e di essere sufficientemente informati e coscienti per scegliere a governarci i migliori. E come si dice “migliori” se non “àristoi”? Quindi, io sono democratico perché sono aristocratico. Voi dovete diventare àristoi e volere che la democrazia sia aristocrazia sul piano del merito, del valore, della conoscenza, della consapevolezza. E qual è la vera “paìdeia”? Secondo me sono gli studi liceali, ed in particolar modo il liceo classico. Nel liceo classico c’è tutto.
    C’è poi un secondo aspetto: come volete elaborare una coscienza critica se non attraverso determinate letture e conoscenze? Gli àristoi sono i migliori perché sono curiosi e non sono mai soddisfatti né contenti di quel che hanno, perciò sono sempre spinti a cercare di più. Ma la curiosità non basta, bisogna avere anche spirito critico, saper mettere in discussione. Come facciamo ad armarci dello spirito critico, unico mezzo che ci permette di essere liberi, se non attraverso determinate letture e determinati studi? È a scuola, nella scuola fatta come si deve che si impara ad essere àristoi ed è attraverso il dialogo e il confronto tra coetanei. Ognuno potrà fare poi il percorso che più gli si addice: medicina, legge, ingegneria… ma non ho mai conosciuto nessun grande medico, nessun grande fisico, nessun grande ingegnere che non avesse coscienza critica, cioè che non fosse appassionato di quei testi su cui soli ci si forma una coscienza critica. Nei classici noi ascoltiamo la voce di persona che hanno sconquassato il pregiudizio ed hanno messo a soqquadro ogni coscienza prestabilita. E se la scuola vi fa leggere i classici come un catechismo dovete ribellarvi. La ricchezza di questi studi sono le domande, i dubbi, le angosce, che hanno mosso tutti i grandi pensatori.
    Sono angosciato dall’idea dell’eliminazione del percorso di studi classico. Esso può essere arricchito, ma la sua eliminazione è angosciosa. Perché la vera omologazione, in realtà, parte da un percorso di studi che sia uguale per tutti e sia portatore della cultura che inquieta. Il classico non è qualcuno che dice autorevolmente qualcosa, ma è la domanda che non trova mai risposta. Questo è il classico. E questa è la cultura.
    http://fascinointellettuali.larionews...non-ce-pensiero-critico-ne-democrazia
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  4. L’analfabetismo funzionale è sicuramente il cuore, ma da solo non spiega tutto il problema. Perché, se è vero che se non riesci a capire un breve testo difficilmente riuscirai a capire un programma elettorale, è anche vero che storicamente le elezioni a suffragio universale si sono tenute anche in periodi storici in cui l’analfabetismo (quello primario, non quello funzionale) era estremamente diffuso.


    Coinvolgendo un numero così ampio di persone, le elezioni sono uno degli avvenimenti pubblici apparentemente più costosi:
    389.000.000 euro
    Costo totale delle elezioni del 2013*
    7,7 euro
    Costo per ogni avente diritto al voto
    Tutti questi milioni di euro servono a coprire principalmente le spese per i seggi elettorali (che comprendono i compensi di presidenti, segretari e scrutatori) e la sicurezza di quei luoghi.



    Per esempio, in una delle prime elezioni a suffragio universale italiane, quella per la Costituente, non vi furono risultati particolarmente dirompenti o comunque di bassa qualità, eppure eravamo in un paese uscito dalla guerra e con un grandissimo tasso di analfabeti.

    All’analfabetismo funzionale, quindi, va aggiunto un altro parametro, che alcuni vedono nella fine delle ideologie e la crisi dei partiti. In particolare, i partiti (e tutte le varie forme di associazionismo ad essi collegati, come le sezioni locali e giovanili, le scuole di partito) e le organizzazioni politiche non partitiche (come i sindacati) funzionavano da filtro, da perimetro entro cui circoscrivere le informazioni. Servivano insomma a dare una chiave di lettura al mondo.

    Chi, tra noi, è stato in tempi recenti a un comizio elettorale? Sapete dove si trova la sede di partito più vicina a voi? Ormai queste realtà non esistono più, e la maggior parte delle informazioni ci arrivano da internet, dove il filtro siamo noi stessi
    http://www.wired.it/attualita/politic...ired&utm_medium=NL&utm_campaign=daily
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  5. Considerando quanto abbiamo visto fin qui, il candidato Sindaco di Roma con più probabilità di successo ha sottoscritto e condivide un codice di comportamento che prevede violazioni di norme costituzionali, aggiramento di leggi ordinarie e delega funzioni-chiave dell’amministrazione a un misterioso staff esterno di cui nessuno sa nulla, a cominciare dalle competenze.

    Il partito della democrazia diretta finisce per andare oltre la democrazia delegata: votiamo per qualcuno, ma decide qualcun altro.
    http://www.glistatigenerali.com/parti...litici_roma/il-codice-eretico-del-m5s
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  6. il Sommo Cretino ha sparato: «Io dico: “Cari giudici, fate il vostro lavoro, io faccio il mio: io devo fare le leggi, voi dovete applicarle”».
    Tu devi fare le leggi? E allora il Parlamento a che serve?
    http://malvinodue.blogspot.it/2016/05/frasi-che-costeranno-care-2.html
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  7. Apple ha tatticamente ammesso di poter ottemperare all’ordine del magistrato federale, il ché vuol dire che senza l’aiuto di Apple l’iphone è sicuro da qualsiasi attacco. È l’FBI ad avere bisogno di Apple. Questo sposta definitivamente l’asse dei poteri a favore delle società private.

    Questo caso mostra inequivocabilmente che nell’ipertecnologizzata società moderna i governi sono in balia delle grandi multinazionali, incapaci di imporre le loro norme, anche se democraticamente votate dai parlamenti, e in particolar modo al di fuori del loro confini nazionali, mentre le multinazionali impongono le policy aziendali a centinaia di Stati. E così i governi finiscono, per ragioni di impossibilità o semplicemente per convenienza, per delegare sempre più funzioni alle stesse società private (vedi Google e il diritto all'oblio) così abdicando al loro compito di regolatori. Le stesse autorità di garanzia, nate dall’esigenza di una più efficace tutela dei consumatori nei confronti delle aziende, ribaltano il loro ruolo schierandosi sempre più spesso al fianco delle imprese che dovrebbero controllare.
    http://www.valigiablu.it/fbi-apple-aspetti-giuridici
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  8. Fatti non fosti a viver come bruti, ma per seguir virtute et competenza?

    Ecco, è un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti in poi per le loro pessime riforme scolastiche. Abbiamo bisogno di persone con uno sguardo generale. Non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità (come del resto è scritto nella nostra Costituzione, che stiamo via via dimenticando).

    Competenza vuol dire possedere oggetti conoscitivi e capacità. Conoscenza vuol dire farsi modificare dalle cose che si incontrano, giusto?

    E poi non c’è conoscenza senza sguardo critico, cioè senza il dubbio. La scuola ci insegna delle cose, ma dovrebbe soprattutto insegnarci a dubitare di quello che essa stessa ci insegna.

    E invece?

    Il modello dell’educazione di oggi è quello di Tempi moderni, di Charlot che fa l’operaio e esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone. L’ideale del nostro bell’ideologo-intellettuale-riformatore dell’educazione è proprio “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Un modo di mortificare la ricchezza della natura umana. E la democrazia viene uccisa.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...buona-e-le-competenze-non-servo/29179
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  9. È per questo che in tv mi rifiutavo di fare il comico che prendeva in giro i politici”, ebbe a dire Massimo Troisi durante gli ultimi anni della sua vita,

    perché se ti limiti a dire che Andreotti è gobbo e Fanfani è corto rischi di fare il loro gioco. Ti metti la coscienza a posto e aiuti la Dc ad apparire più democratica solo perché ti fa passare le battute. Se me lo facevano fare, significava che era innocuo, addirittura necessario a quel tipo di potere. Se un regime ti permette di giocare, significa che ci guadagna qualcosa. Le cose inaccettabili avrei potuto dirle a teatro, con un pubblico ridotto, e forse non farlo fu un errore. In tv avrei potuto fare il comico ufficiale. Me ne sarei vergognato.

    “Il problema…”, ha continuato sempre più coraggiosamente Mannelli, questo disegnatore che ammiro sin da quando ero ragazzo, almeno quanto da ragazzo ammiravo il coraggio e lo spirito di iniziativa di uno come Sparagna, “il problema è che a noi ci hanno rovinato i grandi giornali. La stampa istituzionale. Avanti, ammettiamolo! Vincino, non dirmi che sul Foglio sei incisivo quanto lo eri sul Male. E del resto io stesso… non è che quando disegno su Repubblica faccio le cose che mi permettevo di fare ai tempi di Zac. Anche sul Fatto Quotidiano… nemmeno lì sono così incisivo, se proprio devo dire. Sui giornali è tutto depotenziato
    http://www.internazionale.it/reportage/2015/11/05/satira-italia-crozza-male
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  10. è vero, se ne esce anche smettendola con il malconcio protrarsi dell’atteggiamento imperialista che, per nostro beneficio e per nostra disgrazia, ancora seguitiamo variamente a praticare in molte parti del mondo, tra cui il Medio Oriente, alimentando i pretesti per l’odio che oggi ci invade (dove, ammettiamolo tutti, il paradosso di voler imporre dall’alto la democrazia con la forza si è rovesciato nel problema di ritrovarci infiltrati dal basso da una teocrazia pulviscolare).

    Se ne esce se la sinistra occidentale capirà che l’islamismo è più pericoloso della destra occidentale; che è il momento di finirla con le ripicche, con l’esasperazione delle colpe occidentali e la xenofilia da salotto praticata da una piccola borghesia alternativa che, mentre si sforza in ogni modo di demonizzare l’Occidente, il Cristianesimo, il capitalismo, trova ogni volta tutte le ragioni per perdonare, comprendere o giustificare più o meno direttamente gli orrori del terrorismo islamista con spiegazioni antimperialiste stimolate dalla sotterranea suggestione di una parentela anticapitalistica con l’orizzonte islamista (non a caso chi afferma “questo non è l’Islam”, fino ad arrivare a sostenere che dietro l’islamismo non ci sia nient’altro che una regia americana, si appassiona costantemente nell’esecrazione del Cristianesimo)

    Se ne esce se ci accorgiamo che se la xenofobia è un’aberrazione cognitiva che pretende di rappresentare l’Altro sempre e solo come minaccia a partire da stereotipi negativi, la sua aberrazione rovesciata è la xenofilia, che immagina illusoriamente l’Altro sempre e solo come risorsa a partire da stereotipi positivi. Se ne esce se ci rendiamo conto che dall’ignoranza non viene solo il razzismo, ma anche la xenofilia; perché lo straniero è, in quanto umano, proprio come noi: buono ma anche cattivo, a seconda delle circostanze, delle necessità, dei valori, delle convenienze, delle possibilità e delle costrizioni che lo riguardano. Se ne esce se capiamo che se il razzismo si combatte con l’antirazzismo, la xenofobia non si combatte con la xenofilia.

    Se ne esce se ci rendiamo conto che il multiculturalismo all’acqua di rose (e quindi radicale) ha fallito. Ha fallito per una questione logica, prima che politica: così come qualsiasi insieme non può includere la sua negazione, la democrazia (o ciò che ci sforziamo di chiamare con questo nome) ha bisogno di escludere dal suo dispositivo ciò che non è democrazia.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...ccidentale-paradosso-voltaire/1337784
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