mfioretti: debito pubblico*

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  1. La nazionale italiana di calcio non aveva ancora vinto il Mundial di Spagna. Ma loro già prendevano la pensione. E continuano a prenderla da allora: sono 471.545 i pensionati italiani che ricevono un assegno di vecchiaia, di anzianità contributiva o ai superstiti da oltre 37 anni, ovvero con una decorrenza antecedente rispetto al 1980. Il che significa che hanno trascorso, nella loro vita, più tempo in pensione che al lavoro. Il dato emerge dagli osservatori statistici dell’Inps (2017) che calcolano invece in oltre 700 mila le persone che hanno una pensione liquidata da almeno 35 anni (dal 1982, l’anno di Pablito appunto, o negli anni precedenti). Non si includono naturalmente in questi numeri i trattamenti di invalidità e le pensioni sociali. Le pensioni private antecedenti il 1980 sono 413.157 mentre le pubbliche sono 58.388.
    http://www.corriere.it/economia/18_fe...ffa-0e49-11e8-8d80-f9c15900d75d.shtml
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  2. La brusca accelerazione dell’adeguamento dell’età di pensionamento delle donne, anticipata dal 2026 al 2018 dall’ex ministro del Lavoro, è stato il primo vero segnale d’allarme per i pensionandi: sarebbe toccato a loro, la generazione dei nati negli anni ’50, fare i primi sacrifici veri per rimettere in equilibrio il sistema.

    Equilibrio che per altro resta precario, nonostante quel correttivo, a causa del fattore demografico, il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e crollo delle nascite, che por- terà il sistema, nel complesso, a un rapporto di uno a uno fra lavoratori e pensionati. La prima tappa critica arriverà nel 2032, quando andranno in pensione un milione e 55mila baby boomers, un record assoluto. Sono i nati nel 1964 che entreranno nel novero dei pensionati proprio quando il livello di nascite nel Paese si attesterà a un minimo di 450mila. Nel 2044, poi, tra 27 anni, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni e la spesa previdenziale salirà al 18% del Pil. Non basta: ventuno anni dopo nel 2065, il numero dei decessi doppierà quello delle nascite.

    Un’indagine focalizzata sull’Italia contenuta nel recente studio dell’Ocse sulle diseguaglianze ha svelato con chiarezza quanto sia peggiorata la prospettiva per chi ha compiuto a cinquant’anni nel decennio della crisi. Incrociando i dati su regole previdenziali e aspettative di vita, l’Ocse calcola che in media un italiano nato negli anni Quaranta quando arrivava a 50 anni doveva lavorare ancora poco meno di 6 anni per poi starsene in pensione per 18 anni, mentre l’italiano nato negli anni Sessanta a 50 anni deve lavorare ancora 11 anni e mezzo per poi stare in pensione 14 anni scarsi. Per le donne il passaggio è stato pesante: le cinquantenni nate negli anni Quaranta avevano davanti 3 anni e mezzo di lavoro e 17 anni e mezzo di pensione. Quelle degli anni Sessanta devono lavorare il triplo e stare in pensione due anni e mezzo in meno. Meglio non allargare l’indagine a quelli nati dopo gli anni Sessanta: l’Ocse nella sua indagine fa presente che sarà difficile pagare loro pensioni decenti. Si poteva immaginare che sarebbe finita così. Cioè che a un certo punto l’Italia avrebbe dovuto pagare il conto della sua ostinata generosità previdenziale. Una prodigalità suicida per il Paese, se la si guarda con un orizzonte di tempo che va oltre l’interesse di un paio di generazioni, ma salvifica per i governi che l’hanno realizzata, non vedendo mai oltre la prossima scadenza elettorale.

    Il quarto rapporto sul 'Bilancio del Sistema previdenziale italiano' elaborato dal centro di ricerca Itinerari Previdenziali mette insieme cifre impressionanti sui costi di quella generosità.
    https://www.avvenire.it/economia/pagi...ource=twitter.com&utm_campaign=buffer
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  3. Il dissesto del Comune? Impossibile: danneggerebbe immagine (e rating) di tutto il Paese – La situazione è insomma assai ingarbugliata. Lo era del resto anche prima dell’accordo della Raggi con le banche, come ben sapeva l’ex sindaco Gianni Alemanno che pensò di venir fuori dall’intreccio Campidoglio-Atac girando il credito vantato sulla municipalizzata alla gestione commissariale, la bad bank che si occupa di smaltire i 12 miliardi di debito cumulati negli anni dal Comune di Roma. Uscito dalla porta di Alemanno, il vecchio credito è però rientrato dalla finestra di Ignazio Marino che lo ha chiesto indietro per “sistemare” il bilancio della sua gestione capitolina. Una storia antica che ora rischia di scoppiare nelle mani della Raggi, intenzionata a ristrutturare l’Atac che, secondo l’ex assessore Mazzillo, potrebbe spingere l’amministrazione capitolina verso il dissesto, cioè ad una procedura straordinaria di rientro con un piano che viene vidimato dal Ministero dell’Interno e validato dalla Corte dei Conti. Secondo una fonte interna alla magistratura contabile, si tratta però di un’opzione più teorica che pratica perché avrebbe un impatto sulla credibilità dell’intero Paese che, oltre al danno d’immagine a livello internazionale, pagherebbe lo scotto in termini di maggiori tassi di interesse per il debito pubblico di ogni genere e grado.

    Tutti i salvataggi della Capitale – Non è un caso del resto che in passato la politica abbia optato per risolvere senza grandi clamori le criticità del bilancio di Roma Capitale. Nel 2008, per coprire il buco ereditato da Veltroni, l’allora sindaco Alemanno chiese e ottenne dal governo di Silvio Berlusconi la gestione commissariale straordinaria separando buona parte del vecchio debito della Capitale (22 miliardi, oggi scesi a 12). L’obiettivo era consentire al Campidoglio di ripartire da zero smaltendo intanto la pesante eredità del passato grazie a un contributo pubblico annuo di 500 milioni, poi riconfermato in vario modo da tutti i governi successivi. Purtroppo però la gestione Alemanno non fu così oculata. Secondo quanto riferì poi la relazione sulla verifica amministrativo-contabile a Roma Capitale chiesta da Marino al Mef, nel periodo 2009-2012 Alemanno creò un disavanzo da quasi 500 milioni arrivando a triplicare i trasferimenti alle municipalizzate. La falla venne tappata da Marino con i crediti vantati verso l’Atac restituiti al Campidoglio dalla gestione straordinaria del debito di Massimo Varazzani e con un aumento dell’Irpef nel decreto Salva-Roma siglato dal tandem Renzi-Letta. Tutto questo non fu sufficiente a sistemare i conti della Capitale che richiedono innanzitutto pulizia e trasparenza nei rapporti con le partecipate. Di qui la volontà della Raggi di entrare nel vivo della ristrutturazione Atac attraverso un concordato preventivo in continuità con cifre e tempi d’incasso tutti da definire per i creditori. Ma l’operazione che la Raggi ha affidato al nuovo assessore Gianni Lemmetti rischia di essere decisamente dolorosa per l’amministrazione capitolina senza l’appoggio del governo e della gestione commissariale.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...ra-mai-fallire-il-campidoglio/3838848
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  4. Marco Alessandrini, 46 anni, avvocato, è sindaco di Pescara dal 2014. Appena insediato ha dovuto chiedere di poter accedere alla "procedura di riequilibrio finanziario pluriennale" che il "Testo unico degli enti locali prevede" per i Comuni in pre default, quelli che stanno andando verso il fallimento, ma possono ancora sperare di salvarsi. Per dare un'idea della drammaticità della situazione cita il titolo di un'opera di Rimbaud, "Il battello ubriaco" ("Le bateau ivre"), ma dice anche che l'ideogramma cinese di crisi è lo stesso di opportunità. E comunque aggiunge, "la ristrutturazione del debito è per i nostri figli" perché le scelte di oggi hanno un orizzonte di 10 anni per certi aspetti e di 30 per altri.

    Sindaco, bisognerà spiegarlo però ai cittadini che pagheranno l’aliquota massina di Imu, Tasi e Tari, che le buche per strada non saranno coperte e che i servizi sociali saranno tagliati...
    "Noi i servizi alla persona non li abbiamo toccati, è stato un impegno preciso. Con la crisi che c'è non potevamo eliminare la nostra funzione nel sociale, abbiamo anche pensato esenzioni per le fasce più deboli. Certo il cittadino che protesta perché c'è una buca per strada, o perché il giardino pubblico è devastato può sentirsi rispondere che le priorità sono altre. Bisogna comunicare bene cosa sta accadendo. Sono andato molto in televisione, sui giornali, alle assemblee, agli incontri. Ma il 'vergogna, vergogna' non me lo ha risparmiato nessuno. Nemmeno in consiglio comunale, dove me lo gridano quelli che fino al 2014 hanno speso senza ritegno e poi non hanno voluto approvare il loro stesso bilancio".

    Aveva un’altra scelta? I sindaci che si trovano con il comune sull'orlo del fallimento che possono fare?
    "Se la situazione è irrecuperabile si va alla procedura di dissesto. Si tira una linea: di qua c’è la nuova amministrazione, senza debiti, con tagli, blocco del turnover, tasse aumentate, zero investimenti. Di là la bad company, il Comune fallito con tutti i suoi debiti e una commissione di nomina ministeriale che la gestisce, come si farebbe in un fallimento, quindi con offerte ai creditori, transazioni".

    Se la situazione è recuperabile, invece?
    "Dal 2012 c'è l'altra possibilità: programma pluriennale di riequilibrio. L'amministrazione cambia strada, aumenta le tasse, taglia la spesa, blocca il turnover, non fa investimenti, ma può rifondere tutti i soldi ai debitori. E dato che questi sono nella maggior parte dei casi imprese del territorio non uccidi l'economia, il tessuto produttivo del tuo Comune. Io ho scelto questa strada per questo motivo, non potevamo tradire le nostre imprese. Alzare Imu, Tasi e Tarsi all’aliquota massima è doloroso, ma permette di accedere subito al fondo di rotazione che dà fino a 300 euro per abitante da restituire in 30 anni, soldi che permettono di pagare i creditori. Noi abbiamo preso 33 milioni e 480mila euro. Poi c'è l’opportunità".

    L’opportunità?
    "Certo, la crisi come momento delle scelte coraggiose, del cambio repentino di strada. I cinesi hanno un ideogramma solo per crisi e opportunità. Le faccio due esempi di cui vado orgoglioso. Abbiamo aumentato la Tari, tariffa rifiuti, ma già il secondo anno è calata dell'8% perché la differenziata è passata dal 30 al 34% (arriveremo al 57% nel 2019) facendo calare i costi di smaltimento, inoltre paghiamo quanto dovuto alla partecipata in anticipo così non chiede soldi in banca e risparmia 1,9 milioni di interessi. Secondo esempio, l'efficienza dell'illuminazione. Nelle scuole abbiamo messo le lampadine intelligenti che non significa solo che si accendono quando entri in classe, tipo le toilette dei ristoranti, ma che a seconda della luce che entra dalla finestra abbassano o alzano l'intensità. Sa quanto si risparmia? Il 75% delle spese di illuminazione. Per me è eccezionale".

    Una bolletta della luce più leggera non può bastare però a risanare il bilancio.
    "No, aiuta, ma i risparmi si fanno altrove. Nelle gare d'appalto unificate per le mense degli asili, con i dieci milioni in meno di spesa corrente: auto blu, cancelleria, pulizia. E poi il personale che diminuisce. Mille dipendenti dieci anni fa che oggi, col blocco del turn over, sono meno di 800. Ah, la telefonia. Non si possono più fare chiamate intercontinentali dall'ufficio, perché succedeva, mi creda".

    Lei il disastro lo ha toccato con mano nel 2014. Il 9 giugno viene eletto, apre la porta del Comune e non c’è il pavimento.
    "Non è che non conoscessi cosa mi aspettava, ma una cosa è immaginarlo, una cosa è vederlo. Ho passato il mio primo pomeriggio a guardare le carte. Non c'è voluto molto per scoprire che la situazione era gravissima. C'erano oltre 32 milioni di fatture da pagare, con mandato già firmato ma niente soldi; 13 milioni e 300mila euro di fondi vincolati agli investimenti erano stati destinati alla spesa corrente, mentre la banca ci aveva già anticipato 26 milioni e 400mila euro su cui pagavamo un interesse annuo del 4%. In cassa c'era un milione, nemmeno i soldi per gli stipendi".

    Come può accadere che un Comune si ritrovi in una situazione del genere?
    "Intanto – mi scusi il francese – i Comuni italiani hanno tutti o quasi le pezze al culo. Dal 2010 al 2015 i trasferimenti dallo Stato sono stati quasi azzerati. A Pescara, per esempio, sono passati da 30 a 3 milioni. Ma il problema è un altro. Vista questa situazione si sarebbero dovute prendere le contromisure, razionalizzare la spesa, pensare a risparmi strutturali. Invece si è continuato a spendere e a far quadrare i conti con una previsione gonfiata di entrate. E qui è arrivata la nuova disciplina di bilancio che prevede che tu debba togliere dalla spesa quei crediti che dubiti di incassare".
    Poiché non sarebbe stato possibile passare da un anno all'altro a un diverso sistema di contabilizzazione, nel 2015 è stata prevista un'operazione ponte. L'anno scorso gli enti pubblici hanno redatto due bilanci, uno secondo le vecchie regole, l'altro secondo quelle riformate per far sì che a partire dal 2016 entrassero in vigore i nuovi bilanci. Nell'anno ponte 2015, dunque, ai Comuni è stato imposto di redigere due contabilità: una autorizzativa (vecchio sistema) e l'altra conoscitiva (nuovo sistema). L'anno seguente la conoscitiva è diventata autorizzativa, e da quel momento è partito il nuovo regime. Ma non tutto è filato liscio.

    Riscrivendo i bilanci secondo le nuove regole (e non considerando più i crediti inesigibili alla stregua di veri e propri attivi), moltissimi Comuni hanno evidenziato un disavanzo che, per l'occasione, è stato chiamato "tecnico". Tecnico in quanto risultato di una nuova normativa. Poiché questo passaggio è stato incentivato dalla circostanza che un eventuale deficit non avrebbe comportato responsabilità di alcun tipo, di fatto da molti la normativa del 2015 è stata considerata una vera e propria sanatoria contabile. Con le nuove regole quasi tutti gli enti hanno dichiarato due bilanci con numeri diversi (uno dei due, in teoria, falso). Una rivisitazione contabile che ha fatto emergere un buco complessivo nazionale compreso tra i 12 e i 15 miliardi di cui per ben 853 milioni è responsabile la sola Roma. A tanto è risultato infatti ammontare il disavanzo tecnico della Capitale dove il bilancio è passato da 6,5 miliardi a 5,7, con una variazone di poco inferiore al 10%, in linea con la media nazionale.


    Pescara avrebbe dovuto gestire il bilancio con i nuovi criteri fin dal 2013, era un’amministrazione pilota.
    "Il teatro dell'assurdo. Non solo non lo ha fatto, ma sa quando ha approvato il bilancio preventivo del 2013? A dicembre, ovvero quando il preventivo era di fatto un consuntivo".
    http://inchieste.repubblica.it/it/rep...io_dei_comuni_italiani-147748161/?rss
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  5. Ventotto milioni all’anno per 30 anni. Sono le rate delle “manovrine correttive” che Roma capitale sarà costretta a pagare, fino al 2044, in seguito all’operazione di riaccertamento straordinario dei residui di bilancio prevista dalla riforma sull'armonizzazione dei sistemi contabili varata dal Governo nel 2009 (e integrata con due decreti nel 2011 e 2014).

    La proposta di delibera sulle modalità di recupero del disavanzo tecnico accertato dalla Ragioneria capitolina è arrivata in commissione Bilancio, dove i conti illustrati durante l’intervento del Ragioniere generale del Campidoglio Stefano Fermante hanno fatto saltare il tappo.
    "E' un'operazione tra le più complesse ed è la prima volta che viene sperimentata nelle amministrazioni italiane. Abbiamo dovuto setacciare il residuo attivo e passivo, verificare la sussistenza dei titoli giuridici, e calcolare un Fondo crediti dubbia esigibilità, che ci permette di operare con consapevolezza rispetto alla nostra capacità di riscuotere, e un fondo rischi, o passività potenziali", ha spiegato Stefano Fermante, ragioniere generale, che ha parlato di "una sorta di anno zero".

    Il Fondo crediti di dubbia esigibilità è dato dal fatto che la Ragioneria ha riscontrato un certo numero di residui attivi giacenti da anni e non riscossi o non riscuotibili. "Abbiamo fatto una storicizzazione degli ultimi anni di ogni risorsa - ha detto Fermante - ed elaborato un rapporto tra quanto incassato e quanto si sarebbe potuto incassare". Dalla Cosap, alla tassa di soggiorno, ai crediti di Ama. Il fondo rischi, invece, contiene i potenziali "rischi sulla tenuta del bilancio", ossia "alcune poste non ancora trasformate in spesa che costituiscono rischi potenziali e quindi sono state accantonate dall'amministrazione", comprese anche cifre di "potenziale soccombenza nei contenziosi che ha il Comune".
    http://www.affaritaliani.it/roma/cred...une-ko-tecnico-370656.html?refresh_ce
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  6. il motivo del No alla candidatura olimpica, supportato da studi internazionali inoppugnabili come quello dell’università di Oxford, prima Monti e poi la Raggi l’hanno spiegato chiaramente, e non è il rischio della corruzione. Anche se nessuno ruba un euro, le Olimpiadi sono macchine infernali programmate per arricchire il Cio e indebitare le città e gli Stati che hanno la sfortuna di aggiudicarsele, accollando ai cittadini gli extra-​​costi (+156% in media nelle edizioni degli ultimi 55 anni) occultati all’inizio e noti solo alla fine, che si traducono in decenni di imposte aggiuntive per gli sventurati residenti nelle città e nei paesi ospitanti. Sulle Olimpiadi di Montreal ’76 nessuno rubò, eppure il preventivo fu sforato del 720%. E così, in varia misura, in tutte le edizioni dell’ultimo mezzo secolo (eccetto quella di Los Angeles, realizzata dai privati). Si dirà: se i 5Stelle sono onesti e oculati, insomma diversi, avrebbero potuto garantire a Roma un’Olimpiade all’insegna del risparmio e dell’onestà. Peccato che il Comune della città ospitante non abbia alcuna voce in capitolo sugli impianti finanziati dal Cio e dal governo. Il ruolo delle amministrazioni locali è quello di realizzare le infrastrutture di collegamento e supporto (sempre taciute nei bilanci preventivi per non spaventare i cittadini) e poi di sobbarcarsi i costi esorbitanti e insostenibili di gestione e manutenzione di quelle cattedrali nel deserto dopo la fine dei Giochi. Costi insostenibili anche per metropoli meno indebitate di Roma (quelle che non hanno 13 miliardi e rotti di buco: cioè tutte).
    http://www.grognards2011.it/2016/09/balle-che-fare-m-travaglio
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  7. 1,2 miliardi di euro è la perdita minima reale di 6 anni di Expo SpA, perché come visto, se gli asset non saranno liquidati ai valori iscritti a bilancio e i crediti non saranno portati a casa al 100% del valore di realizzo, il buco non farà che aumentare.

    Poi c’è stato sicuramente dell’indotto sul turismo, una maggiore esposizione del brand “Made in Italy”, un aumento dell’attrattività da parte delle multinazionali, la Darsena a Milano e qualche lavoro pubblico velocizzato. Nulla da ridire al riguardo.

    Ma non mettetevi a stravolgere la contabilità d’impresa: a quello ci ha già pensato la Arthur Andersen. E oggi non esiste più.
    http://www.palmisano.biz/2016/09/17/b...sporchi-trucchi-per-portarlo-in-utile
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  8. Non è così esagerato dire che la teoria l’idea di Friedman è alla base della teoria macroeconomica moderna. Purtroppo, però, c’è un piccolo problema: è quasi certamente sbagliata. Non del tutto, ma in un certo senso è sbagliata. È probabile che esistano molti consumatori che si comportano esattamente come immaginato da Friedman. Ma il problema è che ce ne sono molti altri che agiscono in modo decisamente diverso. Lentamente, gli economisti stanno accumulando prove che dimostrano come quest’ultimo gruppo sia rilevante e consistente. Le prime verifiche diedero credito alla teoria del consumo permanente. Nel 1990, però, gli economisti John Campbell e Greg Mankiw stimarono che solo circa la metà dei consumatori seguiva il principio di Friedman. Il resto, secondo loro, aveva un consumo più “alla giornata”: se ricevono un premio al lavoro, un grosso rimborso fiscale, o un assegno da un programma di stimolo del governo, queste persone vanno a mangiare fuori in un bel ristorante, comprano nuovi mobili per la casa, o semplicemente spendono di più.

    Nel 2006, poi, un colpo alla versione matematica della teoria di Friedman arrivò dagli economisti della Georgetown Univesity Matthew Canzoneri, Robert Cumby e Behzad Diba, che pubblicarono uno studio in cui verificarono l’equazione del consumo di Eulero confrontandola con dati finanziari veri, una cosa che per qualche strana ragione apparentemente nessun economista aveva mai fatto prima. Secondo l’equazione presa in esame, quando i tassi di interesse sono alti, le persone risparmiano di più e consumano meno: è il loro modo per livellare il consumo, come aveva previsto Friedman. Ma Canzoneri e i suoi colleghi scoprirono che quello che succede in realtà è il contrario: per qualche strana ragione, le persone tendono a consumare di più quando i tassi sono alti.
    http://www.ilpost.it/2016/07/31/teoria-reddito-permanente-milton-friedman
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  9. Che si voglia chiamare "Piano B" o in un altro modo poco importa: ciò che conta è che ci si renda conto che o riusciamo a cambiare direzione subito o sarà troppo tardi per farlo.

    Il motivo di questa urgenza è in due proposte - entrambe provenienti dalla Germania - che, se passeranno, segneranno la nostra fine come paese avanzato. La prima è quella che vorrebbe che ai titoli pubblici posseduti dalle banche siano attribuiti coefficienti di rischiosità corrispondenti a quelli degli Stati, mentre ora sono considerati privi di rischio. Nei bilanci emergerebbero perdite enormi che renderebbero necessari altrettanto enormi aumenti di capitale, e non si vede dove potrebbero essere reperiti tutti quei soldi. Il valore delle nostre banche crollerebbe e chiunque le potrebbe acquistare per un tozzo di pane. Naturalmente le banche potrebbero vendere quei titoli, ma questo provocherebbe una crisi ancora peggiore, ossia una crisi del debito pubblico. In quel caso saremmo costretti a ricorrere al Fondo salva-Stati, ma cadremmo dalla padella nella brace: il piano tedesco prevede infatti che chi lo facesse sarebbe automaticamente soggetto alla ristrutturazione obbligatoria del debito pubblico, il che significa allungamento delle scadenze e magari anche sospensione e riduzione degli interessi. In pratica un default obbligatorio i cui costi ricadrebbero sui possessori dei titoli pubblici, cioè su tutti noi.

    L'altra proposta, sempre di provenienza tedesca e di recente caldeggiata in un articolo dei presidenti della Bundesbank e della Banca di Francia, è quella di un ministro del Tesoro europeo, che assorbirebbe i residui di autonomia degli Stati nella gestione dei bilanci. Lo scopo, assolutamente evidente, è rendere ferreo il controllo sul rispetto del sentiero di consolidamento dei conti pubblici previsto dal Fiscal compact, con tanti saluti alle "flessibilità" di ogni tipo. Insomma, un'ulteriore stretta nel senso dell'austerity, che allontanerebbe definitivamente ogni speranza di una nostra ripresa.

    Sono proposte, ma l'esperienza di questi anni ci dice che le "proposte" della Germania nove volte su dieci diventano regole dell'Unione. Così è accaduto per l'impostazione del Trattato di Maastricht e dello Statuto della Bce, così per il "salvataggio" della Grecia (in realtà delle banche tedesche, francesi e olandesi), così per la priorità alla politica di consolidamento di bilancio riassunta nel Fiscal compact, così per il principio "aiuti in cambio di riforme" (le riforme che piacciono ai tedeschi) e la centralizzazione dei controlli sulla finanza pubblica, che erano stati annunciati dalla cancelliera Merkel al Parlamento tedesco dicendo esplicitamente che ne sarebbe stata forzata l'approvazione: "I nostri più stretti alleati, i francesi, si oppongono, e così altri paesi", ma noi li imporremo. Infatti.
    http://clericetti.blogautore.repubbli...016/02/14/litalia-sullorlo-dellabisso
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  10. 1) Le Regioni hanno speso i soldi per finanziare i debiti pregressi, oppure li hanno utilizzati per finanziare altre spese, in particolare di parte corrente?

    2) Tutto questo ha un impatto sui conti dello Stato, con l’esigenza di trovare coperture per altri 20 miliardi (cioè un’altra legge di Stabilità) per coprire il buco delle Regioni, oppure no?

    Finora una risposta chiara a queste domande non c’è. Parrebbe che alla seconda domanda la risposta sia no: i soldi lo Stato li ha già conteggiati nel debito e gli eventuali addizionali disavanzi delle Regioni per qualche ragione non rimbalzerebbero sul consolidato della Pa. Risposta sì invece per la prima, cioè in effetti le Regioni hanno speso i soldi come dovevano (e il Tesoro avrebbe tutta la possibilità di controllare, avendo avuto accesso diretto alle fatture inevase inviate dalle Regioni).

    Se è così, si tratta di una tempesta in un bicchier d’acqua, una roba che non fa certo onore al paese, ma insomma solo un pasticcio contabile, da risolvere appunto con un decreto. Se invece le risposte fossero diverse, come insistono alcuni giornali, allora sarebbero guai seri per il sistema delle regioni, di fatto, in buona parte in bancarotta, e per i conti pubblici nazionali. Sarebbe l’ora che i diretti interessati, governo e regioni, dicessero una parola chiara e definitiva su tutto questo.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...e-solo-un-pasticcio-contabile/2194762
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