mfioretti: capitalismo*

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  1. Il pensiero unico politicamente corretto ha valori di sinistra e idee di destra: si identitifca vorialmente nel cosmopolitismo sans frontières, nel libertarismo post-identitario, nel progressismo senza limitazioni, nell'abbattimento di ogni autorità; si rispecchia idealmente nel competitivismo assoluto, nel sacro dogma della liberalizzazione del materiale e dell'immateriale, nella rimozione dei diritti sociali in nome della concorrenza planetaria al ribasso.

    Contro il pensiero unico, occorre oggi avere idee di sinistra e valori di destra. Idee di sinistra: lavoro, diritti sociali, senso sociale della comunità e del bonum commune, solidarietà antiutilitaristica. Valori di destra: Stato nazionale patriottico come fortilizio contro la privatizzazione liberista, famiglia contro l'atomizzazione individualistica della società, lealtà e onore contro l'"impero dell'effimero" (Lipovetsky) e la superficialità consumistica liberal-libertaria, religione della trascendenza come opposizione ragionata al monoteismo idolatrico del mercato e all'ateismo nichilistico della forma merce.
    http://www.interessenazionale.net/blo...valori-di-destra#.WdukX1p_dvE.twitter
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  2. Non so se quell'enciclica l'avete mai letta, si trova gratis in rete, ma nei suoi fondamenti è il manifesto più limpido, determinato e radicale contro il paradigma economico basato sullo sfruttamento delle risorse, sui combustibili fossili, sull’eccesso di scarti e - attenzione - anche sull’eccesso di divario sociale.

    In quell'enciclica infatti il papa ci dice ogni sette righe che tra queste due cose - sfruttamento del pianeta e ingiustizia sociale - c'è una stretta connessione, non solo filosofica ma proprio pratica, politica, quotidiana.

    Bergoglio in sostanza spiega che al mondo ci sono sempre state due visioni opposte del rapporto con la natura. Una basata sull’idea che questa sia al servizio dell’uomo, il quale quindi ha pieno diritto a sfruttarla finché gli pare; l’altra invece fondata sulla convinzione che l’umanità debba preservare la natura e prendersene cura, facendo parte di essa.

    E il papa aggiunge che quella dialettica oggi si incarna nello scontro tra l'attuale capitalismo e un altro modello di relazioni economiche, ambientali e sociali in cui l’ecologia del pianeta è anche ecologia sociale: il capitalismo attuale infatti ha creato un sistema in cui, contestualmente, il pianeta viene sfruttato e poi solo una piccola parte dell’umanità si giova della ricchezza prodotta da questo tipo di sviluppo.
    http://gilioli.blogautore.espresso.re...?ref=twhe&twitter_card=20170525092407
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  3. la dinamica del sistema capitalistico trae alimento dalla scarsità. Ma se il costo marginale di produzione di quei beni e di quei servizi scende quasi a zero » il sistema capitalistico perde la possibilità di fare leva sulla scarsità e la capacità di approfittare della dipendenza altrui”.

    La concentrazione della ricchezza comporta che i paesi produttori, anche a fronte di un moderato aumento del Pil pro capite, ammesso che riescano a tenere costante o aumentare l’occupazione, non altrettanto riescono a fare con il potere di acquisto dei propri cittadini che, nella media, si impoveriscono.

    La scomparsa dell’inflazione è indice di un cambiamento dei fondamentali “classici”: se ci fosse richiesta di beni non soddisfatta (inflazione vera) le aziende riuscirebbero a farvi fronte in tempo reale e paradossalmente a prezzi minori. Grazie alle economie di scala infatti, oggi più domanda significa maggior produzione e prezzi più bassi, la “mano invisibile” regolatrice del mercato non funziona più e la piccola industria, non sempre in grado di fare queste economie, viene messa fuori mercato anche rispetto a piccole domande.

    Se il sistema economico nel ‘900 riusciva a incrementare contemporaneamente la ricchezza prodotta, l’occupazione e il potere di acquisto oggi, superato un punto di non ritorno del “costo marginale”, occorre aumentare continuamente produzione e consumi solo per mantenere costante il Pil, non necessariamente l’occupazione e tanto meno il potere d’acquisto. E’ l’effetto Regina Rossa che è applicabile a parecchi sistemi dinamici complessi.

    in economia il sistema deve correre solo per sopravvivere a se stesso.

    La morale è che il consumismo capitalistico, diventato efficientissimo nel produrre ricchezza, sta dilapidando il suo capitale più prezioso: i consumatori. Naturalmente la classe dirigente economica è perfettamente cosciente di quel che sta succedendo e constatato che l’economia moderna non funziona più molto bene rispetto al mondo in cui opera, invece di ripensarla come sarebbe logico, ha deciso di cambiare le regole del gioco (il Mondo) per non perdere la partita.

    Se i problemi sono la produttività non adeguatamente remunerata e la sovra produzione (efficienza), il crollo della domanda interna (redistribuzione) e la scomparsa dell’inflazione (scarsità), le soluzioni sono: ulteriore produttività, con le riforme sociali e sul lavoro, l’imposizione di mercati sovranazionali con trattati economici (Ttip e Ceta) per soddisfare esternamente il disperato bisogno di consumatori che hanno i gruppi globali e il sostegno artificioso dell’inflazione con le politiche monetarie. Sull’efficacia di queste azioni correttive ognuno può farsi la propria opinione.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...uole-sopravvivere-a-se-stesso/3127716
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  4. Certo: ci sono anche vantaggi nel progresso. Però Ratzinger, quando era cardinale, disse che il progresso non ha migliorato l’uomo e si prospetta anzi come un pericolo. Proviamo ad allargare l’orizzonte pensando alle comunità e non solo agli individui, quindi alle società e alla politica. Destra e sinistra sono categorie nate due secoli e mezzo fa – due secoli che hanno corso a velocità sempre maggiore – e non sono più in grado di comprendere le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo. Entrambe le “visioni del mondo” sono economiciste, hanno il mito del lavoro, mentre in realtà il vero valore della vita è il tempo. Oggi il discorso politico è sempre scandito da numeri: Pil, decimali, statistiche. Cifre che non sono la cifra della felicità.

    Oltretutto le persone sono impaurite dall’impoverimento.
    Non è solo questo. Banalizziamo: una volta che hai di che sfamarti e vestirti, una volta che hai un tetto sulla testa, il resto è superfluo. In realtà tutto il sistema è incentrato sul consumo, sulla rincorsa di obiettivi. Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche più coerenti teorici del capital-industrialismo, afferma – e lo fa dando alla sua tesi un’accezione positiva – che tutto il sistema è basato sull’invidia. Un sentimento che non mi risulta abbia mai fatto bene a nessuno. Nel Dopoguerra eravamo tutti poveri, ma più sereni. Nella povertà c’era una solidarietà che non esiste nell’individualismo della ricchezza.

    Nella prefazione Salvatore Veca sottolinea la sua anima di ribelle anticonformista. Si è mai chiesto se questo sguardo non sia diventato un riflesso pavloviano?
    Non credo, sta nel mio Dna. Dell’illuminismo dovremmo recuperare il dubbio sistematico. E il dubbio si attua in prima battuta su se stessi. Io vado sempre nella direzione contraria e qualche volta mi sono domandato se non ero io ad aver preso la strada sbagliata. Ma riflettendoci di solito penso alla metafora dei lemming, i roditori che si suicidano in massa seguendo il loro capo.

    Non abbiamo più anticorpi rispetto al “pensiero dominante”?
    Questo è legato a un altro totem della modernità, la tecnologia. Di cui teoricamente l’individuo potrebbe fare un uso euristico e intelligente, ma che si rivela a livello di massa impoverente. È diminuita, anzi quasi scomparsa, la capacità di concentrazione e riflessione.

    In questa raccolta è contenuto anche Sudditi, uscito dieci anni fa. Allora sosteneva che la democrazia – il sedicente migliore tra i sistemi possibili – si era rivelata il contrario di ciò che pretendeva essere. Oggi è cambiato qualcosa?
    Se uno osserva antropologicamente le folle festanti davanti alla Clinton o a Trump – non importa il giudizio sui due – si domanda come siamo finiti male se quello è il Paese più avanzato del mondo. La democrazia continua a essere un modo sofisticato, accettabile, elegante di metterlo in culo alla povera gente con il suo consenso.

    L’alternativa?
    Non lo so. Questo è limite del mio pensiero che è stato più sottolineato, e non a torto. Però se mi trovo davanti a una truffa, non posso non denunciarla.

    Le reazioni contro la Brexit dimostrano che la democrazia va bene finché le decisioni non scontentato qualcuno. I mercati per esempio.
    Mi sfugge tutta la polemica contro i populismi. Se in democrazia è la maggioranza del popolo a decidere, la parola populismo non ha alcun senso.

    Ci salveremo?
    Spero di no. Spero in un collasso del sistema che permetta ai più giovani di ricominciare. Magari facendo gli stessi errori.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/premi...dremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero
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  5. Tutto è come vaporizzato: il capitale e il lavoro. Il capitale è diventato finanziario, e in Occidente ha abbandonato quasi del tutto il cimento imprenditoriale, quello della produzione. Il lavoro è sbriciolato e disperso, in parte annichilito dalla più grande rivoluzione tecnologica della storia umana, per altri versi dalla delocalizzazione e dal precariato.

    A parità di fatturato, il rapporto di occupati tra Silicon Valley e il vecchio capitalismo fordista è uno a cento. Tra i lavoratori bianchi disoccupati o sottoccupati che votano Trump, questa decimazione (al quadrato) non è passata inosservata… Non siamo in un’altra epoca. Siamo in un altro evo. In breve, e per non annoiare te e i lettori: penso, esattamente come quando avevo vent’anni, che sia sempre più vero il celebre assunto di Rosa Luxemburg: «socialismo o barbarie».

    O si ritrovano forme di nuova solidarietà, di ripartizione del reddito, di alleanza tra i deboli e gli esclusi, di allargamento delle basi del potere, insomma di democrazia e di uguaglianza, o il futuro sarà sempre più iniquo e – di conseguenza – sempre più doloroso e cruento. In questo senso non solo sono ancora «di sinistra», ma lo sono perfino più radicalmente di come lo ero da ragazzo: per esempio sulle questioni ambientali e agricole, sulla sovranità alimentare dei popoli, sui cambiamenti climatici e sull’impatto delle nostre scelte di consumo e dei nostri stili di vita, penso si giochi moltissimo del futuro del pianeta. Ma di una sinistra che di queste cose si occupi con radicalità e fantasia, libera da pregiudizi, rivoluzionaria nello spirito e ragionevole nella prassi, quasi debba riscrivere daccapo i propri statuti, per ora non vedo tracce sostanziose.
    http://www.unita.tv/opinioni/la-mia-sinistra-fantasiosa-e-senza-pregiudizi
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  6. Il declino demografico è un problema di welfare, congedi, permessi, incentivi. Vero. Ma non solo. La verità è che in un’ottica individuale i figli sono una fatica pazzesca, consumano energie, sottraggono risorse, rendono molto più difficile un tipo di vita. Come si fa a competere sul lavoro, viaggiare, andare al cinema, uscire, fare tanti sport, con 3, 4 o 5 figli? I conti con l’idea moderna di libertà sono duri, ma vanno fatti. A un Paese con un tasso di fertilità di 1,35 figli per donna e una popolazione declinante quello che manca non sono i figli unici, ma i fratelli: i secondi, e soprattutto i terzi e anche i quarti figli. Ma nell’era della stagnazione secolare e della crisi spirituale si può giudicare chi preferisce un’esistenza un po’ meno dura di quanto già non sia senza (o con pochi) bambini? Inutili i confronti con le nascite del Dopoguerra, quando le macerie erano altre. Ogni scelta va rispettata, a prescindere dai costi sociali che comporta.

    È in questo che si scorge il valore di un’operazione culturale, che deve muovere anche dal basso.

    Il mercato che conosciamo si nutre di individui soli, disposti a muoversi in assenza di legami stabili, altamente flessibili, bisognosi di una lunga formazione prima di essere accettati, ha bisogno di due genitori al lavoro per poter mantenere un figlio. E ora improvvisamente chiede più bambini per non implodere. Qualcosa non torna. La questione è ritrovare un equilibrio demografico in un contesto culturale declinante perché impregnato di individualismo. È in questa dimensione che i bambini devono tornare a essere considerati un bene pubblico, e la famiglia un capitale sociale. Fate figli? Sì. Ma prima (o poi) sposatevi. E restate insieme.
    http://www.avvenire.it/Commenti/Pagin...natalit-pi-dura-senza-matrimoni-.aspx
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  7. Sia l’elettricità che il lavoro possono essere pensati come merci. Tanto i datori di lavoro quanto i lavoratori lottano per mercificare il lavoro. I datori di lavoro usano tutta la loro ingegnosità, e quella dei loro manager delle risorse umane, per quantificare, misurare e omogeneizzare il lavoro. Allo stesso tempo i potenziali impiegati si dannano l’anima in un tentativo ansioso di mercificare il loro potere lavorativo, scrivendo e riscrivendo i loro curricula per ritrarsi come fornitori di unità di lavoro quantificabili. E questo è il problema! Perché se lavoratori e datori di lavoro riuscissero a mercificare completamente il lavoro, il capitalismo morirebbe. Questa è una prospettiva senza la quale la tendenza del capitalismo di generare crisi cicliche non potrà mai venire pienamente compresa, una prospettiva alla quale nessuno, senza una conoscenza di base del pensiero di Marx, avrà mai accesso.

    ogni singola teoria economica non marxista che tratta gli impulsi produttivi umani e non-umani come se fossero intercambiabili, quantità qualitativamente equivalenti, adotta il presupposto che la de-umanizzazione del lavoro umano sia completa. Ma se tale processo giungesse mai ad essere completo, il risultato sarebbe la fine del capitalismo inteso come sistema capace di creare e distribuire valore. Innanzitutto, una società di simulacri de-umanizzati, o automi, assomiglierebbe ad un orologio meccanico pieno di ingranaggi e molle, ognuno con la sua propria funzione, e che nel complesso producono un “bene”: la misurazione del tempo. Ma se questa società contenesse nient’altro che automi, la misurazione del tempo non sarebbe un “bene”. Sarebbe un “prodotto”, certamente, ma perché mai un “bene”? Senza esseri umani reali a sperimentare il funzionamento dell’orologio, non potrebbero esserci cose come “beni” o “mali”. Una “società” di automi sarebbe, così come gli orologi meccanici o dei circuiti integrati, piena di ingranaggi funzionanti, dimostrando una funzione, una funzione che però non potrebbe venire descritta né in termini morali, né di valore.

    Dunque, per ricapitolare, se il capitale dovesse mai riuscire nel quantificare, e dunque nel mercificare completamente, il lavoro, così come prova a fare in ogni momento, lo prosciugherebbe anche di quell’indeterministica, recalcitrante libertà umana che permette la generazione del lavoro. La brillante rivelazione di Marx riguardo l’essenza più profonda delle crisi capitaliste era precisamente questa: maggiore sarà il successo del capitalismo nel convertire il lavoro in una merce, minore sarà il valore che ogni unità genererà, minore il profitto e, infine, più vicina la prossima odiosa recessione sistemica dell’economia. Il ritratto della libertà umana intesa come categoria economica è un aspetto unico del pensiero di Marx, rendendo possibile una peculiare e astute interpretazione drammatica e analitica della propensione del capitalismo a piombare nella recessione, persino nella depressione, a partire dalle fasi più sfrenate di crescita.

    Questi erano i tempi in cui Marx aveva capito, e confessato, di aver sbagliato sul versante del determinismo. Una volta passato alla stesura del terzo volume del Capitale aveva capito che, persino una minima variazione (ad esempio l’ammettere differenti gradi di intensità del capitale in differenti settori) avrebbe confutato la sua argomentazione contro Weston. Ma egli era così dedito al proprio monopolio sulla verità che passò sopra la questione, in maniera stupefacente ma troppo brusca, imponendo per legge l’assioma che avrebbe, alla fine, difeso la sua dimostrazione originale; quello che avrebbe inferto il colpo fatale a Citizen Weston. Strani sono i rituali della fatuità e tristi sono quando portati avanti da menti eccezionali, quali Karl Marx e un numero considerevole di suoi discepoli del XX secolo.
    Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Si rivelò, alla fine, responsabile di una gran quantità di errori e, ancora di più, di autoritarismo. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista.

    Un’uscita greca, portoghese o italiana dall’Eurozona si trasformerebbe ben presto in una frammentazione del capitalismo europeo, producendo una regione in forte recessione a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa giacerebbe in una palude senza scampo di stagnazione economica e inflazione. Chi pensate trarrebbe profitto da questa situazione? Una sinistra progressista, risorgente dalle ceneri delle pubbliche istituzioni europee come una fenice? O i nazisti di Alba Dorata, i neofascisti vari, gli xenofobi e i maneggioni? Non ho assolutamente dubbi in proposito. Non sono pronto a spingere per la realizzazione di questa versione postmoderna degli anni Trenta. Se questo significa che è compito nostro, dei marxisti eretici, salvare il capitalismo europeo da se stesso, così sia. Non per amore o apprezzamento del capitalismo europeo, dell’Eurozona, di Bruxelles o della Banca Centrale Europea, ma solo perché vogliamo minimizzare i superflui tributi umani a questa crisi; le innumerevoli vite le cui prospettive sarebbero ulteriormente distrutte senza un qualsiasi beneficio per le future generazioni in Europa.
    http://www.controlacrisi.org/notizia/...-marxista-irregolare-nel-mezzo-di-una
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  8. Vendola non può legittimare quest’orrore. È sicuramente una montatura, un vile attacco ai danni suoi e del suo partito: che presto smentirà, immagino.

    Vendola, del resto, è uomo colto e sicuramente si ricorda di questo passaggio storico: “si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”.

    Questa citazione non è tratta da un’Enciclica o da qualche manifesto cattolico in difesa della famiglia tradizionale. È, invece, desunta dal “Manifesto del partito comunista” del 1848 di Carlo Marx e Federico Engels. Due comunisti, di quelli veri: di quelli che lottavano col proletariato contro il capitale; di quelli cioè per cui il comunismo consisteva nell’abbattimento del classismo e dello sfruttamento, del colonialismo e della reificazione. Due comunisti veri, che non avrebbero certo evitato di condannare l’utero in affitto e i bambini in vendita come pratica abominevole dell’individualismo capitalistico e della mercificazione integrale, del classismo e dell’umiliazione della dignità umana.

    Insomma, speriamo che Vendola smentisca presto
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...pra-un-figlio-spero-smentisca/2471734
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  9. Di Martino ritiene che la socializzazione di massa della scuola si accordi pienamente con le esigenze dell’economia neoliberista. L’argomento di può rovesciare: negare alla scuola ed alla comunità il diritto di educare, riconoscendo questo diritto solo alla famiglia, significa opporsi all’idea stessa di un legame sociale, e concepire la società come un insieme di atomi familiari. Il pubblico ed il politico cedono al privato: ma non è proprio questo che vuole l’economia liberista? Non escludo che vi siano, tra le famiglie che praticano homeschooling o ne sono affascinate, anche famiglie sinceramente anticapitaliste: famiglie senza televisore, ad esempio, o alla ricerca di stili di vita alternativi. Famiglie che temono, per dire, che i loro figli nella scuola pubblica imparino a desiderare i giocattoli pubblicizzati dalla televisione. E’ un timore condivisibile. Ma sottrarsi allo spazio pubblico non è la soluzione. La soluzione è rivendicare uno spazio pubblico che sia critico: esigere una scuola che ragioni sui consumi ed educhi fin da piccoli a riconoscere i bisogni necessari da quelli indotti.
    http://www.glistatigenerali.com/scuol...eta/i-rischi-della-scuola-parentale-2
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  10. Pensano di essere per l’emancipazione, e invece sono solo – poverette – utili idioti al servizio di Monsieur le Capital; il cui obiettivo, tra gli altri, è di svestire i corpi e di promuovere l’ideologia del godimento individuale senza limiti.

    L’emancipazione non è più pensata come lotta per l’eguale libertà, per i diritti sociali e per il lavoro: è pensata come godimento disinibito e postmoderno di individui senza identità e senza cultura, infinitamente manipolabili dalle logiche dell’edonismo promosso dal mercato.

    Si tratta di proteste puramente organiche al capitale: per un verso, si pongono come strumenti di “distrazione di massa”, illudendo le masse manipolate che il massimo di emancipazione possibile nel tempo del precariato generalizzato e della disoccupazione giovanile al 40 % sia il godimento individualistico con i seni al vento; per un altro verso, la loro protesta è la protesta stessa che il capitale – dal ’68 ad oggi, in forme sempre più grossolane – sta conducendo contro i retaggi della cultura borghese
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...ontro-lislam-lidiozia-trionfa/2038556
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