mfioretti: buona scuola*

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  1. Il decreto Fedeli, certo indirettamente, ma con grande efficacia, offre sostanzialmente agli studenti non meritevoli una grande possibilità. Derubricare le loro bravate a goliardate. Ufficializzare che il comportamento non è parte rilevante del processo formativo degli studenti. E’ un vero peccato che si sia perpetrato questo ennesimo colpo all’autorevolezza della Scuola, al suo ruolo di formazione. E’ scriteriato che accada mentre al Miur sostengono di voler puntare sulla lotta al bullismo, alle discriminazioni.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017...e-addio-anche-alla-disciplina/3989900
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  2. L’accordo raggiunto offre una scialuppa di salvataggio a una parte dei circa 8.000 prof assunti nella cosiddetta «fase B» della Buona Scuola, quella in cui i posti comuni rimasti scoperti dopo le prime due fasi (in cui si veniva collocati all’interno della propria provincia) furono assegnati pescando da tutto il territorio nazionale: e - come si sa - mentre la maggior parte degli aspiranti prof viene dal Sud, le cattedre, per ragioni demografiche, sono concentrate soprattutto al Nord. In questo modo, però, non solo si lasciano scoperte delle cattedre al Nord che dovranno essere assegnate ancora una volta a dei supplenti ma, cosa assai più grave, si affida la parte più debole della popolazione scolastica (i bambini che necessitano appunto di un sostegno specifico) a docenti magari anche bravissimi a insegnare italiano o matematica ma del tutto impreparati a questo genere di responsabilità. Gli stessi sindacati, nonostante la soddisfazione per l’intesa raggiunta a livello locale, ne sono consapevoli. «Proprio per la delicatezza del compito che andranno a svolgere - è l’appello dei rappresentanti dei lavoratori - , si chiede a chi di competenza di avviare corsi formativi di aiuto a questi docenti che dovranno andare a occuparsi della parte più fragile della popolazione scolastica».
    http://www.corriere.it/scuola/medie/1...9e0-6c2e-11e6-b596-7d930840a380.shtml
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  3. Gli immessi in ruolo dell’anno precedente. A fronte di questa selettiva formazione, va detto che il MIUR l’anno scorso ha immesso in ruolo moltissimi iscritti da anni alle Graduatorie ad Esaurimento (GAE, o graduatoria di I fascia). Sono persone che hanno già affrontato e vinto un concorso incentrato solo e unicamente sulle conoscenze disciplinari (le nozioni relative alla propria materia, per intenderci, la cui acquisizione non garantisce la capacità di trasmetterle). Si parla di concorsi superati negli anni ’80, cioè grosso modo quando chi vi scrive emetteva i primi vagiti. Sono quasi 100.000 persone, molte delle quali occupate, negli ultimi trent'anni, in altre attività. Alcuni di questi sono addirittura abilitati in classi di concorso che neanche esistono più. Altri invece insegnano da precari da decenni. Tolto il fatto che si tratta di persone non formate da un punto di vista didattico pedagogico, tecnologico, e inclusivo (come i PAS e i TFA), è chiaro che queste persone andavano comunque stabilizzate (soprattutto quelle che hanno insegnato nel corso di questi anni). Forse buttarle in classe, spesso lontano da casa, a cinquant’anni, senza salvagente non era però la soluzione migliore, né per loro, né per gli studenti, né per i 200.000 abilitati, formati e pronti a immani sacrifici pur di insegnare, che rimanevano invece fuori dalla porta. Si sarebbe dovuto trovare il tempo e la voglia di fare delle verifiche e di immaginare un doppio binario: immettendo in ruolo chi insegnava davvero e assegnando ai posti di fantomatico potenziamento gli altri (l’organico di potenziamento, creato dalla 107, sono i panchinari della scuola, un esercito di insegnanti di alternativa alla religione, addetti alle biblioteche ecc.).
    http://www.insegnareonline.com/rivist...ttadinanza/concorso-ricerca-vello-ore
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  4. Il tempo pieno al Sud ancora non esiste: tra le prime dieci province più scoperte solo una (Aosta) è al Nord le altre sono al Sud (Ragusa, Trapani, Teramo, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Campobasso, Catania, Frosinone). In Molise le percentuali di classi con il tempo pieno sono il 7,6%; in Sicilia l’8,1%; in Campania l’11,2% mentre in Lombardia, Toscana e Lazio si supera il 40% (dati “Atlante dell’infanzia”, Save The Children)

    Altra questione: i bambini sotto i tre anni presi in carico dai servizi socio educativi per la prima infanzia sono inesistenti al Sud. In Calabria solo il 2,1%, in Campania il 2,6%. La situazione migliora in Sicilia dove si arriva al 5,5% ma sempre distanti dal 21,8% della Toscana, del 26,8% dell’Emilia Romagna. Senza parlare dell’abbandono scolastico che nonostante gli sforzi degli ultimi anni lascia ancora il Sud, in particolare Sicilia e Calabria, in uno stato di emergenza. A chi pontifica in questi giorni dalla poltrona di un Palazzo o da quella di una redazione basterebbe fare un giro in un quartiere come quello di Danisinni a Palermo per capire: “Qui quelli che arrivano alle superiori si contano sulle dita di una mano”, mi racconta fra Mauro, parroco del quartiere.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...he-mancano-le-cattedre-al-sud/2962346
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  5. Il ricorso al sistema dell’algoritmo – lo intendono anche menti non matematiche né informatiche – avrebbe dovuto assicurare un calcolo semplice e ponderato sulla base di criteri preventivamente individuati che contemperassero effettive esigenze territoriali, scelte di politica scolastica, ed esperienze, carriere, competenze, status dei singoli docenti. Insomma, rapidità, semplificazione e un affidabile margine di approssimazione all’esattezza/correttezza. Per altro verso, avrebbe dovuto garantire la trasparenza dei criteri e indici adoperati per il calcolo. Invece i parametri non sono conoscibili, neppure in presenza di critiche pressanti e accorate. Peraltro si tratta di critiche risalenti, lasciate cadere nel vuoto.

    Infatti l’anno scorso, a settembre, succedeva la stessa cosa: il Miur non rese noto l’algoritmo sulla base del quale procedeva all’assunzione di 9mila docenti con esodo, argomento che costituì pure oggetto di interrogazione parlamentare del M5S. Insomma oggettività nell’impiego dei criteri e conoscibilità degli stessi
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...oti-i-parametri-dellalgoritmo/2964521
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  6. Se a fronte di questo imponente fenomeno demografico ci fosse un’offerta di docenti equilibrata sul territorio, l’incidenza sarebbe comunque notevole. Ma non è così. La distribuzione di chi aspira ad insegnare è fortemente sbilanciata in senso inverso (cioè molto alta al sud e fiacca al nord) e amplifica enormemente il mismatch tra domanda e offerta sul territorio.

    Prendiamo i dati dei docenti trasferiti in questi giorni, di cui si conosce la provincia di nascita: risulta nato nel Mezzogiorno (Sud e Isole) il 78% dei docenti trasferiti (l’82% dei maestri di primaria e il 71% dei professori di scuola media).

    È la fotografia di un fenomeno sociale che, per quanto riguarda questa ultima generazione di docenti immessi in ruolo, presenta un quadro inequivocabile e drammatico: nelle ultime leve di insegnanti entrati nei ruoli statali quasi otto docenti su dieci sono meridionali e i restanti due sono nati al centro-nord.

    È una conferma che il Mezzogiorno, da decenni avaro di posti di lavoro, privilegi come valvola di sfogo occupazionale l’insegnamento, mentre i giovani delle altre aree territoriali sembrano non prioritariamente interessati a questa professione, grazie forse a più favorevoli offerte di lavoro locali.
    http://www.tuttoscuola.com/cgi-local/disp.cgi?ID=39031
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  7. Se ne avessi modo, la prima cosa che chiederei a Concettina riguarderebbe la sua carriera. Dalla sua intervista ricavo che ha quasi trenta anni di esperienza alle spalle. Anche escludendo i concorsi del 1982 e del 1984, quando doveva essere troppo giovane, devo presumere che Concettina avesse i titoli per partecipare ai concorsi che sono stati indetti nel 1990, 1994, 1999, 2012, (per le date si veda qui). Le chiederei quindi se vi abbia partecipato, perché se avesse ottenuto l’idoneità anche soltanto ad uno di questi concorsi, oggi sarebbe già di ruolo da parecchio tempo in Sicilia, e oggi non avrebbe alcun problema. Non è una cattiveria o semplice indiscrezione voler sapere una cosa del genere ma, per quanto antipatico possa sembrare, per far notare che il trasferimento a Torino non arriva dal nulla, ma dal fatto di non essere riuscita a regolarizzare la propria posizione in diverse occasioni, nel corso di parecchi anni.

    2) In secondo luogo, chiederei al Miur, insieme con Concettina, qualche cosa di più sull’algoritmo. Di qualsiasi algoritmo si tratti, da qualche parte dovrebbe esistere una graduatoria pubblica. E’ possibile che ci siano stati errori e Concettina fa bene ad andare fino in fondo e controllare. Io ho dato un’occhiata alla graduatoria nazionale della primaria elaborata dal voglioilruolo.it, e da quella ho visto che nel 2015 le prime dieci maestre avevano un punteggio da 257 (la prima) a 237 punti (la decima). Ho guardato sul sito dell’AT di Agrigento la posizione di Concettina e ho trovato che aveva 176 punti, 22esima nella sua graduatoria provinciale. Non ho modo di valutare quanti insegnanti ci siano tra la decima a livello nazionale e Concettina, ma se questi sono i punteggi, è possibile che le cattedre più comode siano andate a colleghe con anzianità ancor maggiore (NB: i punteggi dei trasferimenti non sono quelli delle GAE, ma anche questi ultimi vanno bene per dare un’idea dell’anzianità di servizio). L’anzianità è l’unica cosa che da sempre guida nomine e trasferimento, ed è il principio che il sindacato difende con più forza (anche contro le nuove “chiamate dirette”
    http://www.imille.org/2016/08/rispost...oncettina-attardo-repubblica-6-agosto
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  8. Chi vince? I sindacati.

    Chi vince? Le agenzie di formazione, erogatrici di corsi e corsetti con annesse certificazioni.

    Chi vince? I più ricchi, quelli che avranno i soldi per permettersene di più, anche oltre i 500 euro del bonus.

    Chi perde? Le competenze, quelle vere, quelle che non si misurano per titoli e certificazioni, ma si vedono sul campo.

    Chi perde? I docenti che si impegnano per migliorarsi.

    Chi perde? La BuonaScuola, cioè gli allievi.
    http://www.linkiesta.it/it/blog-post/...rno-tradisce-la-sua-buonascuola/24432
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  9. Fatti non fosti a viver come bruti, ma per seguir virtute et competenza?

    Ecco, è un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti in poi per le loro pessime riforme scolastiche. Abbiamo bisogno di persone con uno sguardo generale. Non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità (come del resto è scritto nella nostra Costituzione, che stiamo via via dimenticando).

    Competenza vuol dire possedere oggetti conoscitivi e capacità. Conoscenza vuol dire farsi modificare dalle cose che si incontrano, giusto?

    E poi non c’è conoscenza senza sguardo critico, cioè senza il dubbio. La scuola ci insegna delle cose, ma dovrebbe soprattutto insegnarci a dubitare di quello che essa stessa ci insegna.

    E invece?

    Il modello dell’educazione di oggi è quello di Tempi moderni, di Charlot che fa l’operaio e esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone. L’ideale del nostro bell’ideologo-intellettuale-riformatore dell’educazione è proprio “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Un modo di mortificare la ricchezza della natura umana. E la democrazia viene uccisa.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...buona-e-le-competenze-non-servo/29179
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  10. i cosiddetti nativi digitali. Che a quanto pare non conoscono così bene l’uso del computer quanto si crede, sicché dovrebbe essere la scuola a insegnarglielo. Sono rimasto affascinato da come l’autrice finisse con l’implicitamente demistificare uno dei capisaldi ideologici del discorso dominante sulla scuola. Com’è noto, infatti, molti dei più recenti provvedimenti di riforma sarebbero stati presi, a detta dei loro sostenitori, sotto la necessità urgente di far fronte a un’ondata di studenti nativi digitali non più in grado di sopportare l’insegnamento tradizionale. Il che imporrebbe un radicale cambio dell’impostazione dello studio, un taglio netto dei vecchi contenuti (particolarmente quelli per tradizione considerati utili a sviluppare una visione critica delle cose) e una sostanziale eliminazione del ruolo dell’insegnante nella trasmissione di contenuti che dovrebbero essere prodotti autonomamente tramite la rete.

    Invece basta che un’insegnante ci racconti la sua esperienza sul campo, per scoprire che i famosi nativi digitali in realtà non sono poi così nativi: quasi fossero personaggi di quelle sorpassatissime pièce teatrali dell’assurdo che una volta si studiavano (appunto) a scuola. Naturalmente l’emergere di queste evidenze non cambierà minimamente il discorso mediatico sui nativi digitali, e ciò per un motivo molto semplice: se cade il loro mito cade allo stesso tempo il postulato dell’informatica come strumento didattico unico, architrave ideologico e infrastrutturale della «buona scuola». Se il computer non è uno strumento didattico importante, ma l’unico, già definirlo «strumento», in una prospettiva del genere, risulta alquanto riduttivo.

    se incrociamo la proposta di liquidazione per via informatica dell’insegnamento della tradizione culturale, con la spinta a una valutazione sistemica della performance degli studenti e degli istituti e di sviluppo dei valori della competitività, emerge con chiarezza il progetto di una scuola tesa a garantire e a riprodurre i meccanismi ideologici di potere della nostra società. In fondo intrattenimento più introiezione dei meccanismi di competizione e di mercato potrebbe essere una formula che spiega molte cose del funzionamento della società.
    http://www.alfabeta2.it/2015/12/31/mitologie-dei-nativi-digitali
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