mfioretti: anni 70*

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  1. Anziani, o comunque uomini maturi, furono invece i depistatori accertati. A cominciare da Licio Gelli, il «grande vecchio» dei misteri italiani, oggi novantaseienne, condannato per aver tentato di deviare le indagini, all’ombra della Loggia P2, insieme a due alti ufficiali del servizio segreto militare, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e al faccendiere Francesco Pazienza. Un altro giovane estremista nero dell’epoca, Massimo Carminati, poi passato armi e bagagli alla criminalità comune e ora nuovamente in carcere con l’accusa di essere il capo di Mafia Capitale, fu anche lui processato e infine assolto per aver contribuito al depistaggio. Per quel che lo riguarda Gelli nega tutto, la sua idea è che l’attentato non fu nemmeno voluto: qualcuno trasportava una valigia di esplosivo e un mozzicone di sigaretta provocò il disastro. Spiegazione banale quanto «minimale» per l’atto di terrorismo più grave verificatosi nel dopoguerra nell’intera Europa occidentale.

    Politica e strategia della tensione
    L’ultimo capitolo della cosiddetta strategia della tensione, sostengono i più; anche perché, se pure Fioravanti, Mambro e Ciavardini fossero innocenti (così si chiamava il comitato sorto in loro difesa al tempo dei processi, al quale aderirono diversi esponenti della sinistra), ciò non significherebbe che l’eccidio non sia ascrivibile ai neo-fascisti. Anzi. Nell’andamento altalenante dei verdetti (condanne in primo grado, assoluzioni in appello, annullamento della Cassazione, nuove condanne nell’appello-bis e conferma in Cassazione) si sono persi per strada nomi noti dell’eversione nera della generazione precedente, già coinvolti nelle indagini sulle stragi del periodo 1969-1974, da piazza Fontana al treno Italicus, passando per Brescia. Assolti o prosciolti, certo. Ma a star dietro alle sole condanne, per contare i responsabili del lungo rosario di bombe che hanno insanguinato l’Italia basterebbero le dita di una mano. Un po’ poco. Ci dev’essere dell’altro. Anche per Bologna.

    Nel 1980 il quadro politico era ben diverso da quello dei primi anni Settanta: l’avanzata delle sinistre si era arenata, e dopo il delitto Moro (1978) il Partito comunista era definitivamente uscito dall’area di governo; ogni timore di cedimento sul fronte orientale dell’Europa divisa in due poteva considerarsi superato, nonostante mancasse un altro decennio al crollo del muro di Berlino. Capo del governo era Francesco Cossiga (che bollò subito la strage come «fascista» salvo chiedere successivamente scusa), seguito da Arnaldo Forlani (travolto in pochi mesi dallo scandalo P2), e poi dal repubblicano Giovanni Spadolini, primo non-democristiano a entrare a palazzo Chigi nella storia della Repubblica. In ogni caso, il terrorismo di sinistra bastava e avanzava per tenere alta la guardia filo-occidentale.

    Trentacinque anni dopo, il mistero della strage persiste intorno al movente: ci sono i nomi dei giovanissimi esecutori materiali, d’accordo, ma mancano mandanti e intermediari. Pedine di un gioco inevitabilmente più grande, in un mondo che esiste più, rimaste senza manovratori. Nella ricostruzione iniziale c’erano, da Gelli in giù, ma col tempo troppi anelli della catena si sono spezzati per comporre un quadro credibile. Basti dire che alla fine pure il neofascista veneto (e più in età) Massimiliano Fachini uscì assolto, così come Sergio Picciafuoco, l’unico certamente presente sul luogo del delitto perché rimasto ferito.

    I dubbi sul movente e le altre piste
    L’associazione dei familiari delle vittime, per bocca del suo presidente Paolo Bolognesi, attuale deputato del Pd, sostiene che in realtà sullo sfondo altri colpevoli si intravedono, e di recente un nuovo dossier è stato consegnato agli inquirenti affinché svolgano ulteriori indagini. «Sarà valutato con grande attenzione e pari riservatezza», annuncia il procuratore aggiunto di Bologna. Si vedrà. Le piste alternative degli ultimi anni (compresa quella palestinese legata al gruppo terroristico che guardava a Est guidato da Carlos) sono state archiviate perché costruite su indizi rivelatisi troppo labili. E in generale è auspicabile che si proceda con cautela e diligenza, perché pure sul processo approdato alle tre condanne definitive rimangono dubbi e sospetti sulla genuinità delle prove; a cominciare dalla confessione dell’informatore che «inchiodò» Mambro e Fioravanti.

    Tutto questo pesa su una strage di cui gli italiani continuano a sapere troppo poco. Non solo per colpa loro: anche per i più informati restano troppe zone d’ombra. E restano le storie delle vite saltate in aria il 2 agosto di 35 anni fa. Come quella di un’altra giovane vittima: Mauro Di Vittorio, 24 anni, romano simpatizzante dell’estrema sinistra, recentemente tirato in ballo da qualche «revisionista» come ipotetico complice della trama medio-orientale. L’ultimo provvedimento di archiviazione l’ha del tutto scagionato. Sua sorella Anna e il marito Giancarlo (amico di Sergio Secci, stessa età di Mauro, ferito nell’esplosione e morto dopo 5 giorni di agonia) continuano a studiare le carte giudiziarie per difenderne pubblicamente la memoria violata.
    http://27esimaora.corriere.it/articol...logna-spiegata-ai-ragazzi/#more-66972
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  2. Non è stato una cosa diffusa, e soprattutto non era affatto la posizione ufficiale della sinistra italiana. La posizione vera della Sinistra italiana è piuttosto quella di don Milani, che ricordava ai figli degli operai e dei contadini che loro dovevano studiare il doppio rispetto ai figli di papà.
    Riporto anch’io un mio ricordo personale: ho vent’anni meno del senatore Monti, e quando avevo 14-15 anni, all’inizio degli anni ’70, quindi ancora molto vicini al 1968, del sei politico già si parlava al passato. Ovviamente io non facevo l’università, ma avevo professori giovani, c’erano amici e fratelli maggiori che andavano all’università, e del sei politico e degli esami autogestiti non se ne parlava proprio più. Ripeto: era il 1972, quattro anni dopo il ’68.
    In seguito, ho letto e ascoltato interventi dei testimoni diretti di quel periodo. Tutti concordano su una cosa: che il sei politico e gli esami autogestiti furono limitati ad alcune scuole e ad alcune facoltà ben precise. Nel dettaglio: nessuna laurea a carattere scientifico o tecnico. Al sei politico fu interessata la facoltà di sociologia di Trento, dove insegnava Monti, e altri corsi universitari di Lettere, Filosofia. E non in tutte le Università. La cosa si spiega facilmente: dato che era impossibile tenere il segreto, nessuna impresa avrebbe mai e poi mai assunto un ingegnere o un medico che si fosse laureato in quel modo.
    http://deladelmur.blogspot.it/2012/11/il-sei-politico.html
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  3. Magari in Italia ci fossero dei fascisti organizzati e un gruppo determinato a imporre, coerentemente, valori e programmi fascisti (e non, come succede, solo degli stupidi lacché del berlusconismo e affaristi e rubagalline in proprio). Sarebbe un pezzo di politica. Al quale – magari! – si contrapponessero dei comunisti veri (non il furbo-salottiero Bertinotti o l’apprendista ometto di potere alla Vendola). Ma allora ci sarebbe posto anche per un autentico partito socialista e, soprattutto, per un vero partito moderato, liberale…Cose interrotte trent’anni fa, quando cominciò il degrado nazionale…Cose da anni Settanta.

    Non a caso, la prima reazione di Alemanno – colui che, da questo punto di vista, Marino inconsapevolmente (e come altrimenti?) vorrebbe promuovere, facendolo tornare alle fogne, privandolo di poltrone amministrative e ministeriali, di incarichi e prebende, di palazzi e salotti, di frequentazioni lucrose e gratificanti – è stata: “Quando ho sentito che Marino invitava la destra a tornare nelle fogne ho sentito un brivido nella schiena”.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/...-ancora-la-destra-delle-fogne/1809774
    Tags: , , , by M. Fioretti (2015-06-24)
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  4. susanna Tamaro: Nella mia generazione — quella cresciuta nei primi anni Settanta del secolo scorso — c’era sicuramente molto idealismo e molta ribellione nei confronti di quelle che ci avevano preceduto; eravamo convinti che il mondo che avremmo costruito sarebbe stato decisamente migliore di quello che avevamo alle spalle. Ma, accanto all’idealismo, c’era anche molta ideologia. È difficile pensare oggi alla pervasività violenta di quei tempi. La via della liberazione doveva passare attraverso la distruzione dei legami affettivi — considerati retaggio della società borghese — e l’uso e abuso di sostanze stupefacenti, Lsd in primis, portentosi e magici destrieri, capaci di condurci in un mondo di una creatività senza confini. Il fanatismo terrorista ha letteralmente falcidiato la mia generazione, il resto lo ha fatto la diffusione a macchia d’olio dell’eroina. Due realtà sono state un po’ troppo facilmente rimosse dai nostalgici di quell’età dell’oro. Le stragi, i morti, i feriti, le vite spente dietro le sbarre, quelle finite in un gabinetto, con una siringa conficcata nel braccio, sono sbiadite dalla memoria di molti. Non dalla mia. Per questo dico: i tempi della mia adolescenza non erano migliori di questi, erano soltanto terribili in modo diverso.

    L’architrave delle nostre giornate era l’autodistruzione

    Le architravi delle nostre giornate erano l’autodistruzione e la disperazione, come lo sono per molti ragazzi di oggi. Solo che noi, invece di impasticcarci in un rave party, andavamo in autostop in Afghanistan, al posto di schiantarci con la macchina alle quattro di mattina, ubriachi, ci facevamo ammazzare in un conflitto a fuoco. Posto che l’adolescenza è, da che mondo è mondo, l’età dell’inquietudine e della ribellione, credo che la mia generazione sia stata la prima in cui l’autodistruzione sia diventata fenomeno di massa. C’era un’incredibile rabbia, un inesausto furore dentro di noi, che si riversava come un fiume in piena contro gli altri o contro noi stessi. Dalla nostra rabbia e dal nostro furore, purtroppo, non è scaturito l’universo meraviglioso che sognavamo, ma piuttosto un mondo cupo, livellato e livellante, capace soltanto di spingere le nuove generazioni verso una diversa forma di disperazione. Oggi non esiste più il Sistema contro cui ribellarsi, non c’è più l’oppressione di una famiglia da combattere. Il grande nemico è il niente. Un niente confortevole, dalle sembianze falsamente amichevoli, un niente che vuole il tuo bene, senza mai dirti davvero che cos’è il bene. Come sono convinta che il nostro malessere di allora abbia avuto origine dalla tragedia delle due guerre mondiali vissute dai nostri genitori e nonni, e confluite — come l’epigenetica ora ci conferma — direttamente nelle nostre vite, rendendole cariche di furore e di fragilità, altrettanto credo anche il disagio attuale abbia radici negli sconquassi del Novecento. Le cronache di ogni giorno ci parlano ormai, con un’inquietante regolarità, di suicidi di adolescenti, spesso perseguitati dal gruppo; di mamme che uccidono i propri figli; di padri che, per vendicarsi delle proprie compagne che li hanno abbandonati, uccidono i loro bambini e poi tentano il suicidio; di figli che uccidono i padri o le madri, o entrambi. Figlicidi, matricidi e patricidi sono sempre esistiti nella società umana, ma è la loro frequenza — e la loro direi banalizzazione — che deve spingerci con urgenza a interrogarci. Evolutivamente, che cosa vuol dire quando una specie comincia a uccidere la sua stessa prole, che, a sua volta, mette fine ai suoi giorni?

    L’epidemia di suicidi/omicidi è molto più di un campanello di allarme. È la conferma che la nostra specie è letteralmente deragliata dal binario della sua etologia, e questa uscita, invece di renderla euforicamente gioiosa per l’insperata libertà, la spinge piuttosto nei territori impervi dell’angoscia. Non sono soltanto gli atti violenti contro la persona a denunciare questa crisi, ma anche un generale imbarbarimento dei costumi quotidiani.
    http://www.corriere.it/cultura/14_mag...e50-d686-11e3-b1c6-d3130b63f531.shtml
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  5. Da sogno adolescenziale a tallone d’Achille del mercato delle due ruote. Il «motorino» sembra sparito dai desideri dei quattordicenni. Lo dicono i numeri di vendita, che mostrano da una decina di anni un’emorragia continua, una discesa fatta di percentuali a doppia cifra. I 685.962 mezzi immatricolati nel 1998 sono il picco e l’inizio del declino. Già l’anno successivo se ne registrano oltre centomila in meno. Meno duecentomila nel 2000. Ulteriore dimezzamento nel 2001. Poi un declino più lento, ma costante. Fino al 2009, quando si scende sotto la soglia dei centomila. Il dato del 2013 fa impressione: 31.648 vendite. Cioè: 130 mila in meno rispetto a dieci anni prima. Cioè: un crollo del 75% in meno in diecianni. Il 2014 conferma la tendenza: -16% fra gennaio e settembre rispetto allo stesso periodo dell’anno prima.

    Spostarsi da casa per coltivare le relazioni è sempre meno necessario. «Quando io ero ragazzo si prendeva il motorino e si partiva insieme per un weekend in tenda. Oggi con 40 euro sali in aereo e raggiungi una qualunque capitale europea», commenta Pier Francesco Caliari, direttore generale di Confindustria Ancma, l’associazione che riunisce i produttori italiani di due ruote.
    La fonte del senso di libertà e di autonomia è cambiata: il motorino è stato rimpiazzato da uno dei tanti (o da tutti quanti contemporaneamente) dispositivi che assicurano la connessione con il mondo. Smartphone, tablet, computer. E forse quell’anelito di libertà non è più così urgente: «I giovani - continua Laffi - sentono meno la spinta all’autonomia, consapevoli e rassegnati a un ciclo economico che prolunga la loro adolescenza e li trattiene in famiglia più a lungo».
    Il declino dei ciclomotori non è cominciato con la crisi mondiale del 2008, ma di certo questa ha fatto da acceleratore: i costi elevati scoraggiano
    http://motori.corriere.it/motori/duer...914-6501-11e4-8b92-e761213fe6b8.shtml
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2014-11-06)
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  6. Qualcuno vorrebbe rimandarle indietro. E allora penso: se smettessero tutte di lavorare? Se non ce ne fosse più neanche una? E mi rendo conto che le donne italiane che lavorano, a differenza di quanto avviene in molti paesi d’Europa, si vedono costrette a farsi sostituire da altre donne.

    Non abbiamo asili nido privati o scuole dell’infanzia a sufficienza. Non abbiamo scuole con un tempo pieno degno di questo nome. Non abbiamo trasporti efficienti che riducano al minimo i tempi di spostamento o pulmini pubblici che portino i nostri bambini a scuola. Non abbiamo servizi per i nostri anziani, né un’assistenza pubblica che si occupi di loro mentre siamo al lavoro. Non abbiamo spesso neanche dirigenti o aziende disponibili a venire incontro alle nostre esigenze di madri e figlie perché questo carico è ancora sulle spalle femminili.

    E a uno che Stato non aiuta e agevola si aggiunge l’ormai cronica latitanza degli uomini. Insomma, dopo tutte le battaglie per il femminismo e per la parità, tutti i bei discorsi sulla divisione dei compiti, la realtà è ben diversa. Del tutto svanite le conquiste degli anni ’70 ed esaurita la generazione già molto ridotta di quei mariti modello che si stiravano le camicie, resta solo una certezza: dietro ogni donna che lavora, non importa a quale livello e con quali mansioni, c’è sempre un’altra donna che supplisce.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/.../donne-che-sostituiscono-donne/683677
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  7. Davanti al magistrato italiano, il protagonista «amerikano» del caso Moro mostra di avere un’alta considerazione di sé. Vuole essere chiamato «dottor Pieczenik», rivendicando il titolo di medico psichiatra al servizio del governo degli Stati Uniti. Nella primavera del 1978, durante il sequestro del leader democristiano, fu inviato in Italia per assistere il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Il suo ruolo - rimasto sempre piuttosto misterioso - venne alla luce molto più tardi, e dopo tante interviste e affermazioni spesso ambigue Steve Pieczenik, oggi settantenne, è stato interrogato per la prima volta da un inquirente italiano. Il 27 maggio scorso il pubblico ministero della Procura di Roma Luca Palamara è andato ad ascoltarlo in Florida, con l’assistenza di un magistrato statunitense. Quello che segue è il resoconto della sua testimonianza, raccolta a 36 anni di distanza dai fatti in un’indagine che tenta, se non di scoprire nuove verità, almeno di dissipare ombre.
    All’epoca Pieczenik veniva considerato un esperto di sequestri

    Allo psichiatra statunitense sbarcato a Roma una decina di giorni dopo la strage di via Fani in cui le Brigate rosse avevano sterminato la scorta del presidente della Dc e portato via il prigioniero, erano state date consegne precise per la sua collaborazione col governo italiano: «L’ordine non era di far rilasciare l’ostaggio, ma di aiutarli nelle trattative relative ad Aldo Moro e stabilizzare l’Italia». Poi aggiunge: «In una situazione in cui il Paese è totalmente destabilizzato e si sta frantumando, quando ci sono attentati, procuratori e giudici uccisi, non ci possono essere trattative con organizzazioni terroristiche... Se cedi l’intero sistema cadrà a pezzi.

    Esplora il significato del termine: Il pm Palamara gli chiede che cosa ha fatto in concreto, e il testimone risponde: «Dovevo valutare che cosa era disponibile in termini di sicurezza, intelligence, capacità di attività di polizia, e la risposta è stata: niente. Ho chiesto a Cossiga cosa sapeva delle trattative con gli ostaggi e lui non sapeva niente; in terzo luogo dovevo assicurarmi che tutti gli elementi che negoziavamo dovevano diminuire la paura e la destabilizzazione dell’Italia; quarto: dovevamo valutare la capacità delle Br nelle trattive e sviluppare una strategia di non-negoziazione, non-concessioni». Nella sostanza, Pieczenik voleva «costringere le Br a limitare le richieste in modo che avessero una sola cosa possibile da fare, rilasciare Moro » Il pm Palamara gli chiede che cosa ha fatto in concreto, e il testimone risponde: «Dovevo valutare che cosa era disponibile in termini di sicurezza, intelligence, capacità di attività di polizia, e la risposta è stata: niente. Ho chiesto a Cossiga cosa sapeva delle trattative con gli ostaggi e lui non sapeva niente; in terzo luogo dovevo assicurarmi che tutti gli elementi che negoziavamo dovevano diminuire la paura e la destabilizzazione dell’Italia; quarto: dovevamo valutare la capacità delle Br nelle trattive e sviluppare una strategia di non-negoziazione, non-concessioni».

    Nella sostanza, Pieczenik voleva «costringere le Br a limitare le richieste in modo che avessero una sola cosa possibile da fare, rilasciare Moro.

    E dunque, quasi si spazientisce il pm Palamara, è vero o no che secondo Pieczenik lo Stato italiano ha lasciato morire il presidente dc? Risposta: «No, l’incompetenza dell’intero sistema ha permesso la morte di Aldo Moro. Nessuno era in grado di fare niente, né i politici, né i pubblici ministeri, né l’antiterrorismo. Tutte le istituzioni erano insufficienti e assenti».

    Lo specialista arrivato da Washington sostiene di essersi limitato a leggere i comunicati delle Br, che avevano una «strategia molto facile», rendendosi conto che il governo italiano non era in grado di fare nulla. Quindi, dopo aver sponsorizzato la linea della fermezza appoggiata dal partito comunista, ripartì alla volta degli Usa, a sequestro ancora in corso. Come se la sua missione fosse compiuta: «Cossiga era un uomo estremamente intelligente..

    Rientrato in patria, il consigliere venne a sapere che Moro era stato assassinato: «Ho pensato che sfortunatamente le Br erano dei dilettanti, e avevano fatto davvero un grande sbaglio. La peggior cosa che un terrorista possa fare è uccidere il proprio ostaggio. Uccidendo Aldo Moro hanno vinto la causa sbagliata e creato la loro autodistruzione».
    http://www.corriere.it/cronache/14_lu...9d8-0d74-11e4-9f11-cba0b313a927.shtml
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  8. Che poi si tratti di un record non è una notizia particolarmente significativa: l'evento continuerà a ripetersi finché il trend persisterà in ascesa. È stato infatti un “record assoluto” (dal 2004, da quando cioè esistono le serie mensili) anche il dato di gennaio 2014, e, andando a ritroso all'anno precedente (2013), quello di novembre, di agosto, di maggio, di aprile, e ancora di gennaio.


    C'è poi il riferimento al 1977, mero limite statistico talvolta impropriamente utilizzato come termine di paragone, forse per la sua capacità di evocare un'epoca contraddistinta da tensioni sociali fortissime. In realtà in quell'anno la disoccupazione era al 6,4%, ovvero meno della metà di quella odierna. È stata di gran lunga maggiore in periodi segnati da una bassissima conflittualità, come nel 1996 e nel 1997, quando era rispettivamente all'11,2% e 11,3%. Sono dati che certificano al tempo stesso la gravità senza precedenti della crisi nella quale siamo immersi e la mancanza di una correlazione rigidamente meccanica fra il quadro macroeconomico e le dinamiche politiche e sociali.


    C'è comunque da aggiungere che nel 1977 il dato sulla disoccupazione “non era” davvero del 6,4% (non è questo il numero che troviamo, ad esempio, sui giornali di allora). Questa è una cifra “ricostruita” dall'Istat con l'obiettivo di “tradurre” i vecchi dati – frutto di metodi di rilevazioni molto differenti rispetto a quelli odierni – in modo da renderli confrontabili con le statistiche di oggi.
    http://www.pagina99.it/news/economia/...isoccupazione--in-realta-l-Istat.html
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  9. Le parole dell’ex ispettore di polizia Enrico Rossi raccolte a Torino dall’Ansa aprono un nuovo squarcio nella coltre di misteri che avvolgono il caso Moro. “Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani. Diede riscontri per arrivare all’altro, quello che guidava la moto”. Racconta Rossi, adesso in pensione, all’Ansa. Secondo colui che inviò la lettera anonima – che si qualificava come uno dei due sulla moto – gli agenti avevano il compito di “proteggere le Br da disturbi di qualsiasi genere. Dipendevano dal colonnello del Sismi Camillo Guglielmi che era in via Fani la mattina del 16 marzo 1978″.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/...i-protessero-le-br-in-via-fani/923362
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  10. Era del resto scritto negli atti della Magistratura – prosegue – che l’evento di via Fani non era riconducibile solo alle Brigate Rosse. Lo hanno dichiarato più volte Alberto Franceschini e la vedova del maresciallo Oreste Leonardi: i nodi critici della mattina del 16 marzo sono tutti inseriti nel dossier ‘Moro’ pubblicato dal gruppo Pd della Camera che evidentemente aveva visto giusto. A questo punto abbiamo la responsabilità di raccogliere questa ed altre recenti novità e tentare di ricostruire una nuova versione dei fatti per capire chi ha tramato per ottenere la morte di Aldo Moro. Qualcuno dirà che tutto questo deve essere solo oggetto di attenzione della magistratura: così si sono espressi i colleghi del M5S in aula durante la discussione della proposta di legge. Ebbene gli diciamo che ognuno svolge il proprio ruolo certamente noi non siamo disponibili a rinunciare al nostro perché il caso Moro non è un puro fatto criminale ma un caso politico che ha cambiato il corso degli eventi nel nostro paese” conclude Grassi.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/...volgenti-serve-una-commissione/923490
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