mfioretti: airbnb* + sharing economy*

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  1. Nel 2015 un libro bianco ha ipotizzato che la “condivisione” degli appartamenti a Los Angeles ha eliminato undici appartamenti al giorno dal mercato degli affitti tradizionali. Un altro studio ha sostenuto che Airbnb elimina circa il 20% degli appartamenti in affitto in alcune zone di Manhattan e di Brooklyn a New York, fino al 28% nell’East Village, sebbene sia illegale affittarli oltre 30 giorni all’anno. Nei venti quartieri più centrali della metropoli americana si stima che Airbnb abbia sottratto almeno il 10% delle case disponibili dal mercato.

    La perdita di case disponibili sul mercato causata dalla disruzione (disruption) di Airbnb colpisce sei volte in più i residenti neri. Il quartiere con la più alta discriminazione razziale è Stuyvesant Heights, nel cuore di Central Brooklyn, dove le prenotazioni effettuate dai proprietari bianchi sono 1.012 volte superiori a quelle dei neri. La diseguaglianza economica sarebbe pari all’857% sul totale dei redditi accumulati dagli host bianchi.
    https://www.che-fare.com/leffetto-dis...iccarelli-gentrificare-e-turistizzare
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  2. Dopo un anno esatto di hosting – abbiamo smesso da poco, per fortuna – ho concluso che lo sharing come principio sarebbe corretto, equo, ammirevole e vantaggioso per la collettività, ma noi come razza umana non siamo in grado di farlo nostro. Basti vedere il recente caso di Mobike a Milano, un'app cinese che permetteva (finalmente) agli utenti di lasciare le biciclette in qualsiasi punto della città dopo l'utilizzo, e subito sono spuntate in sosta selvaggia, galleggianti nelle fontane o addirittura appese agli alberi.
    http://www.esquire.com/it/lifestyle/v...42/airbnb-cambiato-vita-razzismo-host
    Tags: , by M. Fioretti (2017-11-08)
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  3. Una importante riflessione andrebbe svolta su questo ultimo aspetto: il legame fra generazione e allocazione del valore generato. I modelli puri di sharing economy prevedono, non a caso, l’idea della contribuzione al valore, legando le remunerazione alla quota di valore aggiunto che ciascun partecipante al processo è in grado di apportare. Qui sta il grosso della sfida e delle aspettative cui questo fenomeno deve dare risposta: è o non è in grado di generare maggiori condizioni di uguaglianza, accesso e opportunità di cittadinanza rispetto ai modelli “business as usual”?

    Per rispondervi sto conducendo una ricerca ad hoc, su quanto la sharing economy consente la reinclusione nei processi economici di quote di cittadini esclusi dalla crisi economica e dai suoi effetti diretti ed indiretti.
    L’altro aspetto centrale, a mio avviso, è cogliere il portato dell’economia collaborativa come forma di evoluzione della sharing economy: non solo condividere asset per fargli riconquistare capacità produttiva, ma integrare gli obiettivi per cui quella condivisione ha luogo. Condividere i mezzi, certamente, ma in base ad una integrazione dei fini.

    Questa, secondo me, non è soltanto la sfida, quanto la missione sociale, economica e politica per cambiare il modello di sviluppo nella direzione dell’uguaglianza e del benessere.
    http://www.glistatigenerali.com/innovazione/de-sharing-economy-e-dintorni
    Tags: , , by M. Fioretti (2016-10-11)
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  4. A inizio giugno la Commissione europea ha pubblicato le linee guida del settore, mettendo in guardia i governi contro barriere e ostacoli. E in Italia l’Intergruppo parlamentare sull’innovazione prepara una proposta di legge per promuovere l’economia della condivisione, che, in pieno spirito collaborativo, è stata oggetto di una consultazione pubblica. Eppure questa rivoluzione dei consumi che molte città chiaramente incoraggiano inizia a preoccupare. Il potenziale economico della sharing economy non va naturalmente soffocato ma è altrettanto importante mitigare alcuni squilibri che, prevedibilmente, stanno emergendo.

    Proprio il caso di Airbnb sembra essere diventato emblematico del dibattito sul potenziale economico e i rischi legati alla sharing economy. Complice l’aumento della domanda turistica, e l’opportunità di un guadagno relativamente semplice, le offerte di strutture crescono esponenzialmente. Solo a Roma sono oltre 12mila gli alloggi pubblicizzati sulla piattaforma.

    Sulle questioni più urgenti – dai problemi legati alla sicurezza, a quelli legati alla tassazione, dal diritto del lavoro fino all’antitrust – sembra esserci consenso: servono nuove norme e e standard, quindi le amministrazioni un po’ in tutto il mondo si stanno muovendo velocemente. In Italia il dialogo tra Airbnb e i Comuni sembra essere proficuo.

    Le implicazioni di lungo periodo tuttavia potrebbero essere molto più complesse. La frammentazione e dinamicità del settore rendono il lavoro dei ricercatori difficile, ma i dati sembrano indicare che spesso i benefici economici e di rigenerazione urbana sono concentrati in quartieri specifici, mentre la potenziale distorsione sul mercato immobiliare potrebbe estendersi a tutta la città.

    Il problema si fa particolarmente spinoso quando i privati acquistano immobili proprio per offrirli per soggiorni più o meno brevi attraverso piattaforme come Airbnb e smettono di prendere in considerazione i normali contratti di locazione di lungo periodo. In alcuni casi parliamo di società che controllano decine se non centinaia di strutture. Questo fenomeno ha chiaramente il potenziale di distorcere interi segmenti del mercato immobiliare.

    Il resto della storia non è difficile da ipotizzare: il numero delle residenze disponibili diminuisce, il prezzo degli affitti sale, e le comunità locali devono lentamente spostarsi. I quartieri, spesso quelli centrali o storici, in pochi anni perdono identità e autenticità e diventano un pittoresco diversivo per visitatori di passaggio.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...storce-il-mercato-immobiliare/2957613
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  5. the word that is most subverted by the tech industry is share. Everywhere you go on the web you find injunctions to share whatever it is that you’ve found. Buttons provide a one-click way of sharing via email, Twitter, Facebook – which of course gives the companies an efficient way of surveilling not just your browsing habits, but also your online relationships.

    And then there’s the sharing economy which, on closer inspection, seems to be mostly about selling rather than sharing. The poster-children of this euphemism are the cab-hailing app Uber and Airbnb, the platform that enables you to rent someone’s spare room for a night or two at much cheaper rates than a hotel chain could offer.

    Whatever else it is, this ain’t sharing. Instead, it’s a perfectly intelligent way of using the internet as a way of putting buyers and sellers in touch with one another. It’s just the contemporary embodiment of what eBay started all those years ago. And that’s fine. In fact, on a bigger scale it could be one way of reducing the colossal wastefulness of modern industrial society. Why should every household have to own things that spend most of their time idle? We could, of course, just use the net to coordinate the lending of these things to one another. But in general that’s just too much hassle in an urbanised society. So the rise of platforms like eBay, Justpark and Airbnb is a positive development. We just need an honest term to describe it.
    http://www.theguardian.com/commentisf...uber-not-sharing-tech-world-euphemism
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  6. Chiamato a palliare le conseguenze di un sistema in crisi, il modello sembra invece favorire le stesse logiche speculative che hanno trasformato la città postindustriale, dietro le accattivanti suggestioni della Creative e della Smart City, in un generatore di rendite. La Sharing City di Airbnb non fa altro che spingere, dietro la retorica comunitaria, verso un’ulteriore deregolamentazione del mercato immobiliare in un momento storico dove la questione abitativa è tornata di drammatica attualità. Una proposta nella migliore tradizione neoliberista che, se da un lato consente effettivamente di ampliare il numero di attori all’interno del mercato turistico, dall’altro beneficia soprattutto i soliti noti: il settore immobiliare e il capitale finanziario internazionale. Ciò a discapito di chi non può o semplicemente non vuole entrare nella community ma è tenuto a confrontarsi con l’iniqua concorrenza del mercato turistico, rendendo così ancor più netta la geografia della diseguaglianza socio-economica della città. Insomma, l’idea di un modello win-win dove tutti hanno da guadagnarci, del “welfare gestito dall’iniziativa privata”, non convince anche perché ad esserne escluse sarebbero proprio le fasce più bisognose, quelle che una o più rendite da far fruttare non hanno. Se l’intenzione rimane quella di ridistribuire la ricchezza prodotta dal turismo e gestirne le esternalità, allora la fiscalizzazione e la pianificazione delle attività turistiche diventano il vero strumento in mano alla comunità. Bisogna pensarci bene, una volta accolto e legittimato il modello Airbnb, non si torna più indietro.
    http://www.lavoroculturale.org/airbnb-o-il-comunitarismo-neoliberista
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  7. The public doesn’t need a middleman for sharing-economy services, but it does need to make sure they are regulated

    So-called sharing-economy companies such as Uber, Airbnb and Task Rabbit are posing policy headaches for governments around the world. Their argument that they should be exempt from existing regulations because their services are ordered over the Web does not make much sense, but it provides a fig leaf for politicians seeking campaign contributions from these highly capitalized newcomers.

    Part of the response to the innovations associated with these companies should be to modernize regulations. It is reasonable to regulate taxi services in ways that ensure that cars are safe and drivers are competent and responsible. It is also reasonable to regulate rented rooms to ensure they are not fire traps. Similarly, both should be regulated in ways that ensure access to the handicapped and prevent discrimination. In addition, employees in these companies should be covered by workers’ compensation and protected by minimum wage and overtime rules.

    These efforts will require a rewriting of existing regulations, many of which were put in place to protect the existing companies in the industry rather than serve a legitimate public purpose. This sort of modernization is clearly a doable task from a technical standpoint, although sharing-economy companies will undoubtedly use their money to try to block the imposition of rules that put them on an equal footing with their old-fashioned competitors.


    For example, a taxi service could allow for drivers to register in the same way as they do for Uber and Lyft. Customers could use an app to order their services just as they do with Uber and Lyft. The difference would be that the public service would likely take out a lower share of the fare than its for-profit competitors. If its design were effective, only drivers who felt like being ripped off would work for Uber and Lyft.

    In addition, a public service could directly apply standards to providers as a condition of participating. Cab drivers would have to meet licensing standards, and their cars would have to pass inspection. And they would have to arrange insurance for both car and driver. A public version of Airbnb could require that potential renters had their rooms inspected for fire safety and provide copies of leases or condo agreements to ensure that these were not being violated by renting out rooms or whole units.

    A nonprofit in England (with the unfortunate name Beyond Jobs) has established an open-source program for many of these purposes. This system may not be fully up to the job, but it should provide a basis from which to work.

    In addition to cutting out the middleman and ensuring that necessary standards are met, a public service could provide other important benefits. Most notably, it could ensure that customer reviews are the property of the service provider. As it stands, the reviews are typically the property of the company.

    This means if an Uber driver has established himself as a safe and reliable driver, he can’t use his recommendations with another service. The same would be the case with someone renting out a room or apartment through Airbnb. This issue is perhaps most important with labor-service providers such as Task Rabbit. If workers have established themselves as reliable electricians, plumbers or child-care providers, they should be able to carry their records with them. While Task Rabbit and comparable services may not allow such transfers, a public system could assure workers of transferrable recommendations.

    Another great feature of the public option route is that it can be implemented at the local level. There is no need to worry about an intransigent Congress or even hostile state legislators. Any city with a substantial progressive base should be able to take the initiative to set up its own public sharing-economy system. Such systems could be linked among cities — which could be especially helpful in the case of competing with Airbnb.
    http://america.aljazeera.com/opinions...ng-economy-needs-a-public-option.html
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  8. Airbnb, Uber, Blablacar and others are not behind the substitution of independent SMEs for the industrial fabric of big businesses whose decomposition is gutting the productivity of cities. In fact, as Bruce Sterling pointed out, by promoting highly centralized models, these business fit into and promote the worst of “smart cities,” deepening precariousness and taking sovereignty from people and the city as a whole. As Sterling asked, “do you think San Francisco or any big American city would let its new taxi system be run by a business located in Barcelona?”

    is the “sharing economy” bad?

    car sharingNo. Absolutely not. It’s just that we must distinguish, and not accept the lies of the “hype” uncritically or in all cases. There are models of couch-surfing that really are communal, and do not create the disasters of Airbnb. There are models of car sharing that don’t try to sell themselves as an alternative mode of production and that were able to evolve from the commons to a business, and from there, be integrated into public services, helping to reduce traffic. Because in reality, the main contribution of the “sharing economy” is to transmit a culture of efficient use of durable consumer goods.

    So, I think it is necessary to put the “sharing economy” in context, not to lose the critical view of the talk about their businesses, and above all, not forget that if they contribute to changes of real importance, it won’t be because they tried to be more than they really are, but by taking on a deeper perspective.
    http://english.lasindias.com/sharing-...s-five-lies-about-the-sharing-economy
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  9. The best adjective to describe this kind of movement is totalitarian. As the Czech novelist Milan Kundera put it, “Totalitarianism is not only hell, but also the dream of paradise.” So my bid to watch your dog while you’re on vacation—and yours to drive me to the airport—is at once freeing and full of dangers. Who’s responsible if your dog bites my kid while in my care? What kind of car insurance, training and licensing do you need to shuttle me safely? What, if anything, do we owe to the kennel workers and cabbies who lose work? And who decides how we govern all of this?

    There are so many potential conflicts—along professional, political, commercial, geographic, generational and gender lines—posed by sharing that I couldn’t list them here. To pick just one more: sharing is a threat to the general plans of virtually every city. After all, what is Airbnb if not a rezoning of residential areas into hotel space?

    Of course, the movement doesn’t see itself as a starter of wars—and that may be its biggest weakness. Instead of recognizing the conflict and anger that could be produced by their efforts to transform the world, cheerleaders of the sharing economy celebrate its “disruptive” power—as well as its “sustainability.”

    our political system, with its low voter participation and big money, simply can’t produce definitive, legitimate answers on the big new policy questions posed by all this sharing.

    For all its promise, the sharing economy threatens to turn virtually every aspect of living into contested ground. And that’s no way to live.
    http://time.com/2924778/airbnb-uber-sharing-economy
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  10. Uber è un’applicazione che consente agli utenti di collegarsi con un’auto NCC (Noleggio Con Conducente). Il problema si solleva in realtà dalla sua declinazione successiva, cioè UberPop che consentirebbe a privati di poter offrire passaggi quasi con le stesse modalità di un taxi, stabilendo preventivamente il percorso e il prezzo tramite app.

    Un servizio del genere rienta appieno in quella che viene definita sharing economy: come scrive Francesca Battistoni su Smart Innovation «è una nuova economia che sta nascendo e che sfrutta le nuove tecnologie per proporre forme antiche come il baratto e lo scambio, le porta su una scala più ampia reinventandole e dando una possibilità maggiore di utilizzo. Sono pratiche che favoriscono l’uso e lo sfruttamento del bene privilegiando il riuso piuttosto che l’acquisto e l’accesso piuttosto che la proprietà».

    Rientrano in questo tipo di economia piattaforme popolari come AirBnB, portale online che mette in contatto persone che cercano un alloggio a breve termine con altre persone che hanno uno spazio extra da affittare, o Car2Go, servizio di Car Sharing privato che ha battuto l’analogo servizio del Comune di Roma, la discussa UberPoP e moltissime altre.
    Proprio in relazione a AirBnB, Gianni Dominici, presidente di Forum PA, ha rilasciato delle dichiarazioni molto favorevoli a proposito della sharing economy sulle pagine di TechEconomy: “il cittadino può e deve creare valore e servizi come sta accadendo con Airbnb: si stima che a New York, regolamentando l’attività con una ritenuta alla fonte e con regole precise per la locazione per scongiurare attività in nero, nelle casse del comune arriverebbero 20 milioni di dollari nel solo 2014, cifra che equivale a tutte le politiche di social housing previste dalla città.”
    http://www.techeconomy.it/2014/05/30/...ring-economy-proteste-tutto-ce-sapere
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