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  1. Chi ha un’allergia alle noccioline non può mangiare prodotti che siano entrati in contatto con arachidi, ma chi non ha questa allergia può tranquillamente mangiare cibi senza traccia di arachidi.

    Il che spiega perché sia così difficile trovare noccioline in aereo e perché le noccioline siano vietate nelle scuole (contribuendo così ad aumentare il numero di persone con allergie da noccioline, dato che una delle cause di queste allergie è la ridotta esposizione).



    Applichiamo ora la regola in ambiti in cui la cosa diventa divertente:



    Una persona onesta non commetterà mai atti criminali, ma un criminale può sempre agire legalmente.



    Chiamiamo la minoranza il gruppo intransigente, e la maggioranza quello flessibile. E la regola è quella della asimmetria nelle scelte.



    Una volta ho fatto uno scherzo ad un amico. Anni fa, quando i produttori di tabacco nascondevano e minimizzavano le prove dei danni causati da fumo passivo, i ristoranti di New York avevano aree fumatori e non-fumatori (persino gli aerei, incredibilmente, avevano un’area fumatori). Un giorno andai a pranzo con un amico che era in visita dall’Europa: il ristorante aveva tavoli liberi solo nella zona fumatori. Io riuscii a convincere il mio amico che dovevamo comprare delle sigarette perché per stare nella zona fumatori si doveva fumare. E lui si conformò.



    E ancora. Innanzi tutto conta parecchio la geografia del territorio, la sua organizzazione dello spazio; è molto diverso se gli intransigenti vivono tutti insieme o se sono distribuiti in mezzo al resto della popolazione. Se i seguaci della regola di minoranza vivessero in un ghetto, con la loro piccola economia separata, la regola della minoranza non si applicherebbe. Ma se la popolazione è distribuita nello spazio, se ad esempio la percentuale di tale minoranza in un quartiere equivale a quella nel villaggio, quella nel villaggio equivale a quella della provincia, quella della provincia a quella della regione, e quella della regione è la stessa che in tutto il paese, allora la maggioranza (flessibile) dovrà sottostare alla regola della minoranza. Inoltre, anche la struttura dei costi ha la sua importanza. Nel nostro primo esempio, si dà il caso che produrre limonata conforme alle regole Kosher non cambi molto il prezzo, almeno non abbastanza da giustificare inventari separati. Ma se la produzione di limonata Kosher costasse molto di più, la regola si indebolirebbe in una qualche proporzione non-lineare con la differenza di prezzo. Se produrre cibi Kosher costasse 10 volte tanto, la regola della minoranza non si applicherebbe, tranne forse in qualche quartiere molto ricco.



    Anche i musulmani hanno il loro tipo di regole Kosher, ma queste sono più limitate e si applicano solo alla carne. Musulmani ed ebrei hanno infatti le stesse regole di macellazione (tutto ciò che è Kosher è anche Halal per i musulmani, o almeno così era nei secoli scorsi, ma non è sempre vero il contrario). Si noti come queste regole di macellazione siano motivate dalla posta in gioco, e tramandate da pratiche greche e semitiche del Mediterraneo Orientale, in base alle quali le divinità erano venerate solo investendoci qualcosa, come sacrificare animali alla divinità per poi mangiarne i resti. Gli dei non amano le cerimonie a buon mercato.



    Ora si consideri questa manifestazione della dittatura della minoranza. Nel Regno Unito, dove la popolazione musulmana (praticante) è solo il tre o quattro per cento, gran parte della carne è Halal. Quasi il settanta per cento delle importazioni di agnello dalla Nuova Zelanda sono Halal. Circa il dieci per cento dei negozi della catena Subway sono Halal (cioè, non servono carne di maiale), nonostante le significative perdite commerciali derivanti dal non poter servire prosciutto. Lo stesso vale in Sudafrica, dove, con la stessa proporzione di musulmani, una quantità sproporzionata di polli sono certificati come Halal. Tuttavia, in UK e in altri paesi cristiani, Halal non è un concetto abbastanza neutro da diffondersi molto, poiché la gente potrebbe ribellarsi se costretta a seguire regole religiose estranee. Ad esempio Al-Akhtal, poeta arabo cristiano del VII secolo, ribadì la scelta di non consumare mai carne Halal in un noto poema provocatorio in cui si vantava del suo Cristianesimo: “Io non mangio carne sacrificale”. (Al-Akhtal si riferiva alla tipica reazione cristiana di tre o quattro secoli prima — i cristiani in epoca pagana venivano torturati obbligandoli a mangiare carne sacrificale, che per loro era sacrilegio. Diversi martiri cristiani morivano di fame.)



    Ci si può attendere lo stesso rifiuto delle regole religiose in Occidente, man mano che la popolazione musulmana va crescendo.



    Quindi la regola della minoranza potrebbe portare a una maggiore proporzione di alimenti Halal nei negozi rispetto a quanto giustificato dalla proporzione dei consumatori Halal nella popolazione, ma solo fino ad un certo punto, perché alcuni potrebbero sviluppare un’avversione al cibo musulmano. Per certe regole Kashrut (concernenti i cibi Kosher, N.d.T.) senza connotazioni religiose, la percentuale può tranquillamente avvicinarsi al 100%. Negli USA e in Europa i produttori di cibo “biologico” vendono sempre di più proprio grazie ad un’applicazione della regola della minoranza, e perché i prodotti ordinari non etichettati come tali sono spesso percepiti come contenenti pesticidi, erbicidi ed organismi transgenici geneticamente modificati, “OGM”, che secondo alcuni presentano rischi sconosciuti. (In questo contesto OGM si riferisce al cibo transgenico, ottenuto trasferendo geni da un organismo o una specie estranea). Oppure la preferenza può essere dettata da motivi esistenziali, da un atteggiamento di prudenza, o da un’inclinazione (in stile Burke) verso i valori della tradizione – c’è chi preferisce non discostarsi troppo e troppo velocemente da ciò che mangiavano i nonni. L’etichettatura “biologico” è un modo per indicare che quell’alimento non contiene OGM.



    Spingendo per gli alimenti geneticamente modificati con mezzi che andavano dalle lobby, alle mazzette ai politici, fino alla palese propaganda scientifica (con campagne diffamatorie contro individui come il sottoscritto), le grandi aziende agricole si illudevano ingenuamente che bastasse avere la maggioranza dalla loro parte. Niente di più sbagliato. Come dicevo, il tipico ragionamento aridamente “scientifico” è troppo poco sofisticato per questo genere di decisioni. Teniamo presente che chi mangia OGM transgenici può mangiare anche non-OGM, ma non il contrario. Quindi basta che ci sia una piccola parte, non più del 5%, di popolazione che non mangia gli OGM, distribuita uniformemente nello spazio, per far sì che l’intera popolazione finisca con il consumare non-OGM. In che modo? Supponiamo che si debba organizzare un evento aziendale, un matrimonio, o una grande festa per celebrare la caduta del regime saudita, o il fallimento della banca di investimenti speculativi Goldman Sachs, o la pubblica umiliazione di Ray Kotcher, il presidente di Ketchum, l’agenzia di pubbliche relazioni specializzata nel diffamare scienziati e informatori scientifici in nome e per conto delle grandi multinazionali. C’è forse bisogno di mandare questionari per chiedere agli invitati se mangiano o no OGM transgenici e prenotare se è il caso pasti speciali? No. Basta ordinare tutto non-OGM, a meno che la differenza di prezzo non sia significativa. E la differenza di prezzo sembra essere irrilevante, perché il prezzo degli alimentari (freschi) in America è determinato in gran parte (fino all’80 o 90%) dalla distribuzione e stoccaggio, non dal costo di produzione agricola. E dato che la domanda di alimenti biologici (o designati come “naturali”) da parte della minoranza è in continua crescita, i costi di distribuzione diminuiscono e la regola della minoranza finisce con l’accelerare anche questo effetto.



    Le grandi imprese agricole industriali non hanno capito che, in questo gioco, per vincere non basta avere più punti dell’avversario, ma bisogna avere il 97% dei punti totali. Ancora una volta, stupisce che a queste grandi aziende, capaci di spendere milioni di dollari in campagne di ricerca e diffamazione, con centinaia di scienziati convinti di essere più intelligenti del resto della popolazione, sia potuto sfuggire un concetto talmente elementare come le scelte asimmetriche.



    Un altro esempio: non si pensi che la diffusione di auto con il cambio automatico negli USA, N.d.T. » sia dovuta necessariamente al fatto che la maggioranza preferisce guidare automatico; potrebbe essere semplicemente il caso che chi sa guidare con il cambio manuale può sempre guidare con quello automatico, ma non il contrario 1 » .

    Il metodo di analisi qui utilizzato è noto come gruppo di rinormalizzazione, un potente apparato matematico che in fisica teorica permette di studiare i cambiamenti nel tempo. Vediamo di che si tratta – senza usare le formule.

    Religioni puramente monoteistiche come il Protestantesimo, il Salafismo o l’ateismo fondamentalista, riescono a soddisfare solo le menti capaci di ragionamenti letterali e mediocri, incapaci di tollerare le ambiguità

    Non illudiamoci che la formazione dei valori morali di una società avvenga come evoluzione del consenso. No, sono i più intolleranti ad imporre la virtù agli altri, proprio in base alla loro intolleranza. Lo stesso vale per i diritti civili.
    http://vocidallestero.it/2017/08/18/n...-sempre-il-dispotismo-della-minoranza
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  2. The point is that Facebook has a strong, paternalistic view on what’s best for you, and it’s trying to transport you there. “To get people to this point where there’s more openness – that’s a big challenge. But I think we’ll do it,” Zuckerberg has said. He has reason to believe that he will achieve that goal. With its size, Facebook has amassed outsized powers. “In a lot of ways Facebook is more like a government than a traditional company,” Zuckerberg has said. “We have this large community of people, and more than other technology companies we’re really setting policies.”

    Without knowing it, Zuckerberg is the heir to a long political tradition. Over the last 200 years, the west has been unable to shake an abiding fantasy, a dream sequence in which we throw out the bum politicians and replace them with engineers – rule by slide rule. The French were the first to entertain this notion in the bloody, world-churning aftermath of their revolution. A coterie of the country’s most influential philosophers (notably, Henri de Saint-Simon and Auguste Comte) were genuinely torn about the course of the country. They hated all the old ancient bastions of parasitic power – the feudal lords, the priests and the warriors – but they also feared the chaos of the mob. To split the difference, they proposed a form of technocracy – engineers and assorted technicians would rule with beneficent disinterestedness. Engineers would strip the old order of its power, while governing in the spirit of science. They would impose rationality and order.
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    This dream has captivated intellectuals ever since, especially Americans. The great sociologist Thorstein Veblen was obsessed with installing engineers in power and, in 1921, wrote a book making his case. His vision briefly became a reality. In the aftermath of the first world war, American elites were aghast at all the irrational impulses unleashed by that conflict – the xenophobia, the racism, the urge to lynch and riot. And when the realities of economic life had grown so complicated, how could politicians possibly manage them? Americans of all persuasions began yearning for the salvific ascendance of the most famous engineer of his time: Herbert Hoover. In 1920, Franklin D Roosevelt – who would, of course, go on to replace him in 1932 – organised a movement to draft Hoover for the presidency.

    The Hoover experiment, in the end, hardly realised the happy fantasies about the Engineer King. A very different version of this dream, however, has come to fruition, in the form of the CEOs of the big tech companies. We’re not ruled by engineers, not yet, but they have become the dominant force in American life – the highest, most influential tier of our elite.

    There’s another way to describe this historical progression. Automation has come in waves. During the industrial revolution, machinery replaced manual workers. At first, machines required human operators. Over time, machines came to function with hardly any human intervention. For centuries, engineers automated physical labour; our new engineering elite has automated thought. They have perfected technologies that take over intellectual processes, that render the brain redundant. Or, as the former Google and Yahoo executive Marissa Mayer once argued, “You have to make words less human and more a piece of the machine.” Indeed, we have begun to outsource our intellectual work to companies that suggest what we should learn, the topics we should consider, and the items we ought to buy. These companies can justify their incursions into our lives with the very arguments that Saint-Simon and Comte articulated: they are supplying us with efficiency; they are imposing order on human life.

    Nobody better articulates the modern faith in engineering’s power to transform society than Zuckerberg. He told a group of software developers, “You know, I’m an engineer, and I think a key part of the engineering mindset is this hope and this belief that you can take any system that’s out there and make it much, much better than it is today. Anything, whether it’s hardware or software, a company, a developer ecosystem – you can take anything and make it much, much better.” The world will improve, if only Zuckerberg’s reason can prevail – and it will.

    The precise source of Facebook’s power is algorithms. That’s a concept repeated dutifully in nearly every story about the tech giants, yet it remains fuzzy at best to users of those sites. From the moment of the algorithm’s invention, it was possible to see its power, its revolutionary potential. The algorithm was developed in order to automate thinking, to remove difficult decisions from the hands of humans, to settle contentious debates.
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    The essence of the algorithm is entirely uncomplicated. The textbooks compare them to recipes – a series of precise steps that can be followed mindlessly. This is different from equations, which have one correct result. Algorithms merely capture the process for solving a problem and say nothing about where those steps ultimately lead.

    These recipes are the crucial building blocks of software. Programmers can’t simply order a computer to, say, search the internet. They must give the computer a set of specific instructions for accomplishing that task. These instructions must take the messy human activity of looking for information and transpose that into an orderly process that can be expressed in code. First do this … then do that. The process of translation, from concept to procedure to code, is inherently reductive. Complex processes must be subdivided into a series of binary choices. There’s no equation to suggest a dress to wear, but an algorithm could easily be written for that – it will work its way through a series of either/or questions (morning or night, winter or summer, sun or rain), with each choice pushing to the next.

    Facebook would never put it this way, but algorithms are meant to erode free will, to relieve humans of the burden of choosing, to nudge them in the right direction. Algorithms fuel a sense of omnipotence, the condescending belief that our behaviour can be altered, without our even being aware of the hand guiding us, in a superior direction. That’s always been a danger of the engineering mindset, as it moves beyond its roots in building inanimate stuff and begins to design a more perfect social world. We are the screws and rivets in the grand design.
    https://www.theguardian.com/technolog...r-on-free-will?CMP=Share_iOSApp_Other
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  3. Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

    La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro.
    http://thevision.com/scienza/vita-di-un-vegano-non-etica
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  4. Aviation is a golden goose for politicians. In the UK, where sources of future post-Brexit economic growth are hard to identify, the industry looks set to continue its enviable historic growth-rate of 4-5% annually. The main problem for airlines now is finding enough space to accommodate planes at crowded airports such as Heathrow. Airlines’ seductive message to politicians is “If you build it, they will come.”

    And the primary reason that they will come is because flying is kept artificially cheap, while trains and cars become more expensive. The main reason for this is the so-called “Chicago Convention”, agreed in 1944 by a then much smaller air industry, which prohibits countries from imposing jet fuel tax and VAT on international flights. Taxes on other forms of transport have increased dramatically since 1944 but thanks to the convention aviation has remained almost unscathed. Things have actually moved in the other direction since the 1990s, when an influx of low-cost carriers led to big cost savings and even lower ticket prices.

    What is to be done? Aviation, along with shipping, was given special status and excluded from the Kyoto and Paris climate change agreements. The industry was tasked to come up with its own solutions instead. After much foot-dragging, the International Civil Aviation Organisation (ICAO), finally addressed aviation emissions in 2016, proposing a market-based mechanism, the Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation (CORSIA).

    Under CORSIA, countries’ airlines are given allowances to emit carbon, and if they exceed their allowances (which they will) then they must buy offsets from other sectors. Yet the plan is not nearly radical enough. It doesn’t even come into power for another decade, and it does nothing to stifle demand – unlike a carbon tax.

    As we can see, regulating the environmental impact of flying is a complex business. Ignorance and inaction is an appealing reaction to complexity, but we need to act before aviation gobbles up more of the increasingly small wriggle-room for emission cuts. We can try and reduce the number of flights taken, buy carbon offsets for unavoidable flights, and question the broader logic of allowing the industry to grow ad infinitum. Just using a carbon calculator to learn about the carbon impact of our sunny escapades is a good start.

    If citizens remain blissfully unaware of aviation emissions, then airlines and governments are unlikely to do anything about them. Alternatively, if governments ever wish to place a global carbon tax on flights, then they will need to create political “buy-in” from citizens who increasingly see cheap flights as a right.
    https://theconversation.com/its-time-...t-flying-has-on-the-environment-70953
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  5. per «una strana contraddizione, Merkel incarna ciò che le femministe in tutto il mondo hanno sperato di ottenere, ma il resto della Germania, in larga misura, non è stato al passo». E l’ostinazione di Merkel nel non pronunciare la parola «femminista», in questa e nelle precedenti campagne elettorali, per Bennhold non ha giovato. Ora, sul tema, torna Susan Chira, sempre sul New York Times. Secondo la quale i successi a ripetizione di Merkel (il voto del 24 settembre sarà, a detta di tutti, l’ennesimo della serie) «sollevano una domanda di nuovo rilevante dopo la sconfitta di Hillary Clinton: questa strategia della segretezza (evitare, come Merkel, l’etichetta di femminista e la rivendicazione di genere, ndr) è la strada più efficace per le donne per guadagnare ed esercitare potere?».

    Hillary si presentò in campagna elettorale come la donna che «avrebbe fatto la storia infrangendo il più alto dei soffitti di cristallo» e ha ottenuto come risultato un’ondata di misoginia che ha gonfiato le vele di Donald Trump. Il basso profilo, perfino noioso, di Angela Merkel, il suo meticoloso costruirsi un’immagine gender neutral, l’ha invece aiutata a far fuori gli avversari, dentro e fuori il suo partito, inducendoli nell’errore fatale di sottovalutarla (Chira ricorda che il soprannome Mutti, «mammina» all’inizio era stato affibbiato a Merkel, in modo dispregiativo, dai colleghi maschi della Cdu; e anche il mein mädchen, «la mia ragazza» di Helmut Kohl non portò bene al suo autore). E, al momento giusto, «come molte donne che hanno fatto passi avanti in politica, vedi di recente la premier inglese Theresa May, è subentrata in un momento di crisi, quando pochi uomini volevano il posto». Dunque, per le donne il sentiero più sicuro per il potere è quello più nascosto? «Vorrei non fosse così, ma in gran parte lo è ancora»
    http://27esimaora.corriere.it/17_sett...664-9bb7-11e7-99a4-e70f8a929b5c.shtml
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  6. with their faith in the Bible and Jesus, evangelical Christians may seem similar to other Christian denominations, even bearing some of the same names. But their unique beliefs and interpretations of Christianity make them a distinct worldwide movement, emphasizing the "born again" experience, the infallibility of the Bible, salvation by faith in Jesus alone, the need to evangelize or spread their message, and the rapture of the church in the end times.
    http://www.newsmax.com/FastFeatures/e...ristians-beliefs/2015/04/02/id/636050
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  7. Practically, since time immemorial, cities have been the hubs of social innovation because their high population density and diversity provide the friction that impels creativity and experimentation.

    The new demographic findings make clear that proponents of a more solidaristic economy will need to shift their gaze from relatively familiar urban contexts to the suburbs that sprawl out into metropolitan hinterlands. This will not be a trivial exercise and scaling out vestiges of the new economy beyond urban neighborhoods will surely be challenging. The large property parcels and privatized spaces that characterize most suburbs will be difficult obstacles to overcome. The lack of public transportation imposes multifold complications.

    However, other suburban features may offer interesting opportunities. The outsized proportions of homes in many outlying communities, coupled with the inordinate costs associated with their upkeep, suggests that these residences could be architecturally reorganized as multi-family dwellings (not unlike how expansive and opulent urban townhouses of the nineteenth century came to be subdivided for more modest apartment-style living). Indeed, there are already documented cases of this process taking hold in some locales. Another latent resource may be the large number of vacant shopping malls that are becoming ubiquitous features of the suburban landscape (for a discerning glimpse see the website deadmalls.com). Reminiscent of the conversion of industrial lofts during an earlier era, these disused facilities offer the prospect of inexpensive space amenable to repurposing for new uses.

    To be sure, this will be a difficult lift, but to turn our back on the suburbs is to ignore the fact that a majority of Americans live in these communities (an estimated 53 percent of the total population and now once again increasing). To be sure, few were built with equity and sustainability as cornerstones of their design plans (and in many cases such considerations were actively resisted), but to airbrush them away is to tacitly — and improbably — suggest that only urbane centers are ready to participate in the new economy.
    https://www.shareable.net/blog/building-the-new-economy-the-suburban-phase
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  8. According to a new survey from Credible, a personal finance website, 50 percent of all respondents (ages 18-34) said they would give up their right to vote during the next two presidential elections in order to never have to make another loan payment again.

    Other extremes include a willingness to ditch ride-sharing services like Uber or Lyft (44 percent) and giving up travel outside of the country for five years (42 percent) to have student loans forgiven.

    Yet, only 27 percent said they would be willing to move in with their parents for five years or give up texting at 13 percent. Of the 500 millennials surveyed, only 8.2 percent of them chose to keep paying off their debt and not give up anything.

    The survey comes just as The Associated Press reports that tens of thousands of former students have been left in limbo as the Trump administration has delayed action on requests for loan forgiveness, according to court documents. The report says The Education Department is sitting on more than 65,000 unapproved claims as it rewrites Obama-era rules that sought to better protect students.

    During his campaign, Trump proposed student loan forgiveness after 15 years of repayment. However, since taking office, Trump and Secretary of Education Betsy Devos’ initial education budget have sought to eliminate current loan forgiveness programs.

    In July, Fox Business reported on a similar survey from MoneyTips.com that found that nearly 42 percent of Americans think President Trump’s administration should forgive all federal student debt in order to help stimulate the economy.

    Michael Dubrow, co-founder of MoneyTips, told Fox Business that while the survey didn’t specifically focus on millennials (ages 18-29) a majority of them were “especially passionate” about it, nearly twice as much as those 50 and older.

    “Even if older people are still paying off their loans, younger people paid more and borrowed more for higher education,” Dubrow said in an interview in July.
    http://nypost.com/2017/09/14/half-of-...ve-up-their-rights-to-get-out-of-debt
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  9. For years publishers have held onto the hope that all their investments in Facebook will, at some point, pay dividends when it comes to revenue. But a new report from WAN-IFRA suggests that, for most publishers, that’s still far from the case — and they’re not happy about it.

    Surveying nearly 50 WAN-IFRA members, University of Oxford researcher (and 2016 Nieman Fellow) Grzegorz Piechota found that Facebook was responsible for an average of seven percent of digital revenue, with a median of just three percent, across all of its revenue programs. A quarter of publishers said they received no direct revenue from Facebook at all.

    In Piechota’s estimate, this puts Facebook lower than Google, YouTube, and Spotify in terms of how much revenue is shared back with publishers, though the lack of complete data makes it difficult to draw direct comparisons. Piechota concludes that, overall, “revenue shared by the leading platforms is too low to fully fund editorial operations,” even for the largest organizations.
    http://www.niemanlab.org/2017/09/are-...ource=twitter.com&utm_campaign=buffer
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  10. La Campania, per un disastro urbanistico, gestionale e quindi ambientale unico in Italia, ancora non avviato realmente a soluzione né a contenimento, anche, ma certo non solo, per cattivi stili di vita individuali, ha visto perdere nei soli ultimi trenta anni fino a 4 anni di aspettativa di vita media alla propria popolazione, su base regionale. Questo dato, gravissimo, sarebbe forse compreso meglio nella sua eccezionale gravità, se, tradotto in ore e non anni persi: 4 anni = 35mila ore x 6 milioni cittadini = 210 miliardi di ore.

    Siamo ancora tra i più longevi al mondo, ma, specie a partire dal 2000 in poi, stiamo perdendo progressivamente qualità ed anni di vita, con un’eccezionale e non prevista velocità di crescita in incidenza di tutte le malattie cronico – degenerative, a sempre più chiara co-patogenesi ambientale. E’ impossibile per una sanità pubblica reggere il peso economico conseguente alle cure e all’assistenza necessarie.

    Prevenzione primaria intesa come tutela del lavoro, dell’ambiente e dalle droghe non sono argomenti lontani e separati come ben scrive nella “Laudato Si” Papa Francesco: è la necessaria Ecologia dell’Uomo e della Economia malata che non vogliamo affrontare come priorità assoluta.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...one-e-i-medici-la-favoriscono/3858996
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