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  1. Il punto è molto semplice: una legge (non fascista: novellata nel 2001) dice che i posti della dirigenza pubblica sono riservati a chi ha la cittadinanza italiana. Si potrà discutere sulla sua bontà. Io non la trovo insensata: dai dirigenti dipendono molti posti di lavoro, sistemi complessi. In molti casi ci sono in gioco settori strategici. Ed è così in tutti i paesi. Franceschini grida che la National Gallery è diretta da un italiano: ma si dimentica di dire che quell’italiano è cittadino britannico.

    Non sarà il caso di cominciare a dire che non basta fare le cose, ma bisogna anche farle bene? La riforma Madia è stata massacrata dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, la riforma costituzionale è stata respinta dal popolo italiano: ma non sarebbe stato meglio farle bene, quelle riforme, invece che gridare contro chi ha dovuto constatarne il fallimento? Non è che la figuraccia dell’Italia l’ha causata un ministro incompetente circondato da incapaci?

    E poi c’è un punto di merito. Il Tar dice che i colloqui per selezionare i direttori sono stati troppo frettolosi, e sono stati celebrati a porte chiuse. E che dunque i diritti dei concorrenti non sono stati rispettati. Se è vero è una cosa grave. E io so che è vero.

    Quel concorso è stato condotto malissimo, ai limiti della farsa, per la stessa ragione per cui Franceschini non ha cambiato la legge: per la maledetta fretta mediatica di poter dire che aveva fatto qualcosa.

    La commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte.

    Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee.

    E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario (abbiamo preso direttori che in quasi tutti i casi non erano mai stati tali, ma al massimo conservatori di sezioni di musei secondari) in un quarto d’ora. La commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo).
    https://emergenzacultura.org/2017/05/...a-del-tar-e-larroganza-della-politica
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  2. da sempre la lingua ha giocato un ruolo fondamentale nell’interpretazione del nostro mondo. Jared Diamond, il famoso antropologo, nel suo “Il terzo scimpanzé” descrive in maniera esemplare questo concetto: “le lingue differiscono nella struttura e nel vocabolario, nel modo in cui esprimono il nesso di causalità, i sentimenti e la responsabilità personale, e quindi nel modo in cui si formano i nostri pensieri. Lingue diverse sono adatte a scopi diversi”.

    Qi Wang, professoressa di psicologia alla Cornell University, ha condotto un ampio studio su quanto la memoria sia influenzata dalla cultura. Ha raccolto centinaia di primi ricordi di studenti statunitensi e cinesi. La narrazione personale ha fatto emergere differenze sostanziali: i primi ricordi degli statunitensi erano più lunghi, elaborati ed egocentrici; quelli cinesi, invece, era molto più brevi e “oggettivi”. Ma la differenza forse più interessante era che i ricordi di questi ultimi iniziavano mediamente 6 mesi dopo quelli dei primi. I risultati sembravano mostrare, quindi, che l’inizio temporale dei ricordi potesse avere una forte caratterizzazione culturale. Il primo veicolo della cultura è la famiglia: Wang ha quindi ripetuto l’esperimento, stavolta interrogando le madri dei ragazzi. I risultati sono stati essenzialmente identici, andando a confermare le ipotesi iniziali. La psicologa è giunta alla conclusione che nella cultura cinese la memoria personale non sia così importante.

    Culture fortemente attaccate alla propria tradizione hanno ricordi molto più precoci.

    Il comunitarismo tipico della tradizione confuciana sembra avere effetti sulla memoria individuale. Al contrario, il forte individualismo della cultura occidentale, che pone la propria persona al centro dell’interesse e del mondo circostante, connota ogni ricordo in modo molto personale. “Sostanzialmente, c’è una grossa differenza culturale » tra dire ‘allo zoo c’erano delle tigri’ e ‘allo zoo c’erano due tigri, e io avevo molta paura’”, ha concluso Wang. Non è solo una questione di individualismo e comunitarismo. Uno dei fattori centrali è sicuramente il valore che si dà alla tradizione e al passato. Culture fortemente attaccate alla propria tradizione (non solo in termini di trasmissione di sapere, ma anche in termini di sopravvivenza come popolo) hanno ricordi molto più precoci. In questo senso, tra i popoli studiati, i maori della Nuova Zelanda detengono attualmente il record di precocità nei ricordi: mediamente il loro primo ricordo è riconducibile ai due anni e mezzo di età, contro i tre anni e mezzo degli occidentali.
    http://www.iltascabile.com/scienze/primi-anni-di-vita
    Tags: , , by M. Fioretti (2017-04-22)
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  3. potremo mai far serenamente grammatica e letteratura senza la colpevole sensazione di non essere democratici? Arriveremo mai a pensare che proprio insegnare ai massimi livelli la nostra lingua, facendo leggere i testi più difficili del nostro patrimonio culturale, aiuterebbe i giovani (tutti i giovani!) ad avere gli strumenti per migliorare la loro sorte, di cittadini e lavoratori, ma prima di tutto di persone? Siamo destinati ancora per quanto a trascinarci appresso vecchi fantasmi e arrugginite catene?
    Io credo che dovrebbe starci molto a cuore che i nostri ragazzi scrivano niente e non gnente, ce n’è e non cé né. E soprattutto, che sappiano capire quel che leggono, e costruire un discorso loro, dotato di senso e ben organizzato. Che sappiano cogliere i nessi logici, le sfumature e i significati più profondi di un testo, orale o scritto. Credo che dovrebbe stare a cuore a tutti questo, a pessimisti e ottimisti, gente di destra o di sinistra, cattolici e non. E credo che la strada sarebbe estremamente semplice e piana: se vogliamo che i giovani sappiano l’italiano, bisogna insegnare italiano a scuola, dal primo anno all’ultimo. Ma bisogna volerlo, volerlo veramente, tutti quanti. E decidere di farlo. Non risolveremo mai nulla, se non decideremo tutti quanti – come società, come Italia – che nella scuola sia bene tornare a insegnare a leggere, scrivere e parlare, a partire dalla prima elementare.
    Ma noi vogliamo veramente che i giovani sappiano l’italiano? O una scuola dove si insegnino soltanto e umilmente le basi della nostra lingua, con rigore e serietà, ci sembra ancora una scuola troppo reazionaria, antiquata, banale, inutile, poco creativa, poco gratificante e… per niente democratica?
    http://cinquantamila.corriere.it/stor...lerArticolo.php?storyId=58d7dbda04988
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  4. C'è invece, leggendo con attenzione l'appello, una voglia di repressione nei confronti di quest'incresciosa situazione della grammatica tra la plebaglia studentesca e, più in generale, nei confronti dei giovani, come non si vedeva da tempo.

    Non uno straccio di analisi delle ragioni che ci hanno condotto nel baratro, non uno straccio di autocritica sulle condizioni dell'università (dove oggi gli studenti non scrivono più e in cui, al massimo, sono tenuti ad apporre segni grafici sui quiz) o mea culpa rispetto all'appoggio indiscriminato fornito da molti di questi prestigiosi intellettuali ai governi che hanno massacrato la scuola pubblica, che hanno fatto della cultura un colabrodo istituzionale in cui distribuire prebende, che hanno tagliato i fondi alle biblioteche, che hanno assistito inermi mentre le librerie chiudevano in nome del libero mercato, che non hanno alzato un dito mentre il settore editoriale andava allo sfascio, che hanno parlato di meritocrazia senza praticarla, che hanno affossato i giovani del nostro Paese in ogni modo possibile…

    Infine, un'ultima annotazione che spero possa esser colta al di là dell'aspetto estetico: la lettera dei 600 prof è stata pubblicata su un blog di rara bruttezza, un luogo dell'internet dal template scialbo e con un'impaginazione degna dei primi scarabocchi alla scuola dell'infanzia. A dimostrazione ulteriore che questi signori non hanno capito nulla del mondo che li circonda e che loro vorrebbero emendare.
    http://www.fanpage.it/la-vera-emergen...lassismo-dei-600-docenti-universitari
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  5. Al Presidente del Consiglio

    Alla Ministra dell’Istruzione

    Al Parlamento

    È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

    A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.

    Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti.

    A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento:

    - una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni;

    - l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.

    - Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola.

    Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro.
    http://www.libertaegiustizia.it/2017/...ra-aperta-di-600-docenti-universitari
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  6. Il 40% non sa che i Vangeli sono quattro


    Il Vangelo non fa più parte del bagaglio culturale dell’italiano medio, rivela l’istituto. Appena il 20% ripete a memoria un passo. Vale anche per chi va frequentemente a Messa: soltanto un terzo è in grado di farlo. Il versetto più evocato è “Beati i poveri in spirito”, seguito dal comandamento dell’amore “Ama il prossimo tuo come te stesso”, dalla frase del Signore “Lasciate che i bambini vengano a me” e dal monito di fronte a coloro che volevano lapidare l’adultera “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Almeno non si cade in un tranello teso dal Censis: il 78% dice giustamente che l’Ave Maria (che pure fa in parte riferimento alle parole dell'angelo nell'Annunciazione) non è presente nelle Scritture. Però, se si deve indicare il numero dei Vangeli, tutto ciò diventa un rebus: il 38% dichiara di non saperlo e l’8% tira a indovinare. Più che Parola, il Vangelo evoca immagini: il 35% ricorda quanto accadde nel Cenacolo e il 20% il presepe.
    https://www.avvenire.it/chiesa/Pagine/il-vangelo-sconosciuto
    Tags: , , , by M. Fioretti (2016-10-29)
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  7. Le proposte di legge non fanno che prendere atto di una situazione che già esiste e che non è detto sia così negativa. Tradurre Shakespeare è formativo quanto tradurre Virgilio: secondo me è giusto far esercitare le capacità linguistiche e traduttive sulle lingue moderne, soprattutto sull’inglese, una lingua che oggi non si può non conoscere (purtroppo su questo gli studenti italiani sono molto indietro rispetto ai loro colleghi europei), e su un’altra lingua europea a scelta (magari non per forza europea: se avessi un figlio gli suggerirei di studiare il cinese…). A questo si può affiancare uno studio della cultura antica (in traduzione, perché no? Non leggiamo forse così Dostoevskij, che non è secondo a nessuno?), mostrando come si sia propagata nell’arte, nella musica, nel cinema, nei videogames, nei teatri di tutto il mondo. Questo è per me un modello di liceo classico che potrebbe avere successo. Forse è meglio essere meno apocalittici e meno vittimisti: e cercare di capire invece come tutto il sapere umanistico (non solo quello classico) possa dialogare con un mondo contemporaneo sempre più polimorfico.
    http://www.leparoleelecose.it/?p=24565
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  8. La crisi degli intellettuali occidentali ha le sue radici nell’incapacità di articolare un discorso sensato sul rapporto fra l’economico/materiale e l’ideale/spirituale. Non che l’economico/materiale non conti: il problema è piuttosto che tale dimensione non spiega perché l’intellettuale non si sia schierato in passato come al presente a favore di leggi favorevoli alle famiglie che desiderano avere più bambini. Sì: sono sempre più convinto della necessità di tornare ad articolare un discorso sensato sull’economico e lo spirituale (ma si potrebbe anche definire il “culturale”).

    Nel caso dell’intellettuale è l’ideale/spirituale (o culturale) che difetta, ma egli non se ne accorge.

    L’incapacità di articolare un discorso serio sulle diverse dimensioni delle scelte umane lo porta a non accorgersi che in Italia le regioni che hanno meno figli sono quelle a maggiore sviluppo economico come, ad esempio, la Liguria o l’Emilia Romagna. Oppure lo porta a dimenticare che più alta è la classe sociale e più il matrimonio giunge ad un’età avanzata (con una conseguente minore natalità). O ancora a dimenticare che un figlio nato con maternità-surrogata/utero-in-affitto costa alla nascita 135mila dollari, secondo gli articoli di Monica Ricci Sargentini (cfr. Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri, di Monica Ricci Sargentini), cui si debbono poi aggiungere le spese abituali per mantenere il bambino.

    La stessa incapacità si ritrova quando si tratta di articolare un discorso sensato sul rapporto fra religione e politica dinanzi alla questione islamica. L’intellettuale – che pur essendo post-moderno non ha chiarito il suo rapporto con il materialismo di inizio novecento - sposta tutta la sua attenzione sui fattori economici, come ha ricordato il filosofo musulmano Abdennour Bidar: «Gli intellettuali occidentali quando dico loro dell’importanza del fattore religioso nella crisi dell’Islam odierno » lo vedono con difficoltà: la maggior parte ha talmente dimenticato che cos’è la potenza della religione, nel bene e nel male sulla vita e sulla morte, che mi dicono "no, il problema del mondo musulmano non è l’islam, non è la religione ma la politica, la storia, l’economia, etc.". Vivono in società cosi secolarizzate che non si ricordano per niente che la religione può essere il cuore del reattore di una civilizzazione umana!» (in Lettera aperta al mondo musulmano, di Abdennour Bidar).

    Lo stesso avviene dinanzi alla natalità. L’intellettuale non si accorge di aver contribuito a decostruire una cultura della natalità, non è consapevole che esiste uno stigma sociale a riguardo di una cultura della vita. La sua analisi è debitrice di un’ideologia superata che lo porta a dimenticare il fattore ideale/spirituale, proprio lui che, per mestiere, non fa il metalmeccanico, il falegname o l’imprenditore, ma si occupa di pensiero e di ideale/spirituale.

    Io non sono più interessato oggi a criticare l’intellettuale perché ha un’ideologia non convincente. Io sono piuttosto interessato a porre la domanda su quale sia oggi il giusto rapporto fra l’economico/materiale e l’ideale/spirituale nel comprendere la realtà.

    Se il problema è che ci sono pochi bambini perché mancano leggi economiche a favore della maternità e della paternità, ecco che – ne sono certo – i quotidiani dei prossimi giorni saranno pieni di articoli dei principali editorialisti e commentatori che le chiederanno. Che chiederanno, ad esempio, sgravi fiscali proporzionali al numero dei figli per famiglia. Ne sono certo? Certo?

    A me interessa il pensiero di chi scrive perché sono poi gli intellettuali a comandare il gioco, loro insieme ai capi dell’economia. A cascata poi vedi centinaia di post e di blog che ripetono che il problema è sempre quello, cioè quello economico.

    No, fratelli cari, chi ritiene che l’elemento sovrano che determina le scelte dell’uomo sia quello economico è un vetero-materialista, che non appartiene al post-moderno e alle sue sfumature. Per favore, facciamo un po’ di chiarezza sulle matrici culturali che utilizziamo nell’argomentare (e ci aiutino gli intellettuali).

    Perché poi il popolo semplice che non conosce le mene ideologiche, oggi traballanti, degli intellettuali si guarda intorno e si accorge che c’è l’adulto rampante ricchissimo che non avrà mai un figlio e c’è la famiglia neocatecumenale o parrocchiale che ne ha da dieci a quattro con un solo lavoro in casa e c’è la famiglia dell’immigrato che ne ha tre e vive senza alcun posto fisso.
    http://www.gliscritti.it/blog/entry/3850
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  9. In particolare, eliminare la traduzione (sulla centralità della quale in questo giornale già si è pronunciata Paola Mastrocola) sarebbe un gesto di irresponsabile, gravissimo immiserimento: come sostituire tutti gli originali degli Uffizi con riproduzioni formato poster.

    I sostenitori del liceo classico, per fortuna, non mancano. Sono i giovani stessi, e sono persone dei più vari tipi, compresi gli scienziati. Una petizione di un gruppo di professoresse fiorentine dello storico liceo Michelangiolo (http://taskforceperilclassico.it/t/) ha già raccolto circa cinquemila firme, tra cui riconosciamo un Salvatore Settis, una Eva Cantarella e un Luciano Canfora, per citare solo alcuni celebri rappresentanti del sapere umanistico, ma anche due insigni fisici come Guido Tonelli e Carlo Rovelli.
    Basta con proposte di riforma boomerang. Basta con questa cecità. Un paese che vuole vivere ha il dovere di sapere prima di tutto dove già eccelle.
    http://www.ilsole24ore.com/art/cultur...urce=facebook.com&utm_campaign=buffer
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  10. Esplora il significato del termine: da noi «in cima alle preoccupazioni dei decisori politici e sindacali non c’è stata la qualità degli insegnanti, ma il loro consenso politico, guadagnato (...) attraverso la sostanziale conservazione dello status quo dal punto di vista giuridico ed economico: carriera solo per anzianità e uguale per tutti gli insegnanti...». Accusa sacrosanta. E l’ecatombe di candidati alle scuole d’infanzia e alle primarie negli scritti esaminati finora (22,4% di ammessi agli orali: quattro su cinque no) pare l’indizio che la professione di insegnante basata sul vecchio patto non scritto «ti pago poco ma ti chiedo un po’ meno» ha finito per essere «inevitabilmente considerata non una prima scelta da parte dei migliori studenti universitari (fatte salve le eccezioni, che per fortuna non mancano), e anzi da molti una seconda o terza scelta». Ma possiamo, oggi, sopravvivere al degrado d’una scuola sempre più «stipendificio» e sempre meno concentrata sulla crescita degli studenti? «Inutile nascondersi dietro un dito», accusa la rivista: «Finché l’insegnamento non tornerà ad essere una prima scelta mancherà il presupposto principale per tenere alto il livello qualitativo della scuola italiana». Anche al di là delle eventuali magagne nelle selezioni. » da noi «in cima alle preoccupazioni dei decisori politici e sindacali non c’è stata la qualità degli insegnanti, ma il loro consenso politico, guadagnato (...) attraverso la sostanziale conservazione dello status quo dal punto di vista giuridico ed economico: carriera solo per anzianità e uguale per tutti gli insegnanti...». Accusa sacrosanta. E l’ecatombe di candidati alle scuole d’infanzia e alle primarie negli scritti esaminati finora (22,4% di ammessi agli orali: quattro su cinque no) pare l’indizio che la professione di insegnante basata sul vecchio patto non scritto «ti pago poco ma ti chiedo un po’ meno» ha finito per essere «inevitabilmente considerata non una prima scelta da parte dei migliori studenti universitari (fatte salve le eccezioni, che per fortuna non mancano), e anzi da molti una seconda o terza scelta». Ma possiamo, oggi, sopravvivere al degrado d’una scuola sempre più «stipendificio» e sempre meno concentrata sulla crescita degli studenti? «Inutile nascondersi dietro un dito», accusa la rivista: «Finché l’insegnamento non tornerà ad essere una prima scelta mancherà il presupposto principale per tenere alto il livello qualitativo della scuola italiana». Anche al di là delle eventuali magagne nelle selezioni.
    http://www.corriere.it/scuola/16_agos...e90-68a3-11e6-b1b2-f8e89a7ffdaf.shtml
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