mfioretti: roma capitale*

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  1. «Non si risolve il problema della mobilità di Roma chiamandola “città in movimento” oppure la burocrazia complicata del Campidoglio con la dicitura “città semplice”».

    L’assessore all’Ambiente Pinuccia Montanari ha detto che quelli dell’Agenzia sono «dati irrilevanti».
    «La Montanari, prima di parlare, dovrebbe rispondere alla serie di richieste che le sono state fatte dall’Agenzia, a cui non ha risposto. Ha detto che il piano industriale di Ama stava sul sito, invece se lo tengono stretto. Il gioco delle tre scimmiette con me non funziona».

    Vuole andare allo scontro.
    «No. O lavorano o la smettono di fare gli struzzi e i giocolieri. D’ora in poi ogni capello sarà messo in evidenza».

    Guardi che se continua a dire queste cose la sindaca la caccia.
    «La sindaca? Non può mandarmi via: io dipendo dal consiglio comunale. L’Agenzia risponde all’assemblea».
    https://www.nextquotidiano.it/carlo-sgandurra-giunta-raggi
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  2. Il dissesto del Comune? Impossibile: danneggerebbe immagine (e rating) di tutto il Paese – La situazione è insomma assai ingarbugliata. Lo era del resto anche prima dell’accordo della Raggi con le banche, come ben sapeva l’ex sindaco Gianni Alemanno che pensò di venir fuori dall’intreccio Campidoglio-Atac girando il credito vantato sulla municipalizzata alla gestione commissariale, la bad bank che si occupa di smaltire i 12 miliardi di debito cumulati negli anni dal Comune di Roma. Uscito dalla porta di Alemanno, il vecchio credito è però rientrato dalla finestra di Ignazio Marino che lo ha chiesto indietro per “sistemare” il bilancio della sua gestione capitolina. Una storia antica che ora rischia di scoppiare nelle mani della Raggi, intenzionata a ristrutturare l’Atac che, secondo l’ex assessore Mazzillo, potrebbe spingere l’amministrazione capitolina verso il dissesto, cioè ad una procedura straordinaria di rientro con un piano che viene vidimato dal Ministero dell’Interno e validato dalla Corte dei Conti. Secondo una fonte interna alla magistratura contabile, si tratta però di un’opzione più teorica che pratica perché avrebbe un impatto sulla credibilità dell’intero Paese che, oltre al danno d’immagine a livello internazionale, pagherebbe lo scotto in termini di maggiori tassi di interesse per il debito pubblico di ogni genere e grado.

    Tutti i salvataggi della Capitale – Non è un caso del resto che in passato la politica abbia optato per risolvere senza grandi clamori le criticità del bilancio di Roma Capitale. Nel 2008, per coprire il buco ereditato da Veltroni, l’allora sindaco Alemanno chiese e ottenne dal governo di Silvio Berlusconi la gestione commissariale straordinaria separando buona parte del vecchio debito della Capitale (22 miliardi, oggi scesi a 12). L’obiettivo era consentire al Campidoglio di ripartire da zero smaltendo intanto la pesante eredità del passato grazie a un contributo pubblico annuo di 500 milioni, poi riconfermato in vario modo da tutti i governi successivi. Purtroppo però la gestione Alemanno non fu così oculata. Secondo quanto riferì poi la relazione sulla verifica amministrativo-contabile a Roma Capitale chiesta da Marino al Mef, nel periodo 2009-2012 Alemanno creò un disavanzo da quasi 500 milioni arrivando a triplicare i trasferimenti alle municipalizzate. La falla venne tappata da Marino con i crediti vantati verso l’Atac restituiti al Campidoglio dalla gestione straordinaria del debito di Massimo Varazzani e con un aumento dell’Irpef nel decreto Salva-Roma siglato dal tandem Renzi-Letta. Tutto questo non fu sufficiente a sistemare i conti della Capitale che richiedono innanzitutto pulizia e trasparenza nei rapporti con le partecipate. Di qui la volontà della Raggi di entrare nel vivo della ristrutturazione Atac attraverso un concordato preventivo in continuità con cifre e tempi d’incasso tutti da definire per i creditori. Ma l’operazione che la Raggi ha affidato al nuovo assessore Gianni Lemmetti rischia di essere decisamente dolorosa per l’amministrazione capitolina senza l’appoggio del governo e della gestione commissariale.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...ra-mai-fallire-il-campidoglio/3838848
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  3. Dalla delibera emerge che i 120 milioni di opere pubbliche non saranno tutti a carico della società giallorossa e dell’Eurnova. Sospesa dal Movimento la consigliera Grancio per i «dubbi di legittimità» espressi sull’impianto
    http://roma.corriere.it/notizie/crona...c20-4d53-11e7-a0c3-52aebd58a53d.shtml
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  4. Al momento della mia elezione, nel giugno 2013, Roma gestiva i rifiuti attraverso la più grande discarica d’Europa, situata nella tenuta di Malagrotta, all’interno della riserva naturale Litorale Romano. Malagrotta era una vera e propria bomba ecologica, una fonte costante di contaminazione e inquinamento, tanto che l’Unione Europea ne aveva già chiesto la chiusura entro il 31 dicembre 2007. Nei periodi estivi, con i rifiuti in decomposizione, l’area di Malagrotta diventava nauseabonda e la montagna d’immondizia era visibile a chilometri di distanza dal volteggiare di decine di migliaia di gabbiani. Uno scenario infernale.

    Se al mio arrivo in Campidoglio, nel giugno del 2013, Malagrotta era ancora attiva, lo si doveva ad una serie di proroghe irresponsabili. Diventato sindaco, nei primi 100 giorni di governo, presi subito la decisione di chiuderla, predisponendo contemporaneamente un piano rifiuti, come del resto avevo annunciato in campagna elettorale.
    http://www.ignaziomarino.it/la-chiusura-malagrotta-piano-rifiuti-roma
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  5. Da un lato, l’amministrazione Zingaretti vorrebbe individuare un sito fra i 50 a disposizione nell’intera provincia, dall’altro c’e’ il Campidoglio a 5 Stelle che preferirebbe continuare ad appoggiarsi agli impianti all’estero e in Nord Italia nella speranza di applicare il “piano dei materiali post-consumo": ridurre la produzione di rifiuti e aumentare la differenziata, senza aprire altre discariche



    Altro che “discarica di servizio”. La Regione Lazio e la Città Metropolitana di Roma, rispettivamente governate da Nicola Zingaretti e Virginia Raggi, stanno cercando un sito adatto per una sorta di “Malagrotta 2” da almeno 4,8 milioni di metri cubi totali e un nuovo sito più piccolo da aggiungere a quelli esistenti. Non solo. Con la riforma degli ambiti territoriali in discussione a La Pisana, i rifiuti della Capitale e del suo hinterland potrebbero anche essere portati nelle altre province del Lazio, già sul piede di guerra da giorni. Le dimensioni del sito sono rintracciabili nelle pieghe del documento di “Determinazione del fabbisogno”, approvato nell’agosto 2016, delibera che serve da linee guida per il nuovo piano rifiuti non ancora varato dalla Giunta Zingaretti.

    Seppur con stime prudenziali e tenendo conto del progressivo aumento della raccolta differenziata fino a quota 65% nel 2021 – le previsioni del Comune di Roma sono di arrivare al 70% – si tiene conto che nel giro di 10 anni si possa arrivare a riempire la nuova discarica al servizio di Roma città per 4.801.028 metri cubi; a questo “fabbisogno” bisogna aggiungere quello del resto della provincia capitolina, calcolato in 2.316.575 metri cubi, troppo perché possa essere sostenuto dalle tre discariche di Albano Laziale (257.348 mc residui), Civitavecchia (182.400 mc non realizzati) e Colleferro (33.000 mc residui più 600.000 da realizzare). Un iter – e questa è l’altra novità importante – a cui si è adeguata anche l’ex Provincia di Roma oggi a guida pentastellata: nei giorni scorsi la dirigente del Dipartimento Tutela e Valorizzazione Ambientale di Palazzo Valentini, Paola Camuccio, ha inviato a tutti i sindaci del territorio una lettera (di cui ilfattoquotidiano.it è in possesso) la richiesta di individuare “delle aree idonee alla localizzazione degli impianti di gestione dei rifiuti”, con determinati criteri.

    Allegata alla lettera anche una cartografia, piuttosto dettagliata, in cui sono indicati una cinquantina di cave già opzionate dall’Ente. Una conversione dei grillini alle discariche? In realtà, questi documenti sembrano essere frutto dell’inerzia di un lavoro iniziato negli anni passati proprio quando l’attuale governatore, Nicola Zingaretti, era presidente della Provincia, iter burocratico mai interrotto dall’attuale amministrazione metropolitana. “Dai puntini rossi posizionati sulla mappa – attacca il deputato Pd, Emiliano Minnucci -, si evince che i grillini vogliono trasformare la provincia nella discarica di Roma come se il Gra fosse un vero e proprio spartiacque tra due mondi diversi”

    IL COLPO DI SCENA DELL’ATO UNICO
    Dove collocare questa nuova discarica? Lo staff guidato dal super consulente regionale, Daniele Fortini, sembra orientato a riprendere in considerazione la mappatura realizzata dall’ex commissario e ex prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, che all’inizio del decennio individuò 8 siti idonei, di cui 7 di proprietà della Colari di Manlio Cerroni e uno su terreno pubblico, a Falcognana sulla via Ardeatina. Proprio nel 2013, quest’ultima ipotesi tramontò a causa delle forti proteste dei residenti della zona – fra cui l’ex ministro Renato Brunetta – Attualmente, sulla scrivania di Zingaretti sono ferme due richieste di autorizzazione per altrettante cave di proprietà di Cerroni, una a Pian dell’Olmo e l’altra a Quadro Alto, entrambi nel comune di Riano (a nord di Roma). Il colpo di scena potrebbe arrivare dall’approvazione, nei prossimi giorni, della riforma sugli Ambiti territoriali ottimali (Ato) voluta dall’assessore regionale Mario Buschini, che prevede la creazione di un Ato unico: la nuova legge, all’esame del Consiglio regionale, permetterebbe alla Regione Lazio di autorizzare – come spera anche Virginia Raggi – il conferimento presso impianti situati in altre province. Questa nuova eventualità potrebbe far tornare di moda il sito di Aprilia (cittadina non lontana da Roma ma formalmente in provincia di Latina) di proprietà della Rida srl, dove c’e’ già un tmb che accoglie 400.000 tonnellate l’anno. “A Malagrotta – sostiene Donato Robilotta, consigliere regionale dei Socialisti Riformisti – è già costruita una linea del gassificatore, che brucia cdr, previsto e autorizzato dal piano regionale dei rifiuti, e dal dpcm del Governo Renzi dell’Agosto 2016. I tmb di Roma producono circa 500 mila tonnellate di Cdr all’anno che finiscono in inceneritori all’estero, arricchendo per esempio gli austriaci. Perché la Regione non autorizza l’esercizio in funzione del gassificatore?”.

    IL BRACCIO DI FERRO
    Mercoledì 17 in Regione Lazio si terrà un incontro molto importante, al quale parteciperanno emissari del Comune di Roma, non è chiaro se anche l’assessore all’Ambiente, Pinuccia Montanari, o addirittura Virginia Raggi in persona. Da un lato, l’amministrazione Zingaretti vorrebbe individuare un sito fra i 50 a disposizione nell’intera provincia e chiudere il dossier entro il mese di giugno, così da consegnare l’incartamento al ministro Gian Luca Galletti, il quale avrebbe poi solo il compito di spedire tutto a Bruxelles e ottenere le proroghe per continuare a mandare navi e treni all’estero, specie in Portogallo e in Austria; dall’altro c’e’ il Campidoglio a 5 Stelle che fa ostruzionismo e preferirebbe continuare ad appoggiarsi agli impianti all’estero e in Nord Italia (Emilia Romagna e Friuli) nella speranza di applicare il “piano dei materiali post-consumo”, ridurre la produzione di rifiuti e aumentare la differenziata (invariata negli ultimi 12 mesi), senza aprire altre discariche. In mezzo ci sono 54 Comuni della Provincia che vanno al voto il prossimo mese e, nel 2018, le elezioni regionali (senza scordare le politiche), motivo per il quale diventa difficile in questo frangente prendere decisioni poco popolari per la cittadinanza. Resta la carta commissariamento – attesa in caso di mancato accordo – che permetterebbe sia alla sindaca sia al governatore di scaricare la patata bollente sul Governo attraverso l’azione prefettizia. Ma a quale costo?

    L’EQUIVOCO DEGLI IMPIANTI DI COMPOSTAGGIO
    Molta confusione – anche fra gli stessi politici – è stata fatta negli ultimi giorni sui tre impianti di compostaggio allo studio del Campidoglio, di cui ha parlato anche Virginia Raggi in una recente puntata di Porta a Porta. In quel caso, il tema si sposta sui rifiuti differenziati e in particolare sull’umido. La necessità è quella di sostituire (e integrare) l’impianto di Maccarese che, come rivelato da ilfattoquotidiano.it il 21 marzo scorso, deve essere chiuso a breve per via dell’intenso traffico veicolare. A quanto si apprende, i nuovi impianti dovrebbero sorgere nelle aree agricole di Castel di Guido (ovest), Decima (sud) e Marcigliana (nord-est), ma va specificato che questi siti non sono paragonabili a delle discariche e perfettamente compatibili con l’ambiente. Molte polemiche, poi, sono state suscitate dalla decisione del Dipartimento capitolino di spostare il tritovagliatore mobile di Rocca Cencia ad Ostia Antica: la mossa del Campidoglio permetterà al Municipio X di smaltire autonomamente i propri rifiuti indifferenziati, che altrimenti dal litorale romano avrebbero dovuto continuare a viaggiare per oltre 40 km in direzione Roma est.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...-con-rischio-commissariamento/3581303
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  6. la Conferenza dei Servizi decisoria che doveva dare il via libero al progetto del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle si è chiusa ieri con esito negativo. Tutto il lavoro fin qui svolto è praticamente carta straccia. Tutto da rifare, tutto da riscrivere. E di certezze, nemmeno l’ombra.

    Sarà quindi necessario adottare una nuova delibera che confermi l’interesse pubblico, rimodulare completamente il progetto e successivamente avviare da capo tutto l’iter amministrativo. Nella più rosea delle ipotesi, forse tra un anno potremmo vedere qualche risultato, sempre che non ci siano ulteriori inciampi e non ci si ritrovi, da qui a qualche mese, con un nuovo assessore all’Urbanistica.

    Fino a qualche giorno fa, la sindaca Virginia Raggi prometteva che entro l’estate sarebbe stata posata la prima pietra. Oggi invece abbiamo la certezza che la città di Roma, ancora una volta, sia la vittima predestinata della manifesta incapacità del Movimento 5 stelle.

    Sette mesi di iter amministrativo ed energie andati persi
    Alla Regione, promotrice della Conferenza dei Servizi, ieri non è restato altro che prendere atto del fatto che, tra pareri negativi, atti insufficienti e la mancata adozione della variante urbanistica da parte di Roma Capitale, il progetto, così come previsto dalla delibera 132/2014, non potesse essere approvato. Sette mesi di iter amministrativo, di risorse e di energie andati persi.

    Sette mesi di contraddizioni e di confusione allo stato puro.  Sette mesi di promesse, di spot e di slogan. E la città continua a vedersi sfumare davanti agli occhi ogni speranza di rinascita e qualsiasi prospettiva per il proprio futuro.

    Perché ad oggi, quale sia l’eccezionale novità e il cambio di rotta rispetto al progetto originario, non è dato sapersi. Lo scorso 30 marzo infatti, la Giunta capitolina ha adottato una delibera che si limita a dettare alcune linee guida. Di fatto, manca una delibera sostitutiva, con i dettagli sul nuovo progetto, sulla sua reale fattibilità.

    Lo stadio strumento per realizzare opere pubbliche
    Serve un nuovo atto che sancisca la pubblica utilità e il pubblico interesse del progetto, condizione necessaria perché l’iter possa essere ripreso. Purtroppo, la triste verità è che non ci sono né garanzie, né coperture.

    Il vecchio progetto si basava su un’idea molto semplice: l’intervento prevalente doveva essere rappresentato  dalle opere pubbliche. Ribaltare questa prospettiva non solo significa semplicemente stravolgere tutto ciò che finora, in maniera responsabile e ragionata, è stato fatto, ma vuol dire soprattutto rinunciare a tutta una serie di azioni che avevano come obiettivo quello di risanare e rigenerare un intero quadrante della città che da troppo tempo reclama di essere preso in considerazione.

    Il neo assessore Montuori ha dichiarato  invece che nei loro piani l’intervento prevalente sarà lo stadio. Bene, anzi male. Perché quello che ho provato a spiegargli è che lo stadio rappresenta solo uno strumento per realizzare tutte quelle opere pubbliche che altrimenti il Comune non sarebbe in grado di realizzare.

    È fondamentale, oltre che un preciso dovere di chi amministra, stabilire in maniera chiara quali siano le opere pubbliche e in che modo e in che tempi debbano essere portate a termine perché da questo dipendono i metri cubi aggiuntivi che verranno concessi ai privati. Nella delibera di indirizzo della giunta Raggi si parla di un taglio drastico delle cubature, raggiunto con l’eliminazione delle famigerate torri del business park.

    Una “colata di cemento”
    L’alternativa proposta consiste in 18 palazzine di sette piani che, a detta degli esperti urbanisti pentastellati, avranno un minor impatto ambientale e soprattutto non altereranno lo skyline della città. Valutate voi se siano più ecosostenibili  decine di anonimi palazzi o 34 ettari di parco che il privato avrebbe dovuto realizzare con il vecchio progetto e di cui ora, invece, non c’è più traccia.

    Ecco la vera “colata di cemento” tanto paventata in questi mesi. Le uniche cubature tagliate, purtroppo, sono quelle relative alle opere infrastrutturali. E oggi, questo, viene messo nero su bianco.

    Inoltre, nelle nuove linee guida stilate dalla Giunta, non c’è alcun riferimento all’obbligo (previsto invece nella vecchia delibera) per il proponente di assicurare la contestualità delle opere pubbliche con l’apertura dello stadio. Un regalo, questo sì, ai costruttori, a danno dei cittadini.

    E come in altre occasioni, è toccato alla Regione metterci una pezza, ribadendo che  il rispetto di tale condizione sia assolutamente necessario  affinché possa essere avviata una nuova conferenza di servizi.

    Qual è la visione futura del M5s?
    Ma al di là degli aspetti tecnici, che possono appassionare solo gli esperti della materia, la questione di fondo resta una: qual è la visione futura che ha il Movimento 5 stelle di Roma?

    Dopo il no alle Olimpiadi, lo smantellamento e la contestuale lottizzazione delle partecipate (con la conseguente situazione disastrosa di trasporti pubblici e gestione della raccolta dei rifiuti), i tentennamenti sulla prosecuzione di opere infrastrutturali ormai in cantiere da anni, come ad esempio la metro C, appare lecito domandarsi in che modo questa Amministrazione intenda far fronte a tutti i proclami e a tutte  le promesse proferite in campagna elettorale; ci chiediamo quando sarà possibile iniziare a parlare delle problematiche reali della città e delle soluzioni di cui essa necessita.
    http://www.italiaincammino.it/roma-no-stadio-citta-abbandonata
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  7. riparte quasi da zero l'iter burocratico che bisognerà percorrere per arrivare alla posa della prima pietra della nuova arena dei giallorossi. Ed il primo passo è l'arrivo del nuovo progetto targato Eurnova, atteso in Comune entro una decina di giorni.

    Sul tavolo esiste già un cronoprogramma definito. Si parte con il nuovo progetto particolareggiato realizzato dai proponenti di Eurnova che terrà conto degli accordi raggiunti tra Roma e Campidoglio nella lunga sequenza di incontri tecnici dei mesi scorsi e che vedrà come prima novità l'annunciata rinuncia alle tre torri di Libeskind.

    A quel punto l'iter prevede l'approvazione della delibera d'aula entro 90 giorni. Il voto è atteso entro giugno e la delibera, oltre a sancire una nuova pubblica utilità, dovrebbe contenere anche la necessaria variante urbanistica. Intanto gli uffici comunali, allertati nei giorni scorsi per guadagnare tempo da una delibera di indirizzo del Campidoglio, inizieranno tutto l'iter preliminare per poter aprire e chiudere nel minor tempo possibile la nuova conferenza dei servizi.

    L'iter, infatti, come per il progetto targato Marino, si concluderà con l'approvazione di una conferenza dei servizi regionali che avrà, come quella che si è chiusa oggi, 180 giorni di tempo per approvare il progetto.
    La posa della prima pietra, come annunciato dal patron della Roma, James Pallotta, arriverà tra fine 2018 e gennaio 2019.

    Michele Civita, assessore alle Politiche del Territorio della Regione Lazio, ha dichiarato che: "La Direzione territorio, urbanistica e mobilità della Regione Lazio ha concluso con esito negativo la Conferenza dei Servizi indetta per la valutazione del progetto relativo allo Stadio della Roma, prendendo atto dei pareri trasmessi dalle varie amministrazioni interessate e ribaditi, alla fine di marzo, con i pareri negativi dei Rappresentanti unici di Roma Capitale e della Città Metropolitana. Gli Uffici della Regione hanno contestualmente comunicato ai proponenti l'avvio della chiusura del procedimento, come prevede la legge, sottolineando il mancato completamento della variante urbanistica da parte di Roma Capitale e l'avvio del procedimento di apposizione di vincolo relativo alla porzione dell'immobile denominato 'Ippodromo Tor di Valle' e area circostante da parte del Mibact".

    "Il proponente, anche considerando che Roma Capitale - aggiunge Civita - con propria deliberazione di giunta comunale del 30 marzo, ha avviato il procedimento di revisione del progetto come condizione necessaria per la dichiarazione di interesse pubblico, avrà tempo fino al 15/06/2017, data ultima per l'eventuale apposizione del vincolo da parte del Mibact, per presentare le controdeduzioni, anche mediante una diversa formulazione che, mantenendo le opere pubbliche e di interesse generale e garantendone la contestuale esecuzione con quelle private, potrà determinare l'avvio di una nuova Conferenza dei Servizi. Si chiude una prima fase richiesta dal Comune di Roma Capitale che, per 7 mesi, ha impegnato molte pubbliche amministrazioni anche a decifrare pareri confusi e contraddittori. Auspichiamo che la revisione, da poco avviata, per modificare il
    progetto sia rapida e chiara, a garanzia dell'interesse pubblico".

    La Regione, spiega Civita, ha "comunicato ai proponenti l'avvio della chiusura del procedimento, come prevede la legge, sottolineando il mancato completamento della variante urbanistica da parte di Roma Capitale e l'avvio del procedimento di apposizione di vincolo relativo alla porzione dell'immobile denominato 'Ippodromo Tor di Valle' e area circostante da parte del Mibact".
    http://roma.repubblica.it/cronaca/201...conferenza_dei_servizi-162269379/?rss
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  8. Di Maio fa una gaffe dietro all'altra, ma qui fa quasi tenerezza o forse proprio pena. Non si capisce come si permetta un politico che ha ambizioni come lui ad andare in televisione così assurdamente impreparato: è una mancanza di rispetto verso chi ascolta. Le Torri dell'Eur avevano i lavori in corso quando Virginia Raggi è arrivata al Campidoglio, per fare - ancora una volta - un favore a dei palazzinari che non gradivano quell'operazione che avrebbe visto la TIM trovare sede nelle torri, la Giunta Raggi con una operazione spregiudicata che speriamo sarà oggetto di approfondimento da parte della magistratura, ha consentito alla TIM (che nel frattempo aveva cambiato management) di sfilarsi dall'affare addirittura senza pagare neppure le penali. Una operazione inqualificabile che lascerà questi ruderi per altri anni in mezzo all'Eur e pregiudicherà anche lo sviluppo della Nuvola di Fuksas e del relativo albergo. Se le Torri dell'Eur sono vuote, come giustamente dice Di Maio, è dunque esclusivamente colpa del Movimento 5 Stelle. Una colpa che secondo noi prefigura reati peraltro. Purtroppo nessuno, anche qui, ha fatto notare a Di Maio la contraddizione patetica nella quale è caduto.

    12. "...costruire quando non serve..."
    Totalmente falso per quanto riguarda l'offerta di direzionale. A Roma praticamente non c'è direzionale di qualità (aziende serie, come BNL, sono costrette a costruirsi le proprie sedi da sole - vedi il bell'edificio dei 5+1AA a fianco alla Tiburtina - perché l'offerta di direzionale è profondamente scadente) e c'è un enorme tema di spostamento di funzioni direzionali dal centro, congestionato, alla periferia. Dunque c'è una enorme necessità di edificazioni di palazzi e grattacieli per uffici e per terziario avanzato. Ostacolare questo processo significa, come esattamente sta succedendo, invitare le aziende e le grandi società internazionali a prendere delle sedi fuori dalla città (a Milano o all'estero) danneggiando l'occupazione e le opportunità dei cittadini e condannando la città ad un inarrestabile declino economico.
    http://www.romafaschifo.com/2017/02/v...le-12-cazzate-sullo-stadio-della.html
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  9. Una posizione netta, che schiera i dem a favore del progetto: "Tutti noi nella scorsa consigliatura abbiamo votato la delibera che sancisce la pubblica utilità. Vale a dire: sì allo stadio ma con annesse opere pubbliche fondamentali per l'opera e per la bonifica e fruibilità di
    un intero quadrante della città. Le opere pubbliche sono per noi fondamentali e valgono 440 milioni di euro. Raggi si assuma la sua responsabilità, noi continueremo a sostenere il progetto Stadio con le opere pubbliche connesse e speriamo che a nessuno venga in mente di limare oltre alle cubature commerciali, che per noi possono essere tranquillamente riviste, anche le opere pubbliche votate in Aula. Questo si sarebbe un cedimento al privato contro l'interesse pubblico"
    http://roma.repubblica.it/cronaca/201...vertice_in_campidoglio-158906319/?rss
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  10. il punto non è lo stadio. Ma quelle torri, quel milione di metri cubi. Forse il più grande progetto d’Europa.
    Il punto è la definizione di “pubblico interesse” che qualcuno vorrebbe dare al progetto. Per una colata che è uguale a quelle che hanno cementificato Roma e le sue periferie dagli anni Sessanta.
    Dov’è il pubblico interesse?
    Interesse pubblico o interesse – legittimo, ma privato – di Parnasi e Unicredit?

    Vedremo cosa decideranno Raggi e il Movimento: speriamo non pensino di cavarsela tagliando qualche piano ai grattacieli.
    Allora tanto valeva lasciar lavorare indisturbati il Pd, il centrodestra e i loro amici costruttori.
    Se passerà questo progetto, pur se un po’ ridotto, allora potremo rivolgere alla Raggi e al Movimento quella battuta del film gli Intoccabili: “Sei solo chiacchiere e distintivo“.

    COMMENTO:

    Ora è il turno dei 5 Stelle. In campagna elettorale il loro slogan (sommario, ma efficace) era: riprendiamoci il governo della città. Non come 5 stelle, come cittadini. Ed è su questo che hanno avuto il voto di moltissimi romani di sinistra. La prima cosa che i vincitori avrebbero dovuto fare una volta entrati in Campidoglio era dunque ritirare la delibera 132/2014: quella con cui la giunta Marino aveva stabilito che il progetto dello stadio — un progetto della Roma (la società, non la città), che prevede un milione di metri cubi di cemento

    con destinazione prevalente a uffici per ospitare multinazionali e attività commerciali — fosse “di pubblico interesse”.
    Era una battaglia difficile, ovviamente: una battaglia che si poteva vincere solo spiegando molto chiaramente agli elettori la situazione, chiedendo pubblicamente l’appoggio dei romani contro chi minacciava — e minaccia — di mettere in ginocchio la città attraverso cause miliardarie. D’altra parte, tutti sappiamo che per invertire la rotta pluridecennale della privatizzazione delle città occorre una clamorosa rottura della continuità: una rottura che affermi il primato della politica e del bene comune sugli affari e sugli interessi privati. Ma è successo tutto il contrario
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...solo-chiacchiere-e-distintivo/3390121
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