mfioretti: precariato*

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  1. Non considerano un’opportunità dividere le responsabilità ma non i profitti, hanno altri paradigmi di professionalità (mi dici cosa vuoi, lo faccio, mi paghi, ciao) e di vita (mi piace la montagna, fanculo te e la tua reperibilità, vado 3 mesi in Nepal).
    Non comprano casa e quindi sticazzi della garanzia del mutuo (tanto magari domani parto per Glasgow a imparare come si addestrano i salmoni).

    E tutte queste cose gliele avete insegnate voi, in oltre 10 anni di crisi in cui avete mantenuto le vostre rendite di posizione sulle spalle di chi non aveva modo di “difendersi”. In 10 anni di “il tuo contratto scade tra 1 settimana e non te lo rinnoviamo, scusa il poco preavviso ma aspettavamo delle risposte dai clienti”, in 10 anni di stipendi striminziti, ingiusti e senza prospettive.

    E così è arrivata la mutazione genetica e siete voi ora quelli spiazzati, quelli con le strutture mastodontiche, ministeriali, che non solo non riescono ad accogliere le forme di lavoro “liquide” che avete fortemente contribuito a creare, ma non rappresentano più nemmeno una reale attrattiva economica e professionale perché a queste persone l’idea di stare 10 o 20 anni nella stessa azienda a sudarsi 100 euro lordi d’aumento ogni 5 (quando va bene), fa venire l’orticaria.

    Dove porterà tutto questo in termini economici e di mercato sul lungo termine di certo non so dirvelo io.

    L’unica cosa che dal profondo del cuore mi sento di dire è:
    loro hanno ragione e voi, davvero, avete rotto il cazzo.
    https://acidorsa.wordpress.com/2017/06/07/avete-rotto-il-cazzo/amp
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  2. svuotato, impoverito, devalorizzato, non più in grado di garantire il mantenimento, proprio quello a cui il lavoro dovrebbe servire. Oggi si lavora per lavorare, c’è un’enorme mole di lavoro non retribuito che serve per andare a trovare quelle zone ormai rare di lavoro ben pagato, anzi pagato il giusto, com’è stato fino agli anni Duemila, quando qualcosa si è inceppato per sempre. Lavora bene chi ha una famiglia benestante, lavora bene chi già ha un reddito. Un paradosso. Gli altri continuano cercando di sopravvivere alle commesse intermittenti, ai tagli continui, alla contrazione delle retribuzioni. Magari hanno figli, e fanno sempre più fatica a mandare avanti la famiglia. È il ceto medio impoverito, i working poor, di cui tanti libri e saggi hanno parlato.

    Solo che quei working poor siamo noi, sono i nostri amici, quelli che non sono emigrati, sono tutti quelli degli anni Settanta e Ottanta che hanno studiato tanto per ottenere nulla. Ancora più sfortunati quelli che vivranno dopo, anche se almeno hanno sviluppato una maggior praticità e un giusto cinismo: studiano di meno, smettono la scuola, oppure si laureano solo ed esclusivamente nelle poche lauree richieste dal mercato. La maggior parte, però, se ne va, ancor più dei loro colleghi più anziani. Quelli che hanno visto inutilmente studiare, formarsi, mettersi a totale disposizione del datore di lavoro, per poi ritrovarsi a lavorare pesantemente tutto il giorno ma non guadagnare quasi nulla.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...ro-lincubo-di-una-generazione/3458410
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  3. Al referendum romano post voto, il ‘sì’ all’accordo vince con 100 voti circa di scarto su 1100 votanti. Cinquecento lavoratori non votano. La “maggioranza”, si dice. L’azienda non lascia comunque margine temporale e conferma i licenziamenti. Più di 1600 persone. Immagino e spero si andrà avanti per via legale, in una pioggia di ricorsi su Almaviva; si DEVE continuare a lottare.

    Cosa ci vuole dire tutta questa storia? Firmare quell’accordo non avrebbe salvato nessuno e non salverà i lavoratori di Napoli. Bisogna avere il coraggio, in un momento di enorme difficoltà, di ascoltare quella base che riconosce il valore di un lavoro dignitoso e di quella lotta che a volte può essere impopolare, ma reale. Lo dico da Rsu Cgil, anche se di altra categoria: dobbiamo chiederci quale sia il limite al compromesso per “salvare il salvabile” in questo sistema di dispersione di diritti senza fine, con le delocalizzazioni che continuano inesorabili, e l’ambizione da parte delle aziende di ridurre sempre di più il costo del lavoro.

    Non c’è bisogno, invece, di chi strumentalizza e tenta di rovesciare i ruoli per fare propaganda politica. Non c’è bisogno neppure dell’onorevole Di Maio che, sproloquiando, promuove l‘individualismo e la fine della rappresentanza.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/...-impopolari-si-ma-nella-lotta/3295816
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  4. Dei sopra citati 75000 che lavorano in virtù dell’App Store, non ne conosco nessuno. In compenso mi imbatto spesso in spazi di co-working popolati da bande di freelance, agenzie digital, giovani startuppari, liberi professionisti alla sbaraglio e liberi professionisti navigati. E la stragrande maggioranza di questi hanno una cosa in comune: in modo più o meno diretto lavorano in virtù di software libero e opensource. Cosa che, a conti fatti, non stupisce: basta una partita IVA e si è istantaneamente abilitati all’erogazione di servizi web, dal sito WordPress/Drupal/Joomla all’e-commerce Magento/Prestashop/ZenCart all’applicazione custom (e magari al backend che fornisce i dati ad una app mobile, che da sola serve fino ad un certo punto) in Python/Ruby/Javascript, il tutto pubblicato su un web server Apache/Nginx/Node, un database MySQL/PostGreSQL/Mongo e dozzine di altre diavolerie a corredo che girano su una macchina Linux. E che non costano un euro di licenza, e sono liberamente fruibili da chiunque abbia il tempo e la voglia di mettersi a smanettare, produrre e vendere. L’unica spesa da sostenere è il server su cui hostare i prodotti dei clienti, ma certo si può iniziare con una macchina da 10 euro al mese. E questo non da ieri mattina, ma da anni.

    È difficile trovare delle stime sui numeri di professionisti ICT oggi all’opera, men che meno divisi per settore di riferimento o piattaforma d’adozione, ma confido di non spararla troppo grossa (ed anzi di assumere un atteggiamento conservativo) se affermo che i posti di lavoro oggi “attribuibili” – per dirla a la Apple – all’immediata disponibilità di tecnologie libere, aperte, personalizzabili e persino a costo zero si aggira intorno al mezzo milione.

    Evidentemente io non sono un fine economista, né tantomeno un accorto politico, in quanto mi sfugge perché, numeri (calcolati a spanne ma comunque verosimili) alla mano, si preferisca assecondare una azione a sostegno di un mercato che sinora ha prodotto 75000 posti, monca (una volta che sai fare la app iOS, al cliente che gli dici? Di andare dai cinesi per il restante 78% di utenti?) ed a diretto beneficio dell’ecosistema di una azienda statunitense, anziché prestare un occhio di riguardo per un bacino di 500000 operatori la cui totalità del fatturato ha immediata ricaduta locale.
    https://madbob.wordpress.com/2016/01/21/tengo-famiglia-s-r-l
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  5. Il declino demografico è un problema di welfare, congedi, permessi, incentivi. Vero. Ma non solo. La verità è che in un’ottica individuale i figli sono una fatica pazzesca, consumano energie, sottraggono risorse, rendono molto più difficile un tipo di vita. Come si fa a competere sul lavoro, viaggiare, andare al cinema, uscire, fare tanti sport, con 3, 4 o 5 figli? I conti con l’idea moderna di libertà sono duri, ma vanno fatti. A un Paese con un tasso di fertilità di 1,35 figli per donna e una popolazione declinante quello che manca non sono i figli unici, ma i fratelli: i secondi, e soprattutto i terzi e anche i quarti figli. Ma nell’era della stagnazione secolare e della crisi spirituale si può giudicare chi preferisce un’esistenza un po’ meno dura di quanto già non sia senza (o con pochi) bambini? Inutili i confronti con le nascite del Dopoguerra, quando le macerie erano altre. Ogni scelta va rispettata, a prescindere dai costi sociali che comporta.

    È in questo che si scorge il valore di un’operazione culturale, che deve muovere anche dal basso.

    Il mercato che conosciamo si nutre di individui soli, disposti a muoversi in assenza di legami stabili, altamente flessibili, bisognosi di una lunga formazione prima di essere accettati, ha bisogno di due genitori al lavoro per poter mantenere un figlio. E ora improvvisamente chiede più bambini per non implodere. Qualcosa non torna. La questione è ritrovare un equilibrio demografico in un contesto culturale declinante perché impregnato di individualismo. È in questa dimensione che i bambini devono tornare a essere considerati un bene pubblico, e la famiglia un capitale sociale. Fate figli? Sì. Ma prima (o poi) sposatevi. E restate insieme.
    http://www.avvenire.it/Commenti/Pagin...natalit-pi-dura-senza-matrimoni-.aspx
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  6. L’essenza del fenomeno del boom del voucher è che interi comparti del settore dei servizi (turismo, ristorazione) stanno letteralmente migrando verso questo strumento. Una spinta in questa direzione viene anche dallo stesso Jobs Act, attraverso il dlgs 150/2015 che, tra le altre cose, ha ridefinito in senso restrittivo i criteri di iscrizione alle liste di disoccupazione per i lavoratori stagionali. L’effetto finale del provvedimento sarà una riduzione “cosmetica” del tasso di disoccupazione ed un massiccio spostamento degli stagionali verso i voucher. Anche questa evidenza aneddotica pare quindi sconfessare l’0ttimismo di Taddei circa il ruolo dei buoni. Tra le altre evidenze aneddotiche, troviamo anche comuni che ricorrono ai voucher per bandi di attività relativi ai servizi sociali o alla raccolta rifiuti.

    Nei fatti, il cambiamento del quadro normativo, prodotto anche dall’attuazione del Jobs Act, ha indotto un movimento verso lo strumento voucher che rischia di vanificare la “campagna” governativa di lotta al precariato, a cui lo stesso Jobs Act è funzionale. Anzi, è nato per quello, a dirla tutta. Ma dietro questo fenomeno vi è anche la reazione del tutto razionale delle imprese a cercare di ridurre la pressione fiscale, in modi “grigi”, e questa è una esigenza oggettiva. Il sistema voucher, quindi, lungi dal rappresentare una sorta di avvio del percorso verso la stabilizzazione, come invece ritiene Taddei, è solo l’ultima reazione adattiva del sistema a fronte di elevati oneri, sia legati al costo del lavoro che alla pressione fiscale.
    http://phastidio.net/2016/04/27/boom-...-lotta-al-sommerso-equilibrio-sistema
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  7. Per esempio quando Carrefour aveva acquisito Billa, dovevamo riallestire da zero, per tre quattro mesi facevamo orari disumani, c’era gente che ne faceva dieci, dodici, anche il sottoscritto è arrivato a farne diciassette in un giorno: ho fatto dalle sette di mattina a mezzanotte. Se non davi la disponibilità, ritornavi a non fare niente. Un mese ho fatto duecentocinquanta ore. Quando andava bene c’era il riposo settimanale, quando andava male sono andato avanti anche un mese e mezzo senza riposare. Io ho fatto settimane di fila che lavoravo distante, mi facevo dieci ore al giorno, tornavo a casa, dormivo e ripartivo. Io – perché sono io e di andarmi a schiantare non avevo voglia – hanno fra virgolette acconsentito che dormissi otto ore al giorno. Siccome ero io che guidavo il veicolo aziendale, per la mia incolumità e per quelli che c’erano in macchina, per me non ci sono soldi che tengono se ti vai a schiantare. Trovavi il capo più comprensivo, e trovavi quello che se tu gli facevi quaranta, lui ne voleva quarantacinque, e poi ne voleva cinquanta. Quello che facevi non era mai abbastanza. Sembra un mostro, ma vedendolo da un altro punto di vista, lui faceva gli interessi dell’azienda. Ch
    http://www.internazionale.it/reportag...8/carrefour-aperti-notte-supermercati
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  8. Ursula Huws is a long-standing researcher on the labor conditions in the digital economy and has produced the following report, which also distills these “Key policy recommendations“:

    Ensure self employed and freelance workers have greater access to the basic rights enjoyed by those in employment
    Relax regulations that restrict the ability of independent workers to form legally recognised bodies for collective bargaining
    Explore how to adapt welfare and benefits systems to make sure they are fit for purpose in the unpredictable ‘gig economy’
    Clearly define the legal status of companies that crowdsource labour to allow for effective regulation
    Recognise the implications of these new forms of employment for occupational safety and health – both the physical and psychosocial risks.
    Assess risk to government finances from online employers not paying income tax or social security contributions in countries in which they operate
    Investigate innovative new ways to exploit the use of local level, not-for-profit online platforms for the benefit of both local workers and local economies
    https://blog.p2pfoundation.net/growin...roposals-freelance-workers/2016/05/03
    Tags: , by M. Fioretti (2016-05-03)
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  9. The precariat is also the only class that must rely almost solely on money wages. Unlike the salariat above them, which has employment security, good salaries, access to capital income and a widening array of non-wage benefits, such as paid holidays, pensions, sick pay and sick leave, the precariat has none. This is one reason why conventional income statistics underestimate inequality.

    The problem is compounded by the fact that real wages have been stagnant or falling for the past 30 years. This is not just an American reality; across other industrialized countries, the story is the same. In addition, those in the precariat live on the edge of unsustainable debt, in which one misjudgement, illness or accident would lead to ruin.

    To compound the income insecurity, the precariat has no access to rights-based state benefits. Even if they gain means-tested benefit, they fall into poverty traps, where going from meagre benefits into low-wage casual jobs means they face marginal tax rates well above what higher income groups face, acting as a disincentive to take the labor.

    This is the first working class in history in which the average level of education is above the average level of labor they can expect to obtain.



    We should differentiate between three entities involved. First, new corporations, such as Uber and Airbnb, are rentiers, controlling the technological apparatus, the apps. They are booming. Uber has become the most valuable American company of its generation, growing faster in its first six years than Facebook did in its first six. It is valued at $50 billion, and is operating in 311 cities in 58 countries. Airbnb, by which people rent out their homes, is valued at over $24 billion, more than twice what it was a year ago, and is operating in more than 34,000 towns and cities around the world. Many other platform companies are coming up in their wake.

    These platforms are rent-takers, labor brokers, taking about 20 percent from all labor transactions. Unlike the great corporations of the past, they do not own the main means of production, the cars, homes or other equipment. They are rentiers.

    The next group has received less attention. These are the labor requesters or middlemen that exist in some sectors. They, too, receive rental income; they do not do the actual labor.

    The third group consists of taskers, which come in three forms. The first are in the on-demand -- or, more cruelly, "concierge" -- economy, linked to the rentier corporations by the apps, and who are neither self-employed nor employees in the classic sense of those terms.
    A second type of tasker is in the crowd labor pool, an expanding part of the global labor market.

    The third type of tasker consists of those who are nominally employed on a full-time basis but who are paid only for the hours in which they actually work, as defined by the broker. This is a growing ruse. One term for it is "zero-hours contract." People in such situations must be on standby at almost all times and must travel to and from workplaces without compensation, often not knowing if they will obtain paid labor or for how long.

    Part of the precariat, those with little education and looking back at lost working class lifestyles, are listening to the appeals of populists and neo-fascists, who blame their insecurity on migrants, minorities or some other group that can be demonized. But part of the precariat, the more educated, is increasingly angry because they feel they have no future, and are being denied the opportunity to develop themselves through work. This is the growing part in many countries. Until 2011, they were dropping out of politics. Since the Occupy Movement, the indignados and other protests, that has begun to change. New parties in many European countries openly associate themselves with the precariat, and are developing new policies suited to it. Politicians of all hues should take notice.
    http://www.huffingtonpost.com/guy-sta...ing/cloud-labor-revolt_b_8392452.html
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  10. Couchsurfing ha coinvolto 3 milioni di persone nel mondo, Bikesharing 2.2 milioni di bici al mese nel 2011, Carsharing 3.3 miliardi nel 2013, Airbnb 25 milioni di ospiti nel 2014. Ancora non esiste una normativa Ue in materia di sharing economy e anche la ricerca a supporto di una politica comune a riguardo è quasi inesistente. La sharing economy rappresenta ancora l'1% dell'economia formale, in molti casi rappresenta di fatto lo step iniziale per approdare poi ad un economia convenzionale quando non finisce per sostituirla in alcune sue parti, secondo l'analisi.
    http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/...utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter
    Tags: , , , , , by M. Fioretti (2015-12-23)
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