mfioretti: politica*

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  1. Il diritto a lamentarsi passa attraverso una scelta, anche quando non ci si sente rappresentati - di Milena Gabanelli /CorriereTV

    Premessa: questo non è un Dataroom, ma un opinione sulle elezioni di domenica. Non me ne vengono in mente di peggiori, e pare che l’astensione sarà alta. Vorrei provare a convincere chi ha deciso di stare a casa ad andarci a votare , almeno per 2 motivi:

    1) è un dovere scritto nella Costituzione. Con tutto quello che è stato fatto per avere dei diritti, adempiamo anche ai doveri. Siamo chiamati ad esprimerci, bisogna informarsi bene e poi scegliere;

    2) se proprio non vi piace nessun partito e non vi fidate di nessun candidato, ditelo. Andate al seggio, vi registrate e votate scheda bianca.

    Certo, se tutti quelli che non si sentono rappresentati votassero scheda bianca l’esito non cambierebbe, ma almeno non sarete un inutile dato statistico di menefreghisti, e che poi non ha nemmeno il diritto di lamentarsi… hai delegato, che vuoi, di cosa chiedi conto e a chi… Sopratutto non si potrà più dire che il 20% o il 30% non va a votare perché è disaffezionato alla politica.

    È un segnale importante, che potrebbe innescare una pressione popolare che costringa i partiti e il futuro Governo a fare meglio. È la sola forma di protesta pacifica e democratica. Non è mai successo di avere numeri alti di schede bianche e quindi non abbiamo la prova contraria.

    In sostanza: la scelta è ampia, votate quel che vi pare, ma a votare andateci.
    http://video.corriere.it/perche-votar.../c4371404-1c9f-11e8-bca3-8aaab49a1cfe
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  2. «non so votare, è troppo difficile e con gente sconosciuta». Da nord a sud, attraversando il centro Italia, la Generazione Zero che nel ’18 arriva alla maggiore età di fronte al primo voto appare disorientata, distratta, lontana, nonostante i politici parlino sempre più come loro: in digitale. Tweet, post Facebook e video su Youtube non lasciano memoria di volti e contenuti. E il distacco non dipende solo dai ragazzi.

    Da Trento arriva solo una manciata di voti. «Il sondaggio è stato vietato dalla preside», ammette mortificato uno dei rappresentanti. Un no che aiuta a comprendere come nell’istituzione Scuola la dialettica politica negli ultimi anni sia stata bandita. «Ci dicono che dobbiamo prima pensare a noi stessi e impegnarci nella realizzazione della carriera professionale», confida un ragazzo che vuole rimanere anonimo perché schierarsi contro i professori «non è intelligente».

    La politica viene vista come qualcosa di sbagliato, a volte anche pericolosa, in ogni caso inutile. Storie di volantini sequestrati perché politicizzati. Racconti di ragazzi lasciati fuori dall’istituto perché intenti in qualche campagna. Nel gruppetto di studenti davanti alla scuola del centro di Roma si allarga e le voci si alzano di tono: «Ci sono professori che ci dicono che i politici fanno tutti schifo»

    Dopo sei mesi l’indottrinamento ha attecchito. Non sono gli ideali, il fascismo o la paura del diverso. L’estrema destra vince sui giovani con l’identità. Il messaggio che arriva ai cittadini del domani è: «Siamo solo noi ad aiutare il prossimo». E lo fanno mandando questi ragazzi a regalare la spesa o spedendoli a “conquistare” condomini “invasi”, a loro dire, da extracomunitari irregolari.

    La destra avanza, la sinistra arretra. «Siamo gli ultimi diciottenni a votare per un partito moderato e vicino a esponenti come Massimo D’Alema», dice Damiano Moscardini rappresentante del liceo Russell di Roma. Una frase che riflette le contraddizioni nazionali. «Gli studenti di primo e secondo superiore si stanno spostando verso movimenti estremisti e populisti». La sinistra ha posato il megafono tra mille sigle studentesche che raccolgono il consenso solo a suon di tessere. Si dividono in correnti, partitini, fazioni, come i loro leader senior.

    vedi anche:
    AGF-EDITORIAL-792042-jpg
    I giovani di oggi né ribelli né debosciati: sono la copia conforme dei loro genitori
    L'inchiesta dell'Espresso fornisce un'immagine diversa della classe 2000 che presto sarà chiamata al voto. Lontana da quella dei fratelli maggiori trentenni e con le stesse ansie e paure di padri e madri
    «Ci sono i Future Dem», spiega Damiano. «Sono quelli che appoggiano Matteo Renzi, ma con il casino dell’Alternanza scuola-lavoro non se la passano bene». Il rosario continua: Fronte Gioventù Comunista, Giovani Democratici, Federazione degli Studenti e infine i più apartitici, ma comunque schierati, la Rete degli Studenti Medi. Giammarco Manfreda, il coordinatore nazionale della Rete, fa chiarezza: «Si perdono in scissioni e congressi sanguinari che dividono. Ad esempio i Future Dem adesso parlano solo di Ius Soli. Per loro non ci sono altri argomenti visto che criticare la buona scuola è un compito arduo se appoggi il segretario del Pd». Il tutto nell’indifferenza della maggior parte degli studenti. La sinistra giovanile, a volte, si desta dal torpore dell’autoreferenziale e scende in piazza per protestare come lo scorso 17 novembre dove ha alzato la voce contro l’alternanza scuola lavoro. Lo fa senza falce e martello, senza Che Guevara di sorta e senza il mito della ribellione del ’68. Bandiere tramontate da tempo, in realtà.
    http://espresso.repubblica.it/attuali...?ref=twhe&twitter_card=20171212114128
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  3. Dal movimento dei Forconi ai neofascisti delle periferie romane, dai complottisti agli anti gender fino ai giustizieri della notte de noartri, difensori improvvisati dell'ordine pubblico e paladini della legittima difesa, ma anche buongiornisti, gonzonauti e boccaloni di ogni tipo: la galassia della Gente — che altri chiamano la Ggente, con la doppia — è dispersa per tutta la penisola, da Nord a Sud, e pure al Centro, non fa distinzione geografiche, né campanilistiche. Il denominatore comune di questa ggente è la rabbia, il risentimento, il richiamo all'autorità — della polizia, delle armi, della legittima difesa — e il rigetto verso qualsiasi cosa c'entri con l'autorevolezza, la conoscenza e l'intellettualità.

    Attorno ai popoli sono nate le nazioni, che anche se nell'ultimo mezzo secolo stanno dimostrando di essere arrivate al capolinea della loro utilità storica, restano la più grande invenzione politica della modernità occidentale. Attorno alla gente stanno crollando le democrazie. I popoli erigevano monumenti ai propri eroi e ci si raccoglieva intorno al momento delle proprie rivendicazioni politiche, la gente, che non ha nemmeno più grandi rivendicazioni da fare, la strada la teme, la guarda di sottecchi dalle finestre dei piani alti di qualche caseggiato popolare, covando rabbia, rancore, risentimento. Con il popolo una volta si poteva immaginare di costruire delle comunità, con la gente, ora, non si costruisce nulla, ma al contrario, si distrugge.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...irselo-luomo-comune-e-una-merda/35933
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  4. i lettori in Italia stanno sparendo, letteralmente, e a una velocità degna di una estinzione di massa ad opera di qualche sciagura catastrofica interstellare. La percentuale dei lettori in Italia, ovvero di quelle persone sopra i 6 anni di età che hanno aperto almeno un libro nel corso dell'anno si è attestata al 40,5%.

    40,5 per cento. Significa che in un tram su cui ci sono 20 persone, statisticamente solo in 8, durante i 365 giorni precedenti, hanno avuto per le mani un libro. È un numero imbarazzante, sul serio, su cui c'è bisogno di riflettere talmente tanto che sarebbe da dichiarare lo stato di emergenza, come dopo che esplodono i vulcani o le autobombe. Emergenza. Questo è il termine da usare, prima di sostituirlo, l'anno prossimo o quello dopo ancora, con il termine catastrofe.

    L'esatta dimensione della debacle culturale del nostro paese la potevamo già supporre dal crollo verticale della qualità del dibattito in ogni luogo, ad ogni livello, da Facebook al parlamento, dal bar alle aule di università.

    Sapete a quanto ammonta il numero dei lettori altrove? In Spagna siamo al 62 per cento. In Germania quasi 68. Negli Stati Uniti 73. In Canada 83. in Francia 84. E, ehm, in Norvegia il 90 per cento. E quasi dovunque, negli ultimi anni, queste percentuali sono cresciute.
    http://www.linkiesta.it/it/article/20...-italia-a-leggere-siamo-rimasti/35835
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  5. Chi ha un’allergia alle noccioline non può mangiare prodotti che siano entrati in contatto con arachidi, ma chi non ha questa allergia può tranquillamente mangiare cibi senza traccia di arachidi.

    Il che spiega perché sia così difficile trovare noccioline in aereo e perché le noccioline siano vietate nelle scuole (contribuendo così ad aumentare il numero di persone con allergie da noccioline, dato che una delle cause di queste allergie è la ridotta esposizione).



    Applichiamo ora la regola in ambiti in cui la cosa diventa divertente:



    Una persona onesta non commetterà mai atti criminali, ma un criminale può sempre agire legalmente.



    Chiamiamo la minoranza il gruppo intransigente, e la maggioranza quello flessibile. E la regola è quella della asimmetria nelle scelte.



    Una volta ho fatto uno scherzo ad un amico. Anni fa, quando i produttori di tabacco nascondevano e minimizzavano le prove dei danni causati da fumo passivo, i ristoranti di New York avevano aree fumatori e non-fumatori (persino gli aerei, incredibilmente, avevano un’area fumatori). Un giorno andai a pranzo con un amico che era in visita dall’Europa: il ristorante aveva tavoli liberi solo nella zona fumatori. Io riuscii a convincere il mio amico che dovevamo comprare delle sigarette perché per stare nella zona fumatori si doveva fumare. E lui si conformò.



    E ancora. Innanzi tutto conta parecchio la geografia del territorio, la sua organizzazione dello spazio; è molto diverso se gli intransigenti vivono tutti insieme o se sono distribuiti in mezzo al resto della popolazione. Se i seguaci della regola di minoranza vivessero in un ghetto, con la loro piccola economia separata, la regola della minoranza non si applicherebbe. Ma se la popolazione è distribuita nello spazio, se ad esempio la percentuale di tale minoranza in un quartiere equivale a quella nel villaggio, quella nel villaggio equivale a quella della provincia, quella della provincia a quella della regione, e quella della regione è la stessa che in tutto il paese, allora la maggioranza (flessibile) dovrà sottostare alla regola della minoranza. Inoltre, anche la struttura dei costi ha la sua importanza. Nel nostro primo esempio, si dà il caso che produrre limonata conforme alle regole Kosher non cambi molto il prezzo, almeno non abbastanza da giustificare inventari separati. Ma se la produzione di limonata Kosher costasse molto di più, la regola si indebolirebbe in una qualche proporzione non-lineare con la differenza di prezzo. Se produrre cibi Kosher costasse 10 volte tanto, la regola della minoranza non si applicherebbe, tranne forse in qualche quartiere molto ricco.



    Anche i musulmani hanno il loro tipo di regole Kosher, ma queste sono più limitate e si applicano solo alla carne. Musulmani ed ebrei hanno infatti le stesse regole di macellazione (tutto ciò che è Kosher è anche Halal per i musulmani, o almeno così era nei secoli scorsi, ma non è sempre vero il contrario). Si noti come queste regole di macellazione siano motivate dalla posta in gioco, e tramandate da pratiche greche e semitiche del Mediterraneo Orientale, in base alle quali le divinità erano venerate solo investendoci qualcosa, come sacrificare animali alla divinità per poi mangiarne i resti. Gli dei non amano le cerimonie a buon mercato.



    Ora si consideri questa manifestazione della dittatura della minoranza. Nel Regno Unito, dove la popolazione musulmana (praticante) è solo il tre o quattro per cento, gran parte della carne è Halal. Quasi il settanta per cento delle importazioni di agnello dalla Nuova Zelanda sono Halal. Circa il dieci per cento dei negozi della catena Subway sono Halal (cioè, non servono carne di maiale), nonostante le significative perdite commerciali derivanti dal non poter servire prosciutto. Lo stesso vale in Sudafrica, dove, con la stessa proporzione di musulmani, una quantità sproporzionata di polli sono certificati come Halal. Tuttavia, in UK e in altri paesi cristiani, Halal non è un concetto abbastanza neutro da diffondersi molto, poiché la gente potrebbe ribellarsi se costretta a seguire regole religiose estranee. Ad esempio Al-Akhtal, poeta arabo cristiano del VII secolo, ribadì la scelta di non consumare mai carne Halal in un noto poema provocatorio in cui si vantava del suo Cristianesimo: “Io non mangio carne sacrificale”. (Al-Akhtal si riferiva alla tipica reazione cristiana di tre o quattro secoli prima — i cristiani in epoca pagana venivano torturati obbligandoli a mangiare carne sacrificale, che per loro era sacrilegio. Diversi martiri cristiani morivano di fame.)



    Ci si può attendere lo stesso rifiuto delle regole religiose in Occidente, man mano che la popolazione musulmana va crescendo.



    Quindi la regola della minoranza potrebbe portare a una maggiore proporzione di alimenti Halal nei negozi rispetto a quanto giustificato dalla proporzione dei consumatori Halal nella popolazione, ma solo fino ad un certo punto, perché alcuni potrebbero sviluppare un’avversione al cibo musulmano. Per certe regole Kashrut (concernenti i cibi Kosher, N.d.T.) senza connotazioni religiose, la percentuale può tranquillamente avvicinarsi al 100%. Negli USA e in Europa i produttori di cibo “biologico” vendono sempre di più proprio grazie ad un’applicazione della regola della minoranza, e perché i prodotti ordinari non etichettati come tali sono spesso percepiti come contenenti pesticidi, erbicidi ed organismi transgenici geneticamente modificati, “OGM”, che secondo alcuni presentano rischi sconosciuti. (In questo contesto OGM si riferisce al cibo transgenico, ottenuto trasferendo geni da un organismo o una specie estranea). Oppure la preferenza può essere dettata da motivi esistenziali, da un atteggiamento di prudenza, o da un’inclinazione (in stile Burke) verso i valori della tradizione – c’è chi preferisce non discostarsi troppo e troppo velocemente da ciò che mangiavano i nonni. L’etichettatura “biologico” è un modo per indicare che quell’alimento non contiene OGM.



    Spingendo per gli alimenti geneticamente modificati con mezzi che andavano dalle lobby, alle mazzette ai politici, fino alla palese propaganda scientifica (con campagne diffamatorie contro individui come il sottoscritto), le grandi aziende agricole si illudevano ingenuamente che bastasse avere la maggioranza dalla loro parte. Niente di più sbagliato. Come dicevo, il tipico ragionamento aridamente “scientifico” è troppo poco sofisticato per questo genere di decisioni. Teniamo presente che chi mangia OGM transgenici può mangiare anche non-OGM, ma non il contrario. Quindi basta che ci sia una piccola parte, non più del 5%, di popolazione che non mangia gli OGM, distribuita uniformemente nello spazio, per far sì che l’intera popolazione finisca con il consumare non-OGM. In che modo? Supponiamo che si debba organizzare un evento aziendale, un matrimonio, o una grande festa per celebrare la caduta del regime saudita, o il fallimento della banca di investimenti speculativi Goldman Sachs, o la pubblica umiliazione di Ray Kotcher, il presidente di Ketchum, l’agenzia di pubbliche relazioni specializzata nel diffamare scienziati e informatori scientifici in nome e per conto delle grandi multinazionali. C’è forse bisogno di mandare questionari per chiedere agli invitati se mangiano o no OGM transgenici e prenotare se è il caso pasti speciali? No. Basta ordinare tutto non-OGM, a meno che la differenza di prezzo non sia significativa. E la differenza di prezzo sembra essere irrilevante, perché il prezzo degli alimentari (freschi) in America è determinato in gran parte (fino all’80 o 90%) dalla distribuzione e stoccaggio, non dal costo di produzione agricola. E dato che la domanda di alimenti biologici (o designati come “naturali”) da parte della minoranza è in continua crescita, i costi di distribuzione diminuiscono e la regola della minoranza finisce con l’accelerare anche questo effetto.



    Le grandi imprese agricole industriali non hanno capito che, in questo gioco, per vincere non basta avere più punti dell’avversario, ma bisogna avere il 97% dei punti totali. Ancora una volta, stupisce che a queste grandi aziende, capaci di spendere milioni di dollari in campagne di ricerca e diffamazione, con centinaia di scienziati convinti di essere più intelligenti del resto della popolazione, sia potuto sfuggire un concetto talmente elementare come le scelte asimmetriche.



    Un altro esempio: non si pensi che la diffusione di auto con il cambio automatico negli USA, N.d.T. » sia dovuta necessariamente al fatto che la maggioranza preferisce guidare automatico; potrebbe essere semplicemente il caso che chi sa guidare con il cambio manuale può sempre guidare con quello automatico, ma non il contrario 1 » .

    Il metodo di analisi qui utilizzato è noto come gruppo di rinormalizzazione, un potente apparato matematico che in fisica teorica permette di studiare i cambiamenti nel tempo. Vediamo di che si tratta – senza usare le formule.

    Religioni puramente monoteistiche come il Protestantesimo, il Salafismo o l’ateismo fondamentalista, riescono a soddisfare solo le menti capaci di ragionamenti letterali e mediocri, incapaci di tollerare le ambiguità

    Non illudiamoci che la formazione dei valori morali di una società avvenga come evoluzione del consenso. No, sono i più intolleranti ad imporre la virtù agli altri, proprio in base alla loro intolleranza. Lo stesso vale per i diritti civili.
    http://vocidallestero.it/2017/08/18/n...-sempre-il-dispotismo-della-minoranza
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  6. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, dove viene propugnata la cultura scientifica e tecnico-tecnologica e discapito della cultura umanistica, che senso ha studiare ancora le materie classiche ed umanistiche? Questa cultura, quella umanistica, e in particolare il pensiero greco, possono aiutarci a uscire dalla crisi socio-politica ed etica in cui siamo immersi? In che modo?

    Sarò breve: si ignora la cultura umanistica? Può darsi che una pianta possa crescere completamente sradicata, ma quello che è certo è che si parlerebbe senza sapere quello che si dice. Voi parlate costantemente di uguaglianza, di legge, di giustizia. Ma sapete cosa dite? Se non avete la minima idea del pensiero classico, degli autori classici, voi non siete dei parlanti ma dei parlati. Voi credete di parlare, ma in realtà la lingua parla in voi, perché ripetete termini ignorandone il significato, la radice. Ignorate il significato non solo in modo linguistico, ma inmodo semantico. La conoscenza di questi autori vi dà questa arma: riuscire a dare ragione di ciò che dite. Credo che questo dia una certa superiorità.
    Voi dovete essere gli “àristoi”: una persona che fa un percorso di studi umanistici deve avere in mente di diventare àristos, ovvero il migliore. Solo così si può fare del bene alla democrazia. Non so se sia chiaro perché siete democratici. Probabilmente non lo è, poco importa: ormai sono democratici tutti! Ma perché siete democratici? Perché non siete per la monarchia assoluta? Eppure il re Sole era bravo. Qual è il motivo per cui non volete il re Sole?
    Io sono democratico perché credevo che, attraverso il mio voto e attraverso il ragionamento di sottoporre a critica razionale i programmi che mi venivano presentati, io potessi scegliere i migliori. Noi siamo democratici perché riteniamo di avere la ragione sufficiente e di essere sufficientemente informati e coscienti per scegliere a governarci i migliori. E come si dice “migliori” se non “àristoi”? Quindi, io sono democratico perché sono aristocratico. Voi dovete diventare àristoi e volere che la democrazia sia aristocrazia sul piano del merito, del valore, della conoscenza, della consapevolezza. E qual è la vera “paìdeia”? Secondo me sono gli studi liceali, ed in particolar modo il liceo classico. Nel liceo classico c’è tutto.
    C’è poi un secondo aspetto: come volete elaborare una coscienza critica se non attraverso determinate letture e conoscenze? Gli àristoi sono i migliori perché sono curiosi e non sono mai soddisfatti né contenti di quel che hanno, perciò sono sempre spinti a cercare di più. Ma la curiosità non basta, bisogna avere anche spirito critico, saper mettere in discussione. Come facciamo ad armarci dello spirito critico, unico mezzo che ci permette di essere liberi, se non attraverso determinate letture e determinati studi? È a scuola, nella scuola fatta come si deve che si impara ad essere àristoi ed è attraverso il dialogo e il confronto tra coetanei. Ognuno potrà fare poi il percorso che più gli si addice: medicina, legge, ingegneria… ma non ho mai conosciuto nessun grande medico, nessun grande fisico, nessun grande ingegnere che non avesse coscienza critica, cioè che non fosse appassionato di quei testi su cui soli ci si forma una coscienza critica. Nei classici noi ascoltiamo la voce di persona che hanno sconquassato il pregiudizio ed hanno messo a soqquadro ogni coscienza prestabilita. E se la scuola vi fa leggere i classici come un catechismo dovete ribellarvi. La ricchezza di questi studi sono le domande, i dubbi, le angosce, che hanno mosso tutti i grandi pensatori.
    Sono angosciato dall’idea dell’eliminazione del percorso di studi classico. Esso può essere arricchito, ma la sua eliminazione è angosciosa. Perché la vera omologazione, in realtà, parte da un percorso di studi che sia uguale per tutti e sia portatore della cultura che inquieta. Il classico non è qualcuno che dice autorevolmente qualcosa, ma è la domanda che non trova mai risposta. Questo è il classico. E questa è la cultura.
    http://fascinointellettuali.larionews...non-ce-pensiero-critico-ne-democrazia
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  7. Il M5S è pura quantità. Quando dicono Uno vale Uno è vero. Per loro le persone, inclusi gli aderenti e gli stessi dirigenti, sono numeri. Uno vale l’altro. I grillini sono monadi intercambiabili. Non ce n’è uno più bravo e uno meno. Chi sgarra viene fatto fuori e basta.



    Il mondo dei grillini è il futuro orwelliano delle cellule di Matrix. La loro classe dirigente è mediocre perché non è selezionata sulla base del merito, ma a caso. I loro contenuti e le loro politiche sono erratici perché non sono il frutto di un ragionamento, ma di un algoritmo. I loro principi sono vuoti – e le relazioni umane che intrattengono tra loro, come si è visto nel caso di Roma, feroci – perché non sono basati su affinità e su valori, ma su dati (per quanto big…).



    Di fronte alla sfida della quantità, il PD dovrebbe diventare il partito della Qualità.



    Non solo la Qualità di una classe dirigente che va selezionata sul serio, a partire dai territori e fino al vertice. Ma soprattutto il partito della Qualità nelle politiche e negli obiettivi delle politiche. Facile a dirsi, certo, si tratta di un lavoro immane: per chi pensava di essere arrivato alla fine della storia si può dire che siamo passati da Fukuyama a Sisifo.



    Alternative però non ce ne sono. E la posta in gioco va ben al di là delle sorti del Partito Democratico. O la classe dirigente, in Italia come all’estero, a sinistra come a destra, dimostra di essere in grado di produrre qualità, non solo per se stessa ma per la società nel suo insieme, oppure sarà spazzata via dalla rivoluzione degli uomini qualunque.



    Quando l’ideologo di Trump, Steve Bannon, dice che i democratici avevano perso il senso della realtà perché parlavano con i fondatori di startup che capitalizzano nove miliardi di dollari l’una e danno lavoro a nove persone ciascuna pensando che quello fosse il futuro, esagera ma pone un problema vero, al quale la campagna di Hillary non ha dato alcuna risposta.



    Tra l’innovazione e il progresso esiste una differenza fondamentale che abbiamo perso di vista un po’ troppo spesso, presi com’eravamo dall’ossessione di rimanere indietro, dalla paura di essere tagliati fuori. E’ la qualità, la differenza tra l’innovazione e il progresso. La qualità della vita, la qualità delle relazioni umane, la qualità del futuro che stiamo costruendo per i nostri figli.



    E’ per aver perso di vista questa differenza cruciale che ci ritroviamo oggi nella condizione di Sisifo, condannati a ricominciare da capo le opere che pensavamo di aver completato: l’integrazione europea, l’apertura delle frontiere, la fine del protezionismo e del nazionalismo. Credevamo che fossero processi irreversibili, ma Trump, Farage, Le Pen e Grillo stanno dimostrando che non è così.



    Dietro la loro ascesa c’è una verità fondamentale: negli ultimi anni le nostre società sono cambiate in modo strutturale, senza che nessuno abbia davvero chiesto alla gente cosa ne pensasse. Buona parte della rabbia nasce da qui.



    La globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, l’immigrazione di massa: ciascuno di questi processi ha profondamente modificato la nostra vite. Non in modo astratto, ma concretamente: il lavoro che facciamo (o non facciamo), le cose che mangiamo, la gente che incontriamo per strada, i compagni di scuola dei nostri figli.



    Ciascuno di questi processi è stato presentato come ineluttabile. Perfino nei paesi, come la Gran Bretagna, la Germania e la Francia che, per la loro storia e le loro dimensioni erano abituati a determinare il corso della storia, anziché semplicemente adattarvisi.



    Ora i nuovi nazionalisti dimostrano il contrario.



    No, la globalizzazione, l’apertura delle frontiere, la costruzione europea e la società della tolleranza non sono dati di fatto. Sono scelte. Scelte che abbiamo compiuto implicitamente, nella migliore delle ipotesi con il silenzio-assenso dei popoli, e che loro hanno intenzione di revocare, come i doppi passaporti che Marine ha già annunciato di voler cancellare.



    Di fronte a questo, non basta più fare finta di nulla. Scuotere la testa con condiscendenza spiegando che “non è possibile”. Non è possibile uscire dall’euro, non è possibile chiudere le frontiere, non è possibile tornare indietro sui diritti civili. Ci piacerebbe, forse, che fosse così, ma non è vero. La verità è che si può uscire dall’euro e perfino dall’Unione Europea (Brexit docet), che si possono chiudere le frontiere e reintrodurre il protezionismo (Trump docet), che si possono rimettere in discussione i diritti delle minoranze, dei gay, delle donne (Putin docet).



    Smettiamo di dire che non si può fare e cerchiamo di dimostrare che non è una buona idea farlo.
    http://voltaitalia.org/it/2017/02/13/la-rabbia-e-lalgoritmo
    Tags: , , , , by M. Fioretti (2017-02-14)
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  8. More broadly, we’ve continued down this data-driven campaign path because many leaders in the Democratic establishment in D.C. have become wedded to applying quantitative political science research to campaign efforts.

    Consider the 2015 gubernatorial race in Kentucky, when the Democratic Governors Association used its financial clout to mandate that no get-out-the-vote (GOTV) efforts be included in its independent expenditures in the race, as the association’s “best practices” held that GOTV was the wrong strategy and that low turnout would benefit Democrats. Few Democrats who have ever worked on a successful campaign could take those assertions seriously, yet those were the “scientific” findings that were imposed. As a result, Democrats lost the race despite leading in the polls for more than a year.

    The problem is that science, by definition, requires controlling for a single variable in a way that can be replicated by others, allowing over time for findings to be validated and a consensus to emerge. I believe that quantitative political science, at least as applied to the world of campaigns, is an oxymoron, as campaigns exist in a multivariate world.
    http://www.politico.com/magazine/stor...mpaigns-democrats-need-message-214759
    Tags: , , , by M. Fioretti (2017-02-13)
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  9. continuare a non selezionare i candidati sulla base delle capacità di gestione di iniziative concrete sarebbe suicida. Gli elettori possono perdonarti una volta l’errore di avere scelto un candidato totalmente inesperto, non te lo perdonano due volte.
    E credo sia necessario anche che chi si è distinto nella pratica dell’azione diretta sul territorio poi debba anche ricevere una formazione adeguata: il M5S ha urgente bisogno di creare una scuola di pubblica amministrazione.
    E ha anche bisogno di creare un centro di consulenza tecnico legale per supportare sindaci e parlamentari. È assurdo che i sindaci debbano studiarsi da soli strategie energetiche e culturali, delibere e percorsi burocratici: si fa lo stesso lavoro decine di volte. È uno spreco energetico!

    Infine credo che se si scegliesse di mettere al centro dell’iniziativa del M5S l’azione diretta sarebbe un gran bene. Il M5S dimostrerebbe fuori dal parlamento e dei consigli comunali la sua capacità di fare e quindi aumenterebbe la sua credibilità come forza di governo.
    Volete vincere o no?

    Vedi qui il mio intervento al convegno di fondazione delle Liste Civiche 5 Stelle
    Sulla necessità dell’azione diretta
    Sul dimostrare che si è capaci di governare
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/...ma-qualche-cosa-deve-cambiare/3272625
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  10. Corollari molto significativi della ricerca di Quattrociocchi e della sua squadra:
    1. I troll non sono più soltanto in grado di intercettare un po’ di traffico opponendosi a uno specifico argomento o personaggio online, ma possono anche costruire intere pagine che integrano o si oppongono a filiere di temi delle echo chamber, ingigantendo il proprio potere e anche l’effetto degli eventuali contenuti disinformatori che si diffondono nelle echo chamber (o intorno ai quali le echo chamber sono costruite)
    2. Il factchecking razionale non è sempre utile per ridurre la disinformazione e spesso non fa che aumentarne la portata: le persone che stanno nelle echo chamber non ammettono il dibattito documentato ma soltanto la contrapposizione di opinioni, ma si occupano attivamente di ciò che mette in discussione le loro idee. Sicché un tentativo di chiarimento documentato su un pezzo disinformatorio può diventare paradossalmente motivo per rilanciare ancora la disinformazione.
    http://blog.debiase.com/2016/08/22/la...dium=twitter&utm_source=socialnetwork
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