mfioretti: innovazione*

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  1. Avremmo avuto bisogno di una sinistra che facesse il suo mestiere: combattere le disuguaglianze e le solitudini, redistribuire potere e rappresentanza. Con strumenti nuovi, certo. Ma alcuni strumenti vecchi, usati poco e male, non erano da buttare: la progressività delle imposte, il welfare. Noi pensavamo ai diritti. A quelli civili. Benissimo. Meno bene è stato fermarsi non appena quei diritti si tingevano di qualche sfumatura sociale, come sullo ius soli. Il fatto, però, è che intanto erano tornati i bisogni. E noi nemmeno li riconoscevamo più».

    Primo bisogno: il lavoro.

    «E basta con la stupidaggine che se non hai il lavoro ti metti in un garage e te lo inventi. Tutti Steve Jobs. Start-up. Innovazione. Si è persa ogni sensibilità sociale. Il problema ora non è solo "tornare al popolo", come sento dire da tanti; il problema è anche cosa gli dici, al popolo. Che gli dici? Che dall'altra parte del mondo il tuo amico Elon Musk, fra vent'anni, se hai soldi, ti porta a fare un giro su Marte?».
    http://ricerca.repubblica.it/repubbli...amo-in-migliaia-pronti-impegno09.html
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  2. Rendere pressoché gratuiti i servizi e i documenti digitali ai cittadini e imprese e rendendo molto onerose le versioni analogiche
    https://www.zerounoweb.it/cio-innovat...inanza-digitale-un-imperativo-governo
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  3. La maggiore responsabilità della politica nel disastro digitale italiano riguarda la visione, o meglio la sua mancanza. Personalmente avevo riposto molte speranze nel #cambiareverso di Matteo Renzi: confesso che dopo il discorso del Lingotto me ne rimangono alcune ma, a questo punto, sono ormai davvero poche. Del resto l’Italia in quanto paese economicamente povero, con una situazione di cronica arretratezza infrastrutturale (trasporti, amministrazione, ecc) aveva molte delle caratteristiche utili per immaginare una rivoluzione digitale forte e in qualche modo suggerita dall’alto (un po’ come è accaduto recentemente ad alcune repubbliche baltiche). Quando l’amministrazione non funziona, quando le grandi città non hanno metropolitane degne di questo nome e la gente si intossica in auto per andare al lavoro partendo due ore prima, quanto la produzione industriale è sparpagliata in centinaia di piccoli poli periferici, in questi e in altri casi il digitale potrebbe risolvere molti problemi. Inoltre, se anche il cittadino è mediamente anziano, allergico all’innovazione e quindi difficilissimo da convincere, spiegargli che esiste una maniera per non perdere mezza giornata di lavoro in file e burocrazia per produrre uno stupido certificato all’ufficio anagrafe forse poteva essere una proposta allettante. Forse, non so.
    http://www.ilpost.it/massimomantellin...3/12/la-politica-digitale-italia-2017
    Tags: , by M. Fioretti (2017-03-14)
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  4. Italy will never be a normal country. Because Italy is Italy. If we were a normal country, we wouldn’t have Rome. We wouldn’t have Florence. We wouldn’t have the marvel that is Venice. There is in the DNA of the Italians a bit of madness, which in the overwhelming majority of cases is positive. It is genius. It is talent. It’s the masterpieces of art. It’s the food, fashion, everything that makes Italy great in the world.

    But then, we’re not a normal country because we have a complicated bureaucracy, a political system that’s appalling. We have twice as many parliamentarians as the United States. We pay some presidents of administrative » regions more than the United States pays its president. We would like to make Italy a normal country from the point of view of the political system.

    Where did Italy go wrong?

    It went wrong in the public administration. It’s too complicated. And in its politics. It has too many politicians. Why? Because in these years Italy has been unable to change itself.

    What makes you think you’re going to succeed where others have not been able to make progress?

    Do you know the game Pick-up Sticks » , where you have to pull out one stick at a time without disturbing the others » ? Many of my predecessors thought that it was enough to play that game when trying to » change the administration in Italy, pull out one stick at a time. I’m convinced that we need to risk everything and try to do a real revolution. Unlike those who think it’s enough to pull out one piece at a time, we’ll put in all our courage, all our energy, all our grit, and we’ll try to overturn the system altogether.

    I think at this moment, we have the conditions to do it. This is the right moment. If we don’t do it now, Italy misses the train. Italy is a strange problem. But » in its moments of maximum difficulty it has always found the strength to do the most incredible things. Italy is this. I bet you that in the next 10 years, Italy will return to be the leader of Europe, the locomotive of Europe. The Italy of my children will be at head of Europe, economically. Because Italy has all the conditions to be the country of the startups, the country of artisans and quality, and the country of the big companies.
    http://time.com/91602/italy-matteo-renzi/?xid=homepage
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  5. il “combinato disposto” (come dicono i giuristi) tra una normativa bulimica e sovrabbondante che, come un tumore maligno, si sta mangiando l’organizzazione degli uffici e la “pancia” del Paese a cui si tributano liturgie sotto forma di quegli sciagurati shift tra fisiologia e patologia che ci hanno portato ad avere paura di qualsiasi scelta autonoma e responsabile del dirigente, fanno sì che alla fine è meglio star fermi che rischiare. Meglio avere un ordine che avere un’iniziativa. Meglio porre un quesito che firmare. E il bello è che chi se la ride e prolifica felice, in quest’epoca di emiparesi della mano che regge la penna, è proprio la corruzione che la sua strada la trova sempre e anche il suo dirigente (o politico o entrambi) che firma.

    Le prove di questa situazione e le esperienze sono ormai così diffuse che non c’è bisogno di citarle, basti ricordare il crollo delle gare d’appalto dopo l’introduzione del nuovo codice (se non capisco, mi astengo) o il rifiuto di delibera dirigenziale per acquisti sottosoglia (se scelgo io rischio, chi me lo fa fare!). Siamo di fronte ad una specie di obiezione di coscienza, diremmo con un sorriso, se questo non mandasse alla malora un bel numero di piccole imprese. Oppure l’avversione profonda per qualsiasi scelta di autonoma responsabilità: non si fanno quindi dialoghi competitivi né vere partnership pubblico-privato perché è meglio che a decidere chi scegliere sia un algoritmo, piuttosto che un superpagato dirigente generale. Si sceglie di fare concorsi pubblici con quiz e quizzetti piuttosto che con un colloquio esplorativo e una prova sul campo: così chi sceglie è un correttore automatico!

    Sono questi i temi su cui vorremmo si applicasse una nuova legge sulla dirigenza: porre le condizioni perché sia possibile esercitare scelte basate sul proprio sapere e sulla propria coscienza, in forma autonoma, responsabile e trasparente. Altrimenti continueremo ad avere un apparato burocratico che giudica un’operazione dal suo svolgimento tecnico e non dalla vita o dalla morte del paziente.
    E’ ora di dire basta! Cambiamo strada e paradigma, scegliamo l’efficacia piuttosto che l’efficienza
    http://www.forumpa.it/riforma-pa/la-b...ocrazia-difensiva-fa-danni-fermiamola
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  6. A soggiornare in un paese della costa sarda — che non sia la Costa Smeralda — sembra di tornare indietro agli anni 80–90 del secolo scorso. Tutto è fermo ad allora: prendi la casa del cugino del cognato, entri in un bar a prenderti un caffè al volo, vai in spiagge bellissime e piene di ambulanti che passano ogni quarto d’ora, e il giorno di Ferragosto il menù dei ristoranti è fisso — e se sei vegetariano, vegano, celiaco, allergico ai crostacei, devi discutere per farti fare un’insalata. Ci è successo anche questo, e non è stato piacevole.

    E non è un peccato, cara Sardegna?
    https://medium.com/italia/cara-sardegna-71ace0d8f490#.yv9i5uayb
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  7. di fronte al timore che oggi il M5S venga percepito come cambiamento più di lui, Renzi promette un'accelerazione del cambiamento.

    In una sorta di gara continua in cui vincerebbe chi si mostra più identificabile con il concetto di cambiamento.

    In sostanza Renzi non si interroga sulla qualità dei cambiamenti da lui apportati - dal Jobs Act alla riforma Boschi - ma su una quantità che ritiene ancora non sufficiente (per colpa di chi lo "frena") quindi a rischio di essere sorpassata dai grillini.

    Se avesse ammesso che il voto al M5S è anche una protesta nei confronti delle sue politiche e dei loro effetti, avrebbe implicitamente parlato di contenuti: cioè delle sue politiche e dei loro effetti, appunto.

    Definendolo un voto di "cambiamento", invece, riporta il dibattito sulla forma sfuggendo nuovamente a critiche di contenuto.

    Fino a una grottesca metafisica dell'innovazione, teorizzata peraltro da ex consigliori del governo D'Alema, disgraziatamente ascoltati come fossero guru della modernità.

    Ecco, con rispetto, forse è questo il punto. Forse è questo il bug di Renzi e del suo inter circle - e il motivo per cui dopo due anni inizia a rischiare.

    Il bug cioè è inseguire il cambiamento in sé - e venderlo come valore positivo in sé - anteponendo questo valore di forma ai contenuti migliorativi o peggiorativi che questo contiene, agli effetti sulla vita della società, delle persone.

    Esattamente come la narrazione iper ottimista che poi si scontra con le asprezze del reale, così anche l'esaltazione dell'innovazione in sé diventa un autogol se incoccia con la più inaccettabile delle continuità: quella del disagio sociale, della precarietà a vita, della difficoltà di programmarsi il futuro, dell'abisso tra un'élite e tutti gli altri.
    http://gilioli.blogautore.espresso.re...2016/06/22/metafisica-dellinnovazione
    Tags: , , , by M. Fioretti (2016-06-22)
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  8. Le modalità di assegnazione dei fondi di Human Technopole dimostrano la necessità di un’Agenzia nazionale della ricerca garante dei meccanismi di valutazione Da anni dirigo un laboratorio di ricerca alla Statale di Milano e coltivo collaborazioni internazionali, partecipando a bandi e portando milioni di euro alla mia università per pagare il personale e le ricerche su una grave malattia neurologica. Questo mi ha insegnato che solo con la libertà, la competizione, la trasparenza e la responsabilità personale, nel mondo civile, si finanzia e si governa la ricerca che alimenta conoscenza di base e innovazione. I miei interventi sull’operazione Human Technopole (HT) sono un invito a far sì che, con l’occasione, in Italia si cambi completamente registro sui fondi pubblici alla ricerca. Non sono contraria a un grande progetto come HT, ma al modo in cui è stato concepito e a come viene varato. È quasi imbarazzante ricordare ai colleghi che progetti di investimento delle dimensioni di HT all’estero prevedono ben altre modalità. Spesso partono da una dettagliata e trasparente consultazione interna alla comunità scientifica per dare forma e contenuti alla ricerca di frontiera su cui il governo decide di puntare. Quasi sempre, poi, segue la creazione di una o più entità, competitive, più spesso consortili (anche pubblico-private), per guidare il progetto, con funzioni, regole d’ingaggio e arruolamenti palesi. Il tutto in competizione per l’assegnazione governativa del finanziamento, distribuito attraverso bandi aperti e valutazioni comparative tra progetti, soggetti partecipanti e curricula per ogni posizione. Questo è l’unico tipo di top-down che ho visto funzionare. Conosco bene alcune operazioni simili, come la BRAIN Initiative statunitense. Mi colpisce l’irragionevolezza di chi si oppone a un metodo che, applicato in Italia, sarebbe già di per sé rivoluzionario. A oggi HT è un accordo frettolosamente e arbitrariamente messo in piedi con un ente “prescelto” dal governo che, privo delle competenze nelle scienze della vita e nutrizione previste come tematiche chiave di HT, con garanzia di “chiavi e soldi pubblici in mano”, ha “reclutato” discrezionalmente persone, enti e gruppi per conoscenze personali-professionali, su aree di ricerca individuate per favorire i soggetti con i quali stabilire l’accordo, senza alcuna integrazione con il resto del Paese.
    http://www.rosariopaone.it/?q=node%2F107
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  9. È indubbio che questo Governo più di altri abbia parlato di digitale. Tuttavia, nella sostanza, c’è ancora sin troppo da fare. E non è un problema di risorse economiche. I soldi sul digitale, a saperli cercare, ci sarebbero pure. Il vero problema è in primo luogo di visione, quindi di governance ed infine di classe dirigente.

    Manca ancora la visione del digitale quale strumento per il rilancio del Paese, soffocata da una visione ombelicale di una amministrazione che guarda a sé stessa e per la quale il massimo che possiamo aspettarci dal digitale è che abbatta i costi della PA. Con questa prospettiva non deve stupire se l’IT viene considerato un costo e non un investimento. Per sapere in che modo il digitale possa essere d’aiuto per far crescere l’Italia dovremmo sapere che Italia ci aspettiamo, che Italia vogliamo. Dovremmo avere una politica industriale. Dovremmo conoscere le priorità strategiche. Dovremmo. Dovremmo. Dovremmo. Il problema non è relativo al digitale quindi, ma al fatto che tutto ciò non c’è. E non può esserci un’Italia digitale se non sappiamo che Italia vogliamo.
    Quanto alla governance, per comprendere la dimensione del problema, basta pensare ai sette mesi di stop che ha subito il piano per la banda larga. Basta pensare allo scollamento tra le diverse realtà coinvolte in una governance che a guardarla il kamasutra pare un manuale da educande. Basta pensare a quanto si sta facendo con la tremenda riforma del CAD o con il nuovo ridicolo FOIA, che è addirittura un passo indietro rispetto al poco che già avevamo. Con la scusa che il digitale non può essere rinchiuso in un Ministero ad hoc il risultato è che esso non è un problema di nessuno e si perpetua una visione per la quale quella che dovrebbe essere una competenza diffusa e trasversale diventa, nella pratica quotidiana dei Ministeri e delle amministrazioni, qualcosa che non riguarda altri se non chi se ne occupa direttamente: ossia, appunto, nessuno.
    In tutto questo, chi ci prova si trova di fronte un vero e proprio muro rappresentato da una classe dirigente che non vuole cambiare, che ha paura del rinnovamento
    http://www.techeconomy.it/2016/02/27/...sso-del-gambero-del-digitale-italiano
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  10. Il sistema educativo e della formazione va cambiato velocemente. La riforma della Buona Scuola mette in fortissima evidenza l’importanza dell’educazione digitale, ma non basta. Deve essere realizzata in fretta perché il 65% dei bambini che sono ora alle scuole elementari, saranno occupati in tipi di lavoro che al momento ancora non esistono, come è possibile leggere nel lungo report disponibile sempre sul sito del WEF.

    La formazione permanente deve essere adeguata a un mondo del lavoro sempre più in contatto con le macchine e con i software e soprattutto va ridefinito il sistema di ammortizzatori sociali per massimizzare la riconversione dei lavoratori che verranno sostituiti dall’automazione. La politica industriale deve essere decisa. Nell’economia della conoscenza il valore più grande, l’investimento migliore, come dice anche Schwab, è nei talenti, nel capitale umano. Il cambiamento che il digitale porta nel nostro mondo è fortissimo, profondo, dirompente. Se la politica vuole dare risposte adeguate a questo cambiamento, per evitare il più possibile le tensioni sociali di cui parla Schwab e cogliere il maggior numero di opportunità, non può continuare a operare timidi cambiamenti rispetto al passato.
    http://www.agendadigitale.eu/industry...llo-per-prepararci-al-futuro_2020.htm
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