mfioretti: educazione*

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  1. il consenso di uno dei genitori non potesse escludere l’illiceità della condotta di chi pubblica le foto del minore se la diffusione è dannosa. Il principio è condiviso dal Garante della privacy che, in più occasioni (e in linea con la Carta di Treviso del 1990), ha invitato a non pubblicare sui giornali i dati identificativi dei minori se non è essenziale per l’interesse pubblico della notizia.
    http://www.ilsole24ore.com/art/commen...figlio-web-073203.shtml?uuid=AEvC46bD
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  2. Le ragioni sono molte. Uno dei punti messi sul tappeto ruota proprio intorno ai social network come Facebook e Instagram. Queste piattaforme hanno reso molto semplice confrontarsi con altre persone e soprattutto innescato una sorta di competizione sbilanciata e reciproca, basata su ciò che vediamo sulle bacheche che, come noto, non sempre rispecchia esattamente la vita reale. Piuttosto, l'immagine che gli "amici" intendono dare di se stessi, spesso lavorandoci in profondità. La tendenza alla competizione non è certo prerogativa delle piattaforma ma è innata all'essere umano già in età prescolare. Il problema, semmai, è che - come hanno denunciato molti ex manager delle piattaforme poi sganciati dalle loro creature - quei social sfruttano le debolezze psicologiche per innescare anche queste forme di atteggiamenti e reazioni.

    I Millennials hanno dunque a disposizione un'enorme quantità di "metriche" per giudicare la propria esistenza. Senz'altro molte di più dei loro genitori. Like, follower e "amici" sono una di queste. Difficile capire come se ne possa uscire o almeno provare a fare un passo indietro da questo circolo vizioso. Il primo passo, suggerisce Curran, è focalizzare su altre qualità della propria personalità (diligenza, flessibilità, perseveranza) piuttosto che guardare alla perfezione come una dimensione monodimensionale. In generale occorrerebbe insomma spostare l'attenzione sui propri traguardi e sui propri desideri, non impostarli o stabilirli in base a quelli degli altri.
    http://www.repubblica.it/tecnologia/s...dio_accusa_facebook_co-185853568/?rss
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  3. I medici dovrebbe piantarla di fare esperimenti per cercare di capire se i trattamenti omeopatici siano efficaci o no: per definizione l’omeopatia sfugge al controllo sperimentale. E’ una questione di fede. Il ricorso diffuso all’omeopatia, malgrado non abbia basi scientifiche, è un fenomeno socioculturale che possono studiare e spiegare scientificamente psicologi, psichiatri, neuroscienziati, sociologi, epistemologi e storici della medicina. Non i metodologi clinici.



    Come conseguenza del fatto che non se li fila nessuno, gli scienziati se ne stanno tra di loro e solo qualcuno più socievole, narcisista o un po’ esaltato si agita per andare sui giornali o magari finisce a fare il giullare in qualche trasmissione televisiva. Fatto salvo Piero Angela, non conosco nessuno che in Italia tratti appropriatamente la scienza in televisione. Mentre i ricercatori che si fanno intervistare, di regola accettano intimiditi o ansiosi di farsi conoscere in contesti volti a banalizzare o spettacolarizzare gli argomenti. Gli scienziati che hanno un senso di dignità, diventano invece facilmente insofferenti verso i giornalisti che non li ascoltano, li manipolano, li trattano altezzosamente, gli fanno la morale, etc.



    Si dice anche che gli scienziati non facciano abbastanza divulgazione. Torniamo a un aspetto già visto: ma se non li fanno scrivere sui giornali o se magari fanno scrivere sui giornali non l’esperto in questione, ma uno un po’ famoso al quale fanno parlare di tutto. Cosa che non accade nei media anglosassoni. Inoltre, in Italia si legge pochissimo, molti meno saggi e una manciata di libri scientifici. Gli editori non sono associazioni di beneficenza e fanno i libri che si aspettano i cittadini, cioè che poi comprano. Se questi non comprano saggi scientifici perché dovrebbero pubblicarli?



    Qualcuno dirà che gli scienziati nessuno li legge perché non si fanno capire. Calma un momento. Io diffido in genere quando gli scienziati si fanno capire troppo. Ma questo è un problema diverso. Certo che se uno scienziato ha studiato venti anni e scritto per riviste specializzate migliaia di pagine di calcoli e figure allo scopo di circoscrivere complicati concetti, ipotesi ed esperimenti per spiegare un fenomeno complesso, è difficile che possa essere esaustivo e brillante in 5-6 mila caratteri (spazi inclusi). A parte che ha anche disimparato di solito a scrivere in italiano. Ma il punto vero è che sono necessari adeguati livelli di alfabetizzazione funzionale per capire certe informazioni o seguire taluni ragionamenti. Se ben il 30 per cento dei cittadini italiani è funzionalmente analfabeta, contro il 12 per cento della Finlandia o della Repubblica ceca – e se un altro 50 per cento verosimilmente rimane al di sotto delle prestazioni cognitive richieste per capire le complicate dinamiche delle economie della conoscenza – forse questo avrà un ruolo nel fatto che le persone non riescono a capire certi argomenti. Al di là degli sforzi che possono fare gli scienziati. I guru che vanno per la maggiore, che non dicono niente quando scrivono, invece li capiscono tutti.
    https://www.ilfoglio.it/scienza/2017/...enziati-167158/#.WkJMwlOPQ5s.facebook
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  4. Il decreto Fedeli, certo indirettamente, ma con grande efficacia, offre sostanzialmente agli studenti non meritevoli una grande possibilità. Derubricare le loro bravate a goliardate. Ufficializzare che il comportamento non è parte rilevante del processo formativo degli studenti. E’ un vero peccato che si sia perpetrato questo ennesimo colpo all’autorevolezza della Scuola, al suo ruolo di formazione. E’ scriteriato che accada mentre al Miur sostengono di voler puntare sulla lotta al bullismo, alle discriminazioni.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017...e-addio-anche-alla-disciplina/3989900
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  5. Lo Stato e il Mercato, le due agenzie sulle quali la ragione e la morale (dopo essersi consultate a vicenda ma senza giungere a un pieno accordo) avevano puntato per gestire in modo efficace la parte dell’universo popolata dagli uomini, o almeno a metterla nelle condizioni di autogestirsi come si deve, hanno fallito e falliscono ogni giorno di più tutta una serie di prove pratiche, deludendo le aspettative che vi erano state riposte. E al momento non vediamo candidati papabili a subentrare al loro ruolo, per quanto meticolose e disperate siano le ricerche e per quanto possano sembrare creativi e promettenti i bozzetti sulla lavagna.

    Nella nostra realtà frattale si ripropone, seppure su scala diversa, un dilemma dello stesso tipo. La crisi di un’autorità improntata all’immagine del Dio Padre onnisciente e onnipotente viene avvertita con forza dalla base fino alla cima, sebbene ciascun livello abbia i propri motivi per viverla così, e nonostante i fattori scatenanti di questo senso di crisi siano diversi. Il padre in carne e ossa, non quello metaforico, appartiene al frattale più piccolo nella successione/gerarchia di frattali. Quel padre fatto di carne funge più che altro da anello di congiunzione – o, più correttamente, da interfaccia di trasferimento/ scambio – tra quelle due modalità di aggregazione umana coesistenti, intrecciate e interagenti, che Victor Turner distingueva in societas e communitas. Le prove e le tribolazioni che affliggono oggi quella particolare “figura paterna” riflettono in forma condensata i fenomeni che colpiscono ognuna delle sue estensioni e idealizzazioni, a prescindere dal gradino occupato nella struttura frattale.

    Indipendentemente dal fatto che entrambi i genitori vivano o no sotto lo stesso tetto, i legami tra genitori e figli si stanno facendo sempre più laschi e al contempo viene strappata loro di mano l’identificazione pressoché totale con la struttura dell’autorità. Credo che l’“evaporazione del padre” dalla vita familiare di cui parlano Lacan e Recalcati o, almeno, da quel “centro intorno al quale gravita la vita familiare”, sia in larga misura, sebbene certo non esclusivamente, una situazione autoinflitta, una fossa in cui ci si e scavati da soli.

    È indubbio che la volatilità del mercato del lavoro e l’intrinseca fragilità, friabilità e nonfinalità pressoché cronica delle posizioni sociali rivelino quotidianamente la spettacolare scomparsa dell’onniscienza, e a maggior ragione dell’onnipotenza, dall’elenco delle qualità del Padre: queste nuove realtà di vita indeboliscono quelle condizioni, create e preservate sul piano sociale, su cui un tempo tendeva a fondarsi la possibilità di ricorrere al Capofamiglia come il prototipo per qualunque futuro garante dell’ordine e della giustizia del mondo. Eppure, l’“evaporazione” del Padre, e così le sue conseguenze più decisive in termini di Weltanschauung, come lo svuotamento improvviso del “centro gravitazionale”, sono state favorite e promosse dalla rinuncia a una notevole fetta di responsabilità genitoriali, un atto di resa che può essere coatto o volontario, rassegnato oppure accolto con entusiasmo. Gli scrupoli morali che potrebbero insorgere in seguito a questa rinuncia tendono a essere affrontati attraverso i servizi a pagamento offerti dai mercati del consumo; e ancora di più attraverso il ricorso ai beni che questi offrono con la funzione di tranquillanti morali. Il che a sua volta spiana ancor più la strada alla commercializzazione degli aspetti più intimi dell’aggregazione e dell’interazione umana.
    https://www.avvenire.it/agora/pagine/bauma-41c323b1ab4142249156bb0c02580b2a
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  6. “Let’s go back 50 years. We have a 7-year-old child who is bored in school and disrupts classes. Back then, he was called lazy. Today, he is said to suffer from ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder). That’s why the numbers have soared,” says Kegan in the interview.

    When asked about his opinion on the disorder, Kegan told the Spiegel that he believes ADHD is an invention. He thinks that if a child is not doing well in school, the pediatrician gives that child Ritalin, since the cure is available to the doctors and they give the diagnosis.

    According to Kagan, the fact that millions of American children who are inaccurately diagnosed as mentally ill because they think there is something fundamentally wrong with them is devastating.

    Besides being a psychologist is determined to raise the alarm about this trend, Kagan and others feel they’re up against “an enormously powerful alliance: pharmaceutical companies that are making billions, and a profession that is self-interested.”

    Kagan himself suffered from inner restlessness and stuttering as a child, but his mother told him that there was nothing wrong with him, only that his mind was working faster than his tongue.

    He thought at the time: “Gee, that’s great, I’m only stuttering because I’m so smart.” If he had been born in the present era, he most likely would have been classified as mentally ill.

    However, ADHD isn’t the only mental illness epidemic among children that worries Kagan. Depression is another mental illness that almost started in 1987, when about one in 400 American teenagers was using an antidepressant and the numbers leaped to one in 40 by 2002.

    Kegan believes that depression is also another overused diagnosis, simply because the pills are available. Instead of immediately resorting to pharmaceutical drugs, he thinks doctors should take more time with the child to find out why they aren’t as cheerful.

    Since studies have shown that people who have heightened activity in the right frontal lobe respond poorly to antidepressants a few tests should be carried out (an EEG for certain).

    It’s very important for distinction to be made: when a life event overwhelms us, it’s common to fall into a depression for a while, but there are those who have a genetic vulnerability and experience chronic depression.

    It’s crucial to look not only at the symptoms, but the causes :the former are experiencing a certain depression caused by an event and the latter are mentally ill.

    Renowned Harvard Psychologist Says ADHD Is Largely A Fraud

    Psychiatry it’s the only medical profession that establishes illness on symptoms alone and such a blind spot opens the door for new maladies — like bipolar disorder, which we never used to see in children. Acording to statistics,nearly a million Americans under the age of 19 are diagnosed with bipolar disorder.

    “A group of doctors at Massachusetts General Hospital just started calling kids who had temper tantrums bipolar. They shouldn’t have done that. But the drug companies loved it because drugs against bipolar disorders are expensive.

    That’s how the trend was started. It’s a little like in the 15th century, when people started thinking someone could be possessed by the devil or hexed by a witch,” said Kagan.

    About the alternatives to pharmaceutical drugs for behavioral abnormalities Kagan said that we could look at tutoring, as an example. It’s a good start since children who are diagnosed with ADHD are mainly the children who are struggling at school.
    http://www.thinkinghumanity.com/2017/...says-adhd-is-largely-a-fraud.html?m=1
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  7. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, dove viene propugnata la cultura scientifica e tecnico-tecnologica e discapito della cultura umanistica, che senso ha studiare ancora le materie classiche ed umanistiche? Questa cultura, quella umanistica, e in particolare il pensiero greco, possono aiutarci a uscire dalla crisi socio-politica ed etica in cui siamo immersi? In che modo?

    Sarò breve: si ignora la cultura umanistica? Può darsi che una pianta possa crescere completamente sradicata, ma quello che è certo è che si parlerebbe senza sapere quello che si dice. Voi parlate costantemente di uguaglianza, di legge, di giustizia. Ma sapete cosa dite? Se non avete la minima idea del pensiero classico, degli autori classici, voi non siete dei parlanti ma dei parlati. Voi credete di parlare, ma in realtà la lingua parla in voi, perché ripetete termini ignorandone il significato, la radice. Ignorate il significato non solo in modo linguistico, ma inmodo semantico. La conoscenza di questi autori vi dà questa arma: riuscire a dare ragione di ciò che dite. Credo che questo dia una certa superiorità.
    Voi dovete essere gli “àristoi”: una persona che fa un percorso di studi umanistici deve avere in mente di diventare àristos, ovvero il migliore. Solo così si può fare del bene alla democrazia. Non so se sia chiaro perché siete democratici. Probabilmente non lo è, poco importa: ormai sono democratici tutti! Ma perché siete democratici? Perché non siete per la monarchia assoluta? Eppure il re Sole era bravo. Qual è il motivo per cui non volete il re Sole?
    Io sono democratico perché credevo che, attraverso il mio voto e attraverso il ragionamento di sottoporre a critica razionale i programmi che mi venivano presentati, io potessi scegliere i migliori. Noi siamo democratici perché riteniamo di avere la ragione sufficiente e di essere sufficientemente informati e coscienti per scegliere a governarci i migliori. E come si dice “migliori” se non “àristoi”? Quindi, io sono democratico perché sono aristocratico. Voi dovete diventare àristoi e volere che la democrazia sia aristocrazia sul piano del merito, del valore, della conoscenza, della consapevolezza. E qual è la vera “paìdeia”? Secondo me sono gli studi liceali, ed in particolar modo il liceo classico. Nel liceo classico c’è tutto.
    C’è poi un secondo aspetto: come volete elaborare una coscienza critica se non attraverso determinate letture e conoscenze? Gli àristoi sono i migliori perché sono curiosi e non sono mai soddisfatti né contenti di quel che hanno, perciò sono sempre spinti a cercare di più. Ma la curiosità non basta, bisogna avere anche spirito critico, saper mettere in discussione. Come facciamo ad armarci dello spirito critico, unico mezzo che ci permette di essere liberi, se non attraverso determinate letture e determinati studi? È a scuola, nella scuola fatta come si deve che si impara ad essere àristoi ed è attraverso il dialogo e il confronto tra coetanei. Ognuno potrà fare poi il percorso che più gli si addice: medicina, legge, ingegneria… ma non ho mai conosciuto nessun grande medico, nessun grande fisico, nessun grande ingegnere che non avesse coscienza critica, cioè che non fosse appassionato di quei testi su cui soli ci si forma una coscienza critica. Nei classici noi ascoltiamo la voce di persona che hanno sconquassato il pregiudizio ed hanno messo a soqquadro ogni coscienza prestabilita. E se la scuola vi fa leggere i classici come un catechismo dovete ribellarvi. La ricchezza di questi studi sono le domande, i dubbi, le angosce, che hanno mosso tutti i grandi pensatori.
    Sono angosciato dall’idea dell’eliminazione del percorso di studi classico. Esso può essere arricchito, ma la sua eliminazione è angosciosa. Perché la vera omologazione, in realtà, parte da un percorso di studi che sia uguale per tutti e sia portatore della cultura che inquieta. Il classico non è qualcuno che dice autorevolmente qualcosa, ma è la domanda che non trova mai risposta. Questo è il classico. E questa è la cultura.
    http://fascinointellettuali.larionews...non-ce-pensiero-critico-ne-democrazia
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  8. Il crollo della frequentazione dei luoghi di culto ha colpito ogni fascia d'età. Quella in cui si "perde" la fede per eccellenza resta tra i 20 e i 24 anni. La curva, poi, tende a risalire lentamente. Ma il confronto con il 2006 ci dice che la fascia d'età più disillusa è quella tra i 55 e i 59 anni che nell'ultimo decennio ha perso il 30 per cento dei frequentatori di luoghi di culto. Fascia che potrebbe essere estesa ai 60-64enni, dove il calo è stato del 25 per cento. Dice ancora Gerelli: "Questo fenomeno può essere dettato o da fatto che in quella fascia d'età molti si costruiscono una seconda vita alternativa e i i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. O può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci".
    http://www.repubblica.it/cronaca/2017.../news/fuga_dalla_messa-163545368/?rss
    Tags: , , by M. Fioretti (2017-04-21)
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  9. Meno di un diplomato al liceo classico su 10 è figlio di operai e impiegati. Perché il fattore socio-economico è determinante nelle scelte dei ragazzi dopo le medie. Un gap di partenza che non abbiamo superato. E che incide nelle scelte universitarie
    http://espresso.repubblica.it/attuali...classe-sociale-1.297281?ref=HEF_RULLO
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  10. la traduzione dal latino e dal greco, insieme ad alcune parti della matematica (nei casi in cui vengono effettivamente insegnate), è rimasto l'ultimo compito davvero difficile della scuola secondaria superiore. È questo, semplicemente questo, che rende attraenti le tesi degli abolizionisti. È questo che – prima o poi – consentirà loro di imporsi. Perché, non nascondiamocelo, la domanda degli studenti e delle loro famiglie non è di alzare l'asticella, ma di abbassarla sempre più, come in effetti diligentemente facciamo da almeno quattro decenni.È questo, il livello dell'asticella, che fa la differenza fra una buona scuola e una scuola mediocre. Ed è questo, la tenace volontà di tenerla bassa, il non-detto che accomuna buona parte delle innovazioni nella scuola e nell'università. Se così non fosse, alla progressiva erosione dello spazio del latino e del greco, con la soppressione dell'analisi logica nella scuola media inferiore, la scomparsa quasi universale della traduzione dall'italiano, l'istituzione di licei scientifici “ma senza latino”, si accompagnerebbe l'introduzione di soggetti ritenuti più interessanti, o più utili, o più formativi, ma altrettanto impegnativi. Giusto per fare qualche esempio: studio del cinese, compresi gli ideogrammi; logica e calcolo simbolico; teoria della relatività; meccanica quantistica; filologia classica o moderna; algebra astratta; linguaggi di programmazione evoluti (al posto del ridicolo insegnamento del pacchetto Microsoft Office).Ecco perché dico che la cultura classica non è la vera posta in gioco. Le minacce alla cultura classica vengono un po' da tutte le parti, ma il suo vero tallone di Achille è che c'è un momento di essa, quello in cui prendiamo in mano un testo di 2000 anni fa e proviamo a tradurlo, che richiede un livello di organizzazione mentale che non siamo più capaci di fornire a tutti. Per questo, essenzialmente per questo, la traduzione dal greco e dal latino è entrata nel mirino della politica. Non tanto perché «non è utile» (quasi nulla di ciò che si insegna a scuola ha un'utilità immediata), ma perché è difficile, molto difficile.Si potrebbe obiettare: perché mai dobbiamo difendere le cose difficili? Non c'è un po' di sadismo nel rifiuto di alleggerire gli studi?È arrivati a questo punto, a questo nodo del problema, che mi sono convinto che, proprio per il lavoro che faccio, non potevo non firmare l'appello. Perché quel che osservo nel mio lavoro di docente universitario non mi può lasciare indifferente.

    Quel che vedo è terribile. Ci sono studenti, tantissimi studenti, che non hanno alcun particolare handicap fisico o sociale eppure sono irrimediabilmente non all'altezza dei compiti cognitivi che lo studio universitario ancora richiede in certe materie e in certe aree del Paese. Essi credono di avere delle “lacune”, e quindi di poterle colmare (come si recupera un'informazione mancante cercandola su internet), ma in realtà si sbagliano. Per essi non c'è più (quasi) nulla da fare, perché difettano delle capacità di base, che si acquisiscono lentamente e gradualmente nel tempo: capacità di astrazione e concentrazione, padronanza della lingua e del suo lessico, finezza e sensibilità alle distinzioni, capacità di prendere appunti e organizzare la conoscenza, attitudine a non dimenticare quel che si è appreso. La scuola di oggi, con la sua corsa ad abbassare l'asticella, queste capacità le fornisce sempre più raramente. E, quel che è più grave, questa rinuncia a regalare ai giovani una vera formazione di base non avviene certo in nome di un'istruzione “utile”, ovvero all'insegna di uno sviluppo delle capacità professionali, ad esempio sul modello tedesco dell'alternanza scuola-lavoro. No, il modello verso cui stiamo correndo a fari spenti è quello della liceizzazione totale: la scuola secondaria superiore è oggi un gigantesco liceo che non è più in grado di erogare una preparazione di base decente, e proprio per questo induce l'università a trasformarsi essa stessa in un immenso e tardivo liceo. L'unico baluardo che resta in piedi sono quelle scuole, ma forse sarebbe meglio dire – quegli insegnanti – che non hanno rinunciato a spostare l'asticella sempre più in su, per mettere i loro allievi nelle condizioni di affrontare qualsiasi tipo di studio, umanistico o scientifico che sia. È grazie a queste scuole e a questi insegnanti che all'università, nonostante tutto, arrivano ancora drappelli di studenti in grado di ricevere un'istruzione universitaria, e le materie più complesse non sono ancora state abolite del tutto. Ma si tratta di eccezioni, non di rado provenienti dalla minoranza di studenti (circa il 6%) che ancora scelgono il liceo classico, con la sua aborrita prova di traduzione dal latino e dal greco. La regola, purtroppo, è che chi ha un diploma di maturità non è in grado di frequentare un'università che non abbia drasticamente abbassato gli standard. È per questo che sto con la lettera-appello sulla traduzione dal latino e dal greco. Per me quella lettera non difende semplicemente la cultura classica, il latino o il greco. Quell'appello, difendendo l'ultima prova veramente difficile rimasta in piedi nella scuola, difende anche un'idea più generale: che se non vogliamo privare i nostri ragazzi delle capacità di cui prima o poi avranno bisogno, dobbiamo regalargli studi degni di questo nome, e smetterla di proteggerli da ogni sfida che possa metterli davvero alla prova.
    http://mobile.ilsole24ore.com/solemob...2506.shtml?uuid=ADC45JdB&refresh_ce=1
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